Giorgio Napolitano: dal PCI al socialismo europeo

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il primo funzionario del PCI a recarsi in visita ufficiale negli Stati Uniti d’America. Lui esponente della corrente “migliorista”, un destro avrebbero detto i detrattori. L’accreditamento presso Washington funzionale al tentativo di accedere al Governo cui lavorava la segreteria Berlinguer e che i lusinghieri risultati elettorali del 1975 e del 1976 resero plausibile, se non ancora probabile, al netto dunque dei vincoli internazionali. Indispensabile, perciò, aprire un canale di comunicazione con la Casa Bianca. Era il 1978 e gli anni della solidarietà nazionale divennero propedeutici a una possibile stabile entrata dei comunisti nell’alveo governativo. La fine del compromesso storico e i cambiamenti all’interno della Democrazia cristiana post omicidio Moro resero il contesto impraticabile, e rinviarono de facto l’alternanza di qualche decennio. Il percorso che porterà un ex comunista nove anni al Colle è stato lungo, ma coerente. Giorgio Napolitano è politico di professione, di lungo corso. Sin dalla Liberazione di Napoli aderì al PCI e sposò la linea del segretario, della svolta di Salerno. Il realismo togliattiano è la cifra costante dell’azione di Napolitano che coniuga l’analisi della realtà, la difesa dei principi e dei valori costituzionali con l’afflato dell’emancipazione e del progresso propri del manifesto comunista. La prima prova arrivò con i Fatti di Ungheria del 1956 e la relativa repressione sovietica nonché la scelta di Togliatti di “coprire” la madre Russia. Allievo e sostenitore di Giorgio Amendola e della linea riformista che sarà la cifra umana, politica e intellettuale di una intera vita politica. Napolitano si cruccerà per quella scelta acritica, ma dettata dall’adesione a un sistema valoriale e organizzativo, a una comunità politica. La situazione cambiò nel 1968 con la Primavera di Praga allorché il PCI prese le distanze da Mosca, pur rimanendo nell’alveo delle organizzazioni ricadenti nell’arcipelago comunista di matrice sovietica. “Dal PCI al socialismo europeo”, come scrive nella avvincente e istruttiva autobiografia ripercorrendo le tappe del percorso politico, umano e intellettuale quale espressione dei massimi dirigenti ed esponenti della sinistra italiana. La pubblicazione di quell’importante testo avvenne l’anno prima dell’elezione presidenziale, un manifesto per il suo settennato, che poi diverrà più lungo. La scalata al Quirinale era dunque iniziata negli anni del PCI, accreditandosi come componente eterodossa, aperturista, dialogante e incline a superare l’organicismo comunista e la dipendenza da Mosca, culturale e ideologica. Dopo una lunga e significativa esperienza all’interno degli organi di partito, Napolitano ricoprì la carica di Presidente della Camera (1992-1994) e poi di ministro dell’Interno tra il 1996 e il 1998 nel primo governo Prodi, una carica pregna di simbolismo nell’immaginario della militanza comunista poiché rappresentativa del potere statale, dell’agognata presa della Bastiglia. Presidente della Commissione affari costituzionali del parlamento europeo (1999-2004) e senatore a vita nominato da Ciampi nel 2005. L’anno dopo il segretario dei DS Piero Fassino per il Colle propose D’Alema in prima battuta, ma il consenso non si coagulò, primariamente nel centro-sinistra. Eletto al quarto scrutinio con i soli voti dei partiti della maggioranza di governo (543) venne spesso per questa ragione attaccato e tacciato di partigianeria ed eccessiva vicinanza al centro-sinistra e al Partito democratico poi, di cui in ogni caso era considerato padre nobile ed ascoltato consigliere e mediatore. La Lega Nord votò Bossi e il centro-destra scheda bianca, tranne Marco Follini sempre autonomo e intellettualmente indipendente. Berlusconi dapprima “neutro” innervò il suo niet all’anticomunismo, sua cifra politica ed elettorale in un Paese senza memoria, proprio verso il meno comunista di tutti. Napolitano è il primo presidente pienamente inserito nella dinamica maggioritaria, o meglio bipolare del sistema partitico. Sebbene la seconda fase della sua presidenza coinciderà con la destrutturazione delle coalizioni pro/contro Berlusconi e la presenza di un terzo polo, il M5s.
L’Europa come faro, stella polare dell’azione politica nel partito, nelle istituzioni, al governo. Una delle prime uscite ufficiali da capo dello Stato fu l’omaggio alla memoria di Altiero Spinelli in quel di Ventotene nel ventennale dalla scomparsa. Il giorno dopo la sua proclamazione Napolitano conferì a Romano Prodi l’incarico per la formazione del governo, il quale nacque avvelenato da una vittoria mutilata dalla legge elettorale intenzionalmente precarizzante. Non bastarono i 24.000 voti di scarto sul centro-destra nella contesa tra due coalizioni piglia-tutti (nel vero senso della parola). Il centro-sinistra sempre iper-frammentato e senza strategia e il collante anti B. non bastò più. Le fragilità umane e politiche di varie forze politiche ne determinarono la fine anche grazie agli unguenti convincenti spalmati da emissari berlusconiani in Senato e che indussero alcuni a cambiar casacca. Le scalmanate di Rifondazione comunista sulla politica estera e l’inserimento nell’agenda della riforma del sistema elettorale resero tutto precario. Prodi è sfiduciato e Napolitano non poté che sciogliere le camere nel 2008.
In realtà Prodi dopo alcune controverse votazioni al Senato aveva già rassegnato le dimissioni nel 2007 anche a seguito della polemica suscitata dal sostegno di alcuni senatori a vita, elemento che espose il governo alla critica circa l’esistenza di due maggioranze: quella dei senatori eletti e quella politica. Napolitano respinse le dimissioni e rinviò l’esecutivo alle camere.
La legislatura più breve dal 1992-94 terminò nel peggiore dei modi ed emersero insalubri recrudescenze diciannoviste con laterali tratti camerateschi; il presidente del Senato Franco Marini provò censurare la bagarre: “Colleghi, non siamo in un’osteria…”. Proprio a Marini Napolitano conferì un incarico esplorativo formalistico quanto scontato nel fallimento, prima di esprimere il rammarico per “dover chiamare di nuovo gli elettori alle urne, senza che la riforma elettorale sia stata approvata”. Quelle del 2008 sono le elezioni dei due nuovi partiti a “vocazione maggioritaria”, nati per unione di forze politiche e non per scissione, una novità nel contesto italiano. Il Pd di Veltroni e il PdL di Berlusconi convogliarono oltre il 70% dei consensi, non accadeva dal 1976. L’euforia per il bipartitismo possibile e l’alternanza tra conservatori e democratici durò lo spazio di un mattino, quanto le repentine divisioni mai sopite nei due campi. Il governo del Cavaliere nacque azzoppato dalla crisi economica e finanziaria internazionale, ma provò a tenere insieme la prospettiva di azione politica e il rilancio del Paese. Ma il PdL sorto sul predellino milanese con la caustica estorta benedizione di Fini – “siamo alle comiche finali” – iniziò a frantumarsi. L’ex leader di AN era Presidente della Camera e Napolitano lo difese allorché la tensione con Berlusconi aumentò e questi lo mise al centro di una dura azione politica: “volta a delegittimare il Presidente di un ramo del Parlamento” dirà il capo dello Stato. L’epurazione di Fini reo di avere alzato il dito e la voce davanti al Cavaliere fu conferma della natura padronale e personale del partito di Arcore. Nel “campo a noi avverso” lo scenario era altrettanto funesto e le dimissioni Veltroni celebrarono l’epopea introversa e fratricida della sinistra italiana aprendo la strada al cupio dissolvi ancora in corso.
Un’azione politica e istituzionale importante avvenne sul tema della giustizia, croce e mestizia dei governi berlusconiani, con il presidente Napolitano che provò a correggere il tiro della maggioranza di centro-destra. Sul cosiddetto lodo Alfano, dopo che la Corte costituzionale aveva dichiarato incostituzionale lo stesso, che prevedeva la sospensione dei processi per le più alte cariche dello Stato. Napolitano manifestò le sue idee con due esternazioni, abbastanza critiche, ma tuttavia procedendo alla promulgazione della legge dopo avere chiaramente segnalato che “il giudizio di costituzionalità spetta in via esclusiva alla Corte costituzionale”. Su una politica che investì elementi etici come nel caso Englaro, Napolitano prima segnalò al capo del governo di evitare un “contrasto formale” in materia di decretazione d’urgenza e poi non firmò lo stesso decreto allorché Berlusconi mantenette la linea di procedere per “urgenza”. Stessa sorte ebbe il decreto Bondi sui teatri lirici per il quale Napolitano invitò il governo a rivedere alcuni punti critici.
Il terremoto che investì duramente L’Aquila fu un colpo per l’intero Paese oltre che per il governo nonché per alcune agenzie particolarmente inefficienti come la protezione civile a guida Bertolaso. La vera fine del governo Berlusconi avvenne con la lettera Trichet-Draghi che però sancì una incapacità patente di affrontare la crisi economica e finanziaria. Cui si sommarono tensioni interne alla maggioranza con il rischio di voto di sfiducia; addirittura, in un caso la camera bloccò il disegno di legge sul rendiconto dello Stato. Napolitano “scese” in campo per guidare e accompagnare i vari attori e le istituzioni soprattutto salvaguardando il prestigio italiano all’esterno, ormai ampiamente compromesso. Le dimissioni di Berlusconi furono annunciate da un inusuale comunicato del Quirinale: “il presidente del consiglio dei ministri rimetterà il suo mandato al capo dello Stato”, e aprirono la strada all’”operazione Monti”. Nominato senatore a vita l’ex commissario europeo divenne capo del governo nel novembre 2011. Si trattò di un governo del presidente, con una ampia maggioranza – una grande coalizione, un governo di unità nazionale (senza la Lega Nord)-, che suppliva alle debolezze partitiche. E al mancato coraggio del centro-sinistra. Napolitano visse una vicenda di elevata conflittualità con una componente della magistratura relativamente all’utilizzo di alcune intercettazioni telefoniche, e sollevò un conflitto di attribuzioni. Sul piano sociale e politico va segnalato l’incontro con le vedove di Giuseppe Pinelli e Mario Calabresi, nel lavorio costante per la riconciliazione nazionale. Inflessibile sui valori della Resistenza da cui nacque la Costituzione, indiscutibilmente da scrivere al patrimonio collettivo. Principi e valori legati al valore del paese ribaditi anche in occasione delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia (1861-2011). Le elezioni politiche del 2013 rappresentarono uno spartiacque nella vita politica italiana e anche per la presidenza Napolitano. L’exploit qualunquista del Movimento 5 stelle generò un’impasse parlamentare. Il segretario del Pd Bersani venne costretto a una pietosa sceneggiata negoziale e autodafé in diretta tv con impertinenti populisti di giornata e l’incarico esplorativo – “fateci iniziare e poi vediamo”- gli fu conferito da Napolitano più per prassi che per convinzione e si esaurì in nulla di fatto. La deflagrazione del PD nel tentativo di eleggere il successore di Napolitano produsse la bocciatura prima di Marini e poi di Prodi, da quei franchi tiratori ben più numerosi e tenaci dei famigerati 101. L’assemblea riunita e senza via di uscita vide in Napolitano il salvatore e gli chiese di restare in cambio di probità e riforme, che tuttavia mancarono. Risultò pertanto eletto al sesto scrutinio con il 73% contro il 21% di Stefano Rodotà sostenuto dal M5s e Sel, da una maggioranza cospicua rispetto a quella del 2006 (54%) tra le più basse della storia presidenziale.
A prendere le redini del governo fu Enrico Letta a due giorni dalla festa della Liberazione. Il nuovo esecutivo nominò una Commissione di 35 saggi (con un solo scienziato politico) per affrontare il tema riforme istituzionali, ma sul piano decisionale apparve bloccato da veti reciproci e infine terminò la corsa con l’intervento di Renzi. Cui Napolitano conferì l’incarico avendo registrato un cambiamento di orientamento in seno al gruppo parlamentare piddino.
Trent’anni dopo la sua visita americana fu Napolitano ad accogliere il presidente della “speranza”, Barack Obama proprio ad inizio mandato. Simbolicamente un ciclo storico e politico si chiudeva.
All’inizio del semestre bianco Napolitano illustrò il senso della logica politica e istituzionale che aveva guidato il suo operato e il ruolo del Presidente della Repubblica che “non si esaurisse nel tagliare nastri alle inaugurazioni” e che egli “dovesse prendersi delle responsabilità senza invadere campi che non sono suoi”.
Il New York Times lo definì “Re Giorgio” per il suo interventismo e per il suo prestigio. Distorsione ottica americana; Napolitano è stato “solo” un Presidente garante della Unità nazionale e del rispetto della Carta costituzionale.

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Carlo Azeglio Ciampi: il repubblicano di ferro

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il 2 giugno celebra la nascita della Repubblica, ma è soprattutto per merito di Carlo Azeglio Ciampi se è diventata una data patrimonio collettivo. O meglio, è tornata ad esserlo dal 2001 allorché la legge “spinta” da Ciampi ha cancellato l’onta del 1977 quando la “festività” venne espunta dal calendario. Il Paese in cerca di strumenti per incrementare la produzione industriale, e in crisi economica, preferì rinunciare alla giornata fondante della propria identità sull’altare monetario semplicemente espungendola dall’almanacco civico. Come se gli USA abolissero il 4 luglio o la Francia il 14 luglio. L’Italia è ancora un Paese senza Stato, e con pochi cittadini anche per le appartenenze separate – democristiani/comunisti – acuite negli anni Settanta. Carenze cui il Presidente Ciampi provò a rimediare con una incessante azione di civismo repubblicano. Lui del resto era espressione del migliore repubblicanesimo, esponente di quel partito d’Azione sbeffeggiato da Massimo D’Alema con realismo togliattiano. Ciampi non era “estremista”, purista perciò contrario agli accordi e al dialogo, ma coltivava la devozione repubblicana, senza compromessi. Conoscitore delle dinamiche economiche e finanziarie, direttore generale della Banca d’Italia per tre lustri – come Luigi Einaudi, altro Presidente governatore della Banca -, era più incline verso il capitale sociale e civico che nei confronti del capitale e del capitalismo senza regole. 

Un tecnico al Quirinale, si sarebbe detto. Ciampi era ovviamente però molto politico, e innervò la sua azione di una visione radicalmente repubblicana, civica, costituzionale. Un Presidente repubblicano à la francese, che coltivava la sovranità dello Stato, della laicità, della scienza e della conoscenza illuminista, delle virtù umane e del perseguimento del bene comune e collettivo. In pace con gli altri popoli, nel consesso europeo ed internazionale, ma avendo un’alta concezione della Patria. 

Il 1992 è il fine corsa e l’epigono triste e malinconico di un sistema politico incapace di gestire il post Muro, e in parte corrotto nei costumi e nelle azioni. Ciampi, su indicazione e scelta autonoma di Scalfaro, assunse la carica e l’’incarico di Presidente del Consiglio dei ministri. Un uomo politico non espressione di alcun partito, di nessuna corrente, slegato dalle conventicole romane, per la prima volta a capo del governo. Un’onta, l’indicibile, e impensabile nella repubblica dei partiti, la partitocrazia osannata, odiata, reietta, abbandonata e oggi, forse, rimpianta. Non in grado di re-agire i partiti quasi defunti accettarono di buon grado che a guidare l’azione politica e di governo fosse qualcuno non proveniente dalle loro fila. Tra il 1993 e il 1994 Ciampi tentò di condurre il Paese fuori dalle secche, ma il combinato effetto dell’azione della magistratura che investì la classe politica e le conseguenze legislative della stagione referendaria, provocarono la fine del governo e della legislatura. Anche perché il Pds ritirò i propri ministri nel primo giorno dell’esecutivo. Scalfaro assunse piena responsabilità e per la prima volta nella storia repubblicana un capo dello Stato sciolse anticipatamente il parlamento con autonoma decisione. Di cui la classe parlamentare recalcitrante e terrorizzata del vuoto non poté che prendere atto nonostante qualche schiamazzo. 

Presidente nel 1999, sei anni dopo l’esperienza a Chigi, un periodo in cui molto cambiò e si consolidò lo scenario che ne consentì l’elezione. Livornese, Normalista, giurista di formazione prima di attraccare alla componente bancaria da neo funzionario dello Stato. L’influenza europea innanzitutto, con vincoli e opportunità per il Paese, e per la politica, che solo in parte le coglie, dividendosi spesso su misure stringenti tanto quanto l’incapacità di risolvere i problemi segnalati e patenti. Ciampi si muove a suo agio, europeista convinto, ma non fanatico o acritico, si muove nel solco del pensiero federalista italiano che tanto ha contribuito a disegnare l’Europa. 

Eletto con il 70%; mancarono alcuni “franchi tiratori” sebbene non in grado di coalizzarsi in proposte alternative come in passato o di sabotare l’elezione di Ciampi, che fu proclamato presidente al primo scrutinio, come in precedenza solo Cossiga. 

Mediatore, dotato di grande caratura etica e levatura morale, spessore intellettuale e imparzialità, terzietà, che erano poi anche le motivazioni per cui fu eletto grazie all’ampia convergenza politica e partitica. 

L’Italia non fece mancare momenti bui nemmeno durante il settennato di Ciampi, il quale dovette affrontare l’omicidio di Massimo D’Antona e il rigurgito della follia brigatista; l’onta, ancora non lavata, del G8 di Genova, dei depistaggi, delle coperture e delle torture: Ciampi chiese che fosse fatta “piena luce”, ma ancora si brancola nel buio della Repubblica dal 2001. Anno delle Torri Gemelle che segnarono una virata a destra della politica mondiale e anche un irrigidimento dell’allineamento pro USA sul piano internazionale del governo Berlusconi. Il Kosovo due anni prima era stato il banco di prova e di sangue elettorale della sinistra al governo e Ciampi fece tappa in Albania come prima visita internazionale. Per ricordare gli orrori della guerra fece il capolavoro di organizzare un incontro a Marzabotto con il presidente della Germania e sempre ricordò i valori della Resistenza per il riscatto civile dell’Italia dopo l’onta fascista. Sui Savoia complici del ventennio si disse favorevole al ritorno delle salme, ma fu irremovibile sulla destinazione (addirittura) al Pantheon, perché “non possiamo confondere meriti e responsabilità, eroi e traditori”.

Il Presidente Ciampi, unico caso “limite”, durante il semestre bianco procedette allo scioglimento anticipato delle Camere (come da nuova norma del 1991), seppure di soli due mesi, ma si trattò di mere ragioni tecniche ché la legislatura era ormai sostanzialmente esaurita. Nel 2001 si trattò, come in passato nel 1992, di uno scioglimento dettato dalla volontà di concludere anticipatamente la legislatura di qualche settimana, al solo fine di evitare che i comizi si tenessero in piena estate.   

L’azione di persuasione, mediazione, negoziazione e diplomazia preventiva condotta instancabilmente da Ciampi è stata generata sia dal mutato contesto politico, del passaggio e del tramonto dei partiti fondatori della Repubblica, ma anche dalle caratteristiche proprie dell’uomo, del professionista, ossia dal suo profilo “politico”. Ciampi, non espressione diretta di alcun partito, aveva pertanto limiti nell’azione di intermediazione non essendo inserito in alcuna organizzazione politica, ma al contempo poteva, e doveva, usare un registro differente. Innovativo.  

Il quinquennio di coabitazione con Berlusconi e il suo governo fu particolarmente teso, ma Ciampi mise in campo le sue doti di paziente tessitori e mai spezzò il filo del dialogo. Il Presidente Ciampi ha inviato un messaggio al parlamento sui temi del pluralismo e dell’imparzialità dell’informazione, ha rinviato sette leggi al parlamento, ma soprattutto ha accompagnato il processo legislativo indirizzandone bonariamente le modifiche evitando strappi con il governo/parlamento, e ha nominato quattro senatori a vita, tra cui Napolitano.

Oggi il tricolore (spesso sgualcito) sventola sulle facciate degli edifici pubblici, e lo dobbiamo a Ciampi. L’Italia è in una condizione simile al 1993 quando Ciampi era Presidente del Consiglio dei Ministri, ma diversa sul piano economico. All’epoca senza capacità di spesa, ma con elevata competenza, reputazione e credibilità internazionali. Dopo l’uscita dal Sistema monetario europeo nel 1992, l’Italia aderì al sistema monetario Euro proprio grazie agli auspici, al peso della competenza e credibilità, reputazione di Ciampi. Presidente che agì sempre con molta sobrietà dentro e fuori le Istituzioni, accompagnato dalla discreta presenza della Signora Franca.

L’azione di Walter Veltroni, segretario dei DS e vero artefice dell’”operazione Ciampi”, e la non belligeranza di Berlusconi, l’avversario per antonomasia, consentirono all’ex governatore della Banca d’Italia di superare il quorum dei due terzi già alla prima votazione, sebbene per circa trenta voti. Il capo del Governo D’Alema lo sostenne più per giungere a compromesso con il Cavaliere che per sintonia politica; puntava infatti a un esponente popolare, vista la sua concezione del centro-sinistra come sommatoria di Pds e Ppi. Ciampi è il primo, e sinora unico, Presidente non espressione diretta di partiti politici. Per militanza o appartenenza. Gianfranco Fini non si oppose, e rimasero soli antagonisti la Lega Nord e Rifondazione comunista. Pertanto i 707 voti, pur inferiori al potenziale elettorale delle forze coinvolte, rappresentano un riuscito esperimento politico di concordia nazionale e di accordo, posto che il centro-sinistra era diviso e comunque non in grado di eleggere autonomamente il capo dello Stato, e il centro-destra voleva evitare un presidente “militante”, quale considerava l’uscente Scalfaro. E anche una abilità di piegare la tradizione parlamentare devota ad eleggere uomini di partito e comunque mai esterni a quelli seduti tra gli scranni parlamentari. Scalfaro era stato l’ultimo capo di Stato ad essere eletto da partiti ri-nati con la Liberazione e la Repubblica; Ciampi è il Presidente che salì al Quirinale sostenuto da nuovi e/o profondamente mutati partiti, in un sistema politico bipolare e con una legge elettorale opposta nella logica a quella precedente. Quando venne eletto a seguire lo scrutinio insieme a lui nelle stanze del ministero del Tesoro c’era il direttore generale della Banca d’Italia, Mario Draghi.

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Oscar Luigi Scalfaro: il Presidente che vide passare il cambiamento

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Ali di folla inferocita, e un po’ manzoniana, e il sangue non ancora raffermo di Capaci condussero Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale lo stesso giorno dei funerali di Giovanni Falcone. La strage delle trame masso-mafiose-servizi deviati generò un involontario sussulto di dignità parlamentare e le Camere riunite in sessione solenne elessero Scalfaro, al sedicesimo scrutinio, evitando lo strazio analogo che portò Leone al Quirinale solo dopo oltre venti votazioni.

In quelle giornate da scenario terroristico mediorientale mutarono le tattiche, scemarono gli accordi spartitori nella famelica DC e con il PSI. Caddero i veti di Cossiga ormai esautorato, che raccolse però sessanta voti e il giubilo dai banchi missini che lo sostennero (la Lega Nord votò per Gianfranco Miglio). Giulio Andreotti si notò come in un film di Nanni Moretti perché non partecipò alle esequie, del resto non aveva incarichi di governo, era solo senatore a vita. Il neoeletto Presidente Scalfaro venne contestato, pur senza responsabilità dirette, ma in quanto esponente di una classe dirigente complessivamente incapace di gestire la sfida mafiosa, mentre Palermo e l’Italia piangevano e portavano a spalla Paolo Borsellino, e qualcuno sferrava schiaffi al capo della Polizia. Scalfaro era stato Ministro dell’interno durante i governi craxiani, ma quella folla ribelle non mirava a singole personalità o responsabilità. Era un grido di dolore. Cui il Capo dello Stato rispose con una generica invocazione per “maggiore fermezza”, quasi che la mafia fosse nata in quell’annus horribilis e che le vicende attorno ai rais siciliani della DC fossero qualunquiste chiacchiere da solleone.

Da Presidente della Camera Scalfaro preferì evitare un parziale conflitto di interessi, e soprattutto di opportunità, vagliando la regolarità procedurale della sua propria stessa ascesa al Colle e fu sostituito da Stefano Rodotà che ne annunciò l’elezione. La sostituzione di Scalfaro sullo scranno principale di Montecitorio generò una coda polemica proprio in vista di future contese quirinalizie, con lo scontro tra i contendenti ambiziosi Rodotà e Giorgio Napolitano, che la spuntò perché più organico al Pds. E segnò un punto futuro a suo favore verso il Colle. La vittoria di Scalfaro bloccò i due candidati in pectore, Andreotti e Forlani, che puntavano alla continuità/chiusura del primo sistema politico.

La presidenza Scalfaro coincise, si disse e scrisse un po’ sbrigativamente, con la fase terminale del primo periodo storico del sistema partitico repubblicano. Il quale in realtà era mutato negli ultimi due decenni almeno, ma nel dopo Muro di Berlino trovò l’ufficiale giudiziario che ne sancì la fine testamentale. Il nuovo Presidente era in tutto un uomo politico di carriera, di quelli detestati, deprecati e al contempo invocati e rimpianti oggi, in un frangente troppo lungo di dominio di asini con l’abbecedario. Eletto padre costituente alla Camera nel collegio Torino-Novara-Vercelli, lui novarese con il padre proveniente dalla provincia di Catanzaro. La Guerra fredda, la conventio ad excludendum, il sistema elettorale proporzionale, le preferenze e il voto spesso di scambio, le correnti, i governi e le crisi extra-parlamentari. Scalfaro proveniva da quel mondo e si trovò catapultato in una modernità parlamentare e sociale che ne sconvolse la percezione, dovendo adattarsi a un mondo senza coordinate pregresse.

Anti-comunista quasi viscerale, si oppose al duo Fanfani-Moro intento a varare il centrosinistra organico DC-PSI e trovò in Andreotti un alleato sagace ed efficace. Vicino a Scelba, spinse per il quadripartito e per il Centrismo come formula permanente. Cambiò varie correnti, ma rimase non solo fedele al partito, ma anche al piglio (ultra) conservatore da sempre palesato. Tra cronaca e leggenda si narra di un alterco negli anni Cinquanta con una distinta signora rea, agli occhi del giovane Scalfaro e futuro Capo dello Stato, di avere esibito un eccessivo décolleté in un ristorante romano. Altri tempi, altra cultura, altra epoca, e toni da guardiani della rivoluzione Khomenista in un Paese troppo bigotto, troppo moralista e bacchettone. Contrario alla legge sul divorzio ed attivo per l’abrogazione referendaria, e si oppose anche al dialogo Berlinguer-Moro siglando il manifesto dei “Cento” contro la segreteria DC di Zaccagnini.

Scalfaro uomo della Repubblica parlamentare e dei partiti, rimase francamente costernato e attonito rispetto al “nuovo”. Che interpretò a modo suo, ma con lenti del passato. Scalfaro divenne alfiere della centralità (opinabile e mal interpretata) del Parlamento, sede suprema di tutte le decisioni, come in realtà non accadde nella declamata/deprecata e mal definita c.d. “prima Repubblica”, che mai fu. Il parlamento con i suoi riti, e i suoi miti, e anche il parlamentarismo ovvero le sue degenerazioni, i governi “balneari”, le crisi al buio, i rimpasti ministeriali per assecondare equilibri interni alla vita dei congressi di partito. Scalfaro aveva maturato la sua visione politica in quel mondo. E la lettura della fase politica fu nel complesso da primo periodo della politica repubblicana, sebbene con alcuni punti di innovazione. La cui matrice però risentiva potentemente del vissuto e del mondo politico valoriale di cui Scalfaro era espressione. Dopo le elezioni del 5 aprile 1992, le ultime del vecchio conio, e una volta nel pieno delle sue funzioni, il neoeletto presidente conferì l’incarico a Giuliano Amato sostenuto da una maggioranza quadripartitica che rimarcava stancamente la formula degli ultimi quindici anni, intenta eroicamente a tentare di riprodursi. La competenza del “dottor Sottile”, e il suo peso politico, non riuscirono a tenere unito il governo rispetto all’onda delle inchieste giudiziarie che investirono molti, troppi – anche innocenti – parlamentari (Scalfaro ne diede conto nel suo discorso di insediamento biasimando “che sotto la toga possano nascere sospetti di malcelati interessi di parte”). La manovra finanziaria di 93.000 miliardi (di lire) e il prelievo forzoso sui conti correnti limitarono i danni del tracollo contabile, ma gettarono nello sconforto il Paese. L’attività referendaria sulla legge elettorale e l’ormai incessante azione giudiziaria quasi costrinsero la delegittimata classe politica a produrre una nuova norma per eleggere il parlamento, e la fine del governo Amato. L’approvazione delle leggi Mattarella sancì un passaggio di fase, una cesura culturale rispetto al sistema partitico, che si riciclò tuttavia. Il Presidente Scalfaro scelse in grande autonomia una personalità estranea ai partiti, e nominò Carlo Azeglio Ciampi, governatore della banca d’Italia, antecedente e precedente di future analoghe incursioni extra partiche e tecniche per sopperire a debolezze delle istituzioni repubblicane. La fine anticipata della legislatura segnò l’arrivo del Cavaliere di Arcore con cui Scalfaro ebbe rapporti tesissimi (firmerà la legge di bilancio del governo forza-leghista solo l’ultimo giorno utile). Si tratta dello scioglimento anticipato squisitamente presidenziale: l’articolo 88 cost. venne interpretato diversamente dal pre-1993 in cui i presidenti prendevano atto di crisi decise dai partiti. Dopo l’uscita (fuga) della Lega Nord bossiana dal primo esecutivo Berlusconi, più per ragioni elettorali che per idiosincrasie su annunciate indagini giudiziarie, Scalfaro tornò su passi parlamento-centrici, e decise di non procedere allo scioglimento. Come pure sarebbe stato politicamente opportuno, e istituzionalmente lineare, dopo il cambio di paradigma con il nuovo sistema elettorale e le dinamiche bipolari in(tro)dotte. Insomma, Berlusconi sempre sobrio evocò il colpo di stato e coniò il lemma “ribaltone”, pur avendo argomenti per invocare le urne. Invano. Legittimamente Scalfaro nominò il governo Dini pur in presenza di una maggioranza parlamentare, al contrario del 1993, incline al voto. La stessa logica sottese il passaggio dal governo Prodi I a quello D’Alema, nato con gli auspici del vecchio avversario Cossiga, per un centro-sinistra già incline al declino. Le informali richieste di Prodi affinché si tornasse al voto rimasero inevase.

Gradito a Craxi (di cui era stato ministro dell’Interno) e ai post comunisti (in chiave anti Cossiga) e per la indiscutibile caratura morale, è eletto con 672 voti, i due terzi dei grandi elettori di tutti i partiti tranne Lega Nord, Rifondazione comunista e Alleanza nazionale.
Appena insediato annullò la parata del 2 giugno e il successivo ricevimento per sottolineare la necessaria sobrietà funerea. L’estate del 1993 – tra il vuoto del vecchio sistema e del nuovo che ancora non si palesava – la triade mafia-massoneria-servizi piazzò bombe a Milano, Firenze, Roma. La “repubblica dei partiti” venne ferita mortalmente e il Presidente poté intervenire in misura cospicua nel sistema politico.

Si oppose al decreto Conso che depenalizzava i reati di finanziamento illecito ai partiti, un episodio che letto a distanza rivela un potere di veto eccessivo da parte della magistratura che pure agì partendo da corruzione reale. Inoltre Scalfaro esercitò una cospicua moral suasion per indurre i partiti a miti consigli. Ribadendo la centralità del parlamento, ma soprattutto della Carta costituzionale puntò a marcare simbolicamente le distanze dal predecessore picconatore e lanciare un messaggio distensivo al “nuovo” parlamento. Rinviò sei leggi, ma soprattutto produsse circa un migliaio di “esternazioni”, numero più alto in assoluto, proprio a segnalare la fase di passaggio da un presidente notarile a uno vigile e attivo.

Per provare a chiudere, a modo suo, la partita pur contraddittoria di Mani pulite, il neo insediato governo Berlusconi varò il decreto Biondi, allora Guardasigilli. Il consiglio dei ministri è convocato in un caldo pomeriggio di luglio mentre molti italiani sbraitano “Forza Italia!” davanti alla tv che trasmette una partita di calcio, ovviamente. Il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, prova ad eccepire circa il coté “salva ladri” della norma, ma Berlusconi insistette e tenne il punto. Il Presidente Scalfaro espose dei rilievi a Biondi, che però non li raccolse tutti. Lo sdegno popolare fece bloccare il decreto in Parlamento.

Tra il 1996 e il 1997 quando gli strali della Lega Nord raggiunsero l’apice della violenza verbale e della minaccia secessionista, Scalfaro sfoderò le doti di uomo delle istituzioni, di militante anti-fascista, di cattolico fervente, ma laico servitore dello Stato. Tenne il timone dritto quale garante dell’unità dello Stato in una fase nazionale e internazionale di tensioni e mutamenti, (guerra in Kosovo e Serbia, attacchi mafiosi, tendenze secessioniste, sfiducia). Da senatore a vita fu attivissimo nel promuovere la difesa e la conoscenza della Carta costituzionale, ergendosi a predicatore laico specialmente durante i governi Berlusconi. “Studiate la Costituzione nella parte della proclamazione dei diritti inviolabili dell’uomo”, disse rivolgendosi agli studenti. E, pur con le proprie marcate preferenze di parte, aveva visto lungo.

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Francesco Cossiga: il più giovane al Colle

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Presidente del Senato, Presidente del Consiglio dei Ministri, e infine Presidente della Repubblica. Francesco Maurizio Cossiga è l’unico politico italiano ad avere accumulato le più importanti cariche politiche ed istituzionali. Il 24 giugno del 1985 è eletto alla più alta carica dello Stato, proprio mentre da Presidente del Senato prende direttamente parte alla gestione dell’elezione insieme alla Presidente della Camera Nilde Iotti. Politico di razza, politico di carriera, democristiano di ferro, come duro fu da ministro dell’Interno, tanto da meritare la K come prima sillaba del cognome, e le doppie “esse” con caratteri runici in stile nazista, affibbiategli dalla sinistra extra-parlamentare e dai movimenti, con i quali non ebbe momenti idilliaci. Una vita politica all’apice delle istituzioni politiche e repubblicane, sempre sull’ottovolante, in un percorso intriso di verve politica, di inclinazione e vis polemica, determinate dalla natura politica, dalle sue idee, e ideologia, ma anche dal contesto storico. Nazionale e internazionale, che non sono un alibi, ma un fatto con cui fare i conti. Al Viminale Cossiga arriva nell’anno delle elezioni del mancato “sorpasso”, nel 1976, e nel momento di maggiore spinta propulsiva del nemico comunista. Sono due anni intensissimi, e tragicamente fatali per la società italiana. Gli anni Settanta, gli anni del piombo rosso/nero, diversi, opposti e letalmente simili. Nell’ultimo tratto di un portico, nel centro storico di Bologna, uno studente e militante di Lotta Continua, a margine di scontri e manifestazioni viene ucciso dai colpi di Beretta esplosi da un giovane carabiniere. Pierfrancesco Lorusso ha soli venticinque anni. Per domare i disordini dei giorni seguenti Cossiga invia i blindati, diranno alcuni, carrarmati di cartoni, diranno altri. Giorgiana Masi è invece una giovane manifestante radicale che partecipa a una manifestazione dei Radicali, indetta proprio a seguito del divieto di Cossiga di tenere cortei. La foto dell’agente in borghese, pistola in pugno, e gli strali di Pannella che invocano la correità morale del ministro democristiano che “giustifica” metodi forti in un contesto di grave tensione. Cossiga ha uno stile al contempo istituzionale e sopra le righe, un po’ funzionario di partito, un po’ guascone, da sempre. Con un curriculum politico così denso e intenso gli errori, le gaffes, i problemi sono un rischio probabilistico, calcolato. Ma Cossiga ha anche una sorta di naturale attitudine al conflitto, alla tenzone. Al recitare al di fuori degli schemi, per indole. Era Capo del Governo quando gli venne notificata l’accusa di avere informato Carlo Donat Cattin, vicesegretario dello Scudo crociato, che il proprio figlio fosse ricercato in quanto militante di Lotta continua e per talune azioni militari. Con la ruvida schiettezza comunista Enrico Berlinguer gli comunicò che il PCI avrebbe votato la procedura per la sua messa in stato di accusa. Erano gli anni di piombo, per tutti. E Cossiga manifestò sempre il suo pensiero rimanendo in trincea, con posizioni certamente scomode, franche, e talvolta assai discutibili. 

Sardo, lontano cugino di Enrico Berlinguer, coltivò amicizie e simpatie per gli indipendentisti Baschi, che faceva un po’ sorridere pensando all’uomo di Stato che intendeva difenderne le prerogative contro ogni rivendicazione eterodossa. Ad ogni costo. Come quando candidamente, ma con farcitura di spavalda provocazione, ricordò il suo contributo alla strutturazione della rete Gladio, o agli omissis sul rapporto che illustrava il piano sovversivo/semi-golpista Solo. Alla strage di Ustica del 27 giugno 1980, che lui attribuì a un missile francese che doveva abbattere l’aereo su cui viaggiava Muhammad Gheddafi. O ancora sulla strage fascista del 2 agosto dello stesso anno alla stazione di Bologna: “per me fu un incidente”, nel senso che un ordigno esplosivo sarebbe scoppiato per caso, mentre transitava sul suolo italiano trasportato da palestinesi dell’OLP. In quelle parole c’era un malcelato riferimento al cosiddetto “Lodo Moro” che prevedeva maggiore indulgenza verso i terroristi palestinesi purché non colpissero l’Italia.  Il Paese crocevia di tutto, di troppo, ebbe anche un sussulto di orgoglio nazionale in un contesto di sovranità para-limitata, o meglio definita dai disegni geopolitici post-Yalta. Il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di terroristi palestinesi condusse in una fitta vicenda diplomatica e militare un aereo con dentro i dirottatori alla base aerea di Sigonella. Craxi prese per il bavero Reagan che reagì, ma non troppo e Cossiga neoeletto sostenne il premier socialista, e ne scaturì una crisi di governo per le proteste del filo atlantico Spadolini, ministro della difesa. 

Laffaire Moro investì duramente anche Cossiga, sul piano personale, come disse, su quello politico ed istituzionale, almeno nel breve periodo. Il giorno del ritrovamento del cadavere dello statista del compromesso storico rassegnò le dimissioni, portando con sé un carico di responsabilità vere e presunte sulla mancata liberazione, anche per una trattativa con le BR mai avviata o mai cercata, formale o informale che fosse. La carica di membro del Governo di Solidarietà nazionale gli varranno successivamente una certa indulgenza comunista proprio in chiave presidenziale. Dalla prigionia brigatista Moro invia (almeno) una lettera a Cossiga, prescindendo “da ogni aspetto emotivo” per invitarlo a propugnare la causa dello scambio, pur comprendendo evidentemente le ragioni di Stato. Deputato dal 1958 e poi senatore per diritto acquisito dal 1992, Cossiga in certa misura termina la carriera politica “militante” in età relativamente giovane, almeno per gli standard nazionali. La fine del settennato quirinalizio comporta infatti una buona dose di marginalità, sebbene prestigiosa. Le esternazioni al fulmicotone non mancarono, né prima né dopo la fine delle esperienze istituzionali di rango. La disposizione alla polemica, al confronto politico, allo scambio di idee, forti e decise, fanno da contraltare alla diffusa vacuità contemporanea. Cossiga entrò in conflitto con esponenti di partito, con oppositori esterni ed interni alla DC (da Moro ad Andreotti), con i giudici e con i comunisti. Etichettò Luciano Violante con sagace cattiveria, definendolo “il piccolo Vyshinsky”, il giudice-boia dell’URSS di Stalin. Proprio la polemica giudiziaria gli valse, a sua volta, lo pseudonimo-epiteto di “picconatore”. Per le sue dirette accuse al Parlamento, e al sistema politico, incapaci di riformarsi, di procedere all’adempimento dei suoi doveri. Specialmente dopo la caduta del Muro di Berlino e le necessarie riforme da apportare. E in aria di Tangentopoli. Ma anche contro Rosario Livatino, il “giudice ragazzino”, come lo soprannominò, nella più generale critica all’automatismo della progressione di carriera in magistratura e alla inadeguatezza di ampi strumenti discrezionali in capo a neolaureati in giurisprudenza. E anche contro il CSM, con gesti a volte eclatanti. Nel 1998 è decisivo per la nascita del primo governo italiano guidato da un ex comunista: D’Alema entra a Palazzo Chigi grazie alla pattuglia del neofondato movimento UdEur capeggiato da Cossiga. E che lo stesso rinomina quali “straccioni di Valmy”, per evocare un gruppo improbabile di soldati che sconfisse l’esercito Prusso-ungarico, e rispondere per le rime alle accuse delle fila berlusconiane che lo tacciavano di tradimento. 

Cossiga è eletto al primo scrutinio, mai successo sino ad allora, con una amplissima maggioranza (75%) frutto di un accordo preventivo tra DC, PCI e PSI – sebbene non troppo entusiasta – nonché degli altri parti laici. All’interno della DC Andreotti e De Mita non lo osteggiano apertamente. Esponente della “sinistra DC” sarà solo parzialmente un uomo di corrente, e mai comunque un capo all’interno del partito. Durante il suo mandato ha conferito l’incarico a cinque presidente del Consiglio, nominato cinque senatori a vita e altrettanti giudici costituzionali. La fase finale del settennato coincide con gli anni terribili della democrazia italiana, dalla sfiducia popolare crescente, la corruzione patente, disvelata, e l’attacco della mafia. L’omicidio Falcone avvenne proprio nell’intermezzo, e interregno tra la presidenza Cossiga e la nascente elezione di Scalfaro, spinto sul Colle dall’indignazione civica dinanzi a un inerme Parlamento impantanato e terrorizzato. Con messaggi convenzionali (quelli di fine anno) ed esternazioni di vario genere, Cossiga è stato uno dei capi dello Stato più “loquaci”, specialmente nella fase finale del mandato e, va ribadito, soprattutto su tematiche istituzionali e giudiziarie. Ha proceduto allo scioglimento delle Camere nel 1987 con Fanfani e nel 1992 con Andreotti. Il Pentapartito come formula consolidata e l’asse DC-PSI quale scheletro della politica di governo, immodificabile. Tanto che nel primo biennio Cossiga si ebbe la staffetta a Chigi tra socialisti e democristiani.

La vicenda del settennato di Cossiga è emblematica; a ben guardare pare si tratti di due pirandelliane figure alternantisi tra il pre e il post 1989. In realtà oltre al “personaggio” molto del cambiamento è indotto dal contesto, dal sistema politico che rapidamente muta. Fino al periodo pre caduta Muro ha un atteggiamento notarile perché il sistema si autoregola. Successivamente, Cossiga intuisce che il sistema si sta sfaldando e in modo irrituale prova a indicare la meta di una democrazia dell’alternanza, specialmente con il Messaggio alle Camere del 1991. Forse anche per salvare la DC. Il tutto nel limite del perimetro Nato. Ed è il punto che evoca durante una visita di Stato in Scozia, accennando in forma non tanto sibillina e subliminale a Gladio; è il discorso di Edimburgo, a poche settimane dall’incombente semestre bianco.

Nel 1991 è stata persino adottata una riforma costituzionale proprio per far fronte alla peculiarità fortuita della presidenza Cossiga la cui durata terminava (semestre bianco) con la coincidente scadenza della legislatura. Il mandato presidenziale terminava il 3 luglio del 1992 e la legislatura (la decima) il 2 luglio dello stesso anno. Un incastro paradossale poiché il Presidente non avrebbe potuto sciogliere né le Camere avrebbero potuto eleggere il nuovo Capo dello Stato secondo quanto previsto dall’art. 85 della Carta. Il Pds di Occhetto intese perseguire la procedura di messa in stato di accusa del Presidente, con vari capi di accusa tra cui il sostegno a Gladio e le “picconate” incostituzionali. L’attacco non scattò: dopo avere minacciato e annunciato varie volte le dimissioni dall’incarico, effettivamente le diede in una “giornata particolare” (il 25 aprile), con suo stile e piglio, interrogandosi retoricamente circa i traguardi raggiunti durante il suo mandato (“sette anni difficili per me e per il Paese”). L’ultra-conservatore Indro Montanelli titolò sagacemente sul Giornale che la Liberazione giungesse dalla fine della presidenza Cossiga. Illeso durante l’incidente ferroviario di Piacenza nel 1997, muore nel 2010 e il feretro è coperto dalla bandiera con i quattro mori di Sardegna. 

Foto: Bettino Craxi saluta il neo eletto Presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Creative Commons

Sandro Pertini, elegante presidente partigiano e “antisistema”

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Quando termina il settennato presidenziale, nel 1985, alcuni vorrebbero riproporlo per il secondo mandato stante la sua popolarità, ma il Capo dello Stato ha ottantotto anni e, soprattutto, c’è l’alternanza al Quirinale con la DC da rispettare. Il PSI, di cui è figura storica e carismatica, ha infatti espresso anche il capo del Governo con Bettino Craxi e la Balena bianca sempre in ansia per le cariche da distribuire tra le sue fameliche correnti, scalpita. Sandro Pertini ha avuto una vita intensa sul piano personale e politico. Lo fecero evadere dal carcere di Regina Coeli dove i fascisti lo avevano recluso e probabilmente passato per le armi se non fosse fuggito prima, insieme a un altro socialista e futuro Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat. Condannato al confino a Ventotene per attività antifascista sarà uno dei principali capi della Liberazione, componente del Comitato Liberazione Nazionale (alta Italia), colui che proclamò, sollecitò, alla radio l’insurrezione e lo sciopero generale il 25 aprile del 1945. Esule prima in Francia, insieme a Turati, C. Rosselli, Parri fu animatore della Resistenza e si batté perché Mussolini non fosse consegnato agli Alleati, ma fosse arrestato e condannato a morte. Tra l’altro un incontro fortuito tra il Duce e il futuro Capo dello Stato si ebbe a Milano, allorché l’uno entrante l’altro uscente si avvicendavano in una riunione dove Mussolini intendeva negoziare la resa. Direttore dell’Avanti!, entra all’Assemblea Costituente, e si oppone al modo in cui l’amnistia togliattiana è applicata lasciando ampi margini di riciclaggio repubblicani a seguaci del fascismo repubblichino. Ostile anche alla “svolta di Salerno” del Migliore. Lottatore per l’indipendenza socialista, e per la sua unità, si prodiga instancabile per evitare divisioni, lacerazioni e frammentazioni. Memore certamente della scellerata contrapposizione degli anni Venti che porta, o meglio favorisce, l’ascesa di Mussolini e il consolidamento della dittatura. Pur nella diversità, e nel perseguimento di una alternativa rivoluzionaria di matrice non leninista, ha sempre tentato di lavorare per l’unità “delle sinistre”. La scissione di Palazzo Barberini, e la nascita del PSLI-PSDI trovò in Pertini un fiero oppositore e paziente negoziatore e mediatore seppure sconfitto, infine. 

Eletto alla Camera nel collegio Genova-Imperia-La Spezia-Savona, quando il peregrinare dei collegi era pratica meno diffusa e più deprecata, alzò molto i toni in occasione del congresso del Movimento sociale italiano provocatoriamente convocato a Genova, città medaglia d’oro al valor militare della Resistenza. Nelle giornate convulse del neonato, e fortunatamente breve, esecutivo guidato da Tambroni e sostenuto dal Msi oltre che della DC. Esperienza che finì presto anche grazie alla grande mobilitazione popolare, tra cui quella memorabile, e tragica, di Reggio Emilia, di cui Pertini fu difensore denunciando gli abusi e i soprusi delle forze di polizia. Sempre dalla parte dei più deboli, dei lavoratori, dei disoccupati, non lesinò sostegno al movimento sindacale. Dalla cui parte si pose senza esitazione alcuna in occasione dell’omicidio di Guido Rossa da opera dalle Brigate rosse, cui scagliò un durissimo attacco. 

Ma fu anche imprevedibile rispetto alla prassi, deciso nell’intervento quanto risoluto nei confronti della protesta/sciopero dei controllori di volo – all’epoca esponenti dell’Aviazione militare – che avevano bloccato il traffico aereo; Pertini ne convocò i rappresentanti intimando loro di riprendere immediatamente il lavoro, e giustificandone la decisione in qualità di capo delle forze armate. 

Presidente della Camera e senatore, mai esponente di governo, riuscì a mantenere il contatto con la realtà “politica e sociale” del Paese, sempre attento a leggerne gli umori e le emozioni, i bisogni. Sentì che il Paese aveva bisogno di una guida durante lo smarrimento generato dinanzi alla morte di un bambino caduto in un pozzo, prima sfacciata commercializzazione del dolore ad opera di mass media in evidente crisi di idee e declino ideale. Figlio delle lotte di emancipazione contro tutti i tipi di soprusi, ingiustizie, padroni e propalatore del verbo socialista di emancipazione dell’uomo e della sua dignità, si batté anche contro la mafia, lungo tempo negata in un paese di Don Abbondio. La famiglia del sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso a Sciarra perché impegnato nella difesa delle terre occupate dal latifondo mafioso, trovò in Pertini un avvocato solidale ed efficace, cui si contrappose un altro futuro Presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Altri tempi, altre tempre. Nel 1983 sciolse il Consiglio di un comune calabrese per infiltrazioni mafiose, dopo che nel messaggio di fine anno aveva esaltato la figura di Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa.

Lo stesso afflato emotivo lo dimostrò durante il terremoto del 1980 che sbriciolò l’Irpinia e palesò l’inadeguatezza di uno Stato senza organizzazione e senza risorse per la protezione civile. Il Presidente dei “funerali di Stato”, suo malgrado. La terrificante estate del 1980 segna la neonata presidenza di Pertini: l’abbattimento dell’aereo dell’Itavia che vola tra Bologna e Palermo ricorda a tutti che l’Italia insite sul confine geopolitico, militare e ideologica della divisione – ancora pregnante – segnata dal mondo bipolare configurato a Jalta e da scossoni di rinculo della guerra fredda. A poco più di un mese di distanza la strage fascista di Bologna fiacca l’animo di Pertini, che però da resistente non cede allo sconforto e si reca nella città felsinea per tenerla simbolicamente, e fisicamente per mano, affiancando e guidando il sindaco Zangheri denunciando il “delitto infame”. 

Nei rapporti con i partiti, il Parlamento e l’esecutivo, Pertini introduce una rilevante discontinuità. Conferisce l’incarico di formare il governo al repubblicano La Malfa, nel 1979, e la non riuscita di questo schema sancisce la fine della legislatura. Il rapimento Moro fece il resto e La Malfa divenne vicepresidente di Andreotti, cui lo stesso Pertini aveva posto come condizione per l’incarico. Aveva aperto la strada al governo di un laico, il primo da quello presieduto da Parri, ancora formalmente sotto la monarchia, ma con l’Italia liberata. Riuscì a nominare Spadolini nel 1981 e infine a coabitare con Craxi insediato a Palazzo Chigi, storica presenza di due socialisti in contemporanea alle più alte cariche istituzionali. Un esempio della difesa del primato parlamentare e degli equilibri costituzionali contro l’accentramento dei poteri lo dimostrò con critiche alla cosiddetta legge (elettorale) “truffa” del 1953 che avrebbe attribuito ampia maggioranza di seggi ai vincitori.

La tragica, ellenica, morte di Enrico Berlinguer lo segna profondamente. Per le circostanze, il legame personale, l’afflato politico. E la casualità, posto che Pertini si trova a Padova mentre il leader comunista pronuncia il suo ultimo discorso; Pertini è visibilmente addolorato: «Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta». Qualche giorno dopo durante le esequie in piazza San Giovanni Nilde Iotti rivolge un saluto al “compagno” Pertini, al Presidente, e con inevitabile retorica porge un invito a un saluto caloroso, a un ringraziamento, già avvenuto molte volte da parte della folla addolorata e orgogliosa in quella giornata. “A nome della direzione e del comitato centrale del partito, a nome dei comunisti, a nome di tutti voi che siete qui presenti, voglio dire dal profondo del cuore, grazie Presidente Pertini!”.

Nominò cinque senatori a vita, tra cui la prima donna (Camilla Ravera), e con la sua scelta fece salire il numero di senatori a vita in carica oltre la soglia costituzionale, da cui successivamente non si derogò. Il numero di “esternazioni” (341) minore di quello di Presidenti più meno “coevi”. Certamente inferiore agli attivissimi Cossiga e Scalfaro, impegnati a fronteggiare sistemi partitici in fase di destrutturazione. 

Il Presidente Pertini parla schietto, per indole, per la retorica socialista frequentata sui libri dei primi rivoluzionari di inizio secolo, ma anche perché conosce le corde emotive del popolo che ha frequentato direttamente quale muratore nei cantieri edili in Francia, nelle campagne piemontesi e nella politica attiva. Conserva anche un tratto decisamente populista, ante litteram, che lo ha fatto amare, in taluni casi acriticamente, e ricordare come il Presidente del popolo principalmente per le sue manifestazioni più sanguigne. Del resto, è osannato dai populisti contemporanei che mescolano “i taxi del mare”, le caste e la democrazia diretta. Presidente antisistema, contro il lassismo del Pentapartito, la corruzione di vari ambienti democristiani e socialisti, il clientelismo di Stato, i diritti negati, le violazioni sistematiche dei principi costituzionali di lavoratori e classi subalterne, il lezzo della P2 infine sciolta nel 1982. 

I più lo ricordano per l’esultanza calcistica al Mundial del 1982 nella Spagna appena destata dal giogo franchista, e probabilmente in lui battere l’avversario tedesco avrà avuto un senso di antica rivalsa. Antesignana delle “storie” da social, i reporter divulgarono le immagini di una memorabile, spontanea, partita a scopone di ritorno verso l’Italia che Pertini giocò con alcuni calciatori, i quali – dicunt – pare lo abbiano fatto vincere per non irritarlo. Serbava un tratto collerico, rivoluzionario, contadino, ribellista, anarchico e giacobino. Profondamente istituzionale, elegante, e sobrio… ma mai silente. Pronto a intervenire uscendo dal Palazzo, ma senza gli eccessi e i picchi polemici e istituzionali di Cossiga. Sempre tra le persone, ne difese i diritti, con retorica consumata rivolse appelli e accuse. Sul terremoto del Belice “non sono né sordo né muto né cieco”; Chi ha speculato su questa disgrazia? Vana attesa di risposta. 

La pipa rassicurava, conferiva eleganza a un profilo già sobriamente fine, donando un’aurea da progenitore della Patria, pronto a distribuire sberle e carezze all’uopo, come un saggio preside in visita a una scolaresca scapestrata, quale iniziava ad apparire il sistema dei partiti nel processo di transizione da una struttura stabile ad una altamente destabilizzata. 

Eletto al sedicesimo scrutinio con una maggioranza strabordante, mai superata (82%), senza clamori e senza sorprese; a proclamarne l’elezione è il comunista Pietro Ingrao, presidente della Camera. 

Poco prima che iniziasse il semestre bianco il quotidiano il Giorno chiese le dimissioni anticipate di Pertini, proprio per stroncare sul nascere le voci, insistenti, di quanti intendevano sostenere la ricandidatura di Pertini. Tra cui egli stesso, sebbene orami quasi novantenne, ma – e forse pour cause – beneficiario di grande popolarità. La rielezione veniva anche avanzata da ambienti socialisti (Rino Formica) anche in chiave di riavvicinamento con i comunisti per preparare l’alternanza/alternativa.

La frase più politica significativa enunciata da Pertini credo sia racchiusa in una intervista: […] Non vi può essere vera libertà senza giustizia sociale, come non vi può essere vera giustizia sociale senza libertà […]. Con sintesi sublime ed efficace coniuga il rispetto dei diritti sociali e di quelli individuali. Un manifesto da riaprire e perseguire con indomito spirito riformista. 

Foto: il giuramento di Pertini. Creative Commons