Per rinascere il Pd ha bisogno di un nuovo Lingotto

L’identità definita nel 2007 era chiara. Chi dice che il Pd non avesse un progetto, fosse un amalgama non riuscito, legittimamente non ne condivide gli obiettivi, ma facendolo, implicitamente, ne riconosce la natura che pur critica. Oggi la situazione è drammatica, ma non perduta. Sempre che i democratici vogliano provarci, che sappiano farlo, che approfondiscano seriamente le ragioni del malessere del paese. È il tempo delle idee, dei volti nuovi ma che abbiano anche qualcosa da dire, da scrivere, da fare, e non solo delle rivendicazioni, delle azioni piuttosto.

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Bologna, Italia

Il mio editoriale per il Corriere di Bologna-Corriere della Sera di oggi

Undici morti e quasi sessanta feriti. Il bilancio dell’assalto delle camicie nere fasciste decreta la strage di Palazzo d’Accursio, nel tentativo di bloccare l’insediamento della giunta socialista, visata come pericolo rosso dalla borghesia e dagli agrari. È il 1920, prodromo alla famigerata marcia falangista sulla capitale e Bologna è antesignana del nuovo corso politico. Lo sarà altre volte nella storia politica italiana fino alle recenti vicende. Il tentativo del giovane Anteo Zamboni di eliminare il Duce e il cruciale contributo alla Resistenza e alla Liberazione; le idee di Dossetti, la giunta Dozza e la sua “febbre del fare” che tanto contribuì alla rinascita del dopo guerra.

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Giorgia Meloni è forte, ma non abbastanza per attuare un programma radicale

Il sostegno popolare, dei corpi sociali e degli interessi organizzati a Meloni non è tale da consentire una torsione radicale dell’azione di governo. Il paese è diviso politicamente, socialmente, geograficamente, stanco da molte crisi, e necessita di mediazione, condivisione e negoziato. È arduo condurre in un porto sicuro progetti che riscrivano la collocazione italiana in Europa e nel mondo, che ridisegnino le coordinate sui diritti civili e il governo dell’economia senza tenere conto del contesto sovranazionale.

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La Lego zero che non riesce a liberarsi di Salvini e sogna il modello Bossi

In nessuna provincia d’Italia la Lega è giunta in testa, e di conseguenza in nessuna regione, ma nemmeno in nessun collegio. Zero. Solo in quattro province il partito si piazza al secondo posto, in 28 al terzo e nelle rimanenti è come minimo da quarto fino a settimo. Dal 1992 ad oggi la Lega nord ha occupato in media il primo posto in circa un sesto dei comuni italiani.

Oggi i dissapori con i presidenti di regione, con molti amministratori, e per la prima volta con i militanti, stanno diventando palesi. Salvini è commissariato, non esautorato perché per ora non utile sostituirlo.

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