America. Paese lacerato, non solo da Trump

Editoriale per DOMANI

È ormai chiaro il risultato politico ed elettorale delle presidenziali 2020, mentre il verdetto sul numero di Grandi elettori che comporranno il Collegio che formalmente eleggerà il Presidente della Repubblica degli Stati Uniti dipenderà da questioni legali/amministrative. Nelle more è possibile ritenere alcuni punti cruciali del voto USA. Evitando, come direbbe Francesco Guccini, di “parlarsi addosso” inseguendo l’ultimo lancio di agenzia sulla Pennsylvania, la dichiarazione della CNN e similia.

Il voto consegna un Paese diviso, frammentato, altamente polarizzato. Si tratta di una conferma e non di un esito generato dalle urne del 3 novembre. Gli Stati Uniti sono polarizzati su vari assi. Sul piano ideologico le distanze tra Repubblicani e Democratici sono sempre più ampie, e anche nei due partiti l’ala radicale pesa significativamente e guida l’orientamento ideologico e le proposte di policy. Ne consegue una crescente frattura anche all’interno del Parlamento in cui il voto sul merito è stato fagocitato dalla disciplina di partito, per cui anche su temi trasversali contano di più le appartenenze che le politiche. Per dare contezza di tale distanza, si consideri che per la prima volta nella storia recente la nomina presidenziale di un giudice della Corte Suprema federale (A. Coney Barrett) è stata confermata dal Senato senza nemmeno un voto del partito opposto a quello del capo dell’Amministrazione (Scalia fu votato da 98 senatori). Lo stesso accade sulla sanità, e l’Obama Care divenuto un tema da crociata ideologica tra sedicenti liberisti e presunti propugnatori del socialismo reale. I diritti civili, ferita sanguinosa sin dal capolavoro politico abolizionista di Abraham Lincoln, permangono quale frattura sociale, con tensioni crescenti fra gruppi etnici. A questo si aggiunga la potente segregazione economica e sociale tra l’1% della popolazione che detiene quasi tutto e la base che accede a malapena al poco (tra il 1974 e il 2016 l’indice di Gini è passato da 0.34 a 0.41). La disuguaglianza aumenta tra gruppi etnici con le famiglie bianche dieci volte più benestanti di quelle nere e meno investite dalla disoccupazione (14% vs 18%, fonte: US Department of Labour), le quali rischiano tre volte di più di finire nelle maglie della povertà (8% famiglie bianche, 21% famiglie nere). E come conseguenza una disparità anche nel fato: i neri sono il 23% dei morti per COVID a fronte del 13% del loro peso sull’intera popolazione americana. Anche se per le scelte di voto i latinos hanno in parte deluso le aspettative democratiche in Texas e Florida poiché quel gruppo è eterogeneo, e una parte proviene da Cuba e Venezuela e perciò più affine con l’impostazione Repubblicana.

Il voto ha poi esacerbato la distanza tra città e campagna, tra centro e periferia. Tra zone rurali e urbane, ma anche tra aree geografiche del Paese. Una segregazione persino urbanistica, con contee in cui è praticamente impossibile incontrare un diverso da sé sul piano politico-ideologico. Solo il 3% ha scelto chi votare nell’ultima settimana prima del voto, a conferma del processo di auto-configurazione e consolidamento della identità, come pure evidente dalla rappresentazione dicotomica fatta dalle principali TV, Fox e CNN. Una auto-reclusione entro confini valoriali simili, per escludere l’altro. La mappa elettorale pone benissimo in evidenza che esistono, e persistono due Americhe: quella del voto nelle grandi città, dove i Democratici surclassano gli avversari con percentuali da regimi autoritari, e viceversa aree in cui i candidati del partito Repubblicano travolgono ogni possibile sfidante. Da anni. In Alaska, Idaho, Nord e Sud Dakota, Nebraska, Oklahoma, Utah, Wyoming …  i repubblicani vincono ininterrottamente dal 1972. La probabile vittoria dei Democratici in Georgia non avveniva dal … 1992 (e ci fu la candidatura “terza” di Perot). Il partito Democratico è un partito urbano, quasi ancorato alle riserve dei grandi agglomerati urbani, mentre il Grand Old Party conserva un tratto “nazionale”, ossia più diffuso e omogeneo.

Ma poi esistono due Americhe, due spaccati sociali degni di un romanzo di P. Roth. Del resto per predire il voto il tema più significativo capace di orientare le scelte di campo è l’atteggiamento verso l’aborto. Con i favorevoli decisamente pro-Dem e i contrari pro-Rep, specialmente nella componente evangelica. Cui Trump ha dato fiato, legittimazione politica e copertura culturale partecipando alla marcia del movimento pro-Life (Obama guidò l’omologa in ricordo di quella partita da Selma) e non rinnegando le esaltazioni di odio sociale e ideologico dei negazionisti e suprematisti bianchi e dei complottisti di QAnon (la fanatica J. R. Perkins è stata eletta senatrice in Oregon).

Pertanto, se l’America socio-politica del 2020 in parte è un mix, una dicotomia tra l’atmosfera rurale dell’American Gothic e uno scorcio newyorkese à la Woody Allen, dal punto di vista istituzionale, la prospettiva è meno lacerata. Il sistema sta dando prova di solidità, e i ritardi e le complessità appaiono tali sono agli occhi di osservatori disattenti.

La strutturazione del sistema politico-istituzionale secondo la celebre formula del separate institutions sharing powers andrebbe ripetuta come un mantra per evitare di cedere a mitizzazioni ovvero a semplificazioni da provincia. Comunque andrà a finire il Presidente sarà probabilmente indebolito da una condizione di Governo diviso (non ha la maggioranza omogenea almeno in una delle due assemblee) ovvero i Democratici sarebbero costretti a governare controllando il Senato con uno scarto minimo.

Il Governo diviso è una costante del Governo USA: quasi tre quarti degli anni tra il 1968 ad oggi e il 61% dal 1945 ha visto contrapporsi Presidente e Parlamento di colori politici diversi. Anche in virtù delle elezioni di metà mandato (mid-term) che ogni due anni ri-mettono in discussione gli equilibri politici, in quella che è definita “campagna elettorale permanente”. Che ha l’effetto benefico della responsabilizzazione degli eletti verso i rappresentanti, anche grazie al sistema elettorale maggioritario, e inoltre consente di ri-bilanciare l’equilibrio tra poteri, mutando perciò gli assetti di governo tra esecutivo e legislativo. L’assetto federale va sempre tenuto in conto, sia per leggere le dinamiche politiche e istituzionali, ma anche per comprendere meglio la corrente situazione di potenziale stallo nel ri-conteggio dei voti, postali e non (con annesso ricorsi giudiziari minacciati o promessi). Ciascuno Stato (a volte anche le contee) ha una legislazione elettorale, inclusa la possibilità di disegnare, arbitrariamente, i collegi elettorali della Camera. Con conseguente consolidamento del circuito di demarcazione delle identità e delle appartenenze politiche e partitiche su basi territoriali (gerrymandering).

Le divisioni presenti certamente all’interno della Corte Suprema (sei giudici su nove di nomina repubblicana) potrebbero in realtà essere mitigate dalla volontà di non essere/non apparire partisan da parte dei giudici. I quali nominati a vita tendono a liberarsi dalla “camicia” elettorale cucita addosso dalla scelta presidenziale, certamente su temi non etici con maggiore facilità.

Il voto 2020 ha certamente polarizzato attorno ai due candidati non solo in virtù del sistema elettorale, ma anche in ragione del profilo del Presidente uscente, su cui si è giocato un vero referendum/plebiscito. Aggiuntivo elemento di frattura e divisione. Biden ha vinto nel voto popolare con quasi cinque milioni di scarto rispetto a Trump, una tendenza che vede i Democratici prevalere tra gli elettori dal 1992, con l’eccezione del 2004. Se Biden confermasse – come probabile – la prevalenza in voti dei Grandi elettori – saremmo in presenza di un Paese, come descritto, in cui i Rossi si contrappongono ai Blu. Su temi e su valori essi stessi divisivi e cruciali.

Infine, la partecipazione elettorale è stata elevata, quasi il 70%, la più consistente dal 1920, allorché il XIX emendamento costituzionale introdusse il suffragio universale, e 15 milioni in più rispetto al 2016. Gli americani hanno voglia di politica, partecipano, scendono in campo, elargiscono donazioni, fanno attività di volontariato nei partiti e per i partiti (lo sono gli occhiuti scrutatori di queste ore), agiscono in campagna elettorale, nutrono cioè la democrazia anche attraverso la militanza. Altroché partiti liquidi, come qualcuno li aveva sbeffeggiati, non conoscendoli. L’Europa ha molto da imparare dal modello americano, quanto a virtù da coltivare e vizi da bandire. Seppur diviso vale sempre E pluribus unum.

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Donald Trump nel Paese diviso.

Mio editoriale per Il RIFORMISTA

MAGA, Make America Great Again! Il motto di Donald Trump. È in sostanza e nella forma quasi identico allo slogan della campagna elettorale di Ronald Reagan del 1980, il quale utilizzò un più dinamico Let’s Make America Great Again! Le analogie tra il programma di Trump e Reagan però non vanno molto oltre le assonanze visibili sui cappellini dei supporters repubblicani. The Crusader, il crociato, aveva in mente di restaurare la grandezza statunitense, sia nell’accezione di prendersi cura, ma soprattutto in quella di riportare in auge lo splendore degli USA, attore egemone nel Secolo a loro dedicato per il dominio su molta parte del globo. Ronald Reagan si era intestato l’ambizioso programma di annientare il nemico storico, nientemeno che l’impero sovietico guidato dai comunisti brutti/cattivi. Che cattivi lo erano davvero stante le condizioni dei Paesi del Patto di Varsavia e delle varie annessioni e invasioni tentate e a volte (mal) riuscite, come il paradigmatico caso dell’Afghanistan. Per espandere l’impronta americana Reagan intendeva far ripiegare la presenza sovietica, e il suo rollback era un programma di respingimento del Comunismo, e non solo di contenimento come nelle precedenti amministrazioni. E Ronnie voleva anche lavare l’onta del sostegno ai regimi autoritari anti-comunisti (in America Latina e Asia) e la vicenda dei prigionieri/ostaggi presso l’ambasciata USA a Teheran durante la rivoluzione khomeinista. E dunque, il non molto velato atto di accusa della strategia attuata nel primo caso dalle Amministrazioni Johnson e Nixon/Ford e nel secondo dalla precedente Amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter.

Dietro la scelta di Trump, che in linea con la tradizione di tutti i presidenti punta a rilanciare il ruolo degli USA, c’è probabilmente però un goffo tentativo di scimmiottare l’ultimo grande presidente del Gran Old Party, la politica conservatrice e repubblicana di successo e il mito dell’uomo e del politico self-made. La conservazione, a tratti reazionaria in ambito politico ed economico, è anche una forma di rollback in ambito sociale, dei diritti, di cultura multipla che è poi il successo del grande sogno americano. Nel bene e nel male. Le similitudini sono molto meno delle differenze e Trump e Reagan fanno riferimento a mondi ideali, culturali e sociali non proprio sovrapponibili. Non solo per evidenti specificità storiche, ma perché Trump ha un approccio decisamente meno istituzionale e patriottico di Reagan. Il patriottismo della bandiera (si veda A. Testi, Stelle e strisce. Storia di una bandiera, 2003) nel caso di Reagan aveva un portato di mito, di mitizzazione, di autoproclamazione di superiorità dell’american way of life, il tutto in un contesto includente, quantomeno sul suolo compreso tra i due Oceani. Il patriottismo di Trump è esclusivo ed escludente, come tutte le fedi certo, ma lo è persino nel contesto del suolo nazionale e sembra non credere nell’universalismo dei valori e del modello politico americani. Se Reagan voleva sconfiggere il modello politico-economico comunista nel mondo, Trump intende mettere al bando sociale Berni Sanders e A. Ocasio-Cortez, il cui socialismo nominalista fa sorridere non solo se guardato con gli occhi etnocentrici europei, ma anche considerando il passato dell’ala liberal del partito dell’Asinello. Un anti-comunismo fuori luogo, fuori tempo e persino senza comunisti, ché la vergognosa propaganda maccartista uccise nella culla anche il fermento artistico-letterario prima che militante già negli anni Cinquanta.

Trump infierisce con l’accetta nelle ferite sociali, economiche e culturali del Paese enfatizzandone divisioni e tensioni. Il para-negazionismo in ambito scientifico, dal riscaldamento globale al Covid-19, indicano una politica basata sui richiami individuali e individualisti, ma che travalica gli aspetti del paradigma conservatore. Non c’è l’inter-nazionalismo wilsoniano, il sogno autarchico dell’ex colonia divenuta nazione sub-continentale, ma nel discorso e nel disegno trumpiano c’è la difesa delle “case nella prateria”, il recinto valoriale e la dimensione sociale della famiglia “tradizionale”, della triade “Dio, patria, famiglia, della religione. Il tutto in una torsione nazionalista di destra.

Che è poi una ritorsione contro i neri che hanno avuto l’ardire di uscire dalla Capanna dello zio Tom, di incamminarsi da Selma e che con Barack Obama hanno osato l’impensabile, vincere le elezioni e guidare il Paese. Del resto, Trump ammicca esplicitamente all’estrema destra, ai suprematisti bianchi e la gestione dell’ordine pubblico rimanda alla peggiore segregazione sudista degli anni Cinquanta e Sessanta. Con qualche negro da cortile (così Romain Gary in Cane Bianco) a far da cornice, utile al disegno di dominio razziale. Da una parte chi amerebbe il Paese, o meglio quel sistema di valori e di costruzione sociale ed economica, e dall’altro i nemici. Siano essi i Black lives matter, facinorosi e non, gli scienziati à la Anthony Fauci e gli altri idiots, i professori liberal che corrompono le anime pure delle studentesse bianche della upper middle class, chi indossa la mascherina perché ha paura del virus, i giornalisti impertinenti, le donne che reclamano dignità e i lavoratori dei campi che rivendicano un salario adeguato al sudore versato. Per Trump, dunque, piegato su sé stesso come i peggiori modelli protezionisti novecenteschi dell’Europa, il nemico è interno, mentre per Reagan era prevalentemente esterno. Il tutto in un contesto in cui l’economia USA non va a gonfie vele come negli anni Ottanta, ma anzi si esacerbano le distanze tra zone rurali e zone urbane, tra la costa e le aree interne. E non c’entrano i Chicago Boys, i neocon o Steve Bannon, ma proprio la visione sociale dell’inquilino dello Studio Ovale.

Gli Stati Uniti al tempo di Trump sono un Paese diviso, profondamente diviso. Lacerato da segregazione sociale e razziale di fatto, disuguaglianze economiche in aumento, tensioni ideologiche crescenti e fratture tra generazioni.

La polarizzazione è cresciuta ed è potente, non solo tra i cittadini, gli elettori, ma anche in parlamento dove il voto segue sempre più linee di demarcazione ideologiche e partitiche anche a scapito di momenti di unità nazionale che pure si avevano in passato specialmente per alcuni ambiti di policy, dagli esteri alla difesa. Significativa la nomina della Giudice costituzionale A. Coney Barrett e del dibattito e del voto in Senato che ha confermato non solo la scelta di Trump, ma anche i pre-giudizi di entrambi i partiti. Un’altra scelta/scalpo fatta da Trump per marcare una legittima distanza, questa volta sul piano religioso ché l’uomo bianco, religioso e over cinquanta è il profilo principale dei pro-Trump. Non solo cliché.

Trump ha infine accentuato le divisioni all’interno del proprio partito. La dipartita di Dick Cheney, l’auto-censura e le dimissioni di Paul Ryan e la debolezza della schiera di cinquantenni in attesa opportunistica del post Donald, hanno reso inerme il partito repubblicano pur recalcitrante in talune fasi e per taluni ambiti rispetto all’attivismo dirompente del Presidente. Come nel caso della declamata, ma mai del tutto attuata stante il complesso sistema di checks and balances, riforma del sistema sanitario, quel Affordable Care Act, stigmatizzato quale Obama Care, che pure prova(va) a mettere un po’ di ordine nella jungla darwiniana dell’assistenza sanitaria USA, troppo sbilanciata e ingiusta come pure ammettono candidamente anche repubblicani severi e liberisti ortodossi. Un Presidente divisivo, poco istituzionale, e orientato a fare solo parte dell’America di nuovo grande rispetto alla necessità di un Capo inclusivo, protettivo e unitario. Tali qualità di padre/madre della Patria, o meglio di Commander-in-chief, sono cruciali soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione ideologica che si traduce in due dati ragguardevoli: 1) il peso degli elettori con un profilo politico e ideologico sovrapponibile rispetto ai due schieramenti è diminuito drasticamente nel corso degli ultimi 20 anni. I Repubblicani estremi rispetto alla mediana dei Democratici sono il 95% del partito (64% nel 1994) e i Democratici ultra-liberal rispetto alla mediana dei Repubblicani rappresentano il 97% (erano il 70% nel 1994) (Pew Research Center). 2) la geografia elettorale segue questa polarizzazione dei partiti e degli elettorati. Un dato su tutti: nel 2016 il 61% degli elettori viveva in contee in cui il partito vincente ha ottenuto almeno il 60% dei voti (nel 1992 era pari al 39%) e solo il 10% delle elezioni a livello di contea è stato deciso da una distanza inferiore a 10 punti percentuali (1.096 nel 1992) (Cook Political Report). Una vera e propria ghettizzazione amplificata dalla differenza nel comportamento elettorale tra città/costa vs aree interne del Paese.

È dunque evidente che il 3 Novembre non si decidano solo le sorti della Casa Bianca, ma il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Let’s make US decent again!

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Lezioni americane

Mio articolo per HUFFINGTON POST sulle Primarie negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti da qualche mese sono in corso le elezioni primarie per la selezione del candidato presidenziale per il Partito Democratico in vista delle elezioni del 3 novembre. In realtà, procedure analoghe le tengono anche i Repubblicani e i Libertari, ma la competizione all’interno dei Democratici è senz’altro quella più avvincente e significativa.

LezioniDa quella scaturirà lo sfidante di Donald Trump che concorre da incumbent per vincere il suo secondo e ultimo possibile mandato presidenziale. In attesa della formalizzazione del candidato Democratico, durante la convezione convocata a Milwaukee (Winsconsin, 13-16 luglio, al netto di rinvii), è possibile trarre alcune lezioni sul comportamento degli elettori, il ruolo dei partiti, l’influenza della leadership.

Le Primarie sono importanti, sono utili, e se organizzate adeguatamente rappresentano una fonte di ricca e intensa partecipazione politica, di mobilitazione, e ri-mobilitazione, di processo bottom-up nella costruzione delle policy, e persino di rafforzamento della democrazia. Ovviamente dipende dal contesto, dagli attori in campo e dalle procedure adottate.

La prima lezione da trarre è che le Primarie sono un gioco iterativo, che si ripete nel corso del tempo, per un periodo medio di 4 mesi, cui aggiungere la Convention. In quanto tale, l’elezione non si svolge in un solo giorno, non si esaurisce in una sola data, e ciò rappresenta un primo fattore selettivo per il presidenziabile, colui/lei che intende rappresentare il partito. Non basta vincere e convincere gli elettori di uno Stato, all’inizio della campagna, bisogna mantenere la prestazione elevata sino al termine, ossia al raggiungimento del quorum (1.991 delegati di partito per vincere la nomination).

Per le elezioni del 2020 i Democrats hanno avuto un totale di 28 (ven-tò-tto) candidati, di cui 26 hanno ritirato la candidatura. Alcuni nelle prime settimane, altri prima che si svolgessero i Caucus in Iowa, alcuni tra i papabili nel primo grande Super Tuesday.

Le Primarie sono una vera maratona elettorale, una competizione molto selettiva che richiede diverse capacità, doti e risorse personali eccezionali per giungere al risultato finale.

La vittoria per la nomination non implica tuttavia che il candidato selezionato sia il migliore per la vittoria con lo sfidante. Stante la natura e la strutturazione del sistema politico americano e della competizione elettorale, del suo spazio ideologico, il candidato ideale deve essere in grado di coniugare popolarità interna al partito di riferimento, ma anche capacità di estendere il proprio consenso all’esterno, ancor più determinante quando si sfida l’incumbent.

Deve cioè avere capacità di guidare la propria squadra, ma anche di parlare all’esterno, al resto dell’elettorato, una combinazione di inclinazione introversa ed una estroversa, per richiamare la suggestiva classificazione dei partiti di Pippa Norris. “Mobilitare i propri elettori al primo turno, parlare alla nazione al secondo turno” avrebbe detto, mutatis mutandis, François Mitterrand. Le Primarie, dunque, come “primo turno”, di selezione tra gli elettori del proprio partito, e le presidenziali quali secondo turno in cui debbono emergere le qualità di leader del Paese.

Può capitare che i due momenti non si sommino e che il designato non sia l’optimum per un partito. Le elezioni del 1972 sono paradigmatiche: George McGovern, il candidato del partito Democratico, perse contro l’uscente Richard Nixon in una disfatta totale che lo vide soccombere in tutti gli stati (tranne in Massachusetts), con oltre venti punti percentuali di distanza sul piano nazionale da colui che abbandonerà la White House a seguito del Watergate.

Eppure, McGovern aveva ricevuto il sostegno della Convention democratica, dopo una primaria estremamente divisa e polarizzata, nel pieno della guerra in Vietnam e dopo lo storico, tragico, convegno di Chicago del 1968.

 

La seconda lezione da tenere in conto, è che le risorse finanziarie per quanto cruciali non sono le uniche a determinare la vittoria nella corsa interna al partito. I fondi sono importanti, ma non sufficienti. Nella partita per il 2020 lo hanno dimostrato platealmente due casi: quello di Tom Steyer, che ha rinunciato alla contesa dopo le elezioni in appena quattro stati, e dopo avere speso in pubblicità circa 200 milioni di dollari, che gli sono valsi zero delegati; e soprattutto la vicenda di Michael Bloomberg, acerrimo nemico di Trump e vero tycoon, con un passato da repubblicano sindaco di New York per un decennio.

L’investimento stratosferico di oltre 900 milioni di dollari non ha generato l’effetto valanga presso l’elettorato democratico, e a marzo, dopo il Super Tuesday, ha mollato la corsa delle primarie con in dote solo 61 delegati.

La terza correlata e collegata lezione è che uno dei fattori determinanti è la reputazione, il background, il profilo, il passato del candidato, il suo curriculum nelle istituzioni e nella società. La credibilità dentro/fuori al partito servono ad alimentare il consenso, a diffonderne l’immagine e a catapultarlo sul proscenio sia nei dibattiti che nel mondo dei media nazionali. Le qualità di presidenziabile, di Capo del Governo credibile in grado di gestire l’amministrazione federale, la politica estera e quella di difesa.

Tali qualità di padre/madre della Patria, o meglio di Commander-in-chief, sono cruciali soprattutto in un contesto di crescente polarizzazione ideologica che si traduce in due dati ragguardevoli:

1) il peso degli elettori con un profilo politico e ideologico sovrapponibile rispetto ai due schieramenti è diminuito drasticamente nel corso degli ultimi 20 anni. I Repubblicani estremi rispetto alla mediana dei Democratici sono il 95% del partito (64% nel 1994) e i Democratici ultra-liberal rispetto alla mediana dei Repubblicani rappresentano il 97% (erano il 70% nel 1994) (fonte: Pew Research Center).

2) La Geografia elettorale segue questa polarizzazione dei partiti e degli elettorati. Un dato su tutti: nel 2016 il 61% degli elettori vive in contee in cui il partito vincente ha ottenuto almeno il 60% dei voti (nel 1992 era pari al 39%) e solo 303 elezioni in 3.133 contee sono state decise da una distanza inferiore a 10 punti percentuali (1.096 nel 1992) (fonteCook Political Report). Una vera e propria ghettizzazione amplificata dalla differenza nel comportamento elettorale tra città/costa vs aree interne del paese.

Il rischio, oltre al governo diviso (maggioranza presidenziale diversa da quella in una o entrambe le Camere), è che il candidato sia in grado di vincere nel partito, di vincere le elezioni, ma che governi dividendo il Paese, ovvero replicandone le divisioni. Vincere non per qualcosa ma contro qualcuno: è stato così per Barack Obama contro D. Cheney e le guerre di G.W. Bush nel 2008, idem per Trump contro il “modello di società inclusiva” proposto simbolicamente dall’“Obamacare” nel 2016.

La polarizzazione può sostenere di un candidato in grado di mobilitare soprattutto i propri elettori, ma marcherebbe molto la distanza dall’altro. Inoltre, all’interno del partito Primarie divise, altamente polarizzate, lunghe ed estenuanti possono tradursi non solo nella difficile gestione della Convention, ma anche nella ridotta capacità di convergenza sul front runner dei sostenitori dello sconfitto. I dati indicano che una quota compresa tra 10%-15% di elettori di Bernie Sanders non sostenne Hillary Clinton nel 2016 e parimenti accadde agli elettori di quest’ultima nei confronti di Obama nel 2008.

Nel 2020 pare che le distanze ideologiche e personali tra Joe Biden e Sanders siano componibili con poche lacerazioni. Del resto, la società complessa, in particolare quella statunitense, richiede abilità di sintesi politica, fermezza, rigore, ma anche disponibilità a gestire interessi divergenti in ambito sociale, economico, etnico.

La leadership personale conta in sé, ma soprattutto conta quanto gli aspiranti presidenti siano abili a costruire, tenere insieme e promuovere leadership politica, classe dirigente. In questo, le primarie aiutano a decifrare chi ne possiede le caratteristiche.

I progressisti italiani potrebbero ragionare sull’utilità e i vantaggi delle primarie che dopo una fase in auge paiono in affanno o addirittura espunte dall’agenda politica. Senza approccio teologico, come pure presso taluni neofiti, ma nemmeno senza chiusure preconcette derivanti da poca conoscenza dell’argomento.

Le primarie, non solo quanto a selezione di candidati per cariche monocratiche (sindaci, presidenti di Giunta regionale), ma anche nell’accezione “ampia” di elezione del capo del partito/coalizione, possono rappresentare un momento di crescita dei partiti stessi.

  1. Aumento della partecipazione politica e del coinvolgimento dei cittadini
  2. Possibilità di individuare nuove figure emergenti da includere nel partito
  3. Indicazione di tematiche utili per la campagna elettorale
  4. Raccolta di fondi

Molte, dunque, le lezioni che le elezioni americane offrono alla politica europea e a quella italiana. Ai partiti e ai politici. Sempre che vogliano imparare.

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