Maschere e politica.

articolo per IL RIFORMISTA

Le maschere in antropologia servono per celare e disvelare, allo stesso tempo. Nascondono la vera identità di chi le indossa, e contemporaneamente indicano un messaggio altro. Tutelano le fattezze del mascherato ché altrimenti si violerebbe il tabù della segretezza, e rappresentano e identificano il soggetto che la maschera descrive e “contiene”. Uno sciamano, un giullare, un guerriero, un attore, un poeta, un religioso in talune processioni, una dama veneziana, una danzatrice malesiana, un defunto, un cantastorie… utilizzano una maschera nell’esercizio della loro funzione.

La maschera è un oggetto serio, utile, indispensabile, socialmente e culturalmente. La maschera dissimula, dissacra, cela e celia.

La maschera è diversa dal corpo, dunque. Al contempo però ne trae forza, energia e ne cede in uno scambio simbiotico. La maschera vive, sebbene mutilata, senza il corpo e viceversa, ma entrambi saranno altro dal personaggio che insieme vivificano unendosi.

Il corpo da solo comunica, rappresenta, la persona, il politico e le sue idee, diventando iconografico esso stesso, in taluni casi. Ma sono le proposte, il pensiero, gli scritti eventuali del politico a rimanere saldi nella storia, con la fisicità che a rimorchio spinge l’immaginario collettivo e la rappresentazione della sua visione del mondo. Senza pensiero i corpi sarebbero vuota carne deambulante, mentre nascono, e si rigenerano attraverso l’elaborazione di visioni, utopie, scenari, provocazioni e idee per la società presente e/o futura.

Impossibile immaginare John Kennedy senza ich bin ein BerlinerGorbachev senza la perestrojka, Berlinguer senza questione morale, Berlusconi senza un milione di posti di lavoro, Mitterrand senza la forza tranquilla, Obama senza we can

Il loro fisico, per quanto aitante, peculiare o audace sarebbe rimasto inerme, imberbe e abbandonato alla temperie degli anni, del logorio del tempo.

Il sigaro di Winston Churchill, il foulard di A. Occhetto, il doppiopetto di S. Berlusconi, i pantaloni di A. Merkel, la kefiah di Y. Arafat, il passamontagna zapatista, il saio di Madre Teresa di Calcutta, il basco del Che, l’angioma di Gorbaciov, gli stivali da cowboy di Reagan… in uno scenario sterminato di molteplici segni individuali. Sarebbero rimasti comportamenti, abitudini, vezzi e fisime di altrettanti anonimi personaggi della società umana.

L’Italia, terra di bautte e Pulcinella, ha visto poche maschere e molti politici. Politici, pensatori e oratori, che usavano il corpo come accessorio, riporto e complemento della loro personalità. La mente prima, e il corpo dopo. L’immagine sarebbe (av)venuta successivamente. Il 1994 ha funto da spartiacque, da momento catartico, di passaggio dalle maschere di cera al cerone, dai politici senza fisime per il viso, a candidati tutti faccia. E non fu solo B. a farne uso, del corpo mascherato per celare per rimandare a mondi altri per subordinare per scompaginare per imprimere la memoria degli elettori.

La modernità era già stata introdotta da Marco Pannella, dai suoi televisivi bavagli provocatori e premonitori, rispetto a un mondo bigotto paludato e reazionario di catto-comunisti che molti rimpiangono, ignorando. Il turacciolo autoinflitto però celava, evocava ed esaltava personalità, contenuto e pensiero. Non solo oggetto. L’ondata populista e qualunquista dei rampanti anni Ottanta travolse maschere e mascherati. Come dimenticare il fantomatico candidato anonimo, in tutti i sensi, alle primarie dell’Unione (eh sì, il centro-sinistra italiano è stato anche questo) e i gli sparuti, ma niente spauriti, personaggi in “cerca d’autore”. Di idee, di maschere e di progetti. Di corpi pensanti.

In tempi di pandemia da Covid-19 la maschera antibatterica invece è un ausilio paramedico utilizzato per contenere la diffusione dei batteri e recentemente per rallentare il contagio. La permanenza prolungata nel tempo del rischio sanitario e il conseguente gesto volto a coprire naso/bocca ha generato un uso politico della mascherina. Dal non utilizzarla a brandirla, a di-segnarla con messaggi etero-diretti. In una sorta di body-painting pubblicitario la parte orale del corpo umano è stata riempita di contenuti extra-verbali per attivare una campagna permanente, come sulle portiere di un taxi.

Non è un tratto della moda (si veda il bel saggio di M.C. Marchetti, Moda e Politica, Meltemi); siamo di fronte non a un belletto, allo stile, sempre identico a sé stesso e quindi identificativo del leader. Non è la canottiera di Bossi (si veda l’omonimo libro di M. Belpoliti, Guanda), quanto un tutore, un traduttore simultaneo degli impulsi incoerenti ed estemporanei, un vettore di informazioni per quelli incapaci di intendere messaggi più sofisticati di un improperio.

La maschera, come la neve di queste giornate, addolcisce, rende uniforme ed informe. Tutto simile a sé stesso. Ma non basta a trasformare il nulla siderale in pensiero compiuto, la vacuità in proposta, la storia in poesia.

La Lega Nord ha sempre mascherato e si è sempre mascherata dietro i tratti da commedie, da operetta, per celare le debolezze della proposta. Per rilanciare su temi meta-simbolici non in grado di sintetizzarne i crismi in forma intellegibile con caratteri arabo-gutemberghiani. I propositi guttural guerreschi di Umberto Bossi, le intemerate nazistoidi di M. Borghezio hanno fatto il paio con le comparsate giocose nel pratone di Pontida con corna, finti araldi, simbologia medieval-neorealista e prosa secessionista. Senza protervia, ma con ostinata retorica da birreria anni Trenta, per superare la debolezza, l’imbarazzo, la timidezza degli ultimi della classe, incapaci di proferire alcunché di sensato. Assaltiamo il Campanile! Secessione! Terùn! Roma ladrona!, come un pensionato beone sorpreso a imprecare contro il padrone di casa, impenitente rispetto a un partito aduso a provocatorie frasi fuori luogo e spesso fuori legge.

La mascherina anti-Covid, pur dal versante negazionista, è pertanto l’ultimo, nel senso di più recente, ritrovato comunicativo della Lega Nord in versione nazionalista. In assenza di progetti, di schemi profondi e analisi rigorose, il capo partito si affida e confida nel marketing del vestiario dozzinale made in China o CasaPound.

La mascherina per lanciare messaggi alle casalinghe, ai meno istruiti, ai creduloni ché questo è il grosso dell’elettorato leghista. Dal sostegno a Trump al campanilismo culinario, sciorinato a ogni comparsata nelle piazze comunali d’Italia, alla speculazione no-vax, all’antistatalismo eversivo contro la tassazione, alla propaganda anti-migranti. La mascarade del truce sedicente capo leghista che sostituisce l’inno al mancato satrapo di Washington con l’icona, e iconoclasta apologia del giudice Borsellino. L’antimafia come feticcio (in questi giorni si celebra/commemora Leonardo Sciascia), lo sventolio di un’immagine senza elaborarne la teologia, come in un rosario scarnificato senza fede. Il rapporto travagliato tra Lega Nord e Mafia è datato. Dai toni ultimativi di Bossi che “Fininvest è nata da Cosa Nostra” fino alla “mafia non esiste” e soprattutto nel Nord la mafia non c’è, espressione di rito maroniano che tiene insieme l’antimeridionalismo e l’oscurantismo, perché al Nord la mafia c’è, eccome.

Inverecondo continua a mutare mascherina/messaggio come una serpe ad intervalli cadenzati, regolati dagli eventi e dettati dall’umore dell’elettorato.

La maschera alfa e omega del non pensiero leghista. Da non confondere con anonymous, gruppo di hacker altermondialista che pure adopra una copertura facciale per rappresentare il mondo degli hackers contro il dominio-capitale. E il pirandelliano “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere” che ben delinea l’assenza di tutto assistenzialismo milanese.

In quasi ogni civiltà esiste un giorno dell’anno in cui i cittadini/sudditi possono mascherarsi e dar sfogo a vari comportamenti normalmente non consentiti o tollerati. Semel in anno licet insanire. Nel caso del senatore Matteo Salvini (eletto per caso in Calabria Ulteriore) siamo alla quotidianità e, quindi, la maschera è divenuta un elemento strutturale; un Carnevale tutto l’anno che è esso stesso ossimoro. Con l’aggravante che la maschera non è ludica, il mascherato non è celato, ma è assolutamente disvelato. Si trincera tuttavia. Non è un mascheramento, è un nascondiglio, senza il quale sarebbe esposto al pubblico ludibrio, sarebbe debole, fragile, nudo nella essenza.

Parafrasando Winston Churchill, che laconico si pronunciò sul suo avversario laburista: “un taxi vuoto si è fermato davanti al n.10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee”, reso poi in italiano dal caustico Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, “arrivò una berlina, si aprì lo sportello, non scese nessuno: era Cariglia”, potremmo dire che oggi “sotto la maschera leghista nulla emerge”.

Nella politica italiana si è inaugurato un pernicioso processo di scarificazione, ossia la produzione di una lesione cutanea a scopi di propaganda elettorale sperimentale. Allorché il corpo si privasse, e si priverà della copertura cosmetica non rimarrebbe che la realtà. Immutata ed immutabile. Vacua e fatua, fungibile come una mascherina sanitaria. Senza profondità, senza pensiero, senza identità. Il Carnevale sarà finito.

Insomma, Uno, nessuno, … pantomime.

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No Money, no Party.

Editoriale per IL RIFORMISTA

Borghi putridi. Collegi elettorali con pochissimi o addirittura senza abitanti, così chiamati perché abbandonati «da Dio e dagli uomini». Ma non scordati dai partiti che nella Gran Bretagna del XIX secolo continuavano a garantire il diritto alla rappresentanza parlamentare a contesti ormai privi del peso sociale, economico e demografico di centri abitati rilevanti solo in passato. Ne traevano vantaggio alcuni attori politici potenti localmente, replicando la struttura sociale e politica e perciò assicurandosi seggi e poteri. La partecipazione politica e quella elettorale erano limitate per genere (solo gli uomini) e/o per censo. Anche in Italia del resto i partiti erano composti da notabili, esponenti di primo piano del contesto locale (farmacista, notaio, avvocato, latifondista, signorotto…) e non avevano un’organizzazione stabile, ma si dotavano di un’embrionale macchina elettorale soltanto con l’approssimarsi del voto. Finché non irruppero sulla scena le vituperate masse che per fronteggiare l’esclusione sociale altro non potevano fare che unirsi (“proletari di tutti Paesi, unitevi!”) e provare a contrastare la predominanza dei padroni, dei ricchi, dei benestanti. Che dei partiti proprio non avevano bisogno ché godevano già di ingenti risorse finanziarie personali o dei propri pari ceto. Attraverso un processo lungo, faticoso, conflittuale e segnato da varie tappe e sconfitte, il movimento operario si unì nei sindacati (le Unions in Gran Bretagna), e mise in comune la sua più grande forza: il numero e il lavoro volontario (il cui lavoro è oggi appaltato a professionisti). I partiti di massa (socialisti in primis e poi comunisti) erano tali perché potevano contare su un’ingente rappresentanza di iscritti i quali contribuivano economicamente al benessere del partito attraverso il tesseramento. Per far fronte alla sperequazione di risorse con il partito di notabili i partiti novecenteschi puntavano sull’aggregazione di piccole quote, per evitare che la politica fosse appannaggio di pochi, delle élites.

Il tema della sovvenzione economica alla/della politica è pertanto longevo e richiama la celebre distinzione di Max Weber tra “vivere di politica” e “vivere per la politica”. In Europa il finanziamento pubblico dei partiti politici è previsto in tutti i paesi tranne che in Svizzera, Malta (dove pare però che il tema stia entrando in agenda), Bielorussia (!) e Italia. La legge 13/2014, effettiva dal 2017, ha abolito il sostegno pubblico diretto dell’erario alla politica. Nel 1974 la c.d. legge Piccoli (Dc) era andata in direzione contraria a quella attuale proprio per contrastare i flussi di danaro da ambienti privati e veicolati per scambi a volte illeciti, spesso moralmente discutibili. Lo scandalo “Petroli” (finanziamenti ai partiti via Enel) e il precedente del senatore Trabucchi (sostegno ad aziende del tabacco) furono il detonatore per mettere regole al flusso di danari nella convinzione che i bilanci pubblici potessero limitare la voracità partitica e soprattutto garantire processi virtuosi e trasparenti, residuando la parte fisiologica della corruzione. La storia riporta un processo esattamente contrario, con movimento di fondi utilizzati per la lotta politica, in un’accezione ampia e capace di includere anche appropriazioni illecite. E comunque il finanziamento non fermò il ricorso a fondi esterni, legittimi e non.  Nel 1978 il referendum promosso dai Radicali per abolire la legge del 1974 raggiunse il 44%. Il seme era lanciato. Fu però l’onda del referendum del 1993 che spazzò via il “finanziamento pubblico dei partiti”, insieme al voto preferenze e a un trittico di ministeri ritenuti colpevoli per natura di annidare corruzione. La clava antipolitica e populista emetteva i primi vagiti in passato sopiti dalla forza dei due partiti/chiesa, DC e PCI. I quali, insieme a socialisti e laici, ricevevano regolarmente finanziamenti interni e soprattutto esterni, dagli USA (via Cia) e dall’URSS (via Kgb). I partiti occupavano interi gangli del processo politico, ma anche sociale, culturale ed economico. Enrico Berlinguer sollevò nel 1981 il tema della questione morale, ossia della corruzione tra e nei partiti, ma anche quello della partitocrazia, la presenza invasiva e pervasiva delle organizzazioni politiche (dalla produzione del panettone Motta, ai pomodori Cirio, dalla gestione degli autogrill al governo della sanità, le banche, la Rai). Quasi come oggi, in effetti. Nel tritacarne giudiziario e politico di Tangentopoli finirono i “mariuoli”, i ladri matricolati, i funzionari corrotti, i finanziatori corruttori, i faccendieri, molti innocenti, ma soprattutto l’intero sistema politico. O meglio l’idea stessa di politica. Ormai sinonimo di corruzione per sé. Continua a leggere

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Unità nazionale? Meglio il neo-corporativismo

Unità nazionale? Meglio il neo-corporativismo
editoriale per IL RIFORMISTA (24/06/2020) 

Il “governo di unità nazionale” è stato per un po’ di tempo una delle opzioni per la costruzione di un governo stabile, autorevole e in grado di portare a compimento il processo riformatore necessario in diversi settori economici e sociali.

Il refrain “è necessario un governo di unità nazionale” è stato presente sin dal 2018. Il risultato delle elezioni politiche ha generato un’alleanza parlamentare che per quanto fosse preannunciata e pianificata dai negoziatori di Lega (Nord) e Movimento 5 stelle è stata manifestamente una forzatura, almeno per una componente del gruppo “grillino”, sebbene il resto del partito si sia rapidamente e solidamente adeguato allo schema governativo. Le intemperanze del sen. Matteo Salvini, incapace di governare l’entusiasmo per l’accesso al potere ministeriale, e i disastri generati con la gestione dell’ordine pubblico e del flusso dei migranti hanno fatto il resto. La nomina del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata dunque il punto di mediazione tra Lega (Nord) e M5s, reciprocamente sospettosi durante le estenuanti settimane di negoziazione egregiamente e saggiamente guidate dal Presidente della Repubblica. La disfatta di Salvini e l’operazione del PD influenzato dal timore di molti suoi parlamentari di perdere (per sempre) lo scranno e l’intervento di Matteo Renzi (o la Mossa del cavallo, se preferite) hanno spodestato la Lega dal governo in una normale logica parlamentare. E ancora una volta è emersa la tentazione o il tentativo di avere un governo tecnico, con meno chances di successo rispetto al passato posto che le posizioni di Lega (Nord) e PD erano assai distanti.

Tuttavia, è necessario chiarire che cosa si intenda con unità nazionale. Il riferimento è a fasi eccezionali in cui le forze parlamentari si uniscono sostenendo una formazione di governo unitaria, condivisa. L’opposizione decide cioè di contribuire alla creazione di un governo, sostenendolo in parlamento (ovvero non ostacolandone la nascita con l’astensione, ad esempio), entrando a far parte della compagine esecutiva, o fornendo solo l’appoggio parlamentare (cosiddetto sostegno esterno) senza avere rappresentanza ministeriale. In periodi eccezionali, e tendenzialmente brevi, ovvero limitati al periodo della crisi, tutti i partiti sostengono un governo unitario appunto.

Il “governo nazionale” è però diverso, concettualmente ed empiricamente, dalla Grande coalizione, con cui spesso viene confuso.

Il governo di unità nazionale si differenza dalla Grande coalizione nella qualità del sostegno parlamentare (tutti i partiti nel primo caso, i due più grandi dei rispettivi schieramenti nel secondo), e per le finalità che lo producono. Le Grandi coalizioni rispondono ad impasse parlamentari dovute a frammentazione partitica e/o eccessiva distanza ideologica e si basa su un programma politicamente condiviso, mentre l’”unità nazionale” si ha quando il Paese affronta una situazione extra ordinaria, come una guerra, e l’obiettivo risiede nel superare l’evento che ne è causa stessa.

Esistono celebri casi di Grandi coalizioni, ad esempio in Germania (1966-69; 2005-09; dal 2013), in Austria (per ragioni storiche sociali) o anche in Portogallo (1983-1985), sebbene con dovute differenze. Il governo britannico guidato da W. Churchill tra il 1940 e il 195 ben rappresenta invece l’eccezionalità della national unity in periodo di emergenza.

In Italia ci sono esempi per entrambe le categorie. La Grande coalizione si è avuta tra il 1995-1996 con il Governo Dini, tra 2011-2013 con l’alleanza PD-PDL, e in qualche misura, mutatis mutandis, dal 2019 con l’asse PD-M5s.

L’unità nazionale si è avuta tra il 1943-1947 allorché i partiti antifascisti governarono insieme, per gestire la “guerra civile”/Resistenza, la transizione democratica e il varo della Costituzione, prima nel CLN e poi nei primi governi democratici, fino al ritorno di Alcide De Gasperi dagli Stati Uniti e all’estromissione del Partito comunista. Di nuovo nel 1978-1979 per fronteggiare l’emergenza terroristica con governo a guida democristiana, ma sostenuto (esternamente) dal PCI.

Affinché si abbia un governo di unità nazionale devono verificarsi alcune condizioni esogene ed endogene. Il sistema deve essere interessato da una “crisi”, come ad esempio una guerra o una forte pressione sull’ordine sociale e la convivenza civile. Ma gli ingredienti più difficili da reperire sul mercato fanno riferimento alla leadership. La presenza di un politico che sia legittimato, autorevole, carismatico, competente tanto da essere sostenuto non solo dalla propria forza o campo politico, ma accettato bon gré mal gré anche dalle opposizioni, va coniugata con la finalità che deve essere esplicitata e condivisa dalle forze politiche. Infine, gli esponenti dei principali partiti devono dimostrare capacità di superare le distanze ideologiche e, sebbene per un tempo limitato, convergere sul capo del governo designato al fine di perseguire il “bene comune”.

Recentemente le fibrillazioni e le incertezze del Governo Conte II e le tragiche conseguenze del COVID-19 hanno indotto molti, a livello istituzionale, partitico e sociale, a far riferimento all’unità nazionale. Il nome speso in questa prospettiva è stato quello del dott. Mario Draghi che certamente avrebbe avuto i galloni per governare la pandemia, ma la faziosità dei gruppi parlamentari ha fatto sfumare questa opzione. Non mi pare esistano le condizioni soprattutto per carenza di cultura e di statura politica, e in particolare stante la poca propensione della destra del duo Salvini-Meloni che sembra tristemente avviata e avvitata verso l’auto-isolamento e il radicalismo ideologico e politico.

Pertanto, in periodo extra-emergenziale rimarrebbe l’opzione neo-corporativa. Gli attori principali coinvolti sarebbero tre: Governo, imprenditori e sindacato. Per percorrere questa strada questi gruppi, cui aggiungere i partiti, dovrebbero essere (più) coesi, stabili e disposti a dialogare e a con-cedere parte del loro “interesse” al fine di realizzare accordi di rilevanza collettiva. Ma la salute politica di questi attori in Italia è deprimente e dunque una politica progressista e riformista, per i salari, l’innovazione industriale e i diritti dei lavoratori pare lontana.

L’esecutivo sembra scontare una carenza di proposte, di visione, di ideologia (di “linea” come ha detto il segretario del PD Zingaretti) le politiche approvate sono di corto respiro in una fase “eccezionale” che urge disegno e orizzonti ampi e “rivoluzionari”.

Le organizzazioni sindacali nel complesso latitano in cerca di autorevolezza e proposte, spesso arroccate in difese conservatrici, e lontane da una visione moderna del lavoro, della società. Infine, le associazioni imprenditoriali, e Confindustria in testa, appaiono attardate in difese di posizioni, privilegi e rendite. Le prime sortite del neopresidente degli industriali non lasciano ben sperare e anzi marcano il campo per una stagione regressiva sui diritti dei lavoratori, quasi che gli imprenditori fossero stati bistrattati dalla Repubblica e dai suoi governi negli ultimi cinquanta anni. Assenza di cultura imprenditoriale e di senso della Comunità, oltre che di rispetto della Carta costituzionale.

Rimangono l’Unione europea che con la sua semplice esistenza oltre che con la dose massiccia di fondi erogata ha contribuito a salvare molti Stati, e certamente l’Italia, e il Presidente Mattarella che il 2 giugno scorso ha invocato lo spirito unitario del 1946, e nella fase (post) pandemica ha ricordato l’impegno istituzionale «all’altezza di quel dolore, di quella speranza, di quel bisogno di fiducia». E, ha aggiunto «non si tratta di immaginare di sospendere o annullare la normale dialettica politica. La democrazia vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse». Messaggio chiaro. Silenzio dall’altra parte.

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