Dove è finita la Lega nazionale? Salvini senza partito

Editoriale per IL RIFORMISTA

Lega nazionale. Così la definirono. Solerti commentatori privi di conoscenze politologiche, giornalisti pigri alla ricerca di titoli e ricercatori senza dati. I quali continuavano a dire instancabili che la Lega Nord, seppure guidata da Matteo Salvini, non aveva affatto mutato la sua natura. Suonava bene però quel “nazionale” e assopiva lo spirito calmierando eventuali residui rigurgiti repubblicani ché proprio non era sostenibile avere un partito di estrema destra, come la Lega di Salvini, al Governo del Paese. Nel cuore dell’Europa di cui siamo fondatori. Adagiare con delicatezza una verniciata di colore, metaforico, culturale e cromatico, viceversa pareva potesse allontanare il lezzo del razzismo, della xenofobia, della tracotanza, del maschilismo e della violenza verbale.  E accontentare le esigenti virtù democratiche, tacitandole, dandole in pasto un tricolore a lungo vilipeso e usato solo per becera propaganda antirepubblicana. Una furia iconoclasta rivolta contro i princìpi costituzionali, ma distillati in vaneggiato e autocelebrativo senso comune, ossia l’abiura della ragione. Anche gli incalliti democratici dovevano rassegnarsi alla Lega ormai faro del populismo democratico, una specie di ossimoro farneticato del resto solo dai pasdaran del grillismo. E i partiti dell’opposizione, la Sinistra smarrita e in permanente ricerca di identità e personalità, si adagiò, quasi si accasciò, pretendendo di combattere i “barbari sognanti” con un buon senso colorato di generosa solidarietà.

Quel “nazionale” aggiunto sfrontatamente al termine “Lega” si trasformò nello spazio di un mattino in nazionalismo, in rivendicazione di una identità escludente ed esclusiva il cui pilastro è l’annichilimento o l’assoggettamento di tutte le diversità.

Ormai avvezzi all’errore di analisi, giunge inattesa (?) la presunta inversione di rotta della Lega Nord per come propagata, propugnata e raccontata da temerari affabulatori sedicenti imitatori dei narratori di fiabe nordiche. Il senatore Matteo Salvini, eletto per caso a Locri e poi sempre per caso in Lazio, non ha effettuato nessun cambiamento di rotta. Semmai, il capo pro tempore della Lega Nord ha subito tale scelta. È l’esecutore materiale, il prestanome, di una scelta compiuta altrove e da altri. Non un complotto, ma semplicemente il compimento di un processo di esautoramento del senatore milanese da tempo isolato nel partito. Che non controlla da mesi, e al cui interno fazioni opposte mal sopportavano quella sua temeraria azione di “nazionalizzazione”. Mal si conciliava con il cuore nordista della Lega Nord, che da sempre lavora per una sola parte del Paese, e per una sola componente del nord. Un partito regionalista, regionale, e di estrema destra.

La crisi del Governo Conte II ha fornito il casus belli per risolvere la tormentata vicenda di una leadership ormai deposta de facto. Il senatore Salvini è candidato ad essere ormai ex di sé stesso. Se non giudicassimo la politica con la politica farebbe quasi pena vederlo trascinato fuori dall’agone politico, senza seguito, senza voti, senza partito, senza progetti, ma disposto ad eseguire qualsiasi diktat pur di rimanere formalmente in sella (finché lo decideranno Zaia, Giorgetti o chi per loro).

Nella storia leghista i cambiamenti di rotta sono frequenti. Si tratta di un partito governista che mira a gestire a livello nazionale e che (mal) governa in varie regioni e comuni. Attitudine incentivata dalla possibilità di incidere, con scelte liberiste sul pingue bilancio a disposizione del governo nazionale. La differenza consta nel càrisma. Nel caso di Umberto Bossi questi poteva decidere di allearsi con Berlusconi o contro di lui, di attaccare l’Unione europea, o esaltare l’Europa delle regioni, di deprecare i comportamenti dei vescovi o ergersi a paladino della cristianità. L’intendenza avrebbe seguito ed eseguito perché era il capo, indiscutibile. Il senatore Salvini viceversa non ha càrisma (non è una colpa) e soprattutto il partito non lo segue. E infatti verrà decimato nel suo consenso. Soprattutto, non si intravede alcuna revisione ideologica, nessuno scisma. I gesti sono importanti e avere ammesso a mezza voce che l’Unione europea non è un covo di criminali è un passo avanti, ma non mi pare possa essere sufficiente. La Lega Nord versione 4.0 dovrebbe abiurare le politiche migratorie promosse, il razzismo, abbandonare il gruppo di partiti di estrema destra nel parlamento europeo, e rivedere le posizioni sul Sud. Su cui il passaggio alla “lega nazionale” ricorda il veloce processo di rimozione che in queste ore si consuma sull’Unione europea. Salvini è un leader senza patria. E il “suo” nord presenterà un conto amaro qualora non riuscisse a tenere la barra della gestione del Recovery Fund sufficientemente tesa verso le valli prealpine e prona ai desiderata di Confindustria. Il nascente Governo Draghi ha effettivamente inciso sulla scelta del gruppo dirigente leghista, esacerbando le contraddizioni tra l’idealismo movimentista e ribellista del senatore del Lazio e il pragmatismo industrialista dei quadri, accentuando una virata radicale. I mesi prossimi segneranno la prova del fuoco, ma il punto nodale è che Salvini non è l’artefice di tale intrapresa.

La faccenda dell’autenticità del cambiamento è dunque mal posta: il partito ha mutato tattica, essendo da sempre camaleontico quanto a mezzi ma tetragono sui fini. I gesti più compassati dei consiglieri leghisti sono funzionali a completare il disegno di disgregazione nazionale indirizzando risorse prevalentemente al nord, con la complicità talvolta di progressisti che declamano “regionalismo” e autonomia differenziata. I tutor del segretario reggente, i maggiorenti del partito sono la faccia nascosta della Luna leghista che mina le basi repubblicane, la quinta colonna per entrare a Palazzo Chigi essendo il senatore Salvini giustamente inviso all’intero mondo diplomatico.

La Lega Nord era e rimane tale. Anche se stavolta (un po’ più) educatamente.

Lega Nord. Parola di Shakespeare

Editoriale per DOMANI

«Cosa c’è in un nome? Ciò che chiamiamo rosa anche con qualsiasi altro nome conserverebbe sempre il suo profumo». Giulietta, rivolgendosi al suo amato Romeo nell’omonima celebre opera di W. Shakespeare, segnala che le persone e le cose conservano la loro identità al dì delle convenzioni con cui le identifichiamo.

Con molta meno poesia, mutatis mutandis, il fatto che la Lega Nord abbia tentato di cambiare nome, in taluni casi lo abbia persino fatto, e che si sia proposta quale partito della nazione e post-ideologico, non ne nasconde l’essenza. Non basta per superare la natura, il carattere ontologico, genetico, di partito regionale, regionalista e di estrema destra. La Lega Nord è nata per l’intuito di Umberto Bossi sull’asse dell’anti-meridionalismo e dell’anti-centralismo, puntando a sfruttare la frattura (il cleavage) centro-periferia, ove ovviamente Milano rappresentava la periferia politica, non essendolo sul piano economico/finanziario. Le oscillazioni programmatiche, alleanze, proposte, e leadership che dal 1991 hanno segnato la vita politica e parlamentare del Carroccio non hanno però mai messo in discussione il tratto identitario: l’avversione per il Sud. A volte i toni sono stati mitigati, il senatore della Repubblica Matteo Salvini ha tentato di celare il carico di rancore e risentimento che il suo partito ha per decenni alimentato avventurandosi in complimentosi atti di riguardo per i manicaretti della tradizione regionale post borbonica. Una manovra di corto respiro ché invece la svolta avrebbe implicato scuse formali, pubbliche, per la contumelia contro i terroni, “Roma ladrona” e il lassismo dei cittadini extra-lombardoveneto. Non dico inginocchiarsi come Willy Brandt, ma quantomeno rinnegare il precedente approccio razzista, con parole, opere e omissioni. E invece, nonostante le illusioni o la naïveté di troppi, il tratto nordista, anti-nazionale e anti-statale del partito permane, perché nessuno ha inteso modificarlo.

Il bagaglio ideologico della LN è intriso del tratto originario che lo vincola indissolubilmente al territorio da cui è giunta sul proscenio. Il partito ha prima sostenuto l’Europa delle Regioni per poi lanciare strali contro Bruxelles e abbandonare non già la moneta unica quanto la prospettiva federalista, ossia di unificazione di paesi per secoli combattutisi. L’euroscetticismo infatti spiega molto del consenso al partito. Ne consegue l’asse con i satrapi dell’est Europa, i nazionalisti di ogni risma e la ferocia del darwinismo sociale. Il tutto coniugato in prospettiva sub-nazionale e la difesa dell’interesse del Paese solo bieca facciata elettorale. Prima il Nord, lo slogan della campagna elettorale regionale di R. Maroni nel 2010, dimostra che le radici sono salde e profonde. E infatti gli attacchi alla leadership del partito vertono proprio sul “tradimento” delle origini. Leggi tutto “Lega Nord. Parola di Shakespeare”

La Destra in Italia. Tra Salò, Pontida e Washington.

editoriale per Il Riformista

C’è un grande assente nella storia sociale e politica dell’Italia: la borghesia. La classe che altrove ha guidato le innovazioni (tecnologie, ma soprattutto sociali e culturali) e che ha promosso le grandi trasformazioni degli ultimi tre secoli, in Italia è rimasta a traino. Ha preferito accomodarsi, accucciata vicino al tepore del camino di casa dello Stato/Governo che elargiva prebende, tanto materiali quanto simboliche-identitarie.

Anziché essere classe dirigente la borghesia italiana ha fatto da stampella al potere, un po’ meretrice, un po’ ruffiana e giullare di corte. Con le dovute eccezioni di rito, appunto. La conseguenza sistemica di questo miscuglio di funzioni e ruoli, ha sostanzialmente rallentato, e forse impedito, che maturassero due poli, uno conservatore ed uno socialdemocratico. Azzoppati certo nel loro sviluppo dal contesto internazionale, dalla “cortina di ferro”, dal primato culturale del Partito comunista rispetto al fratello/cugino/avversario socialista, fino, formalmente, al 1989-1991 e ai travagli identitari e poco intellettuali dei post comunisti che ancora cercano una (terza) via. Sull’altro versante, il predominio, tramutatosi in rendita di posizione, della Democrazia cristiana ha mutilato le spinte riformiste in nome troppo spesso della ragion di Stato (o talora del “segreto” di Stato), fino a farne un alibi rispetto al pericolo “sovietico” anche quando palesemente fuori tempo. La DC, la balena bianca, era però anche un “grande mitile” in grado di filtrare i residui e le incrostazioni del revanchismo fascista, di contenere le invasioni di campo di una componente della Chiesa cattolica, di prendere le distanze dai movimenti eversivi. Marco Follini ha spesso ben richiamato la complessità di quel partito, articolato, fatto non solo di faccendieri, di personaggi legati alla mafia, o mafiosi essi stessi, ma in grado di fare dell’Italia uno dei più grandi paesi industrializzati. Nel bene e nel male. Di mantenere la barra dritta in una navigazione perigliosa per Roma segnata da molti lutti e lati oscuri. La temperie sociale-politica degli anni ’90 non ha consentito una maturazione del campo catto-conservatore in un moderno partito di destra, ma è stato travolto dalle promesse salvifiche del tycoon Silvio Berlusconi che ha ri-proposto la dicotomia anti-comunista (in un Paese quasi senza più comunisti) premiando perciò le rispettive ali “estreme” e consegnando alla Sinistra l’alibi perfetto per non maturare e riformarsi. Forza Italia non ha avuto la penetrazione sociale e la capacità di leggere gli interessi come faceva invece la DC, ma ha affidato tutto il destino del Paese a quello di un solo uomo. Ossia una mentalità mai accettata nel partito dello scudo crociato. Berlusconi ha però modernizzato il polo conservatore, nei modi, nei toni, e anche rispetto ad alcuni temi “di costume” sui quali – bon gré mal gré – ha segnato una rottura, non fosse altro quale “parte in causa”. Dal punto di vista politico però l’azione del Cavaliere ha prodotto due rotture cruciali per l’intero sistema politico e partitico: 1) l’ingresso a Palazzo Chigi della Lega Nord; 2) lo sdoganamento del Movimento sociale italiano. Da un lato, queste due forze sono state indotte a “modernizzarsi” al fine di essere presentabili per entrare nella società dei salotti istituzionali, ma dall’altro la presenza di Berlusconi le ha garantite quanto a iniezione costante di risorse per la coalizione nonché di sostegno politico, e perciò inibendone l’assimilazione, ma anzi enfatizzando il carattere identitario. Al fine di distinguersi, per evitare di estinguersi, Msi/Alleanza nazionale e Lega Nord hanno rimarcato le loro posizioni classiche, di nazione da un alto e di anti-nazione dall’altro. Un ossimoro tenuto insieme dal collante berlusconiano, quello di un capo carismatico, affabulatore, e grande cerimoniere nel tessere le trame per una coalizione di centro-destra variamente denominata. Sul piano culturale l’alleanza trainava e rappresentava quella parte di società che si rispecchiava nel forza/leghismo, scettico verso lo Stato e ultraliberista. Viceversa, gli eredi del Partito nazionale fascista, esclusi dal Governo secondo la celebre conventio ad excludendum (Il polo escluso, P. Ignazi, Il Mulino) insieme al PCI che però aveva lottato per la Liberazione, elaborato e votato la Costituzione, si ritrovano a mutare costretti dagli eventi. Il Movimento sociale italiano compie un passaggio di trasformazione organizzativa, simbolica, ideologica prodromo di successivi aggiustamenti. È il primo passo per l’abbandono del fascismo come ideologia di riferimento, al netto delle intemperanze di alcuni e inevitabili andamenti oscillatori nella definizione della nuova identità politica-partitica.

Il progetto promosso e incarnato da Gianfranco Fini era solido, aveva una prospettiva e puntava a entrare a pieno titolo nel gruppo dei conservatori europei. L’obiettivo, non dichiarato perché tabù, era l’egemonia nel campo del centro-destra, dominato e in realtà posseduto manu militari (e finanziaria) da Berlusconi che perciò non ammise nessuna sfida diretta alla sua leadership. Il progetto aveva una visione ed era frutto di lavoro cui contribuirono intellettuali di rilievo, tra tutti Domenico Fisichella, ed articolazioni come la fondazione Farefuturo che promosse un dibattito coi principali leader del mondo conservatore europeo, da J.M. Aznar a Nicolas Sarkozy, del cui libro nel 2007 Fini non a caso scrisse la prefazione. Insomma, c’era un fermento che si interruppe bruscamente con la marginalizzazione di Fini che osò sfidare apertamente il padrone di Forza Italia, mutata da una battuta in piazza in Popolo della Libertà. L’impossibilità di avere due leader in un solo partito fece il resto. E congelò il processo riformatore interno ad Alleanza nazionale posto che molti realisti rimasero come cortigiani di Berlusconi e la fuoriuscita di Fini si rivelò fallimentare nelle urne. Fratelli d’Italia nasce dunque come contro-risposta identitaria, ritorno alle “origini” dopo la presunta onta del partitone berlusconiano che assimilava tutto e tutti. Giorgia Meloni è stata abile a riprendere le fila di militanti orfani di una identità e a rinsaldare i temi cari al duo Msi/An. Unitamente a un piglio casareccio con toni popolari, a tratti popolani e perciò elettoralmente salubri, e una indubbia tenacia, Meloni ha intercettato l’umore di una parte importante del Paese distante dalle boutades di Salvini e disorientate dopo la fine, de facto, della spinta propulsiva di Forza Italia.

La marcia trionfante di Meloni è però strettamente intrecciata con i destini del fratello/nemico Matteo Salvini. È lì il cuore della questione, del futuro della Destra italiana, contesa tra ambizioni individuali, scontri di potere, oscillazioni elettorali e riposizionamenti sullo scacchiere internazionale.

Fino a pochi mesi fa la tenzone era prevalentemente basata sul duopolio “immigrazione-nazione”, laddove il primo lemma è nettamente appannaggio di Salvini e la nazione invece è meglio maneggiata da Meloni. Dopo le politiche del 2018 Meloni era ancillare rispetto a Salvini, sia sul piano elettorale, ma anche dal punto di vista mediatico. Il leader era indubbiamente il capo della Lega Nord, mentre Meloni provava a ritagliarsi uno spazio residuale. La sciagurata gestione del proprio ruolo all’interno del Governo Conte I ha reso la Lega Nord oramai un orpello, un ostacolo per la modernizzazione del polo conservatore. L’idea di aderire al gruppo del partito popolare europeo è del tutto estemporanea, una … emerita sciocchezza che denota l’approssimazione, l’improvvisazione del partito in una dinamica di scontro tra bande interno all’organizzazione di cui Salvini ormai sta perdendo il controllo.

Che questa prospettiva sia un azzardo e una trovata mediatica autunnale, solo come risposta alla mossa azzeccata di Meloni, lo si evince studiando la storia della Lega Nord. La difficile trattativa con i popolari europei prima che complicata dalle ritrosie di forze realmente conservatrici ostili agli strali di nazionalisti di estrema destra, ha un intrinseco limite ontologico: la Lega stessa. Entrare nel Partito popolare europeo, se per assurdo avvenisse, significherebbe la fine stessa del Carroccio. Il quale dovrebbe rinunciare o comunque nascondere come un ladro le libagioni in onore della sovranità nazionale a scapito della dimensione sovra-nazionale, l’anti-europeismo, il regionalismo differenziato, ossia la “secessione 2.0”, così denominata per addolcire le residue resistenze culturali a sinistra e nel Paese. Né, tantomeno, la Lega Nord ha le tradizioni e la cultura politica di partiti nazionalisti quali lo Scottish national party o altri. Si tratterebbe di un matrimonio senza speranze che nessuno dei partner vuole davvero. I popolari europei accettarono Berlusconi solo, o principalmente, per la dote finanziaria derivante dal numero di deputati a Strasburgo, figurarsi se – almeno nella componente britannica e polacca – accetterebbero tra le proprie fila chi flitra con la Russia di Putin. La Lega è, al di là dei sondaggi, un partito allo sbando, senza identità, senza idee, senza visione. L’unica residuale inerzia è quella di un partito personale che come tale risente delle difficoltà del leader al crepuscolo. Finirà che i maggiorenti del partito liquideranno Salvini, con un pretesto, per patente incapacità di politica prospettica. Lo stesso si arroccherà su una posizione irredentista, massimalista e urlerà al tradimento. Il senatore eletto per sbaglio a Locri Epizephiri sarà costretto a tornare alle sagre di paese, alle fiaccolate, puntando alla “origini”. Con partito “suo” attorno al 3% sarà una sorta di Front national delle pre-Alpi con una piattaforma anti-sistemica e di estrema destra (come del resto già succede alla c.d. Lega di Salvini, ovvero alla mai defunta Lega Nord).

Se, dunque, il processo che ha portato Meloni alla guida del gruppo dei conservatori europei risale a un percorso di revisione interrottosi due lustri fa, ma che ha incluso vari esponenti della società e della cultura in un dibattito vero, il caso della Lega è senza speranza. Non c’è nessun confronto ideale all’interno, nessun orizzonte di scontro “congressuale” su tesi contrapposte, né si vedono personaggi del calibro di Gianfranco Miglio, ma solo funzionari. A questo si aggiunga che la strategia di Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti mira a fagocitare la parte elettorale del partito “nazionale” e lasciare a Salvini la bad company.  I due però non sono per nulla “moderati”, categoria dello spirito che tra l’altro non esiste nella storia delle dottrine politiche: il moderatismo. Manifestano semmai “modi” un po’, ma leggermente, più urbani del duo che però nella sostanza ha sempre e comunque sostenuto gli strali di Bossi, gli “eccessi” di Salvini e le intemerate dei vari colonelli della Lega.

Meloni, pertanto, come ho già scritto altre volte, ha una occasione storica. Può dimostrare di essere all’altezza del compito. Ma per farlo deve annientare i residuati bellici del revanchismo neo-fascista, chiarire definitivamente sull’antifascismo, sui diritti civili (vedi L. 194) e sulle diversità, togliere la “fiamma” dal simbolo, rimanere nel campo europeista (non indulgendo su Orban) e infine mostrare postura istituzionale sulla magistratura (sostegno politico a Salvini, ma non in piazza contro i giudici). Dal suo punto di vista certo, ma presentando una destra conservatrice e moderna. Sarebbe un bene per l’intero sistema partitico, per il Paese e indurrebbe anche il centro-sinistra a modernizzarsi. Non sappiamo quali siano le intenzioni, ma se Meloni facesse sul serio non potrebbe che essere una buona notizia. Lo spazio lasciato da Forza Italia, dalla Lega in declino e da forze personali/stiche come Azione e Italia viva offrono praterie elettorali, ma richiedono leadership moderna e innovativa.

Oggi la Destra italiana è a un bivio. La scelta identitaria e culturale passa tra l’abbandono definitivo di Salò, lasciare Pontida alle forze anti-sistema e folkloristiche e rivolgersi, da veri conservatori maturi, a Washington dialogando con Bruxelles.

 

La Lega di Salvini perde. Ma il leghismo è vivo

La Lega governa l’intero nord, dal confine con la Francia a quello con la Slovenia, dalle Alpi sino al Po. Sono leghisti i Presidenti delle regioni più ricche, popolose e industrializzate del Paese. La Lega di Salvini è primo partito in migliaia di comuni, ha sfidato a viso aperto, e fatto tribolare, il centro-sinistra in Emilia-Romagna e in Toscana, luoghi dove l’accerchiamento è rimandato, mentre Umbria e Marche hanno ceduto al vento populista. E ha contribuito a far vincere il centro-destra a Venezia, non proprio un feudo leghista. Difficile pertanto liquidare l’affaire Salvini pensando che il referendum grillino lavi ogni difficoltà politica.

Pare complicato, arduo, immaginare che il centro-sinistra/populista continui a guidare l’Italia senza porsi una domanda cruciale circa gli strumenti (legislativi, ma soprattutto culturali e politici) per recuperare i consensi del Nord. A meno di non volerli considerare contaminati e perciò indegni.

Il voto delle elezioni regionali di domenica scorsa consegna un risultato non troppo chiaro, e perciò da ciascuno ascrivibile al proprio campo in termini di “vittoria”. Il Partito democratico ha perso una regione, le Marche, ha abbandonato il Veneto al suo destino, eppure la leadership esulta per il pericolo scampato. È primo partito di una coalizione minoritaria nel Paese, governa un terzo delle regioni ed in difficoltà a sintonizzarsi con intere fasce della popolazione. Il Movimento 5 stelle è in dissoluzione, ma cela la frantumazione ricorrendo all’esito del voto referendario e rilanciando sui temi dell’anti-democrazia rappresentativa. La Lega Nord del sen. Matteo Salvini ringrazia gli “italiani” (e le italiane) per non si sa bene quali motivi. La Lega è, infatti, in rotta almeno sul piano dei consensi e della leadership. Ha perso in tutte le regioni ove presente (la Valle d’Aosta, in cui è primo partito ma non è detto riesca a governare, è storia a sé per molte ragioni storiche-sociali). Dei due candidati alla carica di Presidente uno solo è stato ri-eletto, mentre nel resto del Paese la lista “Salvini” ha subito una grave sconfitta.

Per dare la misura della débâcle è importante considerare i voti assoluti (tabella 1), sebbene alla comparazione con le precedenti elezioni politiche ed europee sarebbe preferibile quella con il 2015 che però rappresenta un’era politica diversa.  Nel complesso delle sei regioni principali, la Lista Salvini ha perso quasi due milioni di voti (-1.948.896) voti tra il 2020 e le elezioni europee dello scorso anno, con valori negativi ovunque, anche al netto della specificità veneta. La quale, semmai, segnala non un problema per il leghismo quanto per la leadership, ormai presunta, del senatore milanese eletto in Calabria. Zaia appunto non è un caso a parte, ma rappresenta per Salvini l’indicatore principale che la presa sul partito è ai minimi storici. Una vicenda di questo tipo non sarebbe mai successa con il vero leader della Lega Nord, ossia Umberto Bossi. L’acrimonia tra leghisti/lombardi e leghisti/veneti ha fatto il resto. Va altresì notato che in veneto la Lega si presentava con il simbolo della “Łiga veneta” proprio a sancire l’ammainare delle velleità nazionali. In percentuale la Lega Nord di Salvini perde tra 10 punti percentuali (Toscana) e -15 punti nelle altre regioni, in media. Anche la comparazione con il 2018 segnala in realtà un falso punto di tenuta poiché ad esclusione di pochi voti in più in Puglia e Campania, la Lega Nord perde 641.000 voti, che solo in parte sono spiegabili con la differenziazione lista Zaia/lista Salvini. Questo dato indica perciò che il partito “tiene” politicamente nel complesso rispetto all’impennata 2019 (sul 2015 aumenta di circa 10 unità il gruppo dei consiglieri regionali), ma si sta ritirando e rintanando nel Nord-Est, posto che anche alle comunali di Milano sarà difficile recuperare lo smalto di un tempo.

Se, dunque, la sfida alla guida di Matteo Salvini è ormai questione di qualche mese, la persistenza della questione leghista e della questione settentrionale invita ad andare oltre i facili proclami, ambo lati.

La parabola discendente della popolarità di Salvini, e di conseguenza il calo di intenzioni di voto (che sono diversi dai voti reali) nonché la battuta di arresto in elezioni “locali”, quattro delle quali in zone storicamente ostiche per il partito, non debbono essere confuse, sovrapposte e sostitute con la tenuta sociale, politica e culturale del leghismo. Che è vivo, vegeto e ben insediato nel tessuto profondo dell’Italia. E degli italiani. Negli ultimi anni sono cresciuti i sentimenti di ostilità per i diversi (immigrati, diritti civili), la richiesta di politiche di chiusura verso l’altro da sé, l’autoritarismo, il nazionalismo, l’antisemitismo, l’intolleranza, il favore per pene “esemplari”. Temi battuti direttamente, palesemente, ovvero in forma subdola dalla Lega salviniana da almeno un lustro. Ma che covano nel Paese da molto tempo. Per cui, non importa quanto abbia vinto/perso la Lega e il suo leader pro tempore, ma è rilevante avviare un’analisi profonda sulla pervasività e invasività del leghismo. Chi volesse affrontare la Lega e sconfiggerla sul piano elettorale, prima dovrebbe agire su quello politico-culturale con una proposta radicalmente diversa, efficace, riformista, basata su politiche inclusive e progressiste, ripartendo dalla diseguaglianza. Che è diffusa in tutto il Paese e investe i precari, i disoccupati, la classe media e i lavoratori dipendenti da Nord a Sud. Molti, stolti, pensarono che la Lega fosse finita già nel 2010 allorché Bossi si scontrò coi diamanti del cerchio magico. Il voto non è che UN indicatore dei valori e della cultura politica.

Sbaglierebbe chi considerasse oggi la parentesi chiusa, il Paese è ancora lontano dagli standard di civismo scandinavo.

Tabella. 1 – L’andamento del voto alla Lega di Salvini 2018-2020 (valori assoluti e differenza punti percentuali in parentesi)

Regione 2020-2019 2020-2018
Veneto -886.778 (-33) -572.536 (-15)
Campania -286.471 (-14) 3.720 (+1)
Puglia -242.917(-16) 25.382 (+3)
Toscana -236.751(-10) -19.420 (+4)
Marche -151.623(-15) -14.304 (+5)
Liguria -144.356 (-16) -64.012 (-3)
Totale -1.948.896 -641.170

Fonte: elaborazione dell’Autore da Ministero dell’Interno.