Le primarie e le secondarie

Barack Obama e Hillary R. Clinton si contesero la nomination quale candidato del partito democratico per le presidenziali USA del 2008, mentre nel 2016 a competere fu Bernie Sanders contro la stessa ex Segretario di Stato. La dinamica che si sviluppò nel dopo primarie fu simmetrica: nel primo caso circa il 23% degli elettori di Clinton non sostenette il futuro presidente americano, mentre nel caso di Sanders i (suoi) supporter a non appoggiare Clinton contro Trump furono circa il 10%. Dati frutto di una distanza tra i candidati, et pour cause, di una campagna molto tesa soprattutto nel 2008. 

Se le primarie del centro-sinistra/PD sono de facto il primo turno delle prossime elezioni comunali di Bologna, è inutile scrutare i possibili scenari del “secondo turno”. Le primarie hanno diversi pregi, tra cui la ri-mobilitazione, la partecipazione, il dibattito, l’inclusione nel processo decisionale di fette più ampie di elettori rispetto a poche unità di funzionari di solito deputate a indicare il nome del candidato. Esistono però anche rischi connessi alla profondità delle divisioni tra i competitori e i rispettivi elettorati, che possono oscillare dalla mera contesa fino all’avversione e aperta ostilità. Tanto più ci si approssima a uno di questi poli ideali, maggiore sarà il livello di in-certezza degli spostamenti di consensi dal perdente sul nome del vincente. Le primarie sono una tappa, seppur importante, nel processo competitivo che culmina con le elezioni di ottobre. Sebbene sia fisiologico e finanche auspicabile un confronto frizzante, deciso, franco e “duro”, esiste una linea rossa da non varcare, quantomeno per evitare esisti esiziali. Le distanze tra i candidati, inevitabili durante la tenzone elettorale, sono tendenzialmente componibili in poche ore tramite negoziazioni franche e scambi mirati. Viceversa, le tensioni generate dal livello di scontro tra i candidati tendono a riassorbirsi più lentamente tra gli elettori. I quali risentono maggiormente della eccitazione ideologica specialmente se de-genera (in)una mutua delegittimazione. È quanto solitamente avviene nel processo di accordi tra élites politiche e parlamentari di tendenze opposte rispetto alla vischiosità tra gli elettori soprattutto se indotta da reiterati attacchi personali, reciproca demonizzazione. Le primarie in qualche misura devono produrre conflitto politico evitando la morta gora di decisioni preventive e di stasi ideale, ma se le divisioni mutano in lacerazioni è arduo in cento giorni ricondurre i propri sostenitori nell’alveo e sul volto di colui/colei che fino a pochi istanti prima è stato oggetto di violenti strali. Non sarà sufficiente una dichiarazione formale, un comizio congiunto, una comparsata passeggiando sorridenti insieme per rimarginare le ferite inflitte all’orgoglio dei due gruppi di riferimento. 

Nelle scorse settimane Isabella Conti e Matteo Lepore, e i rispettivi staff, hanno avvicinato di molto il livello dello scontro al punto di non ritorno. I toni paiono decisamente inferiori alle aspettative e all’aplomb che dovrebbe mostrare il futuro inquilino di Palazzo d’Accursio. Le beghe poco o punto edificanti e il tono complessivo non sono in linea con la “turrita colta”, e soprattutto moderata e composta. Le invettive indirizzate al proprio avversario, di rappresentare il burattino del mondo cooperativo da un lato, e la prestanome di Matteo Renzi quinta colonna della destra dall’altro, paiono ampiamente esagerate e macchiettistiche. Gli elettori meritano un confronto molto più articolato e raffinato. Anche con colpi di fioretto, ma in un contesto urbano e senza isterie da osteria. Elezioni primarie fortemente divisive potrebbero risultare dannose per la creazione di una futura coalizione forte. E soprattutto, Conti e Lepore, (ci) dicano, da perdenti alle primarie, si comporterebbero come Bernie Sanders o come Hillary R. Clinton? 

Federazione Lega-FI? Dà le carte Berlusconi

Il mio editoriale per Il Riformista

«Se dovessi votare il 5 dicembre per il sindaco di Roma, non avrei dubbi: Gianfranco Fini», segretario del Msi. Silvio Berlusconi, l’imprenditore di Arcore, inaugura un suo supermercato alle porte di Bologna nel novembre del 1993 e scagiona il “polo escluso” dalla reiezione del campo democratico ostile a rigurgiti neofascisti invitando a votare per l’erede di Almirante nelle imminenti elezioni amministrative. È l’ufficialità della discesa in campo del Cavaliere che costruisce un capolavoro politico ed elettorale: Polo del buon governo al sud insieme ad Alleanza nazionale, e Polo delle libertà nel nord, insieme alla Lega Nord. Il centro prezzemolino postdemocristiano da collante. 

A questa narrazione facile fa da contraltare la sostanza politica. La destra italiana ha vinto quattro volte le elezioni politiche e governato per dodici degli ultimi venticinque anni in ragione delle scelte del Carroccio. Nel 1994, a pochi mesi dalla vittoria del capo del Biscione, la Lega Nord ruppe con Forza Italia non (solo) per le vicende giudiziarie annunciate pomposamente durante il G7 partenopeo, ma perché, principalmente, Bossi fiutò che i candidati azzurri inamidati stavano fagocitando il suo partito proprio nei bastioni settentrionali, come ampiamente dimostrato dalle elezioni europee dello stesso anno. Berlusconi evoca un “ribaltone”, ma sa che dovrà risanare con il sénatur. In breve, nel 1996 la corsa solitaria leghista contro “Roma Polo” e “Roma Ulivo” genera la storica vittoria del centro-sinistra, esattamente per la defezione bossiana tornato sui fasti dell’avversione al “mafioso di Arcore”. Non a caso una delle passeggiate sui prati di villa Borromeo, con Bossi in delittuosa canottiera, con relativa transazione a sostegno delle sempre emaciate casse delle camicie verdi, decide il ritorno della Lega Nord nell’alleanza conservatrice e conclude la traversata del deserto-opposizione con la clamorosa vittoria del 2001. Il 2006, con le due coalizioni monstre “pigliatutti”, celebra una vittoria di Pirro, poi mutilata, dell’Unione per soli 24.000 voti, un caso, un’inezia, un errore statistico, nonostante la generosità del Professore unico in grado di sconfiggere B. (disinvolto nell’alleanza con Fiamma tricolore e Mussolini), e la Lega non a caso raggiunge l’ipogeo elettorale. Nel 2008 il differenziale tra i neonati partiti post-Novecento (PD e PDL) proviene proprio dal sostegno della Lega Nord che con il suo canto del cigno permette a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi, salvo poi uscirne nel 2011 per patente incapacità ad affrontare la crisi finanziaria. E nel quadro di un centro-sinistra sempre minoritario in voti rispetto al blocco conservatore di destra (estrema). 

In questa prospettiva storica emerge dunque la fallace presunta innovatività della federazione tra Forza Italia e Lega (Nord) del senatore Salvini da Locri. Questa alleanza prospettica nulla aggiunge a una situazione fattuale di osmosi culturale, politica e ideologica tra le due forze, quel “forza-leghismo” declinato dall’abrasiva acuta penna di Edmondo Berselli. Le sovrapposizioni tra Lega e Forza Italia sono di vario genere, ma poco dal punto di vista elettorale. 

Del resto per lo zoccolo duro leghista Berlusconi rappresenta la quintessenza dell’antileghismo, essendo un grande imprenditore (rispetto ai piccoli padroncini e lavoratori dipendenti), milanese (la città meneghina non è mai stata culla del leghismo concentrato nelle valli pre-alpine e nella bassa veneta), troppo legato ad ambienti romani. I flussi elettorali (si vedano i volumi di ITANES) indicano chiaramente pochi o nulli spostamenti tra le due aree, ad esclusione del periodo post-2008, ossia con la nascita del PDL che rappresenta un’opzione appetibile per una fetta di leghisti. Mentre assai maggiore è il dialogo elettorale tra Lega Nord e AN/FdI, ragion per cui Salvini teme Meloni in questa fase. Il personale politico viceversa ha sempre dialogato, sebbene con una certa circospezione soprattutto della componente istituzionale di Forza Italia spiazzata, ma non sempre conseguente, dalle esuberanze della prima linea leghista. Tra tutti basti ricordare Giulio Tremonti, eletto con la Lega Nord nel 2013 e in passato con Forza Italia. La natura di questa presunta alleanza sarebbe da un lato naturale, il corollario inevitabile di forze che mirano a rappresentare l’Italia della piccola borghesia. Tuttavia, l’incompatibilità è data sia dalla ontologica impossibilità di far convivere due leader al vertice di un partito, ma soprattutto per la presenza di una matrice liberale-laico-socialista (Brunetta, Cicchitto, Guzzanti, Gelmini, Carfagna) che – presumo – sarebbe a disagio con le truculente frequentazioni ed esternazioni della “Lega di Salvini”, solo minimamente ovattate dai corridoi ministeriali. 

Per anni la Lega Nord è stata in posizione ancillare rispetto alla tracotanza elettorale e di risorse ostentata da Forza Italia, tenuta a bada solo dal carisma bossiano, abile negoziatore e ricattatore di accordi. Il declino fisico del padre fondatore della Lega e la fanghiglia dei diamanti tanzaniani travolsero l’orizzonte dei “barbari sognanti” fino al tentativo di rianimazione salviniano per risuscitare il simulacro del nazionalismo padano edulcorato dall’acrimonia verso i migranti e diversi d’ogni risma. Il crepuscolo del magnate televisivo, privo del tocco che lo portò in sintonia con milioni di italiani smaniosi di vivere come il padrone e di casalinghe disperate e semi-analfabete, ha consentito alla Lega Nord sotto mentite spoglie “nazionali” di superare l’antico avversario. Plasticamente l’agognata egemonia leghista si manifestò durante le consultazioni quirinalizie per la formazione del governo Conte I, con Berlusconi ridotto a orpello giocoliere e Salvini impacciato nei panni di aspirante statista, ma ancora intriso del lezzo di goliardate da Caduta degli dei. 

La Lega Nord ha sempre avuto meno voti di Forza Italia (fino al 2018), ma non è stata altrettanto subalterna sul piano culturale e politico. Stante il suo insediamento territoriale, economico e sociale, l’importanza dei suoi parlamentari per governare e l’incidenza presso settori importanti del Nord, Bossi era in grado di agire sull’agenda del centro-destra e del governo. La legge sull’immigrazione reca il duplice cognome Bossi-Fini, ma è in realtà figlia del lavorio leghista e di anni di intemerate contro i “migranti” nazionali ed internazionali. Alla norma che regolava l’immigrazione, poi peggiorata in chiave suprematista e razzista dai “decreti Salvini”, si aggiunse anche l’imprimatur leghista alla revisione costituzionale del 2006 in senso “federale”, poi rigettata in sede referendaria (le uniche regioni in cui prevalse il Sì alla riforma furono appunto Lombardia e Veneto). E, infine, il costante anti-europeismo che non poco incise sulle posizioni dei governi conservatori e su un già refrattario Berlusconi. In questo tentativo di federazione l’anello debole è proprio Salvini e non Berlusconi, il cui capitale umano, finanziario e politico/elettorale permane e coincide con la sua stessa permanenza sul proscenio. Viceversa, Salvini prova goffamente ad uscire dall’ angolo, per sopravvivere, altro che annessione. 

Sfidato sull’ala destra dal revanchismo nazionalista di Meloni, e schiacciato al centro da un’acritica adesione alle politiche del governo Draghi, Salvini tenta una mossa dettata dal timore di rimanere isolato, e perciò esautorato, espulso dall’aula come un Franti riottoso. Da un lato coltiva legami con l’estrema destra europea e mondiale, per rimanere in scia qualora ci fosse un ritorno di fiamma populista se l’azione lenitiva del Recovery fund non producesse effetti calmieranti sulle disuguaglianze sociali ed economiche, dall’altro per rintuzzare le mire espansionistiche di Renzi, tentato dalla ghiotta occasione di raccogliere consensi della parte liberale, residua, di Forza Italia. La cui scomparsa nel mare magnum leghista sarebbe esiziale anche in chiave quirinalizia 2022 e per la strutturazione di una maggioranza “Ursula”, che metterebbe fuori gioco Salvini dacché il suo attivismo.

La confederazione (così l’avrebbero chiamata Miglio e Bossi) è l’ennesimo figlio della nidiata propagandistica del senatore Salvini abile nel distrarre masse disinteressate rispetto alle malefatte politiche e giudiziarie della Lega Nord recente. L’annuncio della nascita della “nuova” federazione forza-leghista è abbondantemente sovrastimato, quel grumo, quella alleanza politica, sociale e culturale esistono da un trentennio almeno. È una confederazione in cerca d’autore, ma non sarà il senatore milanese a guidarla.