The meanings of party membership.

published in Contemporary Italian Politics

crowdFor many years after World War Two, the mass party model dominated Italian politics. High rates of membership and activism were considered to be essential for optimising electoral performance, for optimising organisational resources, and for the legitimacy of the party itself.

However, since the 1970s, and in particular since 1989, party-membership linkages have begun to weaken. Taking its point of departure from the recent literature, this article offers a theoretical framework for the examination of three different meanings of membership, associated with changing models of party organisation. Data from national election surveys, and from qualitative research on party activists, support the proposed theoretical framework. The article focuses on three Italian parties – the Democratic Party, the Northern League and the Five-star Movement – discussing the similarities and differences, with implications for cross-national comparative studies.

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La Lega oltre la protesta, quasi al governo

Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Mulino)

Era nelle cose che la Lega avanzasse e riempisse un vuoto: il responso elettorale del 4 marzo ha sancito il successo della strategia di Matteo Salvini. Il 17% su scala nazionale, che fa della Lega la terza forza politica del Paese a un solo punto di distanza dal Pd; è il risultato più alto nella sua storia, ormai trentennale. Ma il successo più importante è il sorpasso netto su Forza Italia, in un quadro di rapporti di forza interni alla coalizione rovesciati al punto da rischiare di destabilizzare un centrodestra senza i numeri per governare da solo. Siamo qui in presenza di un vero e proprio ribaltamento del forza-leghismo lucidamente delineato da Edmondo Berselli. Siamo al leghismo-forzista, ma la sostanza non cambia: è in quel magmatico mondo ostile al civismo repubblicano che Salvini ha fatto il pieno.

Francamente non c’è da sorprendersi, almeno tra chi studia il partito da tempo. Gli elementi sociali, politici ed elettorali per l’avanzata leghista c’erano tutti. L’exploit della Lega parte dal 2010 e continua nei due anni successivi, nonostante gli scandali e la successione a Bossi. In questa fase convulsa del partito Salvini inizia a costruirsi uno spazio politico autonomo sino alla scalata a segretario federale. La linea dirigista imposta dal nuovo leader lo porta a marginalizzare i rivali, a partire da Flavio Tosi per arrivare allo stesso Roberto Maroni che pure aveva legittimato la sua ascesa.

Dopo il 2012 la Lega si sposta definitivamente a destra. Se negli anni Novanta i voti provenivano soprattutto dal centro dello spettro politico-ideologico, nel periodo successivo si assiste a uno slittamento progressivo dell’elettorato su posizioni più estreme. Questo cambiamento investe anche i militanti, in particolare i nuovi iscritti; una componente meno interessata alle questioni del regionalismo e dell’economia e sempre più “estremista”, intollerante, autoritaria. Già da alcuni anni, dunque, la Lega si è andata configurando come una formazione xenofoba e politicamente violenta. Nonostante ciò, in Italia, la classe dirigente e la borghesia hanno faticato ad accorgersene trattando con indulgenza un fenomeno allarmante. In altri Paesi, più civili e meno ipocriti, chi occupa posizioni chiave nella società e nella politica prende le distanze dall’estrema destra. Uno per tutti: Jacques Chirac nel 1997 decise di non stare con Le Pen per disciplina repubblicana, al costo di perdere le elezioni.

Coerentemente con la strategia di riposizionamento ideologico, la Lega compie, sul piano programmatico, una torsione altrettanto netta, passando da movimento federalista e autonomista a partito nazionale. La metamorfosi imposta da Salvini comporta l’abbandono tattico della battaglia per la secessione della Padania. L’indipendentismo lascia spazio al sovranismo e ai temi classici della destra: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica e dell’accoglienza. Queste battaglie contro il “buonismo democratico” erano già presenti da tempo, ma è solo nella stagione più recente che vengono inquadrate in una cornice nuova, in cui l’idea di partito del Nord e la stessa questione settentrionale si stemperano dentro un progetto di nazionalizzazione dei programmi, delle parole d’ordine e, soprattutto, dei consensi. Mai come nel 2018 la Lega appare vicina a realizzare tale obiettivo, soprattutto sul piano elettorale. I risultati del voto indicano come il partito si sia consolidato nelle aree tradizionali (oltre il 30% nel lombardo-veneto) e sia cresciuto nelle regioni rosse (lo aveva fatto anche in passato ma non in modo così generalizzato, con un avanzamento che lo porta a sfiorare il 20% e a sfidare il Pd). Il dato nuovo è lo sfondamento nelle regioni del Centro Italia. È in quest’area, mai leghista in passato, che si coglie la portata del cambiamento: la più netta ed esplicitata connotazione ideologica ha aiutato presumibilmente a rafforzare il legame con frange di elettorato ex o post-fascista, storicamente radicate in questi territori e alla ricerca di una nuova e più forte rappresentanza. Infine, la Lega arriva anche al Sud, sebbene riesca a insediarvisi solo parzialmente.

Quali sviluppi politici si profilano per la formazione di Salvini? Occorre distinguere il piano dell’attualità da una riflessione più ampia. Se ci si concentra sugli esiti del voto appare chiaro che la virata a destra abbia consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione. Tuttavia, se si sposta lo sguardo in prospettiva, emergono alcuni dubbi sulle reali capacità della Lega di sfruttare appieno questa congiuntura favorevole. Oggi il partito domina il centrodestra: a centro assorbendo i voti di Forza Italia, a destra cannibalizzando l’area di Fratelli d’Italia e dei gruppi neo/post-fascisti. Questo piano egemonico ha prodotto un quasi scontro con Berlusconi. Per quanto nella storia della Lega le relazioni con l’uomo di Arcore siano state spesso ambigue, la legittimità di comando del leader di Forza Italia non era stata mai messa in discussione. Al contrario, Salvini ha surclassato l’alleato sino a condizionare il posizionamento politico del suo partito, che finisce sì per sposare la linea leghista, ma in uno scenario in cui il voto moderato diventa minoritario.

L’incognita più grande sul futuro della Lega, e più in generale del Paese, deriva però dagli esiti stessi del voto. A differenza del 2013, la spinta anti-establishment si è fatta maggioranza e ha premiato entrambe le anime della protesta: una post-ideologica del Movimento 5 Stelle e l’altra radicalmente schierata a destra della Lega. Queste due espressioni del disagio elettorale faranno fatica non solo a governare assieme, ma anche a ricomporre le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori in una direzione unitaria sul piano sociale e territoriale. Se è vero che la Lega è riuscita a intercettare una parte dell’elettorato 5 Stelle al Nord, è anche vero che al Sud il M5s rappresenta un argine per ora invalicabile che impedisce al leghismo di farsi progetto realmente nazionale. A prescindere dalla comune critica all’Unione europea dei burocrati, all’immigrazione incontrollata o alle caste della vecchia politica, Lega e Movimento 5 Stelle ottengono successi separati. Le mappe dei collegi, nella loro nettezza cromatica, consegnano la fotografia di un Paese spaccato in due, secondo linee divisorie che di nuovo non hanno proprio nulla: il Nord aggrappato allo sciovinismo leghista per difendere posizioni di vantaggio relativo e il Sud che demanda al ribellismo a 5 Stelle la speranza di neo-mediazione politica. L’estrema destra è sull’uscio di Palazzo Chigi. Sull’altro Colle però sono vigili.

Presidentialisation: One term, Two Uses

my latest article, with R. Elgie on Political Studies Review  

Presidentialisation: One term, Two Uses – Between Deductive Exercise and Grand Historical Narrative. 

trainThis article examines the term ‘presidentialisation’. There is now a large body of work on this topic (Dowding, 2013a, 2013b, 2013c; Foley, 2000, 2004, 2013; Kefford, 2013a, 2013b; Mughan, 2000; Passarelli, 2015b; Poguntke and Webb, 2005b; Samuels and Shugart, 2010; Webb and Poguntke, 2013). Some of this work questions the very usefulness of the term. For example, Dowding argues that the term ‘prime ministerialisation’ should be preferred at least in empirical studies that deal with processes of change in parliamentary systems such as Australia and Britain. By contrast, Karvonen (2010) and Garzia (2014) argue that contemporary processes of change can better be captured by the idea of ‘personalisation’.
These critiques are well known, and we do not wish to rehearse them here. Instead, we focus on the book by Samuels and Shugart (2010) and the edited volume volume by Poguntke and Webb (2005b). We do so partly because both are very prominent contributions; the former having received nearly 400 Google Scholar citations and the latter nearly 1000. Primarily, though, we choose them because both are centrally concerned with the idea of ‘presidentialisation’. In that sense, they seem to be focusing on the same topic. However, we argue that each work employs the term in a very different way. Samuels and Shugart have a narrow focus on constitutional presidentialisation and party presidentialisation. They are engaged in an exercise in deductive political explanation that focuses on the effect of constitutional presidentialisation on party presidentialisation. By contrast, Poguntke and Webb refer to a more general idea of presidentialisation that results from a much broader process of social and political change. In effect, they are offering what amounts to a grand historical narrative. Thus, while both sets of authors are using the same term, they are referring to different meanings, outcomes and processes.

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Electoral Systems in Context: Italy

My chapter in The Oxford Handbook of Electoral Systems
Edited by Erik S. Herron, Robert J. Pekkanen, and Matthew S. Shugart

9780190258658Italy stands out among advanced industrialized democracies because of its frequency of major electoral reforms. In the postwar period, Italy has experienced four major electoral systems: the proportional representation (PR) system of the First Republic (1948–1992), mixed-member majoritarian (MMM, 1993–2005), and two varieties of PR with majority bonus (2005–2015, 2015–2017), plus a MMM in 2017. In addition, there have been many failed attempts at electoral reform through legislation or referendum. The frequency of electoral reform makes Italy an important case for investigating the causes and effects of electoral system change. However, the path to each change has been somewhat idiosyncratic: the major reform of 1993 came against the backdrop of revelations of massive corruption, while the 2005 reform can be understood as an attempt to engineer divided government by an incumbent coalition expecting losses in the next election. The effects of the electoral reforms have also not always been as expected.

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Chi dice organizzazione dice oligarchia. Cambiamenti del Movimento 5 stelle.

Per lo scorcio del 2017, e a futura memoria, consiglio lettura del capitolo Passarelli-Tronconi-Tuorto nel volume curato da P. Corbetta (Il Mulino).
qui un’anteprima

Che partito?
partitiChi dice organizzazione dice oligarchia. La celebre frase di Robert Michels [1966: 523; ed. orig. 1911] rappresenta la summa della teoria che l’autore tedesco avrebbe voluto assumesse forma di legge sociale per tutte le organizzazioni, e in particolare per i partiti politici, e ben riassume la contraddizione che governa il Movimento 5 stelle (M5s). Un partito che ha tratti precipuamente leaderistici, personalistici, aziendali, ma anche un forte accento sulla democrazia interna e la partecipazione, l’assenza di gerarchia e l’orizzontalità dei rapporti interni («uno vale uno»). A seconda di come si interpretano queste caratteristiche, il M5s rappresenta un ossimoro irrisolvibile, destinato ad implodere o, al contrario, un’esperienza organizzativa originale e innovativa rispetto ai partiti «classici», destinata a fare scuola e ad essere replicata altrove. Il presente capitolo si propone di far luce sulla natura organizzativa del M5s, analizzando le contraddizioni che lo caratterizzano fin dalla nascita.

Osservare l’evoluzione e analizzare i dilemmi del M5s è particolarmente utile in questa fase. Per tutti i partiti il momento dell’istituzionalizzazione, quando si solidificano e si formalizzano le strutture gerarchiche e i rapporti di forza interni è un passaggio delicato e decisivo, oltre che il passaggio in cui agisce con maggior forza la «legge ferrea dell’oligarchia» citata in apertura. Le domande cui il capitolo offre una risposta sono le seguenti: che tipo di partito è il Movimento 5 stelle? Possiamo rintracciare al suo interno elementi organizzativi presenti in altri partiti o la sua esperienza è totalmente innovativa? E quanto è riuscito a realizzare dell’ideale che ne ha fatto muovere i primi passi, quello di rivoluzionare il modo di fare politica nelle democrazie rappresentative, «riconoscendo alla totalità degli utenti della Rete il ruolo di governo ed indirizzo normalmente attribuito a pochi»?

per continuare… 

Book Review: “Presidentialization of Parties” on …

Party Politics (by Vít Hloušek, Masaryk University, Czech Republic)

ppqa_23_5-coverOnly a few scholars would question the thesis concerning the recent increasing importance of the key members of the executive in democracies, a phenomenon related to the centralization of both executive power and the organization of political parties. Many scholars would, however, oppose or dispute the concept of the ‘presidentialization’ of politics that has been developed since the early 1990s to capture such a development. The recent volume edited by Gianluca Passarelli sheds new light on the concept and its analytical potential to unravel the processes of transformation of the organizational patterns of contemporary political parties. The volume covers the conceptual debate as well as 11 country studies. The opening chapter, written by the editor, offers an interesting conceptual introduction which not only provides the framework for the country studies but, above all, increases the analytical potential of the very concept of party presidentialization. Here the full article in PDF

Book Review: Presidentialization of Parties on …

Government and Opposition (by Marina Costa Lobo,  Instituto de Ciéncias Sociais, Lisbon)

government_and-oppositionIn January 2017 Donald Trump was inaugurated as the forty-fifth president of the United States. Trump’s ability to win the Republican Party nomination, against the will of the party grandees, went against the received political science wisdom, which placed party elites in charge of the choice of presidential candidates in the US (Cohen et al. 2009). His subsequent victory against Democratic candidate Hillary Clinton further challenged the idea that the two parties controlled
access to American institutions. Trumpism is a clear sign of the decline of political parties as institutional gatekeepers and is symptomatic of the rise of the media-driven, outsider leader. Yet is this a specifically
American phenomenon, or has it spread to other countries?
In Italy, the rise of Silvio Berlusconi as leader of Forza Italia and the longest-serving prime minister of Italy is perhaps the closest parallel to Trump. Berlusconi was also an outsider – a media and construction billionaire – who stormed Italian politics. He was elected as MP in 1994 and went on to serve on three different occasions as
prime minister of Italy (1994–5, 2001–6 and 2009–11). Berlusconi, unlike Trump, created his own party, at a time when the party system in Italy was imploding (Bartolini et al. 2004) under the weight of tangentopoli. Despite being dogged by the judiciary for most of his mandates, he dominated politics in Italy for more than a decade.
Another Italian politician, Beppe Grillo, the leader of the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement – M5S) is also a clear example of a mediatized personality, in this case using the internet to gain visibility. His party has been described as belonging to a personal party model (Diamanti 2014). He illustrates the importance that new
media may have in the process of the personalization of politics which has been recurrent in Italy. Founded in 2009, M5S won 25 per cent of the vote in the 2013 legislative elections and 109 seats in the Italian parliament, becoming the second largest party in Italy. The election of Marcelo Rebelo de Sousa as president of Portugal
can also be counted as one of the more recent cases of the extreme mediatization of politics. Despite not being the head of government, the president of Portugal holds important prerogatives both in terms of veto power and in relation to the dissolution of the Assembly, which can be crucial when governments are weak (Amorim Neto and
Lobo 2009). Although Rebelo de Sousa has been a centre-right party member for most of his active life, and was even leader of the Partido Social Democrata (PSD) between 1996 and 1999, Marcelo – as he is known to the Portuguese – became a household name from 2000 because of his weekly political commentary shown on open access television networks. Marcelo is, to a large extent, a product of the media, where he carefully crafted an image of a likable politician over the course of 15 years. In 2015 he decided to run for the presidency against the wishes of the PSD leader, Pedro Passos Coelho, who saw him as an outsider. He persevered nonetheless, running a campaign with little funding and winning the presidential election on the first round in January 2016 with 52 per cent of the vote. HERE THE FULL ARTICLE (pdf)

Preferential Voting in Italy

article published on REPRESENTATION
Preferential Voting in Italy. General Lessons from a Crucial Case

unnamedThe Italian case can be considered one of the most seminal political systems that has adopted open-list proportional representation. We have tested the hypotheses related to the determinants of preference voting. In order to measure the consequences on the voting behaviour, different variables have been considered. Findings coherent with the literature on the topic have confirmed the effects of sociopolitical variables on electoral behaviour. A degree of counter-intuitive and innovative data is also presented, especially concerning the determinants of preference voting. Data vindicate some impressionistic interpretations of Italian political and electoral paths. Party size, social capital, and district magnitude among others predict a big share of variation in preference voting.

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NEW Book Review: The Presidentialization of Political Parties

on Political Studies Review (by Maximilien Cogels, University of Louvaine)

leadershipWhile the study of presidentialisation is often combined with the concept of personalisation, Gianluca Passarelli decides to make a clear conceptual distinction between the two, focussing on the already highly debated study of the presidentialisation of politics. By starting with the premise that under certain circumstances presidentialisation is also possible in non-presidential systems (this is highly contested between scholars), this book takes a closer look at the presidentialisation of political parties in the world, advocating that the presidentialisation of politics stems from the behaviour of political parties. This collaborative book considers that political parties are the driving force behind the phenomenon. The authors study in this book the constitutional structures (opportunities and constraints) that affect presidentialisation while including party genetics (and their organisational changes over time) as an intervening factor. This is an original approach given the fact that these two dimensions are often studied separately. Indeed, the book is innovative in regard to two crucial points, the first being the study of these two dimensions together, and the second being its method of bringing together all types of democratic regimesContinua a leggere