ELEZIONI e COVID.

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Manca un anno alla fine del mandato di sindaco di Virginio Merola. Sebbene il Covid abbia ibernato le relazioni umane per mesi, la politica non può rimanere inerme né tantomeno decidere solo attraverso riunioni virtuali. Il candidato alla successione di colui che ha ricoperto due mandati consecutivi a Palazzo d’Accursio – l’unico nella fase con sistema elettorale maggioritario – sarebbe meglio se fosse selezionato alla luce del sole, sia per il centro-destra che per il centro-sinistra. Quest’ultimo pare abbia abbandonato lo strumento delle primarie e si acconci a far registrare le fait accompli, a presentare ex post ai propri elettori e alla cittadinanza il candidato alla successione. Come insegna benissimo la storica vicenda del 1999 (si veda Baldini, Corbetta e Vassallo 1999, La sconfitta inattesa, Il Mulino) la trasmissione della carica per via dinastica non può più avvenire nemmeno nella città delle Due Torri. Gli elettori sono meno identificati con i partiti, più volatili nelle loro scelte che spesso avvengono nelle ultime ore, inclini a considerare fattori connessi alla gestione della città, e meno propensi verso un voto “ideologico” pre-espresso a prescindere dal contesto. Non è necessariamente un bene che questo avvenga, ma le condizioni di contesto e soprattutto le caratteristiche e il profilo del candidato sono sempre più al centro delle campagne elettorali.

Elezioni, procedure speciali per alcune categorie di elettori ...

Bologna in questa dinamica palesa talune peculiarità, in particolare accoglie una elevata quota di elettori che si identifica nei valori del centro-sinistra per cui non lesina consensi, a conferma di una tradizione civica, progressista e di intensa partecipazione politica. È però una città colta ed esigente che reclama di essere coinvolta, al fine di sostenere un progetto collettivo. Le primarie non sono la panacea, non sono il bene assoluto e per certi versi è fisiologico e persino “giusto” che un ristretto gruppo di politici decida chi debba rappresentare l’organizzazione partitica. Tuttavia, se il processo decisionale si riduce a una mera conventicola, all’inclusione di pochi notabili, prevalentemente uomini, riuniti in stanze fumose, il rischio è che si produca una frattura con (e dunque una reazione del)la società civile/politica. Che i gruppi di interesse, i giovani, i marginalizzati non si sentano parte di una dinamica che invece dovrebbe essere ampia e inclusiva. La ri-produzione del 1999 è sempre un memento. Del resto nel 2016 Merola, tra il primo e il secondo turno aumentò i propri consensi del 22%, mentre la candidata Borgonzoni crebbe al ballottaggio del 79%. La conferma che il secondo turno è una nuova partita, e che le appartenenze consolidate rischiano di essere non sufficienti se non inserite in una prospettiva politica inclusiva. Ovviamente molto dipenderà anche dalle scelte dell’enigmatico Movimento 5 stelle che nel 2016 – capeggiato da M. Bugani – non sostenne ufficialmente nessuno, ma de facto diede il là a molti elettori del Movimento per confermare Merola contro il “pericolo” leghista. La situazione potrebbe cambiare perché le comunali del 2021 saranno le prime elezioni comunali moderne a Bologna: nuova offerta politica, nuove coalizioni, nuovi candidati che plausibilmente non avranno nessun legame diretto con i partiti pre-1999. E in questo contesto la partecipazione diventa cruciale.

Il bagno di umiltà che il Partito Democratico ha fatto tra il 2019 e il 2020 per affrontare le elezioni europee e quelle regionali non dovrebbe rimanere un ricordo, un’azione strumentale dettata dalla paura per l’onda verde leghista.

Un percorso inclusivo diventa discriminante rispetto al passato: primarie aperte, rivolte solo agli iscritti, una consultazione diffusa, dei forum… Qualunque sia lo strumento, deve rompere gli schemi della scelta oligarchica. E se per un verso è legittimo, persino “giusto”, che sia il PD, primo azionista di maggioranza, ad esprimere il candidato a sindaco, è però altrettanto opportuno coinvolgere altri attori. Per cui, una volta individuati due o tre pretendenti, magari rispettando la parità di genere, è vitale estendere la partecipazione.

Gli strascichi della pandemia non rendono possibile ritrovarsi in sezioni, bar, comitati…, e quindi bisognerà ingegnarsi. Tuttavia, il processo decisionale non si può esaurire solo in incontri virtuali. Le risorse individuali sono scarse per definizione (tempo soprattutto), e quindi anche il web (soprattutto il web) rischia di escludere i molti che potrebbero essere coinvolti. Gli aspiranti sindaci dovrebbero esserne consapevoli.

Dunque, chi intenda partecipare alla competizione lanci il cappello sul ring, come disse T. Roosevelt, e dica qual è la sua idea di città, perché solo così i cittadini-elettori potranno farsi una idea più chiara e informata e i partiti potranno coinvolgerli nel processo decisionale e di selezione.

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La crisi, ovvero l’assenza di pensiero lungo

La crisi, ovvero l’assenza di pensiero lungo
Editoriale per IL RIFORMISTA

Il celeberrimo discorso di Robert (Bob) Kennedy durante la campagna elettorale per le primarie democratiche del 1968 (all’università del Kansas), ricorda chiaramente quanto possa essere distorcente l’utilizzo di indicatori fallaci. Per Kennedy il “prodotto interno lordo” mistificava la realtà e rendeva le società aride e stupidamente competitive poiché misura(va) aspetti quantomeno controversi della produzione. Gli armamenti, il gas di scarico delle auto, i rifiuti atomici e gli inceneritori contribuivano a misurare la ricchezza di un Paese, senza vedere le diseguaglianze sociali, negli Stati e tra diverse aree del Pianeta.

I cambiamenti, probabilmente epocali, generati dalla pandemia-Covid/19 richiedono una capacità analitica di lungo periodo, prospettica, che rimetta in piedi i paradigmi della società liberale, aumentando il livello di giustizia sociale e diminuisca le diseguaglianze. Ragionare solo in termini di “crisi” è fuorviante, limitato e persino pericoloso. Molti Governi, certamente quelli europei e italiano, paiono orientati a misurare l’entità della crisi in chiave comparata con il proprio passato recente. La prospettiva diacronica dunque indica un valore di riferimento da recuperare, un dato da replicare tornando al livello pre-pandemia. Questa prospettiva segna lo scarto cognitivo, intellettuale ed euristico tra le vicende correnti, il sistema precedente e quello da costruire, che verrà in base a quello che le società decideranno che esso sia. In taluni ambiti è evidente che sia auspicabile replicare dati del passato, per altri l’analogia sembra reggere meno e mostra il nanismo analitico prevalente. La pandemia ha mostrato, ad esempio, che un altro mondo e un altro modo sono possibili per il lavoro, la gestione dei tempi della vita quotidiana, dell’interazione umana con la natura. È logico, dunque, interrogarsi se sia davvero necessario tornare a produrre beni materiali in quantità pre-crisi e con le stesse modalità di sfruttamento delle risorse della Terra. La crisi offre una grandissima occasione, quella di ripensare la società, il ruolo delle persone, dei lavoratori, il valore assegnato alle interazioni umane, al peso del welfare, al controllo esercitato dallo Stato, all’incidenza dei colossi economici e soprattutto di quelli finanziari. Per la prima volta nella storia documentata dell’umanità terrestre, tutti sono testimoni del medesimo evento, portatori di esperienze comuni e trasversali alle generazioni, legate dal comune vissuto contemporaneo e non dalla trasmissione tra generazioni veicolata dal racconto.

A causa dell’emergenza sanitaria sono state messe in campo azioni e prospettive di risposta innovative, persino rivoluzionarie rispetto all’ordinaria amministrazione precedente. Un fine analista come Mario Draghi ha immediatamente auspicato risposte e politiche economico-finanziarie che fossero degne della sfida posta dal contagio. Se, banalmente, invece, gli Stati pensassero di ritornarne allo status quo ante rincorrendo punti di PIL, produzione di beni e scenari macro-economici precedenti il 2020, la società umana avrà perso un’occasione mondiale, è il caso di dirlo. E con essa avrà smarrito la bussola illuminista che da secoli la distingue dalle altre società di esseri viventi.

L’ordine liberale internazionale è in grave difficoltà, per usare un eufemismo. Come ricorda l’economista Dani Rodrick, siamo di fronte all’«inevitabile trilemma dell’economia mondiale». È impossibile cioè che convivano contemporaneamente gli interessi degli stati nazione, la democrazia e l’integrazione economica. Se, dunque, perseguiamo una società liberale in economia e democratica, è evidente che non ci sia spazio per il nazionalismo. Pertanto, non è il tempo per misure di basso cabotaggio, non è la fase per uomini e donne di piccole vedute e scarse letture, non l’epoca di burocrazie. Il Covid è una straordinaria occasione per attuare quella società giusta, eguale, solidale, che il millenarismo religioso, politico, etico e filosofico ha declamato, invocato e imposto per secoli a ogni latitudine, senza tuttavia generare una società davvero “migliore”.  Il Virus ha offerto un momento, una finestra spazio-temporale, durante il quale intravedere prospettive di miglioramento e toccare con mano distorsioni e diseguaglianze sociali inaccettabili.

«C’è discriminazione in questo mondo. C’è schiavitù, fame e uccisioni. Vi sono governi che opprimono i loro popoli e ovunque la ricchezza viene sperperata negli armamenti. Questi sono mali diversi, ma sono opera comune dell’uomo. Essi riflettono l’imperfezione dell’umana giustizia, l’inadeguatezza dell’umana pietà, la nostra mancanza di sensibilità verso la sofferenza dei nostri simili», così Bob Kennedy. Il cui omicidio, di quello che fu il vero analista politico della famosa coppia di fratelli democratici di origini irlandesi, due mesi dopo quello di M. L. King, fu la fine di un sogno. Chi avesse visione e lungimiranza potrebbe riaccenderlo.

 

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LA TELA DEL PRESIDENTE

La tela del Presidente
editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Siamo l’Emilia-Romagna. Lo slogan della recente campagna elettorale di Stefano Bonaccini è divenuto un mantra, una sorta di inno al nazionalismo regionale, sino a condurlo alla conferma quale Presidente della Regione. L’azione di complessivo buon governo, la popolarità ritrovata, il consenso elettorale, la capacità politica di Bonaccini e la debolezza del Partito Democratico, hanno fatto emergere il ri-eletto Presidente della Giunta quale aspirante uomo politico di riferimento non sono in ambito locale, ma per il contesto nazionale.

Bonaccini ha assunto una nuova postura (anche fisica durante i suoi discorsi) che lo rende più sicuro, saldo nelle convinzioni di amministratore riformista, rinnovato nel tono oltre che nel look, con ambizioni che travalicano i confini emiliano-romagnoli. L’ex responsabile della campagna elettorale di P.L. Bersani ha le carte in regola per porsi legittimamente al centro del proscenio nazionale. In questi complicati mesi di pandemia sta esercitando la funzione di guida in una regione che ha complessivamente retto bene l’impatto tragico del COVID, a conferma che la struttura dei servizi e del welfare in Emilia-Romagna hanno solide e profonde basi con professionalità diffuse.

Bonaccini ha però ingaggiato una tenzone su tre fronti, che rischiano di trascinarlo in una vicenda difficile da gestire. Sin dalle prime settimane post-elettorali, il Presidente ha palesato intenzioni di scalata al PD nazionale, spinto dall’euforia popolare nel contesto di un partito diviso per bande. Ma questa azione andrebbe in realtà contenuta poiché, per ora, egli ha deciso di dedicarsi al (buon) governo della regione. È la condizione che spetta, quasi una cinica condanna, agli amministratori emiliano-romagnoli, anche a quelli più competenti, costretti a rimanere a presidio del forziere del partito nazionale senza però poterne controllare le gerarchie che contano oltre l’ambito regionale.

Proprio in Emilia-Romagna Bonaccini conferma la sua presa, la forte azione di controllo, anche in ragione dell’insipienza dell’opposizione (inutile infierire sulla candidata Borgonzoni, il problema del centro-destra viene da lontano). Voce autorevole nel consesso degli omologhi Presidenti di regione, Bonaccini ha più volte, e in vario modo, manifestato dissenso circa le posizioni del Governo e si differenziato dall’azione di A. Fontana in Lombardia e L. Zaia in Veneto quanto a governo del COVID. In questo senso il richiamo Siamo l’Emilia-Romagna rischia di suonare troppo etno-centrico, in una fase storica in cui le risposte devono essere di carattere nazionale. Tanto più in presenza di una Lega (Nord) a trazione Salvini-Fontana che tende a rinchiudersi nelle valli del regionalismo non solo differenziato, ma anzi identitario e settario, il cui carattere anti-nazionale sarebbe ri-emerso con i verdi a Palazzo Chigi. L’autonomia differenziata in ambito sanitario non può essere la risposta, e su questo Bonaccini ha palesato un certo nervosismo additando chi volesse sottolineare che la competenza sanitaria, almeno quella, va sì legata al territorio, ma dandole omogeneità patriottica. In questo Bonaccini farebbe bene a differenziarsi esso stesso ponendosi in una dimensione di regionalismo solidale e nazionale senza sconti per Zaia e Fontana, il cui modello di sanità regionale a traino privatistico non dovrebbe trovare emuli, nemmeno surrettiziamente, a Piazzale Aldo Moro.

Infine, nei confronti del Governo nazionale Bonaccini ha avuto un doppio atteggiamento: di ovvia lealtà istituzionale e sostegno politico (ché dopotutto il PD è socio di maggioranza) e al contempo di (legittima) critica per quanto proposto dall’esecutivo guidato da Conte. Le cui esecrabili oscillazioni non sono tanto diverse da quelle di tutti i sindaci e i presidenti di regione, troppo celeri nel proporre propri modelli locali che proprio non reggono alla prova della sfida epocale globale. Per cui i presidenti, tutti, farebbero bene a riscoprire la missione collettiva nazionale, senza misurarsi in competizioni individuali e collettive che rischiano di danneggiare il Paese. Infine, per favore, non chiamateli “Governatori”, ché non lo sono. Si tratta non solo di un errore grave, ma anche di una distorsione concettuale che può produrre atteggiamenti solipsisti.

Che “Siamo l’Emilia-Romagna” indichi una via, una politica pubblica, l’ambizione di un modello d’avanguardia e non solo l’impeto per voler tornare allo status quo ante, d’emblée, come nulla fosse accaduto. La sicurezza e la salute vengono prima anche della locomotiva economica del Paese; dunque, bene i 14 miliardi di investimenti futuri appena varati, ma il giusto orgoglio del Siamo … altro/i non si trasformi lentamente in egoismo, sebbene progressista.

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Lo spettro di Orban si aggira ad Est, rischio sovranismo per l’Ue

Editoriale per il RIFORMISTA

L’Italia provinciale scopre che esiste l’Ungheria. E lo fa da par suo. Inneggiando al satrapo di turno ovvero schierandosi contro l’ennesimo attacco al cuore della Democrazia. E, pertanto, non capendo nulla e proponendo niente. Per anni ad Est del Reno sono successe cose commendevoli sul piano dell’attacco alla società liberale, ma a parte voci isolate, ha prevalso la realpolitik intrisa di vuoto strategico, di prospettiva. Il processo di allargamento dell’Unione europea dopo il 1989-1991 è stato un passaggio rilevante, cruciale, per consolidare il processo di integrazione e per taluni il disegno federale e federalista continentale. Nei primi lustri post caduta del Muro di Berlino il consenso popolare per l’adesione all’Ue era ampio e diffuso, sostenuto dall’anelito libertario e dalle cospicue risorse materiali e simboliche derivanti dalla membership.

Lo spettro di Orban si aggira ad Est, rischio sovranismo per l’Ue

Il cosiddetto Quinto allargamento iniziato nel 2004 era ambizioso e doveva coronare il progetto (per taluni il sogno e l’aspirazione) di ricomporre il continente europeo dopo le lacerazioni della Guerra Fredda derivanti a loro volta dalla Seconda guerra mondiale. Ossia l’area geografica più sanguinosa al mondo che, su basi religiose prima, nazionaliste e ideologiche poi, si era letteralmente massacrata dando vita anche a conflitti planetari. Definite persino “guerre civili” (Raymond Aron ed Ernst Nolte) sottolineando la comune matrice culturale dei popoli che le combatterono. L’adesione europeista offriva due potenti incentivi: uno simbolico, l’altro materiale. Il primo permetteva a popoli piegati per oltre mezzo secolo al giogo nazista e sovietico di affrancarsi entrando nel gruppo delle Democrazie “avanzate” da sempre viste come un modello alternativo alla catena cavernicola del socialismo reale; il secondo, di conseguenza, raccontava il desiderio ravvicinato del benessere cosmopolita e capitalista, immediato, individualista e totalizzante.

Le “promesse non mantenute” della Democrazia europea – direbbe Norberto Bobbio – sono quelle di un debole contrasto alle grandi Corporations del web (“interesse di parte su quelli politici”), la persistenza di oligarchie (ridotta partecipazione al processo decisionale, spesso troppo opaco, “cripto governo” per Bobbio), il cittadino non educato alla politica, non incluso. Le occasioni mancate sono varie, al pari dei successi. In periodi eccezionali però manca il salto decisivo, dal welfare rafforzato, al modello di sviluppo, dai diritti, all’ambiente, agli ideali di democrazia da tradurre non solo in politiche pubbliche, ma in scelte strategiche. Senza dimenticare lo straordinario esempio che l’Unione rappresenta nel mondo. Potenza commerciale, esempio di civicness, prosperità, democrazia, pace. Questioni troppo rapidamente sorvolate o persino assunte quali pre-condizioni tra le “promesse” europeiste e quindi sussunte nella bandiera a dodici stelle.

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Lezioni americane

Mio articolo per HUFFINGTON POST sulle Primarie negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti da qualche mese sono in corso le elezioni primarie per la selezione del candidato presidenziale per il Partito Democratico in vista delle elezioni del 3 novembre. In realtà, procedure analoghe le tengono anche i Repubblicani e i Libertari, ma la competizione all’interno dei Democratici è senz’altro quella più avvincente e significativa.

LezioniDa quella scaturirà lo sfidante di Donald Trump che concorre da incumbent per vincere il suo secondo e ultimo possibile mandato presidenziale. In attesa della formalizzazione del candidato Democratico, durante la convezione convocata a Milwaukee (Winsconsin, 13-16 luglio, al netto di rinvii), è possibile trarre alcune lezioni sul comportamento degli elettori, il ruolo dei partiti, l’influenza della leadership.

Le Primarie sono importanti, sono utili, e se organizzate adeguatamente rappresentano una fonte di ricca e intensa partecipazione politica, di mobilitazione, e ri-mobilitazione, di processo bottom-up nella costruzione delle policy, e persino di rafforzamento della democrazia. Ovviamente dipende dal contesto, dagli attori in campo e dalle procedure adottate.

La prima lezione da trarre è che le Primarie sono un gioco iterativo, che si ripete nel corso del tempo, per un periodo medio di 4 mesi, cui aggiungere la Convention. In quanto tale, l’elezione non si svolge in un solo giorno, non si esaurisce in una sola data, e ciò rappresenta un primo fattore selettivo per il presidenziabile, colui/lei che intende rappresentare il partito. Non basta vincere e convincere gli elettori di uno Stato, all’inizio della campagna, bisogna mantenere la prestazione elevata sino al termine, ossia al raggiungimento del quorum (1.991 delegati di partito per vincere la nomination).

Per le elezioni del 2020 i Democrats hanno avuto un totale di 28 (ven-tò-tto) candidati, di cui 26 hanno ritirato la candidatura. Alcuni nelle prime settimane, altri prima che si svolgessero i Caucus in Iowa, alcuni tra i papabili nel primo grande Super Tuesday.

Le Primarie sono una vera maratona elettorale, una competizione molto selettiva che richiede diverse capacità, doti e risorse personali eccezionali per giungere al risultato finale.

La vittoria per la nomination non implica tuttavia che il candidato selezionato sia il migliore per la vittoria con lo sfidante. Stante la natura e la strutturazione del sistema politico americano e della competizione elettorale, del suo spazio ideologico, il candidato ideale deve essere in grado di coniugare popolarità interna al partito di riferimento, ma anche capacità di estendere il proprio consenso all’esterno, ancor più determinante quando si sfida l’incumbent.

Deve cioè avere capacità di guidare la propria squadra, ma anche di parlare all’esterno, al resto dell’elettorato, una combinazione di inclinazione introversa ed una estroversa, per richiamare la suggestiva classificazione dei partiti di Pippa Norris. “Mobilitare i propri elettori al primo turno, parlare alla nazione al secondo turno” avrebbe detto, mutatis mutandis, François Mitterrand. Le Primarie, dunque, come “primo turno”, di selezione tra gli elettori del proprio partito, e le presidenziali quali secondo turno in cui debbono emergere le qualità di leader del Paese.

Può capitare che i due momenti non si sommino e che il designato non sia l’optimum per un partito. Le elezioni del 1972 sono paradigmatiche: George McGovern, il candidato del partito Democratico, perse contro l’uscente Richard Nixon in una disfatta totale che lo vide soccombere in tutti gli stati (tranne in Massachusetts), con oltre venti punti percentuali di distanza sul piano nazionale da colui che abbandonerà la White House a seguito del Watergate.

Eppure, McGovern aveva ricevuto il sostegno della Convention democratica, dopo una primaria estremamente divisa e polarizzata, nel pieno della guerra in Vietnam e dopo lo storico, tragico, convegno di Chicago del 1968.

 

La seconda lezione da tenere in conto, è che le risorse finanziarie per quanto cruciali non sono le uniche a determinare la vittoria nella corsa interna al partito. I fondi sono importanti, ma non sufficienti. Nella partita per il 2020 lo hanno dimostrato platealmente due casi: quello di Tom Steyer, che ha rinunciato alla contesa dopo le elezioni in appena quattro stati, e dopo avere speso in pubblicità circa 200 milioni di dollari, che gli sono valsi zero delegati; e soprattutto la vicenda di Michael Bloomberg, acerrimo nemico di Trump e vero tycoon, con un passato da repubblicano sindaco di New York per un decennio.

L’investimento stratosferico di oltre 900 milioni di dollari non ha generato l’effetto valanga presso l’elettorato democratico, e a marzo, dopo il Super Tuesday, ha mollato la corsa delle primarie con in dote solo 61 delegati.

La terza correlata e collegata lezione è che uno dei fattori determinanti è la reputazione, il background, il profilo, il passato del candidato, il suo curriculum nelle istituzioni e nella società. La credibilità dentro/fuori al partito servono ad alimentare il consenso, a diffonderne l’immagine e a catapultarlo sul proscenio sia nei dibattiti che nel mondo dei media nazionali. Le qualità di presidenziabile, di Capo del Governo credibile in grado di gestire l’amministrazione federale, la politica estera e quella di difesa.

Tali qualità di padre/madre della Patria, o meglio di Commander-in-chief, sono cruciali soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione ideologica che si traduce in due dati ragguardevoli:

1) il peso degli elettori con un profilo politico e ideologico sovrapponibile rispetto ai due schieramenti è diminuito drasticamente nel corso degli ultimi 20 anni. I Repubblicani estremi rispetto alla mediana dei Democratici sono il 95% del partito (64% nel 1994) e i Democratici ultra-liberal rispetto alla mediana dei Repubblicani rappresentano il 97% (erano il 70% nel 1994) (fonte: Pew Research Center).

2) La Geografia elettorale segue questa polarizzazione dei partiti e degli elettorati. Un dato su tutti: nel 2016 il 61% degli elettori vive in contee in cui il partito vincente ha ottenuto almeno il 60% dei voti (nel 1992 era pari al 39%) e solo 303 elezioni in 3.133 contee sono state decise da una distanza inferiore a 10 punti percentuali (1.096 nel 1992) (fonteCook Political Report). Una vera e propria ghettizzazione amplificata dalla differenza nel comportamento elettorale tra città/costa vs aree interne del paese.

Il rischio, oltre al governo diviso (maggioranza presidenziale diversa da quella in una o entrambe le Camere), è che il candidato sia in grado di vincere nel partito, di vincere le elezioni, ma che governi dividendo il Paese, ovvero replicandone le divisioni. Vincere non per qualcosa ma contro qualcuno: è stato così per Barack Obama contro D. Cheney e le guerre di G.W. Bush nel 2008, idem per Trump contro il “modello di società inclusiva” proposto simbolicamente dall’“Obamacare” nel 2016.

La polarizzazione può sostenere di un candidato in grado di mobilitare soprattutto i propri elettori, ma marcherebbe molto la distanza dall’altro. Inoltre, all’interno del partito Primarie divise, altamente polarizzate, lunghe ed estenuanti possono tradursi non solo nella difficile gestione della Convention, ma anche nella ridotta capacità di convergenza sul front runner dei sostenitori dello sconfitto. I dati indicano che una quota compresa tra 10%-15% di elettori di Bernie Sanders non sostenne Hillary Clinton nel 2016 e parimenti accadde agli elettori di quest’ultima nei confronti di Obama nel 2008.

Nel 2020 pare che le distanze ideologiche e personali tra Joe Biden e Sanders siano componibili con poche lacerazioni. Del resto, la società complessa, in particolare quella statunitense, richiede abilità di sintesi politica, fermezza, rigore, ma anche disponibilità a gestire interessi divergenti in ambito sociale, economico, etnico.

La leadership personale conta in sé, ma soprattutto conta quanto gli aspiranti presidenti siano abili a costruire, tenere insieme e promuovere leadership politica, classe dirigente. In questo, le primarie aiutano a decifrare chi ne possiede le caratteristiche.

I progressisti italiani potrebbero ragionare sull’utilità e i vantaggi delle primarie che dopo una fase in auge paiono in affanno o addirittura espunte dall’agenda politica. Senza approccio teologico, come pure presso taluni neofiti, ma nemmeno senza chiusure preconcette derivanti da poca conoscenza dell’argomento.

Le primarie, non solo quanto a selezione di candidati per cariche monocratiche (sindaci, presidenti di Giunta regionale), ma anche nell’accezione “ampia” di elezione del capo del partito/coalizione, possono rappresentare un momento di crescita dei partiti stessi.

  1. Aumento della partecipazione politica e del coinvolgimento dei cittadini
  2. Possibilità di individuare nuove figure emergenti da includere nel partito
  3. Indicazione di tematiche utili per la campagna elettorale
  4. Raccolta di fondi

Molte, dunque, le lezioni che le elezioni americane offrono alla politica europea e a quella italiana. Ai partiti e ai politici. Sempre che vogliano imparare.

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