The Presidentialization of Political Parties on LSE blog

Edited by Gianluca Passarelli, new collection The Presidentialization of Political Parties: Organizations, Institutions and Leaders, explores why the level of party presidentialisation varies between countries, arguing that this is linked to both constitutional design and the genetic features of political parties. Although he finds that some of the country case studies provide stronger evidence for the book’s central argument than others, Raul Aldaz appraises this book as a valuable contribution to the field that will be of particular use to scholars of comparative politics.

The headlines on US politics, currently covering caucus elections, are filled with names – Clinton, Cruz, Rubio, Sanders, Trump – and their personal positions on a handful of policy issues, but they direct less attention to their parties or the ideological standpoints that Democrats and Republicans (should?) convey. Is modern politics therefore becoming a more person-centred phenomenon rather than party- or ideology-focused? And if so, why?

Presidential Podium

The increasing importance given to specific politicians and/or presidential candidates is part of a broader trend that goes well beyond the US: what we might term ‘the presidentialization of politics’. Part of this phenomenon is ‘the presidentialization of political parties’, which refers to the increasing influence that presidents have on the behaviour and organisation of their parties. This new book, edited by Gianluca Passarelli, consists of a collection of country cases that provide an in-depth analysis of the extent of this presidentialisation of political parties and two possible explanations for its occurrence. Continua a leggere

Centre-left Prime Ministerial Primaries in Italy: the laboratory of the ‘open party’ model

CIP

The 2005 Prime Ministerial Primaries held by the coalition of the centre left were less important for their immediate outcome than they were important as crucial events for the institutionalization of primaries in the process of building the Democratic Party. Those held in 2012 were a second step in the same process. Since the two elections differed significantly and were both ‘exceptional’, we first propose a rational narrative of the political strategies leading up to each of them and of the political dynamics that followed. We also analyse indicators of the level of public interest in such a competition and the candidates’ abilities to mobilize support beyond the party’s traditional electoral constituency. Our central argument is that, since the centre-left Prime Ministerial Primaries achieved the strategic goals of some of their proponents, this particular type of primary should be less frequent in the future, at least on the left of the political spectrum. Even though they did so in very different ways, they both strengthened the project of creating the Democratic Party as an ‘open party’, whose leader is chosen by a broad base of electors in a primary-like competition and is the party’s natural candidate for the premiership (view the full paper).

A cosa servono le elezioni?

mio commento al volume di Van Reybrouck 

Il titolo è fuorviante, Contro le elezioni. Il sottotitolo è errato, Perché votare non è più democratico. Il volume non è un pamphlet “contro le elezioni”, perché non è la tesi sostenuta da Van Reybrouck (autore sempre da Feltrinelli di Congo). Il quale non lo fa né dal punto di vista politico e teorico né sul piano empirico. L’argomento centrale è che esista uno scollamento crescente tra i cittadini/elettori e la democrazia.

L’asse portante del volume è un malcelato attacco alla Democrazia. Nulla di innovativo quanto a critiche al regime anelato da milioni di esseri umani per decenni, o addirittura a volte secoli. Questo punto rappresenta al contempo un chiaro elemento di debolezza dell’argomentazione, stante la longeva critica democratica cui il testo non aggiunge spunti, e il filone promettente di argomentazione, almeno potenziale. Manca l’affondo, la critica argomentata e “definitiva” al regime democratico. Di cui evidentemente le elezioni non sono che solo un aspetto, sebbene cruciale.

Inoltre sostenere che “votare non è più democratico” manifesta una distorsione analitica e concettuale, tanto nel merito quanto in prospettiva storica. I sistemi elettorali sono costruzioni umane di impianto politico-giuridico e come tali passibili di critiche e migliorie. La “bontà” di un sistema elettorale dipende dall’obiettivo che il legislatore si pone. Non ne esistono di “migliori” o di “peggiori” in assoluto, ma tali caratteristiche sono da considerare in relazione agli scopi.

elezioni

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IL CENTRODESTRA E LE NUOVE CAMICIE VERDI-NERE

piazza-maggioreIl messaggio che arriva da Piazza Maggiore è in parte nuovo in parte vecchio, quasi antico. La rinnovata espressione della leadership di Lega Nord e Fratelli d’Italia rappresenta il nuovo conio, anche se in presenza di politici di professione e dalla lunga carriera politica. La riproposizione dello schema coalizionale “Casa della Libertà” (sul palco c’era anche il rappresentante del Partito dei pensionati) viceversa ribadisce il format classico dei conservatori italiani. Se per un verso sarebbe troppo banale ribadire che non è stata un’operazione “nostalgia” né che sarà plausibile ripetere i fasti del 1994 o del 2001, dall’altro andrebbe enfatizzato che trattasi di un elemento di forte continuità. La discontinuità dei protagonisti cela un profondo radicamento sociale e politico dell’alleanza. Dal 1993 (elezioni amministrative: fu Berlusconi proprio alle porte di Bologna che sdoganò l’alleanza con i post fascisti e con la Lega Nord) al 2011 quei partiti hanno marciato e colpito insieme, tranne che per un breve periodo in cui la Lega si è allontanata per “andare da sola”. Continua a leggere

THE PRESIDENTIALIZATION OF POLITICAL PARTIES

THE PRESIDENTIALIZATION OF POLTICAL PARTIES
My post on Presidential-power blog

PartiesPRESWhat actually makes a president of the Republic a leader in (semi-)presidential regimes? And when, if ever, is it possible that a party leader, once he or she has become the head of government in a parliamentary regime, can come close to the style of leadership in similar cases in which the separation of powers exists? If the institutions influence the behavior of politicians, and thus of the parties, it is necessary to understand and explain if and in what way it is possible to refer to ‘presidentialized’ party organizations outside of the institutional context that defines its characteristics: the presidential regime.

The presidentialization of politics is a relatively new and important phenomenon. However, the term presidentialization has become highly debatable. In particular, the more contentious side is offered by the suggestion that presidentialization of politics could make (semi) presidential regimes and parliamentary ones more similar to presidentialism. Continua a leggere

Il blairismo: riformismo o conservazione?

Blair«Non concentriamoci su come pensiamo di essere, ma su come siamo percepiti». E, «non potremo mai più essere i più grandi, ma potremmo essere i migliori». In queste due proposizioni di Tony Blair può essere riassunta l’azione riformatrice del leader laburista rispetto alla visione del suo partito, nel primo caso; e al progetto sociale ed economico di rilancio della Gran Bretagna, nel secondo.

Dopo quasi vent’anni dal 1 maggio del 1997 è opportuno rileggere le vicende che hanno attraversato la più longeva esperienza riformista del contesto europeo: dopo quattro sconfitte consecutive e diciotto anni di dominio conservatore, Blair, alla guida del partito laburista dal 1994, ottiene una storica ed eclatante (in voti e seggi) vittoria, riportando il Labour alla guida di Downing Street. Dove resterà fino al 2010, dopo la successione Gordon Brown-Tony Blair del 2007.

Per analizzare in forma compiuta e scevra da condizionamenti ideologici preconcetti una tale extra ordinaria vicenda politica, elettorale, sociale ed economica, è assai utile leggere il volume di Florence Faucher e Patrick Le Galès, meritoriamente edito in versione italiana da Franco Angeli. L’esperienza del New Labour è un agile e denso testo che aiuta a individuare i fattori discriminanti che hanno reso possibile tale affermazione di leadership, governo e partito.

La giornata che celebrava la Festa dei Lavoratori coincise con il trionfo del partito nato dalla costola del sindacato, e da questo sostenuto, dal conflitto, dalla frattura tra capitale e lavoro, nella patria dell’industrialismo. Erano gli anni del Mito e della retorica sul Centrosinistra “mondiale”, sull’Ulivo mondiale, sulla Terza Via mondiale. Si trattava di una sovrapposizione concettuale terribile, posto che ciascun lemma rimanda(va) a prospettive politiche e programmatiche solo parzialmente e superficialmente simili. Ma, si sa, le suggestioni fanno presa e la vittoria della Gauche plurielle del calvinista Jospin qualche mese dopo la prestazione di Blair, preceduta dalla storica affermazione dei post-comunisti in Italia e del secondo mandato del Presidente Bill Clinton, fecero il resto. La maggioranza dei Paesi europei governati da governi progressisti. Il resto è Storia.

Senza nessuna velleità né volontà di riassumere il contenuto del testo, mi limito a riportare due aspetti cruciali nell’azione dei governi Blair. Due chiavi di lettura complementari e mutuamente dipendenti. La prima, relativa alla riforma del partito: da Labour a New Labour. Non solo una distinzione e differenziazione semantica, ma una sostanziale e cospicua rivisitazione e rifondazione del partito. Su basi ideologiche e organizzative nuove. Rinnovate in termini sostanziali e formali per rispondere a una visione diversa di politica e di politiche.

La leadership del New Labour risiede in parlamento. Succede così per i partiti britannici in genere, prova ne sia la sfiducia dei deputati (quelli che noi chiamiamo «gruppi parlamentari» sono il partito) nei confronti di Margaret Thatcher e dello stesso Blair. Conferma che nei contesti parlamentari è cruciale essere, e rimanere, leader del proprio gruppo, pena la defenestrazione politica. Senza tanti complimenti.

In ogni caso il punto focale, seconda chiave di lettura, è che la modernizzazione sostenuta da Blair e dai suoi collaboratori (Gordon Brown in testa) mira a un disegno strategico in cui il partito diventa strumento per l’attuazione di riforme in un progetto a medio-lungo termine. Gli effetti delle politiche possono oggi essere analizzati in forma avalutativa e compiuta. Forse sarebbe il caso di ripetere l’operazione anche per i governi italiani, lasciandosi cioè alle spalle l’ansia della valutazione partigiana per ri-stabilire i giusti contorni di vicende complesse. Conoscere per decidere, raccogliere dati e informazioni su un lasso di tempo medio-lungo, altrimenti l’analisi scade nella cronaca corrente.

Viceversa, il volume di Faucher e Le Galès riporta con grande accuratezza i dati macro-economici, ma anche i dettagli relativi agli effetti controversi delle singole politiche. Frutto di discussioni, approfondimenti, analisi accurate dello staff governativo che adotta un approccio «razionalista» e votato ai paradigmi del New Public Management: lo Stato non è più erogatore di servizi universali, ma si fa garante della regolazione e competizione tra soggetti, spesso privati, che forniscono prestazioni in vari settori sociali ed economici.

Emerge una Great Britain che (forse) non ti aspetti: il Paese con la maggiore povertà tra minori (con condizioni, mutatis mutandis, che però sono “simili” a quelle raccontate magistralmente dal Dickens di Oliver Twist). Anche perché le politiche familiari sono molto deboli e le ragazze madri (single) sono una ferita non adeguatamente lenita dal welfare britannico. Ferita solo enunciata da Blair.

Il Ken Loach di Piovono pietre o di Riff-Raff. Povertà e violenza. Miseria e periferia, capitalismo selvaggio e assenza di sostegno governativo. Effetto in larga misura dell’azione promossa dalla Lady di ferro che si spese per una politica hands-off nelle vicende sociali: il mercato ri-stabilirà gli equilibri. È il trionfo del darwinismo sociale. The Spirit of ’45, ancora Loach, richiama quale fosse lo “spirito”, la visione politica che diede impulso per la nascita del Welfare State. Cui Blair e il New Labour non risponderanno con un nuovo «statalismo», ma con un’azione regolatrice dello Stato, benché gli investimenti statali furono cospicui specialmente in ambito sanitario e scolare. Tema dunque della disuguaglianza cui il New Labour ha tentato di dare una risposta su basi soggettive e mitigando gli effetti del capitalismo e non già in termini strutturali. La distanza tra i meno abbienti e i più ricchi è in parte diminuita, ma rimangono distanze abissali in un Paese tra i più diseguali al mondo.

6793734_piovonopietreLa vittoria conservatrice del 2010 (si veda il testo di G. Baldini e J. Hopkin, La Gran Bretagna di Cameron) e la successione all’interno della leadership del New Labour aprono nuovi scenari e pongono il partito di fronte a nuove sfide, interne e internazionali. Per affrontare le quali, in ogni caso, la classe dirigente laburista dovrà «fare i conti» con gli anni dei governi Blair. Continua a leggere

Kasparov vs Putin

la recensione su “Doppiozero” del volume di Garry Kasparov

Il giocatore di scacchi per eccellenza, il campione del mondo per tre lustri. Il rimando mentale alle scuole sovietiche per bambini prodigio e le tetre atmosfere di periferie ostili. Oppure Ingmar Bergman e la partita con la morte. Bene, lasciamo da parte (per ora) queste facili suggestioni. Il testo di Garry Kasparov,  non è un libro su Vladimir Putin. O meglio non parla soltanto della eccezionale (intesa come non deroga a varie “norme”) carriera e storia politica e di potere del presidente russo. Kasparov dimostra di essere un fine analista politico, un esperto di relazioni internazionali, un profondo conoscitore della storia russa ed europea, nonché un potenziale diplomatico.feature photo

Nonostante i toni usati per commentare le fantasmagoriche vicende di Putin e del suo clan siano per niente paludati, ma franchi, diretti e non proprio consoni al protocollo esigente e dettagliato delle sedi diplomatiche, il lettore che pensasse di scovare un (banale) compendio di editoriali, commenti e analisi politiche scritte da un (o forse il) giocatore di scacchi per eccellenza, temporaneamente votato all’impegno civico-politico, rimarrebbe abbastanza deluso. La saggia e coraggiosa scelta di un editore “minore” (in quel mondo di case editrici artigianali di solito si annidano titoli e autori più interessanti dei “best seller” da vetrina) consente di interpretare agilmente il Kasparov pensiero. Continua a leggere

The Impact of Economic Crisis on Turnout in Italy

CONTEMPORARY ITALIAN POLITICS N. 2/2014 (link)

This article deals with voter turnout and the economic crisis, and focuses on the results of the 2013 parliamentary elections in Italy. A consolidated tradition of studies has attested to the impact of a negative economic cycle, unemployment and various issues related to the economy, on the decision whether or not to vote, although the results remain controversial. Some scholars have asserted that, during a period of crisis, voters react positively, using their collective voice to demand more attention to their interests. Others argue that negative circumstances distance citizens from the electoral arena bringing a higher rate of abstention as a consequence. The peculiarity of the political situation in the period leading up to the 2013 election in Italy (the unexpected end of Berlusconi’s government in 2011, the period of transition under Monti’s technocratic government and the rise of the Five Star Movement [MoVimento Cinque Stelle, M5S] as a new competitor) strongly influenced voters’ evaluations of how political parties were going to compete and whether, or for whom, they would vote. Survey results show that discontented voters largely used abstention as a strategy to express their resentment, but that the most politically engaged preferred to choose a radical party (M5S), rather than refusing to vote.

The Consequences of Electoral Laws on the Party System

POLIS n. 1/2014 (link)

The article focuses on the 2013 Italian general elections, which are indicative of the political and electoral effects that the different electoral reforms have produced in Italy since 1993. The Italian political system has in fact seen three electoral reforms in the last twenty years, after quite a stable period from 1948 to 1993. Following the “classic” approach that links electoral laws and political outcomes, we present data on the effects of the various electoral systems over the past two decades. Detailed information on the number of (effective) parties, representation, party size, government durability, the nationalization of the vote, seats to the two biggest parties, etc. will be presented. Upon illustrating the technicalities of the electoral systems and the related reforms approved in the last twenty years, the expectations of the political players will then be presented too. The data illustrated furnishes a good starting point for deeper analyses and the theoretical consequences that arise. The Italian scenario represents a crucial case in verifying the hypothesis related to the causal effects of the electoral laws on the outcomes of political and party systems. Some counter-intuitive results will also be highlighted.