Book Review: The Presidentialization of Political Parties

Book Review on Italian Political Science Review (by Luca Verzichelli)

leaders_inspire_1200x627This volume is an important contribution to the field of comparative political institutions because it focuses on the growing role of party leaders who assume a relevant institutional power in many advanced democracies.  The notion of “presidentialization” is at the core of the volume’s theoretical framework. However, in contrast to other pieces of empirical research emphasizing the impact of institutional changes on the development of party structures, the volume endeavors to explore the phenomenon of the increasing importance of party leadership independently from the evolution of the institutional setting. This is, as noted by the editor in the introduction, the “missing link” in the study of presidentialization. More precisely, Passarelli aims to explain the varying intensities of “party presidentialization” one can observe by comparing certain countries using a simplified framework built on two separate dimensions: institutional presidentialization and party genetic presidentialization.

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Macron Président! ça change tout?

imagesLe elezioni presidenziali francesi del 2017 non si sono concluse il 7 maggio, con il ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il risultato politico completo si avrà dopo il secondo turno delle elezioni politiche. È un dato affrontato poco e soprattutto male, specialmente in Italia. Lo sguardo breve, i commenti spacciati per analisi spesso hanno tralasciato alcuni elementi sostanziali. Utilizzando alcuni dati base, sosterrò che la tornata elettorale del 2017 rappresenta un elemento di innovazione per alcuni aspetti, a fronte di continuità e di potenziale cambiamento misurabile solo dopo lo svolgimento delle elezioni politiche. L’enfasi sui quattro atti elettorali è cresciuta dal 2000 (riforma costituzionale che ha ridotto il mandato presidenziale da 7 a 5 anni e limite di due mandati consecutivi, rendendo politicamente “responsabile” il capo dello Stato), e dalla successiva inversione del calendrier électoral nel 2002 che fece tenere prima le presidenziali e poi le politiche. La vittoria di Macron rappresenta dunque, ad oggi, una innovazione solo nella misura in cui il partito presidenziale sarà in grado di vincere la maggioranza dei seggi all’Assemblée nationale (il Senato non conferisce la fiducia, sebbene non sia un’Aula silente). Per farlo Macron dovrà mettere in campo una straordinaria azione di rinnovamento degli schemi e della competizione partitica che abbiano conosciuto sino ad ora. La legge elettorale prevede collegi uninominali, con secondo turno eventuale. Se nessun candidato ottiene la maggioranza dei voti espressi, si tiene una seconda competizione cui accedono i candidati che abbiano ottenuto almeno il 12,5% degli aventi diritto (in passato era del 5%, poi del 10%), il che significa che la soglia implicita al netto dell’astensione media, è pari al 20% circa (altro che diritto di tribuna!), ossia un limite assai elevato per l’accesso alla rappresentanza, a meno che non si tratti di partiti nazionali e forti, ovvero di forze con una solida base elettorale concentrata geograficamente. Inoltre, il doppio turno di collegio innesca, o meglio accompagna, una dinamica bipolare e, stante talune condizioni, bipartitica. La competizione bipartitica è sostenuta dal traino presidenziale, almeno fino al 2012. Senza la sfida per l’Eliseo il potere negoziale a livello di collegio aumenterebbe la forza di coalizione anche di formazioni relativamente piccole, almeno per le prime tornate in cui elettori e partiti acquisissero informazioni e sviluppassero strategie. Voto sincero, o meglio espressivo (della identità politica dell’elettore), al primo turno, e voto utile, o meglio strategico (l’elettore sostiene il candidato meno inviso), al secondo. Il “rischio” paventato per il neo presidente francese è la cohabitation. Al netto della discutibilità, da fondare empiricamente, sulle difficoltà scaturenti da un’eventuale presenza di maggioranze politiche avverse tra Matignon e Eliseo (posto che il sistema semi-presidenziale è flessibile e consente in tal caso il governo delPrimo ministro), la conquista di una maggioranza parlamentare coerente rappresenta la sfida presidenziale. Macron dispone però di alcuni strumenti non trascurabili. Al di là delle doti di intuito politico-elettorale di cui ha dato ampia dimostrazione negli ultimi tre anni almeno, il neo presidente francese può fare affidamento su alcuni elementi di contesto, da non sottovalutare. Il primo è l’honeymoon effect. Gli studi politologici comparati indicano un periodo di grazia elettorale per il capo di governo neo-eletto che beneficia di una cospicua dose di benevolenza da parte dei propri concittadini, inclini a conferirgli maggiore fiducia nelle prime settimane post elezioni.  Molti elettori potrebbero saltare sul carro del vincitore (band wagon), completando la scelta effettuata il 7 maggio. Del resto i precedenti elettorali successivi al 2002 indicano chiaramente che una quota rilevante di elettori tende a premiare il Presidente della Repubblica (PdR), ritenuto vero responsabile dell’azione di governo. Fino al 2000-2002 il PdR era percepito prevalentemente come “padre della patria”, arbitro abbastanza neutrale e imparziale, che utilizzava il Primo ministro come fusible, da sostituire all’uopo per rinvigorire l’azione della maggioranza, nel caso di maggioranze omogenee (Fabius al posto di Mauroy nel 1984, Cresson nel 1991 e Bérégovoy nel 1992, o ancora Juppé nel 1995, fino al turnover durante le presidenze di Hollande e Sarkozy), ovvero di provare a sconfiggerlo, invocando e convocando elezioni anticipate (1988 e 1997, per esempio). Altri dati, spesso spacciati per “rivoluzionari”, sono importanti ma non eclatanti. Rappresentano cioè un elemento di contesto che potrebbe mutare significativamente se cambiasse il quadro partitico. L’astensione è cresciuta di 5 punti percentuali rispetto al 2012, ma è diminuita di 3 punti percentuali se confrontata con il dato del 2002. A meno di contorsioni concettuali, bisogna considerare il livello della sfida, della contendibilità percepita e degli attori in campo. La partita del 2017 si è chiusa al primo turno, come nel 2002, ma è mancato l’apporto di tutto l’arco costituzionale, se consideriamo che Jean-Luc Mélenchon ha sostanzialmente fatto appello al non voto, mentre nel 2002 la mobilitazione contro Jean-Marie Le Pen fu omogenea. Ergo non agitarsi troppo, la partecipazione è stata del 75 %, che in termini comparati (operazione che non fa mai male) rappresentano un dato rilevante… CONTINUA QUI

Building Blocs. How Parties Organize Society

Does society and its cleavages influence Parties, or rather the other way around? The book I have reviewed deals with this crucial research question in Political Sociology.

Building Blocs. How Parties Organize Society. Edited by Cedric de Leon, Manali Desai, and Cihan Tuǧal, Stanford: Stanford University Press, 2015. 242p. $24.95 cloth.

pid_24999The literature on political parties’ genesis and organization is well consolidated. Do exist brilliant books on comparative politics and in political sociology alike. On one side, the contributions of Max Weber, Stein Rokkan, Seymour Lipset and Hans Daalder have settled a clear perspective on the relevance of social cleavages and structures in shaping the born and the development of political parties, especially in western countries, and in Europe in particular. On the other side, the organizational perspective to analyze political parties is well robust alike. Since the seminal works of Moisey Ostrogorsky, Robert Michels, and then Maurice Duverger, David Epstein, Valdimer O. Key, Sigmund, Angelo Panebianco, Giovanni Sartori, Peter Mair, etc., the structure of political parties has been well analyzed. Do exist comparative researches that shed light on differences and similarities of different aspects of the political organizations, such as the leadership, the role of members and activists, and the funding.  Continua a leggere

The Italian Constitutional Referendum

The Italian Constitutional Referendum: Political and Institutional Consequences of a Striking “NO”

my article on Fruits&Votes blog
The electoral results of the constitutional referendum have led to the Prime Minister’s resignation. But let us consider what happened before.

48_referendumOn December 4th 2016, Italian voters expressed their vote on a referendum about constitutional reforms. This was the third referendum of its kind in Italy, with the other two held in 2001 and 2006. The two options presented to voters this time were related to the approval or rejection of the reform promoted by Matteo Renzi’s government and his centre-left parliamentary majority. However, several Democratic Party’s MPs decided not to support Renzi’s position, and used the ballot as a tool to oppose their leader due to different visions of the party, the government, policies, and the reform itself. The reform was approved earlier by an absolute majority in both houses of parliament, but the proposed changes required a two-thirds majority in parliament in order to be implemented without a referendum according to the Italian Constitution (art. 138.3). Since this threshold was not met in parliament, the referendum was called (by the Government) by collecting the required number of voter signatures, as stated by the art. 138.2, while the opponents to the reform were not able in getting the minimum number of required signatures (500.000).

The result of the referendum was both clear and decisive. Approximately 60% of voters cast a “NO” vote in opposition to the proposed reforms and only 40% voted in favor. Perhaps the most striking result was voter turnout. Nearly 70% of eligible voters cast a vote, a percentage that is similar to that reached in general elections in Italy (e.g., 75% in 2013). This figure also confirms that Italy remains a democracy with one of the highest electoral participation rates in the world. Despite this high turnout figure, one of the most notable features of the referendum is the persistent North-South divide in terms of turnout and the level of rejection of the reform. Rejection of the referendum was particularly high in southern regions, with peaks in Sicily, Sardinia, and Campania. Support for the referendum was limited and prevailed in only two regions (i.e., Tuscany and Emilia-Romagna), as well as in the province of Bolzano. Continua a leggere

The Five Star Movement: purely a matter of protest?

article on PARTY POLITICS (with D. Tuorto)

The success of the Italian party Five Star Movement (M5S) has been broadly attributed to its ability to occupy the space of radical protest against ‘‘old politics’’. Due to the party’s criticism, its charismatic leadership, and its aggressive electoral campaigns, the M5S has been labeled as a populist. The unexpected result of 2013 election raises crucial theoretical questions: To what extent does the M5S electorate reflect the characteristics of a protest vote? To what extent was it also a vote driven by values, by individual evaluations on a specific political issue?

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The first part of the article aims to investigate the extent of negative political feelings among M5S’ voters. To disentangle the meaning and impact of protest, we distinguish two dimensions: the ‘‘system discontent’’ and the ‘‘e´lite discontent,’’ referring to both general and focalized images, sentiments toward and the representation of political institutions, voter power, and government performances. In the second part, we bring to the analysis a further explanation based on the theory of issue voting. The goal is to measure whether voters have chosen M5S purely because of their political resentment or also given that they shared a similar position on a number of crucial policies emphasized in the electoral campaign (view the full paper).

The Presidentialization of Political Parties on LSE blog

Edited by Gianluca Passarelli, new collection The Presidentialization of Political Parties: Organizations, Institutions and Leaders, explores why the level of party presidentialisation varies between countries, arguing that this is linked to both constitutional design and the genetic features of political parties. Although he finds that some of the country case studies provide stronger evidence for the book’s central argument than others, Raul Aldaz appraises this book as a valuable contribution to the field that will be of particular use to scholars of comparative politics.

The headlines on US politics, currently covering caucus elections, are filled with names – Clinton, Cruz, Rubio, Sanders, Trump – and their personal positions on a handful of policy issues, but they direct less attention to their parties or the ideological standpoints that Democrats and Republicans (should?) convey. Is modern politics therefore becoming a more person-centred phenomenon rather than party- or ideology-focused? And if so, why?

Presidential Podium

The increasing importance given to specific politicians and/or presidential candidates is part of a broader trend that goes well beyond the US: what we might term ‘the presidentialization of politics’. Part of this phenomenon is ‘the presidentialization of political parties’, which refers to the increasing influence that presidents have on the behaviour and organisation of their parties. This new book, edited by Gianluca Passarelli, consists of a collection of country cases that provide an in-depth analysis of the extent of this presidentialisation of political parties and two possible explanations for its occurrence. Continua a leggere

Centre-left Prime Ministerial Primaries in Italy: the laboratory of the ‘open party’ model

CIP

The 2005 Prime Ministerial Primaries held by the coalition of the centre left were less important for their immediate outcome than they were important as crucial events for the institutionalization of primaries in the process of building the Democratic Party. Those held in 2012 were a second step in the same process. Since the two elections differed significantly and were both ‘exceptional’, we first propose a rational narrative of the political strategies leading up to each of them and of the political dynamics that followed. We also analyse indicators of the level of public interest in such a competition and the candidates’ abilities to mobilize support beyond the party’s traditional electoral constituency. Our central argument is that, since the centre-left Prime Ministerial Primaries achieved the strategic goals of some of their proponents, this particular type of primary should be less frequent in the future, at least on the left of the political spectrum. Even though they did so in very different ways, they both strengthened the project of creating the Democratic Party as an ‘open party’, whose leader is chosen by a broad base of electors in a primary-like competition and is the party’s natural candidate for the premiership (view the full paper).

A cosa servono le elezioni?

mio commento al volume di Van Reybrouck 

Il titolo è fuorviante, Contro le elezioni. Il sottotitolo è errato, Perché votare non è più democratico. Il volume non è un pamphlet “contro le elezioni”, perché non è la tesi sostenuta da Van Reybrouck (autore sempre da Feltrinelli di Congo). Il quale non lo fa né dal punto di vista politico e teorico né sul piano empirico. L’argomento centrale è che esista uno scollamento crescente tra i cittadini/elettori e la democrazia.

L’asse portante del volume è un malcelato attacco alla Democrazia. Nulla di innovativo quanto a critiche al regime anelato da milioni di esseri umani per decenni, o addirittura a volte secoli. Questo punto rappresenta al contempo un chiaro elemento di debolezza dell’argomentazione, stante la longeva critica democratica cui il testo non aggiunge spunti, e il filone promettente di argomentazione, almeno potenziale. Manca l’affondo, la critica argomentata e “definitiva” al regime democratico. Di cui evidentemente le elezioni non sono che solo un aspetto, sebbene cruciale.

Inoltre sostenere che “votare non è più democratico” manifesta una distorsione analitica e concettuale, tanto nel merito quanto in prospettiva storica. I sistemi elettorali sono costruzioni umane di impianto politico-giuridico e come tali passibili di critiche e migliorie. La “bontà” di un sistema elettorale dipende dall’obiettivo che il legislatore si pone. Non ne esistono di “migliori” o di “peggiori” in assoluto, ma tali caratteristiche sono da considerare in relazione agli scopi.

elezioni

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IL CENTRODESTRA E LE NUOVE CAMICIE VERDI-NERE

piazza-maggioreIl messaggio che arriva da Piazza Maggiore è in parte nuovo in parte vecchio, quasi antico. La rinnovata espressione della leadership di Lega Nord e Fratelli d’Italia rappresenta il nuovo conio, anche se in presenza di politici di professione e dalla lunga carriera politica. La riproposizione dello schema coalizionale “Casa della Libertà” (sul palco c’era anche il rappresentante del Partito dei pensionati) viceversa ribadisce il format classico dei conservatori italiani. Se per un verso sarebbe troppo banale ribadire che non è stata un’operazione “nostalgia” né che sarà plausibile ripetere i fasti del 1994 o del 2001, dall’altro andrebbe enfatizzato che trattasi di un elemento di forte continuità. La discontinuità dei protagonisti cela un profondo radicamento sociale e politico dell’alleanza. Dal 1993 (elezioni amministrative: fu Berlusconi proprio alle porte di Bologna che sdoganò l’alleanza con i post fascisti e con la Lega Nord) al 2011 quei partiti hanno marciato e colpito insieme, tranne che per un breve periodo in cui la Lega si è allontanata per “andare da sola”. Continua a leggere