LA TELA DEL PRESIDENTE

La tela del Presidente
editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Siamo l’Emilia-Romagna. Lo slogan della recente campagna elettorale di Stefano Bonaccini è divenuto un mantra, una sorta di inno al nazionalismo regionale, sino a condurlo alla conferma quale Presidente della Regione. L’azione di complessivo buon governo, la popolarità ritrovata, il consenso elettorale, la capacità politica di Bonaccini e la debolezza del Partito Democratico, hanno fatto emergere il ri-eletto Presidente della Giunta quale aspirante uomo politico di riferimento non sono in ambito locale, ma per il contesto nazionale.

Bonaccini ha assunto una nuova postura (anche fisica durante i suoi discorsi) che lo rende più sicuro, saldo nelle convinzioni di amministratore riformista, rinnovato nel tono oltre che nel look, con ambizioni che travalicano i confini emiliano-romagnoli. L’ex responsabile della campagna elettorale di P.L. Bersani ha le carte in regola per porsi legittimamente al centro del proscenio nazionale. In questi complicati mesi di pandemia sta esercitando la funzione di guida in una regione che ha complessivamente retto bene l’impatto tragico del COVID, a conferma che la struttura dei servizi e del welfare in Emilia-Romagna hanno solide e profonde basi con professionalità diffuse.

Bonaccini ha però ingaggiato una tenzone su tre fronti, che rischiano di trascinarlo in una vicenda difficile da gestire. Sin dalle prime settimane post-elettorali, il Presidente ha palesato intenzioni di scalata al PD nazionale, spinto dall’euforia popolare nel contesto di un partito diviso per bande. Ma questa azione andrebbe in realtà contenuta poiché, per ora, egli ha deciso di dedicarsi al (buon) governo della regione. È la condizione che spetta, quasi una cinica condanna, agli amministratori emiliano-romagnoli, anche a quelli più competenti, costretti a rimanere a presidio del forziere del partito nazionale senza però poterne controllare le gerarchie che contano oltre l’ambito regionale.

Proprio in Emilia-Romagna Bonaccini conferma la sua presa, la forte azione di controllo, anche in ragione dell’insipienza dell’opposizione (inutile infierire sulla candidata Borgonzoni, il problema del centro-destra viene da lontano). Voce autorevole nel consesso degli omologhi Presidenti di regione, Bonaccini ha più volte, e in vario modo, manifestato dissenso circa le posizioni del Governo e si differenziato dall’azione di A. Fontana in Lombardia e L. Zaia in Veneto quanto a governo del COVID. In questo senso il richiamo Siamo l’Emilia-Romagna rischia di suonare troppo etno-centrico, in una fase storica in cui le risposte devono essere di carattere nazionale. Tanto più in presenza di una Lega (Nord) a trazione Salvini-Fontana che tende a rinchiudersi nelle valli del regionalismo non solo differenziato, ma anzi identitario e settario, il cui carattere anti-nazionale sarebbe ri-emerso con i verdi a Palazzo Chigi. L’autonomia differenziata in ambito sanitario non può essere la risposta, e su questo Bonaccini ha palesato un certo nervosismo additando chi volesse sottolineare che la competenza sanitaria, almeno quella, va sì legata al territorio, ma dandole omogeneità patriottica. In questo Bonaccini farebbe bene a differenziarsi esso stesso ponendosi in una dimensione di regionalismo solidale e nazionale senza sconti per Zaia e Fontana, il cui modello di sanità regionale a traino privatistico non dovrebbe trovare emuli, nemmeno surrettiziamente, a Piazzale Aldo Moro.

Infine, nei confronti del Governo nazionale Bonaccini ha avuto un doppio atteggiamento: di ovvia lealtà istituzionale e sostegno politico (ché dopotutto il PD è socio di maggioranza) e al contempo di (legittima) critica per quanto proposto dall’esecutivo guidato da Conte. Le cui esecrabili oscillazioni non sono tanto diverse da quelle di tutti i sindaci e i presidenti di regione, troppo celeri nel proporre propri modelli locali che proprio non reggono alla prova della sfida epocale globale. Per cui i presidenti, tutti, farebbero bene a riscoprire la missione collettiva nazionale, senza misurarsi in competizioni individuali e collettive che rischiano di danneggiare il Paese. Infine, per favore, non chiamateli “Governatori”, ché non lo sono. Si tratta non solo di un errore grave, ma anche di una distorsione concettuale che può produrre atteggiamenti solipsisti.

Che “Siamo l’Emilia-Romagna” indichi una via, una politica pubblica, l’ambizione di un modello d’avanguardia e non solo l’impeto per voler tornare allo status quo ante, d’emblée, come nulla fosse accaduto. La sicurezza e la salute vengono prima anche della locomotiva economica del Paese; dunque, bene i 14 miliardi di investimenti futuri appena varati, ma il giusto orgoglio del Siamo … altro/i non si trasformi lentamente in egoismo, sebbene progressista.

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Lo spettro di Orban si aggira ad Est, rischio sovranismo per l’Ue

Editoriale per il RIFORMISTA

L’Italia provinciale scopre che esiste l’Ungheria. E lo fa da par suo. Inneggiando al satrapo di turno ovvero schierandosi contro l’ennesimo attacco al cuore della Democrazia. E, pertanto, non capendo nulla e proponendo niente. Per anni ad Est del Reno sono successe cose commendevoli sul piano dell’attacco alla società liberale, ma a parte voci isolate, ha prevalso la realpolitik intrisa di vuoto strategico, di prospettiva. Il processo di allargamento dell’Unione europea dopo il 1989-1991 è stato un passaggio rilevante, cruciale, per consolidare il processo di integrazione e per taluni il disegno federale e federalista continentale. Nei primi lustri post caduta del Muro di Berlino il consenso popolare per l’adesione all’Ue era ampio e diffuso, sostenuto dall’anelito libertario e dalle cospicue risorse materiali e simboliche derivanti dalla membership.

Lo spettro di Orban si aggira ad Est, rischio sovranismo per l’Ue

Il cosiddetto Quinto allargamento iniziato nel 2004 era ambizioso e doveva coronare il progetto (per taluni il sogno e l’aspirazione) di ricomporre il continente europeo dopo le lacerazioni della Guerra Fredda derivanti a loro volta dalla Seconda guerra mondiale. Ossia l’area geografica più sanguinosa al mondo che, su basi religiose prima, nazionaliste e ideologiche poi, si era letteralmente massacrata dando vita anche a conflitti planetari. Definite persino “guerre civili” (Raymond Aron ed Ernst Nolte) sottolineando la comune matrice culturale dei popoli che le combatterono. L’adesione europeista offriva due potenti incentivi: uno simbolico, l’altro materiale. Il primo permetteva a popoli piegati per oltre mezzo secolo al giogo nazista e sovietico di affrancarsi entrando nel gruppo delle Democrazie “avanzate” da sempre viste come un modello alternativo alla catena cavernicola del socialismo reale; il secondo, di conseguenza, raccontava il desiderio ravvicinato del benessere cosmopolita e capitalista, immediato, individualista e totalizzante.

Le “promesse non mantenute” della Democrazia europea – direbbe Norberto Bobbio – sono quelle di un debole contrasto alle grandi Corporations del web (“interesse di parte su quelli politici”), la persistenza di oligarchie (ridotta partecipazione al processo decisionale, spesso troppo opaco, “cripto governo” per Bobbio), il cittadino non educato alla politica, non incluso. Le occasioni mancate sono varie, al pari dei successi. In periodi eccezionali però manca il salto decisivo, dal welfare rafforzato, al modello di sviluppo, dai diritti, all’ambiente, agli ideali di democrazia da tradurre non solo in politiche pubbliche, ma in scelte strategiche. Senza dimenticare lo straordinario esempio che l’Unione rappresenta nel mondo. Potenza commerciale, esempio di civicness, prosperità, democrazia, pace. Questioni troppo rapidamente sorvolate o persino assunte quali pre-condizioni tra le “promesse” europeiste e quindi sussunte nella bandiera a dodici stelle.

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Lezioni americane

Mio articolo per HUFFINGTON POST sulle Primarie negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti da qualche mese sono in corso le elezioni primarie per la selezione del candidato presidenziale per il Partito Democratico in vista delle elezioni del 3 novembre. In realtà, procedure analoghe le tengono anche i Repubblicani e i Libertari, ma la competizione all’interno dei Democratici è senz’altro quella più avvincente e significativa.

LezioniDa quella scaturirà lo sfidante di Donald Trump che concorre da incumbent per vincere il suo secondo e ultimo possibile mandato presidenziale. In attesa della formalizzazione del candidato Democratico, durante la convezione convocata a Milwaukee (Winsconsin, 13-16 luglio, al netto di rinvii), è possibile trarre alcune lezioni sul comportamento degli elettori, il ruolo dei partiti, l’influenza della leadership.

Le Primarie sono importanti, sono utili, e se organizzate adeguatamente rappresentano una fonte di ricca e intensa partecipazione politica, di mobilitazione, e ri-mobilitazione, di processo bottom-up nella costruzione delle policy, e persino di rafforzamento della democrazia. Ovviamente dipende dal contesto, dagli attori in campo e dalle procedure adottate.

La prima lezione da trarre è che le Primarie sono un gioco iterativo, che si ripete nel corso del tempo, per un periodo medio di 4 mesi, cui aggiungere la Convention. In quanto tale, l’elezione non si svolge in un solo giorno, non si esaurisce in una sola data, e ciò rappresenta un primo fattore selettivo per il presidenziabile, colui/lei che intende rappresentare il partito. Non basta vincere e convincere gli elettori di uno Stato, all’inizio della campagna, bisogna mantenere la prestazione elevata sino al termine, ossia al raggiungimento del quorum (1.991 delegati di partito per vincere la nomination).

Per le elezioni del 2020 i Democrats hanno avuto un totale di 28 (ven-tò-tto) candidati, di cui 26 hanno ritirato la candidatura. Alcuni nelle prime settimane, altri prima che si svolgessero i Caucus in Iowa, alcuni tra i papabili nel primo grande Super Tuesday.

Le Primarie sono una vera maratona elettorale, una competizione molto selettiva che richiede diverse capacità, doti e risorse personali eccezionali per giungere al risultato finale.

La vittoria per la nomination non implica tuttavia che il candidato selezionato sia il migliore per la vittoria con lo sfidante. Stante la natura e la strutturazione del sistema politico americano e della competizione elettorale, del suo spazio ideologico, il candidato ideale deve essere in grado di coniugare popolarità interna al partito di riferimento, ma anche capacità di estendere il proprio consenso all’esterno, ancor più determinante quando si sfida l’incumbent.

Deve cioè avere capacità di guidare la propria squadra, ma anche di parlare all’esterno, al resto dell’elettorato, una combinazione di inclinazione introversa ed una estroversa, per richiamare la suggestiva classificazione dei partiti di Pippa Norris. “Mobilitare i propri elettori al primo turno, parlare alla nazione al secondo turno” avrebbe detto, mutatis mutandis, François Mitterrand. Le Primarie, dunque, come “primo turno”, di selezione tra gli elettori del proprio partito, e le presidenziali quali secondo turno in cui debbono emergere le qualità di leader del Paese.

Può capitare che i due momenti non si sommino e che il designato non sia l’optimum per un partito. Le elezioni del 1972 sono paradigmatiche: George McGovern, il candidato del partito Democratico, perse contro l’uscente Richard Nixon in una disfatta totale che lo vide soccombere in tutti gli stati (tranne in Massachusetts), con oltre venti punti percentuali di distanza sul piano nazionale da colui che abbandonerà la White House a seguito del Watergate.

Eppure, McGovern aveva ricevuto il sostegno della Convention democratica, dopo una primaria estremamente divisa e polarizzata, nel pieno della guerra in Vietnam e dopo lo storico, tragico, convegno di Chicago del 1968.

 

La seconda lezione da tenere in conto, è che le risorse finanziarie per quanto cruciali non sono le uniche a determinare la vittoria nella corsa interna al partito. I fondi sono importanti, ma non sufficienti. Nella partita per il 2020 lo hanno dimostrato platealmente due casi: quello di Tom Steyer, che ha rinunciato alla contesa dopo le elezioni in appena quattro stati, e dopo avere speso in pubblicità circa 200 milioni di dollari, che gli sono valsi zero delegati; e soprattutto la vicenda di Michael Bloomberg, acerrimo nemico di Trump e vero tycoon, con un passato da repubblicano sindaco di New York per un decennio.

L’investimento stratosferico di oltre 900 milioni di dollari non ha generato l’effetto valanga presso l’elettorato democratico, e a marzo, dopo il Super Tuesday, ha mollato la corsa delle primarie con in dote solo 61 delegati.

La terza correlata e collegata lezione è che uno dei fattori determinanti è la reputazione, il background, il profilo, il passato del candidato, il suo curriculum nelle istituzioni e nella società. La credibilità dentro/fuori al partito servono ad alimentare il consenso, a diffonderne l’immagine e a catapultarlo sul proscenio sia nei dibattiti che nel mondo dei media nazionali. Le qualità di presidenziabile, di Capo del Governo credibile in grado di gestire l’amministrazione federale, la politica estera e quella di difesa.

Tali qualità di padre/madre della Patria, o meglio di Commander-in-chief, sono cruciali soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione ideologica che si traduce in due dati ragguardevoli:

1) il peso degli elettori con un profilo politico e ideologico sovrapponibile rispetto ai due schieramenti è diminuito drasticamente nel corso degli ultimi 20 anni. I Repubblicani estremi rispetto alla mediana dei Democratici sono il 95% del partito (64% nel 1994) e i Democratici ultra-liberal rispetto alla mediana dei Repubblicani rappresentano il 97% (erano il 70% nel 1994) (fonte: Pew Research Center).

2) La Geografia elettorale segue questa polarizzazione dei partiti e degli elettorati. Un dato su tutti: nel 2016 il 61% degli elettori vive in contee in cui il partito vincente ha ottenuto almeno il 60% dei voti (nel 1992 era pari al 39%) e solo 303 elezioni in 3.133 contee sono state decise da una distanza inferiore a 10 punti percentuali (1.096 nel 1992) (fonteCook Political Report). Una vera e propria ghettizzazione amplificata dalla differenza nel comportamento elettorale tra città/costa vs aree interne del paese.

Il rischio, oltre al governo diviso (maggioranza presidenziale diversa da quella in una o entrambe le Camere), è che il candidato sia in grado di vincere nel partito, di vincere le elezioni, ma che governi dividendo il Paese, ovvero replicandone le divisioni. Vincere non per qualcosa ma contro qualcuno: è stato così per Barack Obama contro D. Cheney e le guerre di G.W. Bush nel 2008, idem per Trump contro il “modello di società inclusiva” proposto simbolicamente dall’“Obamacare” nel 2016.

La polarizzazione può sostenere di un candidato in grado di mobilitare soprattutto i propri elettori, ma marcherebbe molto la distanza dall’altro. Inoltre, all’interno del partito Primarie divise, altamente polarizzate, lunghe ed estenuanti possono tradursi non solo nella difficile gestione della Convention, ma anche nella ridotta capacità di convergenza sul front runner dei sostenitori dello sconfitto. I dati indicano che una quota compresa tra 10%-15% di elettori di Bernie Sanders non sostenne Hillary Clinton nel 2016 e parimenti accadde agli elettori di quest’ultima nei confronti di Obama nel 2008.

Nel 2020 pare che le distanze ideologiche e personali tra Joe Biden e Sanders siano componibili con poche lacerazioni. Del resto, la società complessa, in particolare quella statunitense, richiede abilità di sintesi politica, fermezza, rigore, ma anche disponibilità a gestire interessi divergenti in ambito sociale, economico, etnico.

La leadership personale conta in sé, ma soprattutto conta quanto gli aspiranti presidenti siano abili a costruire, tenere insieme e promuovere leadership politica, classe dirigente. In questo, le primarie aiutano a decifrare chi ne possiede le caratteristiche.

I progressisti italiani potrebbero ragionare sull’utilità e i vantaggi delle primarie che dopo una fase in auge paiono in affanno o addirittura espunte dall’agenda politica. Senza approccio teologico, come pure presso taluni neofiti, ma nemmeno senza chiusure preconcette derivanti da poca conoscenza dell’argomento.

Le primarie, non solo quanto a selezione di candidati per cariche monocratiche (sindaci, presidenti di Giunta regionale), ma anche nell’accezione “ampia” di elezione del capo del partito/coalizione, possono rappresentare un momento di crescita dei partiti stessi.

  1. Aumento della partecipazione politica e del coinvolgimento dei cittadini
  2. Possibilità di individuare nuove figure emergenti da includere nel partito
  3. Indicazione di tematiche utili per la campagna elettorale
  4. Raccolta di fondi

Molte, dunque, le lezioni che le elezioni americane offrono alla politica europea e a quella italiana. Ai partiti e ai politici. Sempre che vogliano imparare.

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Welfare state a rischio: dopo il virus rinasceremo, ma come?

Mio editoriale per IL RIFORMISTA

La pandemia generata dal Covid-19 dagli inizi del 2020 apre scenari geopolitici imponderabili e mutamenti sociopolitici in divenire su scala globale. Oltre alle dure conseguenze finanziarie ed economiche, il contagio mette in discussione il ruolo degli Stati nazionali, delle organizzazioni sovranazionali, persino della convivenza civile.
La scala di astrazione su cui ragionare deve contemplare la dicotomia “diritti civili” vs “ragion di Stato”, ma anche una ridefinizione, teorica e filosofico-politica, del ruolo dello Stato. I numeri della pandemia hanno minato alle basi l’economia, ma anche indotto – consapevolmente solo per taluni – a richiamare in auge l’intervento del Leviatano nelle sue articolazioni. In contesti continentali europei, il principale interlocutore di cittadini e interessi organizzati è tornato a essere l’”antico” Stato ottocentesco con le articolazioni territoriali, i servizi, il controllo della sicurezza, il welfare state.

Welfare state a rischio: dopo il virus rinasceremo, ma come?

Ricordare però che i “servizi sociali” e lo “stato sociale” non sono che una invenzione post WWII, almeno nella dimensione nazionale e diffusa, intesa come policy deliberata, aiuta a mettere in evidenza la contraddizione pungente tra democrazia e non democrazia. Tra liberismo senza freni e “modello renano”.  Italia e Cina rappresentano due casi paradigmatici quanto a indicatori di democrazia e di impianto economico e ruolo dello Stato. Entrambi i Paesi supereranno la fase emergenziale e la pandemia perché la scienza è avanzata e diffusa, solida. Il discrimine dipenderà dal come i sistemi politici nazionali affronteranno l’emergenza, ossia coniugando rispetto delle libertà individuali e ragion di Stato, ovvero annichilendo l’individuo e le sue specificità.

Nel primo, caso, tipico dei regimi liberali, lo Stato garantisce la sicurezza (nel caso in specie sanitaria) e contempla e garantisce che i propri cittadini siano “liberi” di esercitare i propri diritti. Nel secondo, l’individuo è un numero assoggettato oltre che associato alla massa e la sua peculiarità soggettiva si esaurisce nella missione dello Stato, totalizzante. Il quale annichilisce la dimensione personale, tacita i corpi intermedi e controlla il dissenso, spesso con la repressione fisica. I regimi totalitari mettono in pratica un universo concentrazionario, dove la libertà individuale è sacrificata in nome del bene supremo collettivo, sia esso l’ideologia, il partito unico, la volontà del capo, ovvero la missione redentrice.

Nel caso della Cina rappresentata dalla crescita economica senza limiti e senza tutele. Nella gestione della pandemia, il governo o meglio il regime cinese ha nascosto informazioni, allontanato i dissidenti e mostrato una gestione muscolare tipica delle dittature chine a mostrare solo “il meglio”. Per ricostruire, o per evitare di compromettere la già tenue reputazione internazionale, ora il regime di Pechino prova ad agire con il classico disegno di soft-power, cerca cioè di accreditarsi, di cambiare la percezione di sé stessa presso le opinioni pubbliche mondiali. Il risultato può anche essere lusinghiero, soprattutto in fasi emergenziali, prova ne sia il debole risalto pubblico conferito al sostegno dell’Unione europea, o degli americani che consegnano un ospedale da campo, mentre la Cina – un sistema totalitario – diventa per taluni, troppi, addirittura un modello da seguire. La Cina, almeno quanto gli Stati Uniti, pratica non solo la solidarietà, ma, come detto, esercita soft-power.

Il tema dell’intervento dello Stato diventa pertanto cruciale per presagire quale sia lo scenario principale allorché il Covid-19 venisse sconfitto. La questione dello “Stato di eccezione” che rischia di diventare normalità, ossia norma.
Lo stato di eccezione si registra in momenti cruciali, di “crisi” della società. Anche le Costituzioni democratiche prevedono questa fattispecie (in Italia, ad esempio, l’art. 16 della Carta prevede che «ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza»).

Una eccezione dunque alla libertà individuale inviolabile e non limitabile. E anche in ambito legislativo l’eccezione è data dalla potestà di adottare provvedimenti provvisori con forza di legge, i cosiddetti “decreti legge” cui la Costituzione conferisce un ruolo di supplenza “occasionale”, eccezionale (art. 77).  Nei regimi non democratici i capi di governo utilizzano lo stato d’eccezione per “normalizzare” eventuali tentativi di dissenso, forme di protesta, modelli alternativi e rischi di cambiamenti. È quanto avviene in casi di conflitti armati, di attacchi alle fondamenta dello Stato e alla solidità della società, spesso rappresentata in forma organicistica.

Carl Schmitt temeva appunto che il caso unico diventasse norma/le, che l’eccezionalità si convertisse in regola. Del resto, come tra gli altri dimostrato chiaramente da Giorgio Agamben, la sospensione dei diritti fondamentali nella Germania nazista (dopo l’incendio del Reichstag nel 1933) avvenne ricorrendo a un articolo della Costituzione di Weimar, che attribuiva al presidente della Repubblica poteri eccezionali in caso di emergenza. Il problema, dunque, non è lo stato di eccezione per sé, nemmeno l’adozione di misure draconiane.

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Comunali, la partita da giocare nel 2021

mio editoriale per Corriere della Sera Bologna

Comunali, la partita da giocare nel 2021

Durante la campagna elettorale comunale del 1956, Giuseppe Dossetti insistette sulla sobrietà, quasi ascetica, sottolineando che avrebbe speso 300 lire a pasto. Giuseppe Dozza, invece, vantava l’appuntamento fisso con tagliatelle e tortellini, criticando l’avversario reo, secondo l’esponente comunista, di voler ridurre i bolognesi a uno stile «pane e acqua». Probabilmente non fu un passaggio decisivo per il risultato finale, ma questo episodio sottolinea quanto Dozza fosse in grado di entrare in sintonia con il carattere della città e dei suoi abitanti, il loro anelito di benessere economico e sociale da coniugare con la recente ritrovata, riconquistata, libertà.

Il confronto con le regionali 2020

Mutatis mutandis, le elezioni regionali del 2020 hanno dimostrato plasticamente che la città non accetta aggressioni, strumentalizzazioni o salti nel buio, non consente di essere invasa e stravolta nel suo stile di vita, nella cultura, nei valori. Bologna, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, simbolo di convivenza civile, diritti, Università millenaria, capitale sociale e brontolona bonomia, ha ribadito l’avversione per visioni manichee, per chi bussa a casa degli immigrati o ne riprende in video il cognome.

L’identità di Bologna

Attaccata nell’orgoglio, nella sua identità profonda, Bologna ha reagito e ha confermato di scegliere pragmaticamente, quasi come tra i tortellini di Dozza e gli spaghetti di Dossetti. La laboriosità della Terza Italia, le imprese che producono ed esportano innovando, la rete solidale, la cooperazione economica e l’efficienza amministrativa. È cristallino che Matteo Salvini e i suoi sedicenti esperti abbiano sbagliato totalmente la campagna elettorale, non entrando mai in sintonia con la magna pars della società emiliano-romagnola, e quasi per nulla con quella bolognese.

L’analisi, sbagliata, della Lega

Prima che politicamente Salvini e la destra hanno perso sul piano culturale, hanno sbagliato l’analisi. In questa prospettiva, le ormai prossime elezioni comunali del 2021 presentano il rischio opposto per il centro-sinistra, ossia che immagini, con la consueta spocchia, il voto delle regionali da replicare, sic et simpliciter, alle urne per la giunta di Palazzo d’Accursio.

Lepore candidato progressista?

Il candidato progressista — Matteo Lepore o altri — ragioni a fondo sulla peculiarità del voto di gennaio 2020. La città, patria del riformismo, sempre ostile al massimalismo, non si governa con il radicalismo, con proposte aleatorie o rivoluzioni promesse. La società è complessa ed articolata, non è fatta solo di certezze vocianti sul Crescentone, o di cartelli elettorali iper-liberal, il cui mercato elettorale, nonostante le suggestioni à la page, è molto circoscritto, nessuna illusione, nessun laboratorio da estendere a livello nazionale.

La paura dell’immigrazione

Bologna è anche molto anziana, sola, debole ed impaurita, specie dall’immigrazione. Temi cui la sinistra parla poco e male, e per cui dovrebbe avanzare proposte credibili e realizzabili. Partirei, invece da un dato significativo. Il Partito democratico a Bologna ha ottenuto il 39%, con una distribuzione e un insediamento rilevante anche nelle zone meno centrali; è un punto politico cruciale, al netto del traino dei campioni delle preferenze che gonfia un po’ il peso del Pd.

La voglia di una guida solida

Indica la voglia di ampia parte della città, e del suo elettorato di sinistra, di avere una solida guida riformista, che ne interpreti le passioni, certo, ma soprattutto le angosce, le speranze, lo stile, e che indichi un progetto per il 2040. L’indole di Bologna è chiara, del resto nemmeno il Pci osava presentare il proprio simbolo, ma offriva una declinazione «civica» con il simbolo «Due Torri». Per cui, per il 2021, nessun colpo di testa, calma e gesso. La partita è tutta da giocare.

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