Il PD non cambi simbolo

Il PD non cambi simbolo

Editoriale per Corriere della Sera (Bologna)

La Coca Cola investe milioni di euro in pubblicità ogni anno. E, sostanzialmente, non ha mai cambiato brand; la ragione principale è che i consumatori conoscono e si riconoscono nel nome e nel simbolo della bibita per eccellenza. E per questo lo ri-acquistano, ovvero lo detestano, ma sanno di cosa si tratta. In termini politici potremmo prendere l’esempio del partito Socialista Obrero Espanol, ossia il PSOE che non ha rinunciato ai suoi riferimenti “operai” e al simbolo benché possano apparire alcuni, come il garofano, il pugno e il termine “operaio” possano apparire come “superati”. Certamente, per evitare defezioni di elettori e di consumatori, partiti ed aziende tendono ad adattarsi al “mercato” di riferimento. Tutto sommato pero’ il cambiamento di nome e/o simbolo per essere credibile deve sostanziarsi in una mutazione di contenuto ed identità. Non ad una facciata. E’ la cruciale differenza tra il concetto di Partito nuovo e nuovo partito fatta da Antonio Gramsci.

Per queste ragioni, l’idea avanzata dal sindaco di Bologna Virginio Merola appare sbagliata nel merito, nel metodo e rischia di far sbandare il Partito democratico. Se l’intento è il rinnovamento allora le nuove proposte di “partito nuovo” vanno avanzate e discusse. Viceversa, se il tentativo e’ quello di una mosca cocchiera solo per le prossime elezioni comunali, forse è meglio soprassedere.

In sintesi, bisogna decidere se il problema è il cambio del simbolo del Pd (per le elezioni di Bologna) o la richiesta di un’unica coalizione dove l’etichetta civica richiama alla distanza e alla vaghezza nei confronti del politico? Del resto, l’utilizzo delle liste civiche viene spesso utilizzato a livello locale per sbiadire appartenenze politiche pensando di attrarre elettori fuori dallo schema destra-sinistra. A Bologna pero’ tale tattica pare lunare.

Il PD credo abbia bisogno di profonde riforme certamente, ma anche di conferme e di ri-costruire la propria identità, senza cestinare in un solo colpo la (breve) storia iniziata nel 2007 allorché si propose come “partito nuovo”. Come riportata dai media la prospettiva delineata da Merola parrebbe una rivisitazione tardiva e fuori luogo di una lista civica “Due Torri” 2.0 che pero’ non trova conferme empiriche quanto a capacità attrattiva. Illo tempore era tutto molto diverso, ma oggi, paradossalmente, l’identità rappresenta un potente attrattore di consensi. Dopo tutto, e non e’ poco, il PD e’ il primo partito in città e oscurando il nome apparirebbe come una forza che si vergognasse della propria storia e quindi celasse quanto ha fatto. Nel bene e nel male. Merola è politico di lunga esperienza, e quindi l’esternazione è plausibilmente legata al tentativo di superare l’impasse in cui la scelta della candidatura del successore pare stia incagliandosi.

Il Corriere di Bologna ha per primo aperto il dibattito sulle primarie, che paiono lo strumento meno doloroso per dirimere le dure lotte sotterranee di questi mesi, tra contendenti, aspiranti e gruppi di pressione.

La legittima aspirazione di Matteo Lepore pare essersi stranamente impantanata tra veti piu’ o meno palesi, autocandidature (alcune delle quali un po’ fuori luogo), nomi di papi stranieri e fughe dalle primarie. La soluzione è invece meno complessa. Il PD (primarie o meno) dovrebbe tornare a parlarsi, costruire consenso, con negoziazioni, intese e persino “scambi”. Quindi il dibattito sul nome/simbolo del PD pare un modo per “scappare” dal PD e dalla sua articolazione.

Il partito democratico e quello repubblicano negli USA, per rimanere al Paese in cui si voterà tra poche settimane, sono cambiati profondamente, a tratti radicalmente, negli ultimi decenni. Ma non hanno mai cambiato nome e/o simbolo. Cambiare il (solo) nome non serve, è sbagliato e soprattutto non basta a perseguire i fini indicati nella proposta avanzata in questi giorni. Per cambiare davvero servono nuove idee, nuove prospettive, nuovi orizzonti e una diversa collocazione geo-politica. Ma allora non basterebbero certo pochi mesi per approntare tale progetto in tempo per il voto. Pertanto il rischio, forse calcolato, è che azioni di marketing implichino quanto detto da Tancredi nel Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi.» Meglio discutere di contenuto che di etichette.

Primarie o fratricidio. Il bivio del PD

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Parafrasando Mao Zedong si potrebbe dire che la scelta del candidato sindaco non sia un pranzo di gala. Il dibatto sulle prossime elezioni comunali di Bologna entra nel vivo, anche grazie al meritorio lavoro del Corriere di Bologna. E gli attori principali e quelli aspiranti ad esserlo preparano strategie, acconciano le tattiche nella speranza inconsapevole che la realtà incontri i propri desiderata. Le legittime aspirazioni politiche vanno però contestualizzate all’interno di un clima sociale, economico e culturale in continuo fermento, con indicatori che volgono al peggio. Sul piano politico c’è stato il dibattito promosso dal Presidente Romano Prodi che ha meritoriamente smosso le acque, con interventi autorevoli, proposte e idee, cibo per la mente. Per progettare la città del 2050, partendo da quanto di positivo, che è importante, per superare quanto non fatto, nella continua ricerca di migliorare. Le idee e il dibattito sono il sale democratico e quindi è auspicabile che si tratti solo di uno dei tanti luoghi di incontro e scambio. Nello stesso campo di azione politica, il centro-sinistra, è intervenuto anche il sindaco Virginio Merola che in più occasioni ha usato toni decisi e schietti circa il modo per condurre la transizione. L’amministrazione uscente ha un paniere di atti compiuti da consegnare alla città che ne valuterà l’operato, e Merola auspica on una intervista recente che dalla sua squadra di assessori emerga il successore. Da un lato indica un profilo “bastardo”, ossia senza padrini e madrine, dall’altro però egli stesso segnala da quale circuito (non) debba provenire il/la prescelto/a. Insomma, i toni molto progressisti parevano a tratti molto difensivi, preventivamente.

Nelle società liberali il confronto tra idee, interessi, forze contrapposte è l’unico modo per misurare la forza, la qualità e l’adeguatezza di politiche e politici. Nei prossimi mesi il dibattito crescerà di intensità e sperabilmente anche di qualità rimanendo su toni costruttivi e propositivi. Tuttavia, nell’ambito del centro-sinistra è plausibile indicare almeno tre scenari, il cui livello di probabilità dipende dal comportamento degli attori politici in campo. 

Le forze che dovranno comporre la coalizione potrebbero essere quelle dell’alleanza pro-Stefano Bonaccini per le elezioni regionali, cui però va aggiunta l’incognita del Movimento 5 stelle. Al ritorno dalla pausa estiva emergerà la questione circa l’eventualità di contrarre una collaborazione/alleanza con il partito con cui il PD governa sul piano nazionale e con il quale probabilmente si alleerà in alcune contese regionali in autunno. Una volta definite le alleanze si procederà con le (auto)candidature. In assenza di accordi, di scelte condivise, il primo scenario, la guerra fratricida è dietro l’angolo, e per nulla implausibile. La seconda opzione è il ricorso a un candidato unico sostenuto dai principali azionisti. Tuttavia, questo scenario comporta un accordo non solo tra i maggiorenti, ma anche dei passaggi formali nell’Assemblea cittadina del Partito democratico, con deliberazioni a maggioranza qualificata. Insomma, l’eventuale Papa straniero (anche se residente in città) non deve essere troppo esotico per non risultare inviso alla città, ché il 2004 fu una eccezione e i bolognesi hanno un palato esigente e il loro voto sempre meno “certo”.

Il terzo scenario è quello delle primarie di coalizione. Una volta stabilito il perimetro degli alleati, il PD può decidere se avere uno ovvero più di un competitore proveniente dalle proprie fila, purché sempre l’Assemblea cittadina del partito deliberi in tal senso (70% dei delegati per avallare un candidato unico ovvero il 35% dei delegati o il 10% degli iscritti a sostegno di ciascun contendente).

L’arena del confronto intellettuale deve rimanere sempre aperta, il fuoco alimentato con contributi e proposte, la contesa per la mutua persuasione proceda senza timore. Tuttavia, per la scelta del migliore, è auspicabile adottare procedure standardizzate, una competizione pubblica, aperta, schietta. Viceversa, c’è il rischio della non legittimazione da parte degli alleati e che dunque non giungendo la “telefonata di congratulazioni” al vincitore, gli altri, gli esclusi si comportino di conseguenza, aprendo le porte allo scenario numero due. La guerra.

 

A cosa servono le elezioni?

commento al volume di Van Reybrouck 

Il titolo è fuorviante, Contro le elezioni. Il sottotitolo è errato, Perché votare non è più democratico. Il volume non è un pamphlet “contro le elezioni”, perché non è la tesi sostenuta da Van Reybrouck (autore sempre da Feltrinelli di Congo). Il quale non lo fa né dal punto di vista politico e teorico né sul piano empirico. L’argomento centrale è che esista uno scollamento crescente tra i cittadini/elettori e la democrazia.

L’asse portante del volume è un malcelato attacco alla Democrazia. Nulla di innovativo quanto a critiche al regime anelato da milioni di esseri umani per decenni, o addirittura a volte secoli. Questo punto rappresenta al contempo un chiaro elemento di debolezza dell’argomentazione, stante la longeva critica democratica cui il testo non aggiunge spunti, e il filone promettente di argomentazione, almeno potenziale. Manca l’affondo, la critica argomentata e “definitiva” al regime democratico. Di cui evidentemente le elezioni non sono che solo un aspetto, sebbene cruciale.

Inoltre sostenere che “votare non è più democratico” manifesta una distorsione analitica e concettuale, tanto nel merito quanto in prospettiva storica. I sistemi elettorali sono costruzioni umane di impianto politico-giuridico e come tali passibili di critiche e migliorie. La “bontà” di un sistema elettorale dipende dall’obiettivo che il legislatore si pone. Non ne esistono di “migliori” o di “peggiori” in assoluto, ma tali caratteristiche sono da considerare in relazione agli scopi.

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