Abolire i Quartieri

Mio editoriale per Corsera (Bologna)

C’è una strana creatura a Bologna, e non solo: Il Quartiere. I cittadini lo ri-conoscono perché vi si recano per questioni amministrative, la scuola dei bimbi, il rinnovo della carta d’identità, la richiesta di riparazione di un lampione e amenità cantando. Se però chiedessimo “cosa è il Quartiere?” o “Quali sono le sue funzioni?” pochi saprebbero orientarsi e confonderebbero la zona di residenza con l’ente amministrativo ad hoc e con il Municipio. Eppure, i Quartieri hanno una dignità e un’importanza ammnistrativa, politica e sociale. In principio erano 18 allorché il Consiglio comunale ne varò unanimemente la strutturazione nel 1960. Quella suddivisione rimase intatta fino al 1985 quando il numero fu ridotto a 9, modificando anche la divisione del centro città dopo che l’omonimo quartiere era stato ridisegnato in quadranti nel 1966. Infine, nel 2016 una serie di accorpamenti ha consegnato alla città i confini dei Quartieri che conosciamo unendone alcuni, per un totale di 6. Negli anni Sessanta si trattava di “decentrare” (soprattutto fisicamente) alcune funzioni nonché servizi e uffici comunali, posto che la società stava rapidamente mutando nella composizione e nella “mobilità” e la città stava espandendosi.

I Quartieri bolognesi sono dotati di un’assemblea elettiva (un Consiglio) e di un Presidente, il primo eletto direttamente contestualmente all’elezione del Sindaco e del Consiglio comunale, e il secondo dall’assemblea, normalmente risultato di un patto tra i partiti della coalizione ovvero a sancire la prevalenza in voti di preferenza raccolti dal futuro presidente.

Il risultato elettorale nei consigli di quartiere è rilevante poiché puo’ generare una sorta di governo diviso con Presidenti ostili a Palazzo d’Accursio. Fu il caso eclatante dell’amministrazione guidata da Giorgio Guazzaloca con 6 quartieri governati dal centro-sinistra, a conferma che quel voto fu prevalentemente espressione di malessere, protesta e scelta contro un candidato sindaco e disomogeneo tra livello amministrativo. Talvolta i comportamenti dei Presidenti e dei consigli di Quartiere nella dialettica con il Comune generano conflitti specie su politiche ad alto tasso di polarizzazione (ad esempio quelle urbanistiche). Il coordinamento tra Quartieri (a Bologna esiste una Conferenza dei Presidenti), il ruolo dei partiti (da rilanciare) e la mediazione centro/periferia, dovrebbero scongiurare tali esiti, prediligendo scelte condivise e partecipate.

I Quartieri hanno rappresentato un presidio decentrato dell’amministrazione comunale, e sono stati il principale front desk per l’erogazione di servizi e accoglienza di segnalazioni. A volte hanno pero’ ecceduto scimmiottando il Consiglio comunale, provando a riprodurne in sedicesimo le decisioni, le scelte, le dinamiche politiche e persino le discussioni sui temi. Il rischio è di svilirne il significato poiché i consigli di Quartiere, intesi come assemblee di prossimità, non sono il Parlamento, ma hanno un’altra identità, funzione e altrettanta dignità.

È ora di aggiornare gli strumenti, le finalità, la missione dei Quartieri, ri-definendo la struttura e dotandoli di risorse, di strumenti amministrativi adeguati. I Quartieri possono rappresentare un potente mezzo di “democrazia di prossimità”, contenendo il malessere, intravedendo in tempo i problemi, prevendendo la crescita di condizioni di impoverimento sociale, anticipando le scelte del Comune e coinvolgendo i cittadini nelle scelte. Molto è stato fatto: si pensi per tutti al bel progetto “Disegniamo la città” nel contesto di “Collaborare è Bologna”, cui hanno contribuito migliaia di bolognesi per scegliere l’intervento urbanistico nel proprio quartiere. I Quartieri sono anche un presidio di identità cittadina e collettiva, e in questo potrebbero agire da vettori dell’integrazione dei nuovi cittadini, mitigando le tensioni sociali generate dai flussi migratori.

Tuttavia, per realizzare le molte azioni possibili è necessario dotare questi attori amministrativi di adeguate risorse, autonomia di programmazione e progettazione, capitale umano, e attribuzioni di funzioni, rafforzando quanto riporta l’art. 37 dello Statuto comunale. Anche con modifiche puntuali, quale l’elezione diretta del presidente di Quartiere, come avviene a Roma, Milano, Bari e Napoli.

Ma i Quartieri e chi si dedica a quel livello di amministrativo sono chiamati a ragionare su quali finalità perseguire. Il ruolo principe è conferito ai partiti, e al Partito democratico, evitando di usare i quartieri come ufficio di ri-collocamento per personale in cerca di spazio politico, camere di compensazione delle tensioni organizzative o mere appendici del governo centrale. Per farlo non è obbligatorio guardare solo altrove, a Barcellona, Madrid, Berlino, Parigi, che pure hanno punti di eccellenza cui ispirarsi. Bologna, all’avanguardia su molti fronti, puo’ continuare a esserlo sul piano amministrativo. Le risorse, le capacità, le competenze esistono anche tra le mura cittadine e generano valore aggiunto. Basti pensare alla Scuola di specializzazione in studi sull’amministrazione pubblica, la celebre SPISA, o al prestigioso gruppo di ricerca “per le politiche urbane” (Urban@it).

Per cui, egregio prossimo sindaco, abolisca I Quartieri, ossia li renda più forti e moderni. Viva i Quartieri!

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ELEZIONI e COVID.

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Manca un anno alla fine del mandato di sindaco di Virginio Merola. Sebbene il Covid abbia ibernato le relazioni umane per mesi, la politica non può rimanere inerme né tantomeno decidere solo attraverso riunioni virtuali. Il candidato alla successione di colui che ha ricoperto due mandati consecutivi a Palazzo d’Accursio – l’unico nella fase con sistema elettorale maggioritario – sarebbe meglio se fosse selezionato alla luce del sole, sia per il centro-destra che per il centro-sinistra. Quest’ultimo pare abbia abbandonato lo strumento delle primarie e si acconci a far registrare le fait accompli, a presentare ex post ai propri elettori e alla cittadinanza il candidato alla successione. Come insegna benissimo la storica vicenda del 1999 (si veda Baldini, Corbetta e Vassallo 1999, La sconfitta inattesa, Il Mulino) la trasmissione della carica per via dinastica non può più avvenire nemmeno nella città delle Due Torri. Gli elettori sono meno identificati con i partiti, più volatili nelle loro scelte che spesso avvengono nelle ultime ore, inclini a considerare fattori connessi alla gestione della città, e meno propensi verso un voto “ideologico” pre-espresso a prescindere dal contesto. Non è necessariamente un bene che questo avvenga, ma le condizioni di contesto e soprattutto le caratteristiche e il profilo del candidato sono sempre più al centro delle campagne elettorali.

Elezioni, procedure speciali per alcune categorie di elettori ...

Bologna in questa dinamica palesa talune peculiarità, in particolare accoglie una elevata quota di elettori che si identifica nei valori del centro-sinistra per cui non lesina consensi, a conferma di una tradizione civica, progressista e di intensa partecipazione politica. È però una città colta ed esigente che reclama di essere coinvolta, al fine di sostenere un progetto collettivo. Le primarie non sono la panacea, non sono il bene assoluto e per certi versi è fisiologico e persino “giusto” che un ristretto gruppo di politici decida chi debba rappresentare l’organizzazione partitica. Tuttavia, se il processo decisionale si riduce a una mera conventicola, all’inclusione di pochi notabili, prevalentemente uomini, riuniti in stanze fumose, il rischio è che si produca una frattura con (e dunque una reazione del)la società civile/politica. Che i gruppi di interesse, i giovani, i marginalizzati non si sentano parte di una dinamica che invece dovrebbe essere ampia e inclusiva. La ri-produzione del 1999 è sempre un memento. Del resto nel 2016 Merola, tra il primo e il secondo turno aumentò i propri consensi del 22%, mentre la candidata Borgonzoni crebbe al ballottaggio del 79%. La conferma che il secondo turno è una nuova partita, e che le appartenenze consolidate rischiano di essere non sufficienti se non inserite in una prospettiva politica inclusiva. Ovviamente molto dipenderà anche dalle scelte dell’enigmatico Movimento 5 stelle che nel 2016 – capeggiato da M. Bugani – non sostenne ufficialmente nessuno, ma de facto diede il là a molti elettori del Movimento per confermare Merola contro il “pericolo” leghista. La situazione potrebbe cambiare perché le comunali del 2021 saranno le prime elezioni comunali moderne a Bologna: nuova offerta politica, nuove coalizioni, nuovi candidati che plausibilmente non avranno nessun legame diretto con i partiti pre-1999. E in questo contesto la partecipazione diventa cruciale.

Il bagno di umiltà che il Partito Democratico ha fatto tra il 2019 e il 2020 per affrontare le elezioni europee e quelle regionali non dovrebbe rimanere un ricordo, un’azione strumentale dettata dalla paura per l’onda verde leghista.

Un percorso inclusivo diventa discriminante rispetto al passato: primarie aperte, rivolte solo agli iscritti, una consultazione diffusa, dei forum… Qualunque sia lo strumento, deve rompere gli schemi della scelta oligarchica. E se per un verso è legittimo, persino “giusto”, che sia il PD, primo azionista di maggioranza, ad esprimere il candidato a sindaco, è però altrettanto opportuno coinvolgere altri attori. Per cui, una volta individuati due o tre pretendenti, magari rispettando la parità di genere, è vitale estendere la partecipazione.

Gli strascichi della pandemia non rendono possibile ritrovarsi in sezioni, bar, comitati…, e quindi bisognerà ingegnarsi. Tuttavia, il processo decisionale non si può esaurire solo in incontri virtuali. Le risorse individuali sono scarse per definizione (tempo soprattutto), e quindi anche il web (soprattutto il web) rischia di escludere i molti che potrebbero essere coinvolti. Gli aspiranti sindaci dovrebbero esserne consapevoli.

Dunque, chi intenda partecipare alla competizione lanci il cappello sul ring, come disse T. Roosevelt, e dica qual è la sua idea di città, perché solo così i cittadini-elettori potranno farsi una idea più chiara e informata e i partiti potranno coinvolgerli nel processo decisionale e di selezione.

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