Il partito di Conte? L’illusione del consenso

Editoriale per Il Riformista

Affinché la società progredisca e avanzi è necessario che qualcuno tenti l’impossibile. A farlo sono notoriamente i capi che, secondo Max Weber (di cui ricorre il centenario della scomparsa), in qualche misura devono essere anche «eroi», nel significato «sobrio» della parola. Questa intrapresa di “progresso” è stata recentemente affidata ai cosiddetti “partiti personali”. Un ossimoro, un errore di definizione e concettuale. Si tratta di formazioni politiche, di partiti a bassa intensità democratica, con forte verticalizzazione, elevata gerarchia unita a bassa densità organizzativa e con grande influenza del capo. Che sovente è il fondatore del partito è in taluni casi anche il proprietario, come nel caso notorio di Forza Italia/Silvio Berlusconi e, almeno nella prima fase, del Movimento 5 stelle/Casaleggio. Nei partiti del capo il leader sovrasta l’organizzazione o il partito, lo rappresenta, lo incarna, lo evoca e lo simboleggia, e il partito stesso si identifica con lui. Il nome del capo accompagna quello del partito, a volte diventandone sinonimo e assumendo caratteri fungibili. In Italia, contrariamente a quanto si legga e (mi dicono) si senta, esistono in realtà “partiti con un capo” e soprattutto “liste personali”, entrambe spesso sopravalutate e sovrastimate. Recentemente il “dibattito” si è concentro attorno alle potenzialità elettorali di un “partito” guidato dal, e quindi del, Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Diversi istituti demoscopici hanno segnalato un “peso” elettorale pari in media al 10% circa. Di primo acchito sembrerebbe “molto”, ma potrebbe esserci uno scarto rispetto ai voti reali. Non sono certamente i ricercatori a sbagliare, ma chi li interroga a porre la domanda sbagliata. In questa fase la popolarità è elevata e quindi molti elettori sono propensi a un sostegno futuribile che non costa nulla e non comporta responsabilità. Qualora invece sulla scheda elettorale comparisse un “partito di Conte” i risultati credo sarebbero assai meno lusinghieri, poiché al momento del sondaggio non viene inclusa la dinamica, meccanica e psicologica, della campagna elettorale. L’Italia è stata scenario per diversi casi di questa categoria con caratteristiche a volte diverse, ma tratti simili. Non basta aggiungere il proprio cognome (e nome) per fondare un partito, tantomeno per “creare” un partito personale, ché per nascere e prosperare necessità di molto più di un semplice gesto volitivo. La maggior parte sono “liste elettorali” personali con forte enfasi sul loro capo, che hanno avuto alterne vicende e in media deboli, se non scarsi e comunque effimeri risultati, e solo in pochi casi hanno riscosso ampi e duraturi successi. Il caso recente più eclatante, e simile a quello evocato o invocato per il Presidente Conte, è la lista Scelta civica-Monti, accreditata di molti consensi rispetto al pur importante 8% raccolto nel 2013 sebbene non sufficiente a fungere da ruolo pivotale in Parlamento, e poco dopo discioltosi. C’è poi la disastrosa esperienza elettorale della Lista Futuro e Libertà capitanata da Gianfranco Fini, che raccolse lo 0.5% benché a ridosso del lancio della nuova forza politica fosse accreditato di un valore superiore al 10%. Casi analoghi sono quelli della Lista Ingroia o quella Popolare/Lorenzin. In questa categoria di liste “personali” rientrano anche le formazioni promosse dal sen. Matteo Renzi e dal deputato europeo Carlo Calenda, o anche L’Uomo Qualunque di G. Giannini. Viceversa, esistono esempi di partiti abbastanza strutturati affiancati da una forte leadership personale, come Fratelli d’Italia/Meloni, +Europa/Bonino, SEL/Vendola, UdC/Casini che possono sopravvivere al proprio leader purché il partito non sia stato fagocitato dal capo stesso, come accadde ad esempio a IDV/Di Pietro, la cui sfortuna politica travolse l’intera organizzazione.

Come è evidente, non ci si improvvisa Charles De Gaulle o Berlusconi, Emmanuel Macron e nemmeno Juan Perón. L’ambizione è un bene prezioso in politica e nella società, ma il velleitarismo genera forte disillusione e alimenta la continua ricerca di un altro leader, consumando nelle more gli anticorpi democratici che invece richiedono partecipazione diffusa e intensa.

I partiti personali e/o del capo non sono perciò così diffusi come si potrebbe immaginare, ma al più sono comitati permanenti per la promozione del loro leader. La nascita di un partito non è un evento frequente poiché le nuove organizzazioni debbono innestarsi su fratture politiche e sociali (cleavages) e politicizzarle, proporre una nuova visione e persino ideologie, oltre ad avere ovviamente un “imprenditore politico” (in senso Schumpeteriano) in grado di farlo. Insistere sulla sola dimensione personale denota affetto per il tratto autoritario insito nelle liste del capo. Siamo invece spesso di fronte a partiti Tigri di carta, come li ha definiti Eugenio Pizzimenti (Pisa University Press 2020). Attenzione a confondere, sovrapporre, o persino sommare la “popolarità”, la riconoscibilità di talune figure politiche eminenti con la caratura elettorale allorché guidassero un partito “proprio”, cosa diversa da un partito di cui sono a capo.

Dunque, i partiti del capo sono l’eccezione, accompagnati da una miriade di liste “personali”, pochi capi senza partito, e vari partiti senza capo (né coda).

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Book Review: Presidentialization of Parties on …

Government and Opposition (by Marina Costa Lobo,  Instituto de Ciéncias Sociais, Lisbon)

government_and-oppositionIn January 2017 Donald Trump was inaugurated as the forty-fifth president of the United States. Trump’s ability to win the Republican Party nomination, against the will of the party grandees, went against the received political science wisdom, which placed party elites in charge of the choice of presidential candidates in the US (Cohen et al. 2009). His subsequent victory against Democratic candidate Hillary Clinton further challenged the idea that the two parties controlled
access to American institutions. Trumpism is a clear sign of the decline of political parties as institutional gatekeepers and is symptomatic of the rise of the media-driven, outsider leader. Yet is this a specifically
American phenomenon, or has it spread to other countries?
In Italy, the rise of Silvio Berlusconi as leader of Forza Italia and the longest-serving prime minister of Italy is perhaps the closest parallel to Trump. Berlusconi was also an outsider – a media and construction billionaire – who stormed Italian politics. He was elected as MP in 1994 and went on to serve on three different occasions as
prime minister of Italy (1994–5, 2001–6 and 2009–11). Berlusconi, unlike Trump, created his own party, at a time when the party system in Italy was imploding (Bartolini et al. 2004) under the weight of tangentopoli. Despite being dogged by the judiciary for most of his mandates, he dominated politics in Italy for more than a decade.
Another Italian politician, Beppe Grillo, the leader of the Movimento 5 Stelle (5 Star Movement – M5S) is also a clear example of a mediatized personality, in this case using the internet to gain visibility. His party has been described as belonging to a personal party model (Diamanti 2014). He illustrates the importance that new
media may have in the process of the personalization of politics which has been recurrent in Italy. Founded in 2009, M5S won 25 per cent of the vote in the 2013 legislative elections and 109 seats in the Italian parliament, becoming the second largest party in Italy. The election of Marcelo Rebelo de Sousa as president of Portugal
can also be counted as one of the more recent cases of the extreme mediatization of politics. Despite not being the head of government, the president of Portugal holds important prerogatives both in terms of veto power and in relation to the dissolution of the Assembly, which can be crucial when governments are weak (Amorim Neto and
Lobo 2009). Although Rebelo de Sousa has been a centre-right party member for most of his active life, and was even leader of the Partido Social Democrata (PSD) between 1996 and 1999, Marcelo – as he is known to the Portuguese – became a household name from 2000 because of his weekly political commentary shown on open access television networks. Marcelo is, to a large extent, a product of the media, where he carefully crafted an image of a likable politician over the course of 15 years. In 2015 he decided to run for the presidency against the wishes of the PSD leader, Pedro Passos Coelho, who saw him as an outsider. He persevered nonetheless, running a campaign with little funding and winning the presidential election on the first round in January 2016 with 52 per cent of the vote. HERE THE FULL ARTICLE (pdf)

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Macron Président! ça change tout?

imagesLe elezioni presidenziali francesi del 2017 non si sono concluse il 7 maggio, con il ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Il risultato politico completo si avrà dopo il secondo turno delle elezioni politiche. È un dato affrontato poco e soprattutto male, specialmente in Italia. Lo sguardo breve, i commenti spacciati per analisi spesso hanno tralasciato alcuni elementi sostanziali. Utilizzando alcuni dati base, sosterrò che la tornata elettorale del 2017 rappresenta un elemento di innovazione per alcuni aspetti, a fronte di continuità e di potenziale cambiamento misurabile solo dopo lo svolgimento delle elezioni politiche. L’enfasi sui quattro atti elettorali è cresciuta dal 2000 (riforma costituzionale che ha ridotto il mandato presidenziale da 7 a 5 anni e limite di due mandati consecutivi, rendendo politicamente “responsabile” il capo dello Stato), e dalla successiva inversione del calendrier électoral nel 2002 che fece tenere prima le presidenziali e poi le politiche. La vittoria di Macron rappresenta dunque, ad oggi, una innovazione solo nella misura in cui il partito presidenziale sarà in grado di vincere la maggioranza dei seggi all’Assemblée nationale (il Senato non conferisce la fiducia, sebbene non sia un’Aula silente). Per farlo Macron dovrà mettere in campo una straordinaria azione di rinnovamento degli schemi e della competizione partitica che abbiano conosciuto sino ad ora. La legge elettorale prevede collegi uninominali, con secondo turno eventuale. Se nessun candidato ottiene la maggioranza dei voti espressi, si tiene una seconda competizione cui accedono i candidati che abbiano ottenuto almeno il 12,5% degli aventi diritto (in passato era del 5%, poi del 10%), il che significa che la soglia implicita al netto dell’astensione media, è pari al 20% circa (altro che diritto di tribuna!), ossia un limite assai elevato per l’accesso alla rappresentanza, a meno che non si tratti di partiti nazionali e forti, ovvero di forze con una solida base elettorale concentrata geograficamente. Inoltre, il doppio turno di collegio innesca, o meglio accompagna, una dinamica bipolare e, stante talune condizioni, bipartitica. La competizione bipartitica è sostenuta dal traino presidenziale, almeno fino al 2012. Senza la sfida per l’Eliseo il potere negoziale a livello di collegio aumenterebbe la forza di coalizione anche di formazioni relativamente piccole, almeno per le prime tornate in cui elettori e partiti acquisissero informazioni e sviluppassero strategie. Voto sincero, o meglio espressivo (della identità politica dell’elettore), al primo turno, e voto utile, o meglio strategico (l’elettore sostiene il candidato meno inviso), al secondo. Il “rischio” paventato per il neo presidente francese è la cohabitation. Al netto della discutibilità, da fondare empiricamente, sulle difficoltà scaturenti da un’eventuale presenza di maggioranze politiche avverse tra Matignon e Eliseo (posto che il sistema semi-presidenziale è flessibile e consente in tal caso il governo delPrimo ministro), la conquista di una maggioranza parlamentare coerente rappresenta la sfida presidenziale. Macron dispone però di alcuni strumenti non trascurabili. Al di là delle doti di intuito politico-elettorale di cui ha dato ampia dimostrazione negli ultimi tre anni almeno, il neo presidente francese può fare affidamento su alcuni elementi di contesto, da non sottovalutare. Il primo è l’honeymoon effect. Gli studi politologici comparati indicano un periodo di grazia elettorale per il capo di governo neo-eletto che beneficia di una cospicua dose di benevolenza da parte dei propri concittadini, inclini a conferirgli maggiore fiducia nelle prime settimane post elezioni.  Molti elettori potrebbero saltare sul carro del vincitore (band wagon), completando la scelta effettuata il 7 maggio. Del resto i precedenti elettorali successivi al 2002 indicano chiaramente che una quota rilevante di elettori tende a premiare il Presidente della Repubblica (PdR), ritenuto vero responsabile dell’azione di governo. Fino al 2000-2002 il PdR era percepito prevalentemente come “padre della patria”, arbitro abbastanza neutrale e imparziale, che utilizzava il Primo ministro come fusible, da sostituire all’uopo per rinvigorire l’azione della maggioranza, nel caso di maggioranze omogenee (Fabius al posto di Mauroy nel 1984, Cresson nel 1991 e Bérégovoy nel 1992, o ancora Juppé nel 1995, fino al turnover durante le presidenze di Hollande e Sarkozy), ovvero di provare a sconfiggerlo, invocando e convocando elezioni anticipate (1988 e 1997, per esempio). Altri dati, spesso spacciati per “rivoluzionari”, sono importanti ma non eclatanti. Rappresentano cioè un elemento di contesto che potrebbe mutare significativamente se cambiasse il quadro partitico. L’astensione è cresciuta di 5 punti percentuali rispetto al 2012, ma è diminuita di 3 punti percentuali se confrontata con il dato del 2002. A meno di contorsioni concettuali, bisogna considerare il livello della sfida, della contendibilità percepita e degli attori in campo. La partita del 2017 si è chiusa al primo turno, come nel 2002, ma è mancato l’apporto di tutto l’arco costituzionale, se consideriamo che Jean-Luc Mélenchon ha sostanzialmente fatto appello al non voto, mentre nel 2002 la mobilitazione contro Jean-Marie Le Pen fu omogenea. Ergo non agitarsi troppo, la partecipazione è stata del 75 %, che in termini comparati (operazione che non fa mai male) rappresentano un dato rilevante… CONTINUA QUI

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