Non Conte o Renzi. Italia, chiamò.

Editoriale per IL RIFORMISTA

La leadership la fanno il testo e il contesto. I vincoli e le opportunità formali, ma anche le condizioni date, nonché, evidentemente, i caratteri individuali. Inforcare le lenti della razionalità è poco o punto utile, non aiuta a comprendere, tantomeno a spiegare la crisi politica in corso. Ciascuno tra gli attori in gioco ha un proprio set di idiosincrasie, tattiche, strategie, fisime, ambizioni, vizi e virtù. A volte compatibili, altre non riducibili a sintesi. Tentare di ricondurre ad unum la molteplicità secondo schemi “logici” non giova, e soprattutto non è possibile. I protagonisti della crisi si muovono secondo schemi dettati da agende personali e di parte, “testa e cuore”, “lacrime e sangue”, “sangue e …”. La dovizia di dettagli di cronaca fa perdere lo sguardo lungo. Per cui meglio non indugiare su singole dichiarazioni di taluno. Esistono vincoli istituzionali, nazionali e internazionali ben più ampi, stringenti e di lungo periodo. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione europea, membro della Nato, non puo’ agire come se fosse sganciata da legami storici, culturali, economici/finanziari, militari ed istituzionali con il mondo circostante. Di cui è parte integrante e in alcuni casi anche componente essenziale, come l’Europa. La quale, in quanto organizzazione sovranazionale con sogni e aspirazioni federalisti, non puo’ permettersi che un Paese cruciale come l’Italia sia in crisi. Non, evidentemente, in termini di legittima e libera competizione tra i partiti, di equilibrio tra poteri e cambio di maggioranze, di scontro tra leader di partito, o di sovranità parlamentare. Quanto in riferimento a una crisi sistemica verso cui il Paese si sta avviando. A prescindere da chi sia alla guida nella congiuntura. L’Europa, e l’ambiente internazionale, per quanto biasimati da una mentalità politica prevalentemente provinciale e avventata, rappresentano l’àncora di salvataggio dell’Italia.

I principii, le regole – quelle scritte e le prassi -, i rapporti di forza, gli interessi nazionali, i patti siglati e quelli da concludere, i negoziati e le trattative. Un insieme, una fitta rete di relazioni che pongono l’Italia in un contesto ben più ampio di una conferenza stampa o di una passeggiata a favore di telecamera.

Lo status, il prestigio del nostro Paese sono stati faticosamente costruiti sulla reputazione, la capacità di portare a termine il compito assegnato, di rispettare le regole. E all’estero, bon gré mal gré, a torto e a ragione, in taluni ambienti l’immagine del made in Italy politico è ancora piuttosto fragile. Ricordiamo che fu solo grazie ad Azeglio Ciampi che i tedeschi accettarono di includere l’Italia nel club Euro ché mal celavano sfiducia verso il complesso del sistema Paese. I galloni si guadagnano sul campo, e non dipendono soltanto dalla presenza di ministri credibili (e qualcuno andrebbe defenestrato ad horas), ma dalla capacità di rispondere ai problemi seriamente ed efficacemente. Gli americani la chiamano delivery.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, in quanto tale, ha il dovere, l’onere e persino l’onore di condurre il Governo, e di “dirigerne” la politica (art. 95 della Costituzione), ma è anche dinanzi alla sfida politica di tenere insieme la coalizione. Al di là dei punti di vista individuali e di tutte le posizioni e le mutue critiche legittime, è il capo del governo a dovere tenere unita la maggioranza, con l’ausilio dei partiti e dei loro leader. Più o meno simpatici, avventati, improvvidi, lungimiranti, scontati, coraggiosi, pavidi, tattici o strateghi, ciascuno li reputi a seconda delle sintonie politiche. E procedere ad azioni congruenti. Vero che la situazione è grave, inusitata, inedita, eccezionale, ma su taluni passaggi non potrebbe tacere nemmeno il più fervido, fervente sostenitore acritico. Le scuole e le università andrebbero riaperte, con criteri e in sicurezza, al più presto. Per esempio. Senza indugi.

L’arrocco di Matteo Renzi, dopo la “mossa del cavallo”, è difficile da decifrare per quanto detto sin ora in termini di limiti di “testo e di contesto”, di umane fragilità e in-compatibilità. Nel merito il senatore Renzi ha proposto, e in parte ottenuto, modifiche ragionevoli, sensate e assai utili sulla gestione del Recovery Fund; avrebbe forse potuto entrare nell’esecutivo occupando un dicastero prestigioso e da lì fustigare. Analogamente, il Partito democratico pare avere maturato la convinzione di dover virare su un’azione maggiormente riformatrice, decisiva, visibile, concreta, votata all’uguaglianza, agli investimenti e meno alla distribuzione, alla prospettiva di lungo periodo. Tutte azioni nelle corde, nelle idee e nella storia del PD che quindi ha il dovere di metterle in pratica. Senza tergiversare oltre ovvero dire che tutto sommato molto è stato fatto. Il Paese aspetta e merita di più. E in questo ancora una volta l’Europa come contesto in cui far valere il nostro peso e incidere sulle decisioni, cogliendo le occasioni per crescere, quasi da essa fossimo condannati al successo (come titolava un volume curato tra gli altri da Sergio Fabbrini).

Non sarà una crisi breve. La prospettiva di una lunga azione di trincea però genera foschi scenari con posizionamenti continui, perdite complessive per ambo le parti ed esanime, esangue il Paese. La fantasia politica italiana può giovare per scovare una soluzione, ma i tempi lenti degli anni Ottanta sono superati. Appoggio esterno, appoggio “estero”, governo “balneare”, governo dell’astensione, o della distensione… Governo Conte, governo Conte con/senza Renzi… Tutto tranne maggioranze abborracciate, improvvisate, patchwork parlamentari, non espressione di forze politiche, sociali, ma aggregazioni, di singoli feudatari. Siamo pur sempre il Paese del trasformismo, ma c’è un limite: la decenza.

Ancora una volta, l’ennesima, il Presidente della Repubblica, ha pazientemente tessuto le relazioni con i gruppi parlamentari, persuaso, ammonito, richiamato, ed ha assicurato che i piani economici fossero messi al riparo dalle intemperanze politiche e partitiche. Mattarella, che come sappiamo sarà in carica fino a febbraio 2022, ha anche invitato a lavorare uniti, il che non vuol dire che le forze politiche debbano insieme, tutte, sostenere lo stesso governo senza distinzione alcuna. Il varo del Conte ter non elude un prolungato negoziato, fuori e dentro il Parlamento. Per certi versi è un bene.

L’Italia però deve accelerare su vari fronti. Per molti aspetti la classe dirigente (non solo quella politica) appare sfalsata, sfasata, distonica rispetto alla popolazione. Il che ovviamente non implica seguire gli umori del volgo, come predica certo populismo. Ma la Democrazia cammina solida se tutte le parti sono incluse nel processo. La crisi, non quella di Governo, o quella parlamentare, ma quella sistemica è dietro l’angolo e potrebbe travolgere le istituzioni in un ben prevedibile collasso democratico. Ma, appunto, esistono i vincoli formali e congiunturali che reggono il corpo barcollante del Paese. Per poco ancora.

Il Sommo, scomparso settecento anni fa, si doleva del destino italico, sociale e politico. Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!» Usciamo dal Purgatorio.

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Il Movimento 5 stelle. Tra utopia, correnti e partecipazione

mio intervento su DOMANI (con cui inizio collaborazione)

Il populismo è un fiume carsico nella storia dell’Italia. Dall’”Uomo qualunque” di Guglielmo Giannini passando per Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi fino al Movimento 5 stelle (M5s). Guidato, fondato e posseduto da Beppe Grillo per due lustri almeno ha rappresentato l’acme dell’antipolitica e dell’iper-politica al tempo stesso. Stretto tra detrattori e apologeti, il M5s è stato disegnato variamente come il male (necessario) assoluto e il bene (inutile) della chimera partecipativa. Proprio l’inclusione, l’utopia della partecipazione sempre e a tutti i livelli istituzionali ha rappresentato il mito e il rito fondativo del sedicente non partito partorito dalla visione di Gianroberto Casaleggio. Il connubio tra aziendalismo ipertecnologico e la feroce anti-politica grillina à la Coluche, che da comico pensò di sfidare, senza successo, il duopolio gollista-socialista nella Francia di Giscard d’Estaing.

Il combinato disposto tra antipolitica, crisi economico-finanziaria, discredito della classe politica, e sfiducia dei cittadini verso le istituzioni fornì il terreno ideale affinché attecchisse una proposta dirompente rispetto agli assetti politico-partitici. Ma fu l’intraprendenza politica di Grillo & Casaleggio a fiutare la disponibilità di un mercato elettorale per un nuovo partito, opzione in passato esperita solo in parte e con esiti non gratificanti e non stabili, come dimostrato da Italia dei valori o dal movimento del “Popolo viola”. Il governo tecnico nel 2011, infine, fu l’apoteosi del processo di etichettamento sociale, di lapidazione di un’intera classe sociale e professionale, un tentativo di eliminazione della politica, ossia della democrazia. Lo smantellamento della rete dei corpi intermedi, la desertificazione sindacale e il progressivo isolamento organizzativo e culturale dei lavoratori hanno altresì contribuito a porre le basi per la costruzione di un “esperimento” politico e partitico (L’esperimento, J. Jacoboni, Laterza). La novità del M5s risiede proprio nella capacità di intercettare e assemblare tutte le opposizioni sociali, politiche e culturali del Paese, del resto racchiuse in un grazioso impropero diventato simbolo distintivo e marchio di fabbrica. La straordinaria intrapresa compiuta da Grillo & Casaleggio consiste nell’avere racchiuso e raccolto in un unico contenitore i miasmi anti-democratici e i brontolii contro-istituzionali e qualunquisti che variamente connotano ampli settori sociali da almeno settant’anni. La popolarità di Grillo, saggiamente dosata dai manager del Web, e alacremente rilanciata, sebbene involontariamente, da una classe dirigente “storica” ormai ingrigita e imbolsita, ha amplificato la gittata del messaggio populista/qualunquista. Che sarebbe altrimenti rimasto relegato lontano dal proscenio, nel limbo della miriade di liste e partitini che periodicamente appaiono sulla scheda elettorale senza lasciar traccia di sé.

L’insieme ideale di ingredienti sociali e politici ha predisposto la tempesta perfetta cui Grillo ha funto da detonatore.  Ma è stata la costruzione certosina, da laboratorio, dell’impianto organizzativo che ha tenuto insieme tutto e il suo contrario, con abile alchimia di para-democrazia e centralismo burocratico.

Un miscuglio di temi para scientifici, promesse iperboliche come tali non realizzabili, e espressioni da Bar dello Sport, ossia il maledetto senso comune che tanto orrore ha generato nella storia umana. Come paravento la cornice imbellettata delle “5 stelle” (do you remember any of them?) per partecipare alla cena di gala sebbene in un corpo da parvenu, a tratti popolano.

Dopo alcuni tentativi locali, nel 2013 il M5s diventò primo partito (25% dei voti) e sconquassò le dinamiche parlamentari imponendo taluni temi (vedasi l’abominio dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti) che in alcuni casi i partiti “classici” seguirono o inseguirono per paura, incapacità o per tentare di domare la fiera populista. La messe di voti per il M5s, sostenuto anche da chi non lo confesserebbe mai, nemmeno a sé stesso, fu alimentata dalla condizione economica individuale (o dalla percezione della stessa in chiave prospettica), dalla sfiducia nelle istituzioni, ma soprattutto dall’avversione per l’Unione europea. Contro cui gli strali di Grillo & Co. hanno impietosamente battuto per anni, segnando in Bruxelles (e Strasburgo) il target del malessere. Proprio l’atteggiamento negativo contro l’UE è il fattore che spiega di più il voto per il M5s (fonte: Passarelli e Tuorto), in un messaggio anti-delega e contro la rappresentanza.

Fu però il voto giovanile la vera novità introdotta dal M5s. Dopo l’exploit registrato dal Partito comunista nel 1976 tra i giovani (anche in virtù dell’abbassamento dell’età) è stato il consenso espresso nel 2013 a rappresentare un’autentica rivoluzione in termini generazionale. Il 44% dei giovani (18-24 anni) votò per il Movimento 5 stelle alle elezioni “non vinte” dall’allegra brigata guidata dal Partito democratico, e anche nel 2018 una quota minore, ma maggioritaria rispetto agli altri partiti diresse il proprio consenso sul partito delle 5 stelle (25%) (fonte: Itanes). Il resto lo fece l’illusione della sostituzione del partito con l’individuo che nel disegno grillino dovrebbe essere onnisciente, onnipresente, dotato di tempo e risorse illimitate al fine di partecipare sempre e comunque per deliberare sullo scibile umano. Sul piano teorico questa pretesa da impostori affabulatori è stata ampiamente smentita da Evgenij Morozov, mentre la mistificazione della propaganda su “uno vale uno” non regge alla prova empirica ché i voti si pesano e non si contano soltanto, come sa chiunque abbia partecipato anche a una riunione di condominio ovvero abbia gestito una bocciofila. Le dinamiche di potere sono sempre presenti nei rapporti tra persone e all’interno delle organizzazioni, di qualsiasi natura, fin dalle società tribali.

Inoltre, la mitizzazione del Web non solo quale veicolo di partecipazione erga omnes ma come fonte principale di informazione politica non regge alla dura legge dei numeri, come dimostrano serie storiche di rilevazioni demoscopiche (fonte: Itanes), in cui la vituperata TV in realtà ancora rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento informativo, anche per gli elettori del M5s che dopotutto vivono anch’essi nel favoloso Paese dell’analfabetismo funzionale.

E nemmeno il partito è diverso dagli altri, nella forma quantomeno. Non lo è per i temi che tratta, per come li affronta, né per l’organizzazione o per la classe dirigente, variamente in-competente senza distanze abissali dal resto del gruppo. Un partito che occupa interi gangli della burocrazia ministeriale, ma pretende di essere altro e persino altero, nonostante alcune lacunose carenze fondamentali. Era un partito sin dagli albori, dalle prime elezioni in cui si presentò agli elettori. Al di là dell’auto-percezione e auto rappresentazione, e della legittima pretesa di diversità rispetto ai partiti pre-esistenti. Voler essere non partito in quanto l’anti-politica è la cifra del Movimento, ben prima del populismo e della trita dualità e dicotomia noi/loro, e le intemerate contro la presunta casta. La vaghezza organizzativa, ostentata e palesata, si combina con la vacuità ideologica perseguita con tenacia tipica del qualunquismo. Destra e Sinistra non esistono, come notoriamente teorizzato dai pensatori grillini, ideologici dell’idolatria del non pensiero. Da qui le oscillazioni pericolanti su temi di ordinaria amministrazione, ma anche su questioni etiche, sulla geopolitica, e sulle vicende economiche e finanziarie.

I cosiddetti Stati generali del M5s – che potrebbero ricordare quelli del 1789 con esiti nefasti per chi li convocò – sanciranno l’ordinario ingresso nel mondo dei partiti, e l’abbandono del modello con leadership carismatica. Che è stata la cifra dell’Italia politica del Novecento. L’uomo della provvidenza, o meglio la provvidenza dell’uomo solo al comando: da Mussolini a Berlusconi, a Monti, a Renzi, a Grillo fino al prossimo da idolatrare e mettere alla gogna nello spazio di un mattino. Per varie ragioni gli Stati generali non sanciranno nulla di rivoluzionario rispetto a quanto accaduto nelle cose recenti. Infatti, oltre a Rousseau, Jean-Jacques acriticamente celebrato quale filosofo/teorico della partecipazione diretta (sebbene limitata: si veda B. Manin), esiste un altro illustre omonimo. Il pittore naïf Henri che dipinse, tra gli altri, L’incantatrice di serpenti. Ecco, il M5s oscilla furiosamente e quasi inconsciamente tra la democrazia, lo sdegno verso le istituzioni rappresentative e la fascinazione per i racconti da focolare, le fiabe di messianiche promesse che stordiscono il popolo, ossia la sublimazione dell’antipolitica. Il populismo è un Cerbero vorace eternamente affamato, che mastica prede ed erode la democrazia. E non si ferma nemmeno una volta entrato nelle istituzioni con la pretesa di riformarle ché il populismo intende annientarle in realtà. Né si vede all’orizzonte un Virgilio che ne plachi l’appetito e ne allenti la presa delle sue fauci gettando una manciata di terra nella sua bocca. Il Virgilio, la Guida per uscire dagli inferi populisti deve essere un miscuglio di leadership individuale e progetto politico collettivo (leggasi partito), munito però di grandi idee e proposte riformiste. Vasto programma.

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La Destra in Italia. Tra Salò, Pontida e Washington.

editoriale per Il Riformista

C’è un grande assente nella storia sociale e politica dell’Italia: la borghesia. La classe che altrove ha guidato le innovazioni (tecnologie, ma soprattutto sociali e culturali) e che ha promosso le grandi trasformazioni degli ultimi tre secoli, in Italia è rimasta a traino. Ha preferito accomodarsi, accucciata vicino al tepore del camino di casa dello Stato/Governo che elargiva prebende, tanto materiali quanto simboliche-identitarie.

Anziché essere classe dirigente la borghesia italiana ha fatto da stampella al potere, un po’ meretrice, un po’ ruffiana e giullare di corte. Con le dovute eccezioni di rito, appunto. La conseguenza sistemica di questo miscuglio di funzioni e ruoli, ha sostanzialmente rallentato, e forse impedito, che maturassero due poli, uno conservatore ed uno socialdemocratico. Azzoppati certo nel loro sviluppo dal contesto internazionale, dalla “cortina di ferro”, dal primato culturale del Partito comunista rispetto al fratello/cugino/avversario socialista, fino, formalmente, al 1989-1991 e ai travagli identitari e poco intellettuali dei post comunisti che ancora cercano una (terza) via. Sull’altro versante, il predominio, tramutatosi in rendita di posizione, della Democrazia cristiana ha mutilato le spinte riformiste in nome troppo spesso della ragion di Stato (o talora del “segreto” di Stato), fino a farne un alibi rispetto al pericolo “sovietico” anche quando palesemente fuori tempo. La DC, la balena bianca, era però anche un “grande mitile” in grado di filtrare i residui e le incrostazioni del revanchismo fascista, di contenere le invasioni di campo di una componente della Chiesa cattolica, di prendere le distanze dai movimenti eversivi. Marco Follini ha spesso ben richiamato la complessità di quel partito, articolato, fatto non solo di faccendieri, di personaggi legati alla mafia, o mafiosi essi stessi, ma in grado di fare dell’Italia uno dei più grandi paesi industrializzati. Nel bene e nel male. Di mantenere la barra dritta in una navigazione perigliosa per Roma segnata da molti lutti e lati oscuri. La temperie sociale-politica degli anni ’90 non ha consentito una maturazione del campo catto-conservatore in un moderno partito di destra, ma è stato travolto dalle promesse salvifiche del tycoon Silvio Berlusconi che ha ri-proposto la dicotomia anti-comunista (in un Paese quasi senza più comunisti) premiando perciò le rispettive ali “estreme” e consegnando alla Sinistra l’alibi perfetto per non maturare e riformarsi. Forza Italia non ha avuto la penetrazione sociale e la capacità di leggere gli interessi come faceva invece la DC, ma ha affidato tutto il destino del Paese a quello di un solo uomo. Ossia una mentalità mai accettata nel partito dello scudo crociato. Berlusconi ha però modernizzato il polo conservatore, nei modi, nei toni, e anche rispetto ad alcuni temi “di costume” sui quali – bon gré mal gré – ha segnato una rottura, non fosse altro quale “parte in causa”. Dal punto di vista politico però l’azione del Cavaliere ha prodotto due rotture cruciali per l’intero sistema politico e partitico: 1) l’ingresso a Palazzo Chigi della Lega Nord; 2) lo sdoganamento del Movimento sociale italiano. Da un lato, queste due forze sono state indotte a “modernizzarsi” al fine di essere presentabili per entrare nella società dei salotti istituzionali, ma dall’altro la presenza di Berlusconi le ha garantite quanto a iniezione costante di risorse per la coalizione nonché di sostegno politico, e perciò inibendone l’assimilazione, ma anzi enfatizzando il carattere identitario. Al fine di distinguersi, per evitare di estinguersi, Msi/Alleanza nazionale e Lega Nord hanno rimarcato le loro posizioni classiche, di nazione da un alto e di anti-nazione dall’altro. Un ossimoro tenuto insieme dal collante berlusconiano, quello di un capo carismatico, affabulatore, e grande cerimoniere nel tessere le trame per una coalizione di centro-destra variamente denominata. Sul piano culturale l’alleanza trainava e rappresentava quella parte di società che si rispecchiava nel forza/leghismo, scettico verso lo Stato e ultraliberista. Viceversa, gli eredi del Partito nazionale fascista, esclusi dal Governo secondo la celebre conventio ad excludendum (Il polo escluso, P. Ignazi, Il Mulino) insieme al PCI che però aveva lottato per la Liberazione, elaborato e votato la Costituzione, si ritrovano a mutare costretti dagli eventi. Il Movimento sociale italiano compie un passaggio di trasformazione organizzativa, simbolica, ideologica prodromo di successivi aggiustamenti. È il primo passo per l’abbandono del fascismo come ideologia di riferimento, al netto delle intemperanze di alcuni e inevitabili andamenti oscillatori nella definizione della nuova identità politica-partitica.

Il progetto promosso e incarnato da Gianfranco Fini era solido, aveva una prospettiva e puntava a entrare a pieno titolo nel gruppo dei conservatori europei. L’obiettivo, non dichiarato perché tabù, era l’egemonia nel campo del centro-destra, dominato e in realtà posseduto manu militari (e finanziaria) da Berlusconi che perciò non ammise nessuna sfida diretta alla sua leadership. Il progetto aveva una visione ed era frutto di lavoro cui contribuirono intellettuali di rilievo, tra tutti Domenico Fisichella, ed articolazioni come la fondazione Farefuturo che promosse un dibattito coi principali leader del mondo conservatore europeo, da J.M. Aznar a Nicolas Sarkozy, del cui libro nel 2007 Fini non a caso scrisse la prefazione. Insomma, c’era un fermento che si interruppe bruscamente con la marginalizzazione di Fini che osò sfidare apertamente il padrone di Forza Italia, mutata da una battuta in piazza in Popolo della Libertà. L’impossibilità di avere due leader in un solo partito fece il resto. E congelò il processo riformatore interno ad Alleanza nazionale posto che molti realisti rimasero come cortigiani di Berlusconi e la fuoriuscita di Fini si rivelò fallimentare nelle urne. Fratelli d’Italia nasce dunque come contro-risposta identitaria, ritorno alle “origini” dopo la presunta onta del partitone berlusconiano che assimilava tutto e tutti. Giorgia Meloni è stata abile a riprendere le fila di militanti orfani di una identità e a rinsaldare i temi cari al duo Msi/An. Unitamente a un piglio casareccio con toni popolari, a tratti popolani e perciò elettoralmente salubri, e una indubbia tenacia, Meloni ha intercettato l’umore di una parte importante del Paese distante dalle boutades di Salvini e disorientate dopo la fine, de facto, della spinta propulsiva di Forza Italia.

La marcia trionfante di Meloni è però strettamente intrecciata con i destini del fratello/nemico Matteo Salvini. È lì il cuore della questione, del futuro della Destra italiana, contesa tra ambizioni individuali, scontri di potere, oscillazioni elettorali e riposizionamenti sullo scacchiere internazionale.

Fino a pochi mesi fa la tenzone era prevalentemente basata sul duopolio “immigrazione-nazione”, laddove il primo lemma è nettamente appannaggio di Salvini e la nazione invece è meglio maneggiata da Meloni. Dopo le politiche del 2018 Meloni era ancillare rispetto a Salvini, sia sul piano elettorale, ma anche dal punto di vista mediatico. Il leader era indubbiamente il capo della Lega Nord, mentre Meloni provava a ritagliarsi uno spazio residuale. La sciagurata gestione del proprio ruolo all’interno del Governo Conte I ha reso la Lega Nord oramai un orpello, un ostacolo per la modernizzazione del polo conservatore. L’idea di aderire al gruppo del partito popolare europeo è del tutto estemporanea, una … emerita sciocchezza che denota l’approssimazione, l’improvvisazione del partito in una dinamica di scontro tra bande interno all’organizzazione di cui Salvini ormai sta perdendo il controllo.

Che questa prospettiva sia un azzardo e una trovata mediatica autunnale, solo come risposta alla mossa azzeccata di Meloni, lo si evince studiando la storia della Lega Nord. La difficile trattativa con i popolari europei prima che complicata dalle ritrosie di forze realmente conservatrici ostili agli strali di nazionalisti di estrema destra, ha un intrinseco limite ontologico: la Lega stessa. Entrare nel Partito popolare europeo, se per assurdo avvenisse, significherebbe la fine stessa del Carroccio. Il quale dovrebbe rinunciare o comunque nascondere come un ladro le libagioni in onore della sovranità nazionale a scapito della dimensione sovra-nazionale, l’anti-europeismo, il regionalismo differenziato, ossia la “secessione 2.0”, così denominata per addolcire le residue resistenze culturali a sinistra e nel Paese. Né, tantomeno, la Lega Nord ha le tradizioni e la cultura politica di partiti nazionalisti quali lo Scottish national party o altri. Si tratterebbe di un matrimonio senza speranze che nessuno dei partner vuole davvero. I popolari europei accettarono Berlusconi solo, o principalmente, per la dote finanziaria derivante dal numero di deputati a Strasburgo, figurarsi se – almeno nella componente britannica e polacca – accetterebbero tra le proprie fila chi flitra con la Russia di Putin. La Lega è, al di là dei sondaggi, un partito allo sbando, senza identità, senza idee, senza visione. L’unica residuale inerzia è quella di un partito personale che come tale risente delle difficoltà del leader al crepuscolo. Finirà che i maggiorenti del partito liquideranno Salvini, con un pretesto, per patente incapacità di politica prospettica. Lo stesso si arroccherà su una posizione irredentista, massimalista e urlerà al tradimento. Il senatore eletto per sbaglio a Locri Epizephiri sarà costretto a tornare alle sagre di paese, alle fiaccolate, puntando alla “origini”. Con partito “suo” attorno al 3% sarà una sorta di Front national delle pre-Alpi con una piattaforma anti-sistemica e di estrema destra (come del resto già succede alla c.d. Lega di Salvini, ovvero alla mai defunta Lega Nord).

Se, dunque, il processo che ha portato Meloni alla guida del gruppo dei conservatori europei risale a un percorso di revisione interrottosi due lustri fa, ma che ha incluso vari esponenti della società e della cultura in un dibattito vero, il caso della Lega è senza speranza. Non c’è nessun confronto ideale all’interno, nessun orizzonte di scontro “congressuale” su tesi contrapposte, né si vedono personaggi del calibro di Gianfranco Miglio, ma solo funzionari. A questo si aggiunga che la strategia di Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti mira a fagocitare la parte elettorale del partito “nazionale” e lasciare a Salvini la bad company.  I due però non sono per nulla “moderati”, categoria dello spirito che tra l’altro non esiste nella storia delle dottrine politiche: il moderatismo. Manifestano semmai “modi” un po’, ma leggermente, più urbani del duo che però nella sostanza ha sempre e comunque sostenuto gli strali di Bossi, gli “eccessi” di Salvini e le intemerate dei vari colonelli della Lega.

Meloni, pertanto, come ho già scritto altre volte, ha una occasione storica. Può dimostrare di essere all’altezza del compito. Ma per farlo deve annientare i residuati bellici del revanchismo neo-fascista, chiarire definitivamente sull’antifascismo, sui diritti civili (vedi L. 194) e sulle diversità, togliere la “fiamma” dal simbolo, rimanere nel campo europeista (non indulgendo su Orban) e infine mostrare postura istituzionale sulla magistratura (sostegno politico a Salvini, ma non in piazza contro i giudici). Dal suo punto di vista certo, ma presentando una destra conservatrice e moderna. Sarebbe un bene per l’intero sistema partitico, per il Paese e indurrebbe anche il centro-sinistra a modernizzarsi. Non sappiamo quali siano le intenzioni, ma se Meloni facesse sul serio non potrebbe che essere una buona notizia. Lo spazio lasciato da Forza Italia, dalla Lega in declino e da forze personali/stiche come Azione e Italia viva offrono praterie elettorali, ma richiedono leadership moderna e innovativa.

Oggi la Destra italiana è a un bivio. La scelta identitaria e culturale passa tra l’abbandono definitivo di Salò, lasciare Pontida alle forze anti-sistema e folkloristiche e rivolgersi, da veri conservatori maturi, a Washington dialogando con Bruxelles.

 

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Il partito di Conte? L’illusione del consenso

Editoriale per Il Riformista

Affinché la società progredisca e avanzi è necessario che qualcuno tenti l’impossibile. A farlo sono notoriamente i capi che, secondo Max Weber (di cui ricorre il centenario della scomparsa), in qualche misura devono essere anche «eroi», nel significato «sobrio» della parola. Questa intrapresa di “progresso” è stata recentemente affidata ai cosiddetti “partiti personali”. Un ossimoro, un errore di definizione e concettuale. Si tratta di formazioni politiche, di partiti a bassa intensità democratica, con forte verticalizzazione, elevata gerarchia unita a bassa densità organizzativa e con grande influenza del capo. Che sovente è il fondatore del partito è in taluni casi anche il proprietario, come nel caso notorio di Forza Italia/Silvio Berlusconi e, almeno nella prima fase, del Movimento 5 stelle/Casaleggio. Nei partiti del capo il leader sovrasta l’organizzazione o il partito, lo rappresenta, lo incarna, lo evoca e lo simboleggia, e il partito stesso si identifica con lui. Il nome del capo accompagna quello del partito, a volte diventandone sinonimo e assumendo caratteri fungibili. In Italia, contrariamente a quanto si legga e (mi dicono) si senta, esistono in realtà “partiti con un capo” e soprattutto “liste personali”, entrambe spesso sopravalutate e sovrastimate. Recentemente il “dibattito” si è concentro attorno alle potenzialità elettorali di un “partito” guidato dal, e quindi del, Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Diversi istituti demoscopici hanno segnalato un “peso” elettorale pari in media al 10% circa. Di primo acchito sembrerebbe “molto”, ma potrebbe esserci uno scarto rispetto ai voti reali. Non sono certamente i ricercatori a sbagliare, ma chi li interroga a porre la domanda sbagliata. In questa fase la popolarità è elevata e quindi molti elettori sono propensi a un sostegno futuribile che non costa nulla e non comporta responsabilità. Qualora invece sulla scheda elettorale comparisse un “partito di Conte” i risultati credo sarebbero assai meno lusinghieri, poiché al momento del sondaggio non viene inclusa la dinamica, meccanica e psicologica, della campagna elettorale. L’Italia è stata scenario per diversi casi di questa categoria con caratteristiche a volte diverse, ma tratti simili. Non basta aggiungere il proprio cognome (e nome) per fondare un partito, tantomeno per “creare” un partito personale, ché per nascere e prosperare necessità di molto più di un semplice gesto volitivo. La maggior parte sono “liste elettorali” personali con forte enfasi sul loro capo, che hanno avuto alterne vicende e in media deboli, se non scarsi e comunque effimeri risultati, e solo in pochi casi hanno riscosso ampi e duraturi successi. Il caso recente più eclatante, e simile a quello evocato o invocato per il Presidente Conte, è la lista Scelta civica-Monti, accreditata di molti consensi rispetto al pur importante 8% raccolto nel 2013 sebbene non sufficiente a fungere da ruolo pivotale in Parlamento, e poco dopo discioltosi. C’è poi la disastrosa esperienza elettorale della Lista Futuro e Libertà capitanata da Gianfranco Fini, che raccolse lo 0.5% benché a ridosso del lancio della nuova forza politica fosse accreditato di un valore superiore al 10%. Casi analoghi sono quelli della Lista Ingroia o quella Popolare/Lorenzin. In questa categoria di liste “personali” rientrano anche le formazioni promosse dal sen. Matteo Renzi e dal deputato europeo Carlo Calenda, o anche L’Uomo Qualunque di G. Giannini. Viceversa, esistono esempi di partiti abbastanza strutturati affiancati da una forte leadership personale, come Fratelli d’Italia/Meloni, +Europa/Bonino, SEL/Vendola, UdC/Casini che possono sopravvivere al proprio leader purché il partito non sia stato fagocitato dal capo stesso, come accadde ad esempio a IDV/Di Pietro, la cui sfortuna politica travolse l’intera organizzazione.

Come è evidente, non ci si improvvisa Charles De Gaulle o Berlusconi, Emmanuel Macron e nemmeno Juan Perón. L’ambizione è un bene prezioso in politica e nella società, ma il velleitarismo genera forte disillusione e alimenta la continua ricerca di un altro leader, consumando nelle more gli anticorpi democratici che invece richiedono partecipazione diffusa e intensa.

I partiti personali e/o del capo non sono perciò così diffusi come si potrebbe immaginare, ma al più sono comitati permanenti per la promozione del loro leader. La nascita di un partito non è un evento frequente poiché le nuove organizzazioni debbono innestarsi su fratture politiche e sociali (cleavages) e politicizzarle, proporre una nuova visione e persino ideologie, oltre ad avere ovviamente un “imprenditore politico” (in senso Schumpeteriano) in grado di farlo. Insistere sulla sola dimensione personale denota affetto per il tratto autoritario insito nelle liste del capo. Siamo invece spesso di fronte a partiti Tigri di carta, come li ha definiti Eugenio Pizzimenti (Pisa University Press 2020). Attenzione a confondere, sovrapporre, o persino sommare la “popolarità”, la riconoscibilità di talune figure politiche eminenti con la caratura elettorale allorché guidassero un partito “proprio”, cosa diversa da un partito di cui sono a capo.

Dunque, i partiti del capo sono l’eccezione, accompagnati da una miriade di liste “personali”, pochi capi senza partito, e vari partiti senza capo (né coda).

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La nuova Terza Italia? Il Nord-est alla ricerca di un ruolo

Dopo i disastri sociali ed economici generati dalla Seconda guerra mondiale voluta dalla dittatura fascista e perseguita da Mussolini, l’Italia rinacque. Economicamente il cosiddetto boom fu favorito da diversi fattori, nazionali e internazionali, come il Piano Marshall, i Trattati di Roma, e le politiche keynesiane e distributive. Il “miracolo economico” interessò salari, esportazioni, occupazione, infrastrutture e innovazione tecnologica, in una logica di rilevanti investimenti pubblici. Il triangolo industriale correva tra i poli di Milano, Genova e Torino, città operaie e simbolo dell’urbanizzazione e dell’abbandono delle campagne e del Sud, sintetizzato nel celebre Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti.

A quel mondo dell’operaio-massa si affiancò, e in qualche misura si oppose, un’altra Italia, il cui sviluppo economico si basa(va) al contrario sull’imprenditorialità familiare e quindi sulla specificità delle piccole industrie rispetto all’approccio tayloristico della catena di montaggio. La peculiarità poggiava soprattutto sulla coesione delle comunità locali, a diffuso “capitale sociale”, che garantiva elevata fiducia, prevedibilità, condivisione di modelli di sviluppo. La “Terza Italia” ha rappresentato un modello, studiato e ammirato oltre i confini nazionali, e spesso osannato per la capacità di innovazione e generazione di ricchezza. Quell’area faceva riferimento al Centro/Nord-Est, su cui insistevano diverse sub/culture politiche. In Veneto la Zona Bianca, di matrice cattolica e voto democristiano, e in Emilia-Romagna, Toscana e Umbria, l’influenza dell’apparato e della sub-cultura social-comunista, con forte sindacalizzazione.  Oggi, e da qualche lustro invero, quelle stesse aree sono sotto l’influenza leghista a nord del fiume Po, e del PD a sud di esso. La crisi economica/finanziaria ha investito il Pianeta e nemmeno la Terza Italia ha potuto opporvisi, sebbene sia riuscita a tamponare meglio di altre regioni l’impatto e a ri-programmare il futuro. Ma gli aspetti positivi e l’elogio del modello economico della piccola/media impresa hanno talvolta sfiorato la mitizzazione. Le aziende italiane, ad esempio, sono prevalentemente produttrici per altre aziende, cui legano inevitabilmente i loro destini in un contesto di forte fluttuazione e di nazionalismo econmico, mentre ad esempio quelle tedesche sono in larga misura produttrici per il mercato fnale. In un contesto di competizione globale non è detto che “piccolo” sia positivo e anzi molto di quella logica andrebbe aggiornato, persino ribaltato in taluni casi. In questa direzione credo vada letta l’azione dei Presidenti della giunta regionale di Veneto, FVG ed Emilia-Romagna che hanno promosso una sorta di “distretto del turismo” post Covid-19.

Tuttavia, per proporsi all’esterno come “regione unica” è indispensabile avere politiche comuni sul piano dei trasporti, della sanità, della proposta culturale, e sulla gestione del patrimonio ambientale. Si tratta di politiche non neutre, in cui le differenze politiche tra Bonaccini e il duo Zaia/Fedriga non possono essere taciute, e non sarà la politica del turismo a colmarle. Un passo avanti è stato compiuto, ed è positivo, ma oltre a connettere Verona con Rimini, ancora troppo lontane, va integrata anche la gestione dell’inquinamento e del consumo del suolo, su cui mi pare esistano lampanti differenti di governo regionale. Dunque, la geografia economica muta e mutano anche gli interessi dei partiti e i paradigmi dello sviluppo economico in una fase di potente disuguaglianze. Infine, il tutto va tenuto saggiamente insieme in una logica solidale e in un disegno istituzionale politico nazionale, non solo perché sancito in Costituzione, ma poiché essenziale per competere con le altre “Terze Italie” in giro per l’Europa e il Mondo.

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