L’Italia e la Repubblica salvate dalle donne

Quando si parla delle donne, non solo in Italia, si parla in realtà degli uomini. Per questo, passata la data cruciale dell’8 marzo, è possibile ragionare con maggiore distacco sulla condizione femminile oggi, anche in Italia.

Lo status delle donne è stato per secoli, infatti, definito dalle decisioni assunte dagli uomini, e ancora oggi viviamo quel retaggio, quell’eredità pesante, vischiosa, lenta a cancellarsi perché incistata nelle menti degli uomini. Rimanda alle caverne, alle società primordiali, alle divisioni dei compiti in un mondo ostile che non ha più senso.

A diverse latitudini e in vari periodi storici, il “ruolo” delle donne è stato derubricato in base alle necessità, al disegno, agli schemi di potere dettato e imposto dagli uomini. Se non si capisce questa semplice ma cruciale distinzione inutile inoltrarsi nei meandri delle sfumature. La politica, l’economia, la religione hanno confermato, ribadito, inciso su pietra che così fosse e dovesse essere secula seculorum.

Con il tempo, in ogni luogo le donne hanno cambiato la loro condizione, con e senza l’aiuto e il sostegno degli uomini. Ancora molto resta da fare perché i diritti degli esseri umani di sesso femminile siano riconosciuti e pienamente attuati.

La Storia femminile italiana è tutto sommato recente. Il diritto di voto esercitato nel 1946, ma in realtà conquistato durante la Resistenzacon il sangue versato sui monti e il sudore a casa, e l’impegno politico e sul posto di lavoro.

L’articolo 3 della Costituzione richiama chiaramente il vuoto da colmare e i presidi da tutelare. In passato era “Dio – Patria – Famiglia”, una triade indissolubile, che nulla toglie alla sfera individuale quando si approccia a ciascuno di essi singolarmente.

L’elemento dirompente, tipico delle dittature fasciste era chiaro: 1) Un solo Dio, quello cristiano; 2) Una sola Patria, per la quale i nazionalismi chiedono di immolarsi; 3) Una sola famiglia, quella che lo Stato etico decide sia “giusta”.

A tal proposito ricordo un dibattito televisivo – credo sulla CCN quando ero all’Università di California per seguire le elezioni presidenziali del 2012 – allorché il candidato vicepresidente Paul Ryan, repubblicano, disse che la famiglia era e doveva rimanere quella “tradizionale”. Il giornalista lo interruppe e gli segnalò quanto la “tradizione” dipenda dalla dimensione spazio-tempo e dalla cultura del tempo. Tradizionale è anche poligamia, incesto, adulterio, femminicidio, lo stupro (do you remember il “ratto delle Sabine?”), dipende dal momento storico.

Che facciamo, torniamo alla legge del taglione? Bene, assodato che “tradizione” è uno strumento abusato dagli uomini per tenere le donne sotto controllo, è ora che l’Italia si liberi dalle ottuse visioni di uomini caverna. Quella triade rimanda a uno schema valoriale in cui segnalare peccati e peccatori, giusto e sbagliato.

E il Fascismo aveva bene in mente cosa lo fosse e cosa no. Basta vedere Una giornata particolare, basta leggere la Storia, basta curiosare tra le rughe delle anziane chine nei campi per anni per i padri padroni che giocavano a carte nei bar.

Lo stupro, considerato reato contro la morale fino a pochi lustri fa, il delitto d’onore abolito nel 1981 (millenovecentoottantuno), la fuitina, il matrimonio riparatore e le ribellioni a queste violenze (per tutte il caso di Franca Viola nella Sicilia machista). E ancora il femminicidio (centinaia all’anno), la prostituzione, ossia lo schiavismo sessuale sfruttato da uomini (184 uccise dal 2000), i manicomi per le “pazze”, i conventi per le indegne, le zitelle. La Legge 40, le alchimie da ciarlatani sul referendum, le battaglie in tribunale per il riconoscimento all’eterologa, nel 2014 (duemilaquattordici).

E ancora, ma non per ultimo, l’aborto che sarà la prossima tappa degli attacchi al ruolo della donna, le mammane, il prezzemolo e i ferri da maglia, l’obiezione di coscienza (!). Lo scalpore per le donne in camice da ospedale o alla guida di un bus, le prime magistrate negli anni Sessanta (del Novecento) “che prima non era possibile ché avendo le mestruazioni le donne sono instabili e non in grado di giudicare”.

Ovviamente c’è anche la politica. Il comportamento elettorale, e le donne che votavano prevalentemente DC perché glielo chiedeva il parroco di sostenere lo “scudo crociato”, con tanti bei saluti al marito comunista o socialista (nella cabina elettorale ricorda “Dio ti vede, Stalin no”).

La distinzione di genere nel voto è oggi meno forte, a parte per alcuni partiti più maschi (vedi Lega) o Forza Italia ancora forte tra le anziane. In genere le giovani leve sono più progressiste, quando votano, e addirittura si mobilitano di più come visto anche recentemente. Ma le donne in politica fecero scalpore, ritenute non adatte a “cose da uomini” (vedete, significa che gli uomini decidevano per tutti), addirittura sindaco, ministro. Presidente della Repubblica no, ancora non siamo maturi, pare. Mentre succede in Cile, Finlandia, Lituania, Croazia, Irlanda, Brasile…

Quanto restii siano gli uomini a cedere il loro potere, rimando all’introduzione del voto di preferenza (come ricercatore lo sconsiglio), ma se adottato meglio che preveda due opzioni almeno, una per genere. È quello che stanno meritoriamente provando a fare donne tenaci e capaci fuori dal Consiglio regionale della Calabria, un covo di maschilisti ostili a qualsiasi cambiamento ché non saprebbero che fare da cittadini ordinari.

Le donne vanno escluse, per mantenere il monopolio sulla società, altrimenti lo schema definito dall’uomo – che è uno schema economico, di rapporti di forza – viene meno. E addio dominio.

Ci sono eccezioni, Ocasio-Cortez, che batte un boss del partito democratico americano, e molti altri casi in giro per il mondo. Ma ci sono anche amare conferme, come nel caso di Hillary Clinton il cui elettorato più ostile è stato quello “bianco, poco istruito e ortodosso in religione”.

Clinton è stata oggetto di razzismo sessuale, va bene un “negro” ma mai una donna, come tale mai potrebbe guidare il Paese. E in Italia il massacro a Laura Boldrini, non su punti politici (su cui si può ovviamente discutere), ma in quanto donna. Ricordiamo cosa dissero il comico-politico Beppe Grillo o Salvini. Se non lo si capisce, meglio cambiare canale.

Questo quadro poco rassicurante è però parte della Storia. Ci sono migliaia di donne nel mondo che lottano ogni giorno e la situazione lentamente, ma inesorabilmente cambia, cambierà. Dal 1946, le donne sono entrate in politica, nella ricerca, all’università, nell’alta dirigenza. Sono però escluse dalle posizioni apicali, non riescono cioè a rompere quel soffitto di cristallo, invisibile eppure coriaceo. E in questo la cultura dell’estrema destra di governo conferma anni di oscurantismo, con le reticenze bigotte e i ritardi di una parte della sinistra. Anche quella che pensa di essere progressista.

L’Italia è progredita grazie a persone come Lina Merlin, Emma Bonino, Elena Cattaneo, Samantha Cristoforetti, Rita Levi Montalcini, Grazia Deledda, Margherita Hack, Nilde Iotti, Alda Merini … e ne scordiamo decine di altre. E al movimento femminista e femminile, nonché alla coriacea straordinaria azione di donne ordinarie all’interno delle proprie famiglie che vanno ascritte molte conquiste, molti diritti, molte tutele. Non siamo al punto zero, ricordiamocelo, ricordatelo. Per capire bene però quale sia lo stato di salute sociale e politica delle donne è necessario guardare in prospettiva.

Ora però sembra che molti vogliano farlo tornare indietro, che gli uomini, quelli bigotti e retrogradi siano tornati in auge. La cronaca offre spunti terribili e per nulla edificanti circa il trattamento riservato alla “metà del cielo” del Pianeta, alle donne.

Di primo acchito non si capisce bene cosa vorrebbe insegnare agli “immigrati”, quasi fossero tutti trogloditi, Matteo Salvini con gli strali da società chiusa. In realtà lo capiamo benissimo. Un modello di società in cui viga la paura, che rimanda al caro vecchio mondo antico, che poi non era né pacifico, né ameno, ma basato sullo sfruttamento dell’uomo sulla donna.

Donne, la Lega è un partito maschilista, reazionario, vecchio, fatto di uomini e per soli uomini, per quelli che pensano che dobbiate rimanere a casa di sera.

E in questo panorama, il balbettio del mondo di Sinistra, i distinguo, la libertà sessuale (per lo sfruttamento? Are you serious?) o sull’utero in affitto. Coloro che circondano Salvini con proposte da Streghe di Salem fanno rabbrividire. È necessario reagire punto su punto, con la cultura, sempre.

Visto il poco coraggio, l’indecisione, la pusillanimità, la mediocrità, e la avidità di molti uomini di potere, è il momento che le donne scendano in campo, ciascuna nel suo. Con un chiaro obiettivo: emancipare il Paese, renderlo più libero, vivo, sereno, aperto, solidale, pacifico, progredito, colto, efficace e produttivo.

Come cantavano le mondine chine per ore come gli schiavi del cotone, care donne, ripetetecelo che “abbiamo delle belle buone lingue e ben ci difendiamo!”

Donne, uscite, unitevi e fatevi sentire. Fate politica. Salvate l’Italia, salvate la Repubblica. Salvateci.

Il non senso del buonsenso. Salvini, l’Italia e il sogno autocratico

«Il senso comune è […] la “filosofia dei non filosofi” cioè la concezione del mondo assorbita acriticamente dai vari ambienti sociali e culturali in cui si sviluppa l’individualità morale dell’uomo medio».

Così Antonio Gramsci (Quaderno 24) sull’ossessionante e beota slogan dei nostri grami tempi.

Bisognerebbe partire da qui, da una radicale critica di queste banalità, riscoprendo la dignità del pensiero critico, del sapere, del confronto tra idee e dati. L’alfiere del “buonsenso” fattosi Istituzione è stato il sen. Matteo Salvini, con la complicità più o meno senziente del Movimento 5 stelle.

L’asse portante del programma politico ed elettorale sin dalla campagna del 2018 è stato il «buonsenso». La “nuova” Lega guidata da Salvini ha preteso di promuovere la rivoluzione del buonsenso, un ossimoro mascherato con le sembianze del partito pragmatico.

Il buonsenso non è una categoria politica. È una banalità che diventa ideologia nel vuoto pneumatico di ideali e proposte e di contrappesi in grado di contrastare tali falsità. La storia delle dottrine politiche non annovera testi sul buonsenso, utile ad addomesticare appetiti facili, ed a superare l’incompetenza e l’incapacità di proposte fattibili, realistiche, circostanziate.

Le frasi/proposte politiche solo apparentemente di buonsenso, celano in realtà non «comuni» proposte più o meno condivisibili, e «assennatezza, criterio, equilibrio, giudizio, oculatezza, praticità, senno, spirito pratico». Le proposte della Lega di Salvini sono solo apparentemente «normali», ma nella loro banalità, e nel perseguire “luoghi comuni”, contengono altro, soprattutto in chiave anti-immigrazione, ovvero anti-diverso: «che lo Stato garantisca 280 euro al mese per un disabile e 1.000 euro al mese per una cooperativa che fa i soldi con gli immigrati», sarebbe una “presunta” pratica da condannare e biasimare per Salvini, sebbene questi non riporti nessun dato comparato per suffragare tale frase.

Complice la debolezza complessiva del sistema di informazione, quasi nessuno ha chiesto conto delle proposte avanzate e delle frasi apodittiche. Come direbbe Rainer Lepsius lo slogan unisce «vuoto di contenuto e fermezza imperativa».

Il disegno di espansione culturale, di egemonia, di legittimazione dell’avversione per lo Stato e ciò che rappresenta in quanto comunità, è chiaro nelle finalità della Lega Nord. Il progetto o programma del sen. Salvini è sbagliato, inefficace e inefficiente. Con questa realtà però bisogna confrontarsi per risalire la lunga china del baratro civile, sociale e politico in cui versa l’Italia. Certo non solo per de-meriti di Salvini, ci mancherebbe. Continua a leggere

La borghesia è viva, ma non lotta insieme al Paese

commento scritto con Dario Tuorto per l’Huffington Post

Le recenti manifestazioni di piazza di Torino e Roma hanno chiamato in causa la cosiddetta borghesia. Nell’accezione data da sedicenti sociologi domenicali avrebbe un significato deteriore, negativo, quasi un epiteto.

Nel periodo del pauperismo rancoroso e senza pensiero tutto ciò che è ragionamento diventa élite, casta persino. Ergo borghesia sinonimo di privilegio e dunque meritevole di dileggio. No, non è il reddito a fare da ostacolo o a rappresentare un immondo tabù da rimuovere. La borghesia ha avuto un ruolo importante in alcune società moderne, persino rivoluzionario, basti pensare al 1789, altro che Popolo indiscriminato e indistinto. Robespierre non voleva vederlo nemmeno in cartolina.

Giuseppe De Rita ha posto giustamente l’accento sulle debolezze della borghesia italiana e il rischio di scomparsa. Anche Michele Serra lo ha fatto su Repubblica, con la consueta attenzione. Ma in Italia il problema borghese non è tanto la sua assenza, bensì la sua essenza.

È utile partire, in questo senso, dalle scelte di voto. Alle elezioni politiche del 2018 la quota più alta di dirigenti, imprenditori, liberi professionisti si riscontrava tra gli elettori di Forza Italia/Fdi (28%) e della Lega (27%). Il dato non è certo inatteso, così come non lo è l’assai ridotta capacità di attrazione del M5s su questa componente di votanti (14%). Ciò che colpisce sono piuttosto le posizioni sui temi politici che i borghesi italiani esprimono. Ben il 65% ha sfiducia nel Parlamento, 60% nei partiti e addirittura il 74% nell’Europa.
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La Lega di Salvini. Estrema destra di governo

Da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra: una virata che ha consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione conservatrice, tanto da stravolgerne l’assetto indebolendo l’area moderata.

Nello scenario emerso con il voto del 2018 la Lega compete con l’altra formazione anti-establishment, il Movimento 5 Stelle, nel tentativo di monopolizzare il disagio economico e il disorientamento elettorale e di ricomporre, sul piano socio-territoriale, le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori. Uno scenario inedito in cui due frères-ennemis si disputano l’egemonia politica e culturale in Italia.

LEGGI il LIBRO (dal 20 settembre in libreria)

The Presidentialisation in the Western Balkans

My latest book has just been published (Palgrave)

This book examines the process of presidentialisation of political parties in the Western Balkans. The Western Balkan countries deserve to be analysed in a comparative perspective due to their distinctive features in terms of processes of democratization, forms of government and institutional assets, the presence of social cleavages (religious, linguistic, ethnic), and, of course, the nature of political parties which differs from other European cases, especially in terms of origins, organization and structure. However, Western Balkan political parties do show certain similarities with other West European cases where power is centralised and held by the parties’ leadership. The book ultimately attempts to test whether and to what extent the influence of institutional variables affects the level of presidentialisation of political parties, also considering the parties’ organization features.

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