Maschere e politica.

articolo per IL RIFORMISTA

Le maschere in antropologia servono per celare e disvelare, allo stesso tempo. Nascondono la vera identità di chi le indossa, e contemporaneamente indicano un messaggio altro. Tutelano le fattezze del mascherato ché altrimenti si violerebbe il tabù della segretezza, e rappresentano e identificano il soggetto che la maschera descrive e “contiene”. Uno sciamano, un giullare, un guerriero, un attore, un poeta, un religioso in talune processioni, una dama veneziana, una danzatrice malesiana, un defunto, un cantastorie… utilizzano una maschera nell’esercizio della loro funzione.

La maschera è un oggetto serio, utile, indispensabile, socialmente e culturalmente. La maschera dissimula, dissacra, cela e celia.

La maschera è diversa dal corpo, dunque. Al contempo però ne trae forza, energia e ne cede in uno scambio simbiotico. La maschera vive, sebbene mutilata, senza il corpo e viceversa, ma entrambi saranno altro dal personaggio che insieme vivificano unendosi.

Il corpo da solo comunica, rappresenta, la persona, il politico e le sue idee, diventando iconografico esso stesso, in taluni casi. Ma sono le proposte, il pensiero, gli scritti eventuali del politico a rimanere saldi nella storia, con la fisicità che a rimorchio spinge l’immaginario collettivo e la rappresentazione della sua visione del mondo. Senza pensiero i corpi sarebbero vuota carne deambulante, mentre nascono, e si rigenerano attraverso l’elaborazione di visioni, utopie, scenari, provocazioni e idee per la società presente e/o futura.

Impossibile immaginare John Kennedy senza ich bin ein BerlinerGorbachev senza la perestrojka, Berlinguer senza questione morale, Berlusconi senza un milione di posti di lavoro, Mitterrand senza la forza tranquilla, Obama senza we can

Il loro fisico, per quanto aitante, peculiare o audace sarebbe rimasto inerme, imberbe e abbandonato alla temperie degli anni, del logorio del tempo.

Il sigaro di Winston Churchill, il foulard di A. Occhetto, il doppiopetto di S. Berlusconi, i pantaloni di A. Merkel, la kefiah di Y. Arafat, il passamontagna zapatista, il saio di Madre Teresa di Calcutta, il basco del Che, l’angioma di Gorbaciov, gli stivali da cowboy di Reagan… in uno scenario sterminato di molteplici segni individuali. Sarebbero rimasti comportamenti, abitudini, vezzi e fisime di altrettanti anonimi personaggi della società umana.

L’Italia, terra di bautte e Pulcinella, ha visto poche maschere e molti politici. Politici, pensatori e oratori, che usavano il corpo come accessorio, riporto e complemento della loro personalità. La mente prima, e il corpo dopo. L’immagine sarebbe (av)venuta successivamente. Il 1994 ha funto da spartiacque, da momento catartico, di passaggio dalle maschere di cera al cerone, dai politici senza fisime per il viso, a candidati tutti faccia. E non fu solo B. a farne uso, del corpo mascherato per celare per rimandare a mondi altri per subordinare per scompaginare per imprimere la memoria degli elettori.

La modernità era già stata introdotta da Marco Pannella, dai suoi televisivi bavagli provocatori e premonitori, rispetto a un mondo bigotto paludato e reazionario di catto-comunisti che molti rimpiangono, ignorando. Il turacciolo autoinflitto però celava, evocava ed esaltava personalità, contenuto e pensiero. Non solo oggetto. L’ondata populista e qualunquista dei rampanti anni Ottanta travolse maschere e mascherati. Come dimenticare il fantomatico candidato anonimo, in tutti i sensi, alle primarie dell’Unione (eh sì, il centro-sinistra italiano è stato anche questo) e i gli sparuti, ma niente spauriti, personaggi in “cerca d’autore”. Di idee, di maschere e di progetti. Di corpi pensanti.

In tempi di pandemia da Covid-19 la maschera antibatterica invece è un ausilio paramedico utilizzato per contenere la diffusione dei batteri e recentemente per rallentare il contagio. La permanenza prolungata nel tempo del rischio sanitario e il conseguente gesto volto a coprire naso/bocca ha generato un uso politico della mascherina. Dal non utilizzarla a brandirla, a di-segnarla con messaggi etero-diretti. In una sorta di body-painting pubblicitario la parte orale del corpo umano è stata riempita di contenuti extra-verbali per attivare una campagna permanente, come sulle portiere di un taxi.

Non è un tratto della moda (si veda il bel saggio di M.C. Marchetti, Moda e Politica, Meltemi); siamo di fronte non a un belletto, allo stile, sempre identico a sé stesso e quindi identificativo del leader. Non è la canottiera di Bossi (si veda l’omonimo libro di M. Belpoliti, Guanda), quanto un tutore, un traduttore simultaneo degli impulsi incoerenti ed estemporanei, un vettore di informazioni per quelli incapaci di intendere messaggi più sofisticati di un improperio.

La maschera, come la neve di queste giornate, addolcisce, rende uniforme ed informe. Tutto simile a sé stesso. Ma non basta a trasformare il nulla siderale in pensiero compiuto, la vacuità in proposta, la storia in poesia.

La Lega Nord ha sempre mascherato e si è sempre mascherata dietro i tratti da commedie, da operetta, per celare le debolezze della proposta. Per rilanciare su temi meta-simbolici non in grado di sintetizzarne i crismi in forma intellegibile con caratteri arabo-gutemberghiani. I propositi guttural guerreschi di Umberto Bossi, le intemerate nazistoidi di M. Borghezio hanno fatto il paio con le comparsate giocose nel pratone di Pontida con corna, finti araldi, simbologia medieval-neorealista e prosa secessionista. Senza protervia, ma con ostinata retorica da birreria anni Trenta, per superare la debolezza, l’imbarazzo, la timidezza degli ultimi della classe, incapaci di proferire alcunché di sensato. Assaltiamo il Campanile! Secessione! Terùn! Roma ladrona!, come un pensionato beone sorpreso a imprecare contro il padrone di casa, impenitente rispetto a un partito aduso a provocatorie frasi fuori luogo e spesso fuori legge.

La mascherina anti-Covid, pur dal versante negazionista, è pertanto l’ultimo, nel senso di più recente, ritrovato comunicativo della Lega Nord in versione nazionalista. In assenza di progetti, di schemi profondi e analisi rigorose, il capo partito si affida e confida nel marketing del vestiario dozzinale made in China o CasaPound.

La mascherina per lanciare messaggi alle casalinghe, ai meno istruiti, ai creduloni ché questo è il grosso dell’elettorato leghista. Dal sostegno a Trump al campanilismo culinario, sciorinato a ogni comparsata nelle piazze comunali d’Italia, alla speculazione no-vax, all’antistatalismo eversivo contro la tassazione, alla propaganda anti-migranti. La mascarade del truce sedicente capo leghista che sostituisce l’inno al mancato satrapo di Washington con l’icona, e iconoclasta apologia del giudice Borsellino. L’antimafia come feticcio (in questi giorni si celebra/commemora Leonardo Sciascia), lo sventolio di un’immagine senza elaborarne la teologia, come in un rosario scarnificato senza fede. Il rapporto travagliato tra Lega Nord e Mafia è datato. Dai toni ultimativi di Bossi che “Fininvest è nata da Cosa Nostra” fino alla “mafia non esiste” e soprattutto nel Nord la mafia non c’è, espressione di rito maroniano che tiene insieme l’antimeridionalismo e l’oscurantismo, perché al Nord la mafia c’è, eccome.

Inverecondo continua a mutare mascherina/messaggio come una serpe ad intervalli cadenzati, regolati dagli eventi e dettati dall’umore dell’elettorato.

La maschera alfa e omega del non pensiero leghista. Da non confondere con anonymous, gruppo di hacker altermondialista che pure adopra una copertura facciale per rappresentare il mondo degli hackers contro il dominio-capitale. E il pirandelliano “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere” che ben delinea l’assenza di tutto assistenzialismo milanese.

In quasi ogni civiltà esiste un giorno dell’anno in cui i cittadini/sudditi possono mascherarsi e dar sfogo a vari comportamenti normalmente non consentiti o tollerati. Semel in anno licet insanire. Nel caso del senatore Matteo Salvini (eletto per caso in Calabria Ulteriore) siamo alla quotidianità e, quindi, la maschera è divenuta un elemento strutturale; un Carnevale tutto l’anno che è esso stesso ossimoro. Con l’aggravante che la maschera non è ludica, il mascherato non è celato, ma è assolutamente disvelato. Si trincera tuttavia. Non è un mascheramento, è un nascondiglio, senza il quale sarebbe esposto al pubblico ludibrio, sarebbe debole, fragile, nudo nella essenza.

Parafrasando Winston Churchill, che laconico si pronunciò sul suo avversario laburista: “un taxi vuoto si è fermato davanti al n.10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee”, reso poi in italiano dal caustico Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, “arrivò una berlina, si aprì lo sportello, non scese nessuno: era Cariglia”, potremmo dire che oggi “sotto la maschera leghista nulla emerge”.

Nella politica italiana si è inaugurato un pernicioso processo di scarificazione, ossia la produzione di una lesione cutanea a scopi di propaganda elettorale sperimentale. Allorché il corpo si privasse, e si priverà della copertura cosmetica non rimarrebbe che la realtà. Immutata ed immutabile. Vacua e fatua, fungibile come una mascherina sanitaria. Senza profondità, senza pensiero, senza identità. Il Carnevale sarà finito.

Insomma, Uno, nessuno, … pantomime.

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Nemici per sempre. Amici miei

Editoriale per IL RIFORMISTA

«Amo così tanto la Germania da preferirne due». Una frase attribuita a Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio, deputato dalla Costituente, più volte ministro. E tanto altro. In realtà si tratta di un quasi falso storico ché a pronunciarla fu il premio Nobel per la letteratura François Mauriac: «Amo talmente la Germania che sono proprio contento ce ne siano due». Al di là del diritto di attribuzione, della diversa finezza linguistica e della proprietà intellettuale contano la provata scaltrezza politica e l’abilità di tattico del Divo. Andreotti in quella frase e nel concetto contenuto intravedeva e delineava l’intero piano del realismo politico democristiano, fornitore della sua condizione di privilegio e posizione di intoccabilità e non contendibilità.

La divisione in blocchi contrapposti e sfere di influenza come definite a Yalta, la “cortina di ferro” delineata da W. Churchill, gli USA e l’URSS, il “bene” e il “male”, il diavolo, il nemico e l’imperitura lotta. In questo contesto l’Italia finì sotto l’egida dello Zio Sam, prodigo, generoso in beni materiali e immateriali, ma anche esigente e occhiuto su quanto si muovesse lungo lo Stivale. I Comunisti – la più grande forza dei paesi occidentali, che aveva lottato per la democrazia e stava scrivendo la Costituzione -, vennero esclusi dal Governo appena De Gasperi poggiò piede sul suolo patrio di ritorno dagli States nell’inverno del 1947; era il fio per il Piano Marshall, ma anche per la richiamata divisione in Blocchi.

La conventio ad excludendum inoltre scartava qualsiasi possibilità di accesso al governo delle “sinistre” nonché, ovviamente, dei post-fascisti che non avevano nemmeno votato per la Costituzione. Il sistema partitico era bloccato, e l’alternanza era “impraticabile” (Giovanni Sartori) stante la distanza ideologica tra PCI e DC. In sedicesimo l’Italia riproduceva, ed esasperava le dinamiche avversariali tra “Nato e Patto di Varsavia”. La logica del “nemico alle porte” era funzionale alla permanenza al potere della Democrazia cristiana, una assicurazione sulla vita (politica) che Andreotti, e non solo, intuì bene e presto. In assenza di alternative praticabili rimane solo un attore in grado di governare. Ma, attenzione, resta legittimato anche un solo (o poco più) partito capace di opporsi. La dualità amico/nemico, elemento base della politica come insegna Carl Schmitt, in Italia trova l’acme durante tutta la fase democratica. Dopo il 1989/1991, con la fine delle celebri Due Germanie, al fattore K si sostituì, a parti politiche invertite, il fattore B-erlusconi. Il piduista – è storia -, il pluri-indagato, l’amico di Bettino Craxi, il datore di lavoro di un mafioso, l’imprenditore rampante, fai da te (fino a un certo punto), il donnaiolo incallito, l’alleato dei post-fascisti, il liberalizzatore, il gaffeur, l’amico dei Conservatori, il proprietario di molte (troppe) tv, adulatore delle masse e delle massaie, cantore dell’evasione fiscale, se “giusta”. Il Caimano, e altri epiteti irripetibili. Reo di avere distrutto i sogni di gloria dell’«allegra macchina da guerra progressista», in realtà già nata sgangherata e con poca capacità di capire il nuovo contesto politico e sociale del 1994.

Che Berlusconi fosse, e sia stato, un personaggio politico con una agenda politica non proprio “progressista” e per certi punti persino perniciosa, a me pare(va) evidente. Che l’uomo fosse spregiudicato è lapalissiano. Il punto politico rimanda però all’attualità, al realismo. Al cambiamento radicale del sistema politico e partitico avvenuto tra il 2011 e il 2019. Si sono succedute tutte le possibili combinazioni di alleanze, coalizioni, tipi di governo che un intero manuale di scienza politica quasi non basterebbe. Rimane però lo stigma del fattore B, nonostante, appunto, il PD, la Lega Nord, Fratelli d’Italia i vari “centristi” abbiano contratto alleanze con Lui senza quasi alcun problema. Quale, dunque, il motivo di tanta acrimonia, al netto delle diversità politiche e del CV del Cavaliere non proprio da studente di Oxford? Una sorta di nuova conventio ad excludendum. Del resto, l’anti-B ha funzionato come garanzia, per molti. La dicotomia tra quelli de “meno male che Silvio c’è” e lo stucchevole anticomunismo urlato da Berlusconi hanno consentito di non rinnovare la classe dirigente della Sinistra, almeno, e in parte, fino alla “rottamazione”, e alla Destra di rimanere incagliata tra nostalgie novecentesche e sogni di liberalismo illusi dalle trame di potere di un uomo solo al comando. È un vantaggio inneggiare, sì inneggiare, all’anti-B in funzione andreottiana, ossia per rimanere saldi al comando che tanto “il popolo impaurito seguirà”. E infatti seguiva, ma poi stanco ha voltato le spalle. E chissà per quanto. Walter Veltroni nel 2008 provò a “normalizzare” il PD, ma anche i rapporti con il principale esponente dello schieramento a noi avverso, non definito appunto “nemico”. Fu un profluvio di accuse, e di ritorno al partito “vero”.

 

 

 

 

 

La cronaca recente racconta di avvicinamenti, di sostegno parlamentare di pezzi di Forza Italia alla manovra di bilancio, mentre altri in ossequio al trasformismo lasciano per seguire la Lega Nord. Se la decisione di votare insieme alla maggioranza fosse presa alla luce del sole, con motivazioni argomentate e, dunque, falsificabili, non credo staremmo allo scandalo. Viceversa, se si trattasse di trame oscure, andrebbero stanate dalle opposizioni e dalla stampa. I partiti decidano assumendosi le conseguenti responsabilità davanti al Parlamento e al Paese. Il quale non è ancora “normale”. Il dualismo amico/nemico ha superato i livelli di guardia, il populismo ha avvelenato i pozzi del vivere comune. La destra e la sinistra non hanno modernizzato la loro visione e la loro agenda, mentre i populisti faticano a decifrare la realtà politica nazionale e internazionale. Una parte della sinistra e una componente ampia del populismo di vario lignaggio rischiano di rimanere in cerca d’autore senza IL nemico. Senza il quale si prosciugherebbero le colonne di interi editoriali(sti), fortune politiche scomparirebbero. Nulla di indecente, ma è importante saperlo.

E se invece di accusare di “tradimento” si parlasse del merito, delle proposte per la crisi economica, sanitaria, culturale, ambientale, in una fase storica diversa e tragica per il Paese? Sarebbe più complicato e ciascuno dovrebbe mostrare cosa sa dire/fare. Meglio, più redditizio “amare così tanto Berlusconi da preferire ce ne siano due”.

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Sarà il Nord a tradire il ministro Matteo Salvini

mia intervista per “Lo Spiffero

La Lega del Capitano non ha (quasi) più nulla da spartire con quella delle origini. Esaurita la propaganda si schianterà sull’economia. La matrice di “estrema destra” e la storica diffidenza del Piemonte. Analisi del politologo Passarelli

L’elettorato del Nord che è molto pragmatico e molto attento potrà seguire la Lega fino a un certo punto sul tema dell’immigrazione. Poi arriverà, forse prima di quanto si pensi, il momento in cui le imprese diranno con forza: guardate che con gli immigrati ci lavoriamo, vero che tra loro ci sono alcuni delinquenti, ma non possiamo affidarci per anni a chi ha in agenda un solo tema e lo usa ossessivamente non avendo altre proposte. È un elettorato pragmatico, che vede l’immigrazione come un problema da risolvere, ma non accetta che si parli solo di questo, mentre gli investimenti restano fermi e si spendono miliardi nel reddito di cittadinanza, che altro non è se non una mancia elettorale. Paradossalmente sarà proprio il Nord il punto dolente della Lega di Salvini”.

Professor Passarelli, lei vuol dire che proprio laddove trentacinque anni fa hanno preso a girare le ruote del Carroccio, mosse dall’idea politicamente geniale di Umberto Bossi, il suo successore indiretto ed erede non certo designato, in una sorta di nemesi, potrebbe avere i primi problemi?
“Intanto, l’osannato partito territoriale ha perso il 66% delle sezioni e al Nord gli elettori sono in stand-by. Appena Salvini andrà in difficoltà sull’economia, quegli elettori cosa diranno? Grideranno viva il reddito di cittadinanza o chiederanno un partito che risolva i problemi reali, faccia gli investimenti e la smetta con questo tema unico dell’immigrazione?”.

Gianluca Passarelli è professore associato in Scienza Politica all’Università La Sapienza di Roma, ricercatore dell’Istituto Carlo Cattaneo e membro di Itanes, nei suoi studi si occupa di presidenti della Repubblica, partiti, sistemi elettorali, elezioni e comportamento di voto. È autore di numerosi saggi. L’ultimo, La Lega di Salvini. Estrema destra di governo (ed. Il Mulino), scritto con Dario Tuorto, uscito pochi mesi fa non è stato certo accolto bene dagli uomini del Capitano: un’interrogazione in Regione Emilia-Romagna e pure una in Parlamento dopo che il testo è stato consigliato nei corsi dell’ateneo di Bologna. Quella definizione di estrema destra è indigesta alla Lega che, piaccia o no, non è più da tempo quella di Bossi, uno che su fascismo e antifascismo aveva posizioni ed espressioni assai più nette rispetto a Salvini.

Incominciamo da qui, professore, da quanto è di destra la Lega e quanto sia cambiata la collocazione politica con Salvini rispetto al movimento delle origini.
“Quando Bossi urlando a suo modo disse: mai con la porcilaia fascista, mai con Fini, si era in un periodo storico in cui lui doveva distinguersi da quello che era l’antagonista principale soprattutto al Sud”.

All’epoca a Silvio Berlusconi riuscì l’impresa: allearsi al Centro-Sud con Alleanza Nazionale, appena nata dalla svolta di Fiuggi, e al Nord con la Lega. Ma quella di Bossi era una posizione soltanto tattica, o lei non crede che quel marcare la sua distanza con la destra post-fascista fosse, diciamo, sincera?
“Sì, ci credeva davvero. Nella Lega c’era quell’animo popolare delle valli alpine che avevano vissuto la Resistenza. Questo aspetto genuinamente repubblicano e popolare c’era e si coniugava con una grande spinta all’autonomia con un’avversione non proprio francescana nei confronti del Meridione. C’era quest’anima ancora un po’ solidale”.

E poi non poche figure di spicco della Lega, all’epoca, arrivavano da sinistra, addirittura dal Pci come Gipo Farassino o da esperienze e ideali autonomisti, come Roberto Gremmo con la sua Union Piemonteisa, idee che certo si rifacevano più alla Carta di Chivasso che a Ezra Pound. Lo stesso Roberto Maroni prima di incontrare l’Umberto stava addirittura in Democrazia Proletaria.  
“Maroni…. Basterebbe considerare il ruolo di ministro degli Interni svolto da lui e quello dell’attuale che è del tutto privo di cultura istituzionale e quindi si muove come un elefante in una cristalleria. Una differenza enorme, abissale”.

Per contro c’erano anche i Mario Borghezio che dopo aver risposto per anni a chi gli telefonava con un Pronto Padania Libera, nel 2014 va dal neofascista Stefano Delle Chiaie e gli dice: “Comandante, quando il nostro popolo sente il bisogno di una rivoluzione nazionale, noi dobbiamo metterci alla guida di questa rivoluzione. Questo è il compito anche tuo”. Significativo no?
“Bossi una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta, li conosceva, li tollerava, li teneva a debita distanza. Come mai avrebbe fatto dei selfie con dei panini. Bossi è persona seria e politico vero. Con grande realismo politico sapeva che aveva bisogno di quella componente di destra, ma non ha mai consentito diventasse egemonica. Lui li metteva in riga. L’attuale ministro dell’Interno, invece, non ha battuto ciglio quando CasaPound ha annunciato un bagno di sangue se la Guardia di Finanza avesse proseguito nel tentativo di sgombrare lo stabile occupato a Roma. Bossi non le mandava a dire, governava il partito con il pugno di ferro, lo stesso Maroni fu espulso. Però c’era una dialettica interna, con l’ala destra dei Borghezio, ma anche un’area istituzionale. Era un partito complesso”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Però perdeva voti, sembrava alla fine. Poi arriva Salvini e adesso è ampiamente sopra il 30 per cento. La Lega di estrema destra piace. Ma come si arriva a questa mutazione, non certo sempre presa bene da quelli che avevano vissuto il movimento delle origini e il partito degli anni successivi?
“Dal 2001 in poi c’è stata una torsione, peraltro ancora sotto la guida bossiana, verso destra. Questa torsione dopo le Torri Gemelle, vede il partito usare lo strumento religioso per difendere la cosiddetta civiltà occidentale rispetto a quella musulmana. Quando arriva Salvini, stante la sua poco cultura istituzionale, si getta a braccia aperte nel mondo dell’estrema destra, con un certo fiuto politico che però non enfatizzerei: c’era uno spazio che nessuno copriva e quindi con tentativo di sostituire il nemico meridionale con quello arabo”.

A lui e ai suoi non piace essere definiti di estrema destra. Il suo libro è stato, diciamo, messo all’indice dalla Lega.
“Mi sorprende la sorpresa di fronte alla nostra analisi e alla definizione di partito di estrema destra: peraltro è, come ho appena detto, qualcosa che risale a dieci o quindici anni fa, così come nessuno all’estero si sorprende. Mi trovo in Finlandia e qui il partito di Salvini è considerato di estrema destra. Tuttavia, se ci si vergogna di essere definiti di estrema destra non è un problema, basta fare una dichiarazione in cui si dice che non lo si è, si prendono le distanze da essa e si afferma di condividere lo spirito antifascista della Carta Costituzionale e si partecipa alle manifestazioni del 25 Aprile col tricolore in mano”.

Lei sa bene cos’ha detto il leader della Lega della Festa della Liberazione, paragonandola a un derby tra fascisti e comunisti.  
“Ma visto che dice sempre: prima gli italiani, avere il tricolore in mano il 25 Aprile è la scelta più bella. Salvini potrebbe dimostrare di essere un grande patriota. I partigiani erano dei grandi patrioti contro l’occupazione nazifascista, e in Piemonte lo sapete bene”.

Infatti, come dicevamo, alcuni dei protagonisti della Lega originaria in questa regione arrivavano da posizioni politiche lontane da quelle della destra. Però adesso che il partito di Salvini è più a destra, gli elettori sono cresciuti rispetto a un po’ di anni fa.
“Sono cambiate le ragioni, le regioni e gli elettori. Il Piemonte è sempre stato una storia a parte rispetto al Lombardo-Veneto, è stato sempre minoritario rispetto alla Lega lombarda e veneta, tuttavia non scordiamoci che l’illuminazione sulla via di Damasco per Bossi avviene quando incontra il leader dell’Union Valdotaine, quindi nasce in quell’area nord-occidentale la sua idea di autonomia”.

Professore lei sembra mettere in contrasto il partito di Bossi rispetto al giudizio negativo su quello di Salvini. Era migliore quella Lega?
“La Lega delle origini, se la guardiamo in maniera storica, poneva delle questioni reali e serie rispetto alla territorialità che poi venne declinata in maniera un po’ strampalata con la secessione. All’inizio il bisogno del regionalismo e del federalismo, erano spunti interessanti sull’autonomia. Poi ha avuto il merito di porre l’argomento della degenerazione della partitocrazia: negli anni Ottanta il pentapartito fa impennare il debito pubblico e il Nord, soprattutto il Nord Est dice: noi non ci sentiamo più rappresentati. Quelle erano rivendicazioni vere. Invece, adesso il ministro dell’Interno è abile a prendersela con gli immigrati e con alcune minoranze con una forma di razzismo da nazismo. Si insegue un falso tema, quello dell’immigrazione che resta un problema per cui ricercare soluzioni, ma non solo, non il principale. Salvini parla solo di quello perché non c’è una vera proposta sui temi economici e culturali”.

C’è, però, una parte di elettorato che ha abbandonato il Pd, dopo il successo del 2014 con Matteo Renzi, e che lascia giorno dopo giorno anche Forza Italia. Lei nel libro sostiene che quelli più a destra del partito di Berlusconi sono già migrati verso Salvini. Gli altri?
“Li chiamerei elettori in cerca d’autore: puntano a un’Italia liberale e per certi versi liberista. Non possono votare Berlusconi perché sono esausti da questa figura politica ormai usurata, il Pd è ancora in affanno e non ha credibilità soprattutto nel Nord, anche se è lì che dovrebbe investire. I Cinquestelle mi paiono non in grado di soddisfare quel tipo di elettorato. A questo punto vedo un rischio astensione. Perché quel tipo di elettore non può votare Lega: l’immigrazione è un problema ma anche una risorsa, e poi non accetta che si possano discriminare i bambini nelle scuole, e sul piano internazionale non vede sicuramente bene uno spostamento dall’Atlantico alla Russia. Ecco perché non mi sento di escludere possano optare per il non voto”.

Restando in Piemonte, dove si andrà ai seggi tra poco più di un mese, uno dei problemi che neppure la dirigenza della Lega può negare è la scarsità di figure su cui contare per il probabile governo della Regione. Una penuria figlia di pesanti migrazioni verso il Parlamento e alla guida di città importanti. Lei non crede che questo sia indicativo anche di un cambiamento di un partito che per anni ha sfornato molti amministratori locali?  
“Certamente sì. Storicamente la Lega ha una classe di amministratori, spesso valida. Non pochi di loro, secondo me, oggi sono anche a disagio di fronte alla linea del loro leader, pur non manifestandolo. Non lo dicono apertamente, ma mormorano come il Piave. Una situazione dovuta al fatto che Salvini ha accentrato totalmente il partito nelle proprie mani per una strategia elettorale. Al Sud, per esempio, la classe dirigente è fatta di transfughi e talvolta personaggi un po’ obliqui”.

E il Nord?
“Rischia di essere abbandonato. Quando centralizzi tutto su di te hai dei vantaggi elettorali, ma quando questa bolla si restringerà, non ci sarà più la via d’uscita che con Bossi era rappresentata dal partito, dalle migliaia di sezioni. Adesso sono già meno della metà. E da qui, da dove la Lega è nata e cresciuta, potrebbe incominciare la sua crisi”.

 

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Book Review: Presidentialization of Parties on …

Government and Opposition (by Marina Costa Lobo,  Instituto de Ciéncias Sociais, Lisbon)

government_and-oppositionIn January 2017 Donald Trump was inaugurated as the forty-fifth president of the United States. Trump’s ability to win the Republican Party nomination, against the will of the party grandees, went against the received political science wisdom, which placed party elites in charge of the choice of presidential candidates in the US (Cohen et al. 2009). His subsequent victory against Democratic candidate Hillary Clinton further challenged the idea that the two parties controlled
access to American institutions. Trumpism is a clear sign of the decline of political parties as institutional gatekeepers and is symptomatic of the rise of the media-driven, outsider leader. Yet is this a specifically
American phenomenon, or has it spread to other countries?
In Italy, the rise of Silvio Berlusconi as leader of Forza Italia and the longest-serving prime minister of Italy is perhaps the closest parallel to Trump. Berlusconi was also an outsider – a media and construction billionaire – who stormed Italian politics. He was elected as MP in 1994 and went on to serve on three different occasions as
prime minister of Italy (1994–5, 2001–6 and 2009–11). Berlusconi, unlike Trump, created his own party, at a time when the party system in Italy was imploding (Bartolini et al. 2004) under the weight of tangentopoli. Despite being dogged by the judiciary for most of his mandates, he dominated politics in Italy for more than a decade.
Another Italian politician, Beppe Grillo, the leader of the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement – M5S) is also a clear example of a mediatized personality, in this case using the internet to gain visibility. His party has been described as belonging to a personal party model (Diamanti 2014). He illustrates the importance that new
media may have in the process of the personalization of politics which has been recurrent in Italy. Founded in 2009, M5S won 25 per cent of the vote in the 2013 legislative elections and 109 seats in the Italian parliament, becoming the second largest party in Italy. The election of Marcelo Rebelo de Sousa as president of Portugal
can also be counted as one of the more recent cases of the extreme mediatization of politics. Despite not being the head of government, the president of Portugal holds important prerogatives both in terms of veto power and in relation to the dissolution of the Assembly, which can be crucial when governments are weak (Amorim Neto and
Lobo 2009). Although Rebelo de Sousa has been a centre-right party member for most of his active life, and was even leader of the Partido Social Democrata (PSD) between 1996 and 1999, Marcelo – as he is known to the Portuguese – became a household name from 2000 because of his weekly political commentary shown on open access television networks. Marcelo is, to a large extent, a product of the media, where he carefully crafted an image of a likable politician over the course of 15 years. In 2015 he decided to run for the presidency against the wishes of the PSD leader, Pedro Passos Coelho, who saw him as an outsider. He persevered nonetheless, running a campaign with little funding and winning the presidential election on the first round in January 2016 with 52 per cent of the vote. HERE THE FULL ARTICLE (pdf)

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IL CENTRODESTRA E LE NUOVE CAMICIE VERDI-NERE

piazza-maggioreIl messaggio che arriva da Piazza Maggiore è in parte nuovo in parte vecchio, quasi antico. La rinnovata espressione della leadership di Lega Nord e Fratelli d’Italia rappresenta il nuovo conio, anche se in presenza di politici di professione e dalla lunga carriera politica. La riproposizione dello schema coalizionale “Casa della Libertà” (sul palco c’era anche il rappresentante del Partito dei pensionati) viceversa ribadisce il format classico dei conservatori italiani. Se per un verso sarebbe troppo banale ribadire che non è stata un’operazione “nostalgia” né che sarà plausibile ripetere i fasti del 1994 o del 2001, dall’altro andrebbe enfatizzato che trattasi di un elemento di forte continuità. La discontinuità dei protagonisti cela un profondo radicamento sociale e politico dell’alleanza. Dal 1993 (elezioni amministrative: fu Berlusconi proprio alle porte di Bologna che sdoganò l’alleanza con i post fascisti e con la Lega Nord) al 2011 quei partiti hanno marciato e colpito insieme, tranne che per un breve periodo in cui la Lega si è allontanata per “andare da sola”. Continua a leggere

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