USA, Trump e le lezioni per l’Italia

Editoriale per IL RIFORMISTA

Sic transit gloria mundi. Silvio Berlusconi definitivo e cinico si pronuncia su assassinio di Muammar Gheddafi, che pure ha ospitato in Italia, con onori reali, accettando tende, amazzoni e cavalli al seguito. La fortuna è cangiante direbbe Machiavelli e gli amici dimenticano presto, e ti lasciano da solo. Deve aver pensato qualcosa di simile in queste ore il 45° Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, isolato da tutti. Tranne dai suoi fanatici sostenitori. Il popolo per il populista.

Verrebbe quasi da essere solidali con il magnate americano che pure non ha mai fatto o detto nulla che facesse presagire un mandato presidenziale all’insegna del rispetto delle istituzioni, della democrazia, dei diritti delle minoranze, della cooperazione pacifica e della riconciliazione nazionale. Gli arroganti, i potenti e i prepotenti ispirano quasi sempre umana pietas quando si avviano sul viale del tramonto, fisico e politico. Ma siccome siamo politica e non una congrega è necessario misurare i politici secondo i loro atti.

Le parole sono pietre, segnano le vite, il corso sociale degli eventi, offendono, lapidano, lacerano, mortificano e provocano reazioni. Generano emozioni ed esasperano gli animi. Per quattro lunghi anni, cui aggiungere quello delle primarie repubblicane che lo incoronò candidato, The Donald, non ha mai, in nessuna occasione celato la sua insolita, insolente, innata e ontologica disaffezione, insofferenza fisica e intellettuale per i vincoli legali, istituzionali e politici che controllano e bilanciano il potere presidenziale. Ha sistematicamente attaccato gli avversari in patria e overseas, gli intellettuali, i complotti di Washington, le corporations, i mass media, the deep State, i burocrati, gli alti ufficiali dell’esercito che non lo assecondavano, i servizi segreti, i consiglieri, i capi di Stato e di governo non allineati, gli stessi membri del suo gabinetto, che sono cambiati con una frequenza molto elevata. Le sedi istituzionali, diplomatiche, i social networks adoprati come clave per colpire chiunque non si allineasse. Scimmiottare gli disabili, irretire i “nazisti dell’Illinois”, fagocitare le critiche nelle conferenze stampa; sempre un metro in avanti verso il declino di questi giorni, delle settimane successive all’election day. L’imbarazzo delle cancellerie europee per le intemerate di Trump, le scortesie, gli incidenti diplomatici, l’arroganza palese e patente durante gli eventi internazionali (sposta in malo modo il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic per guadagnare la prima fila durante un vertice della Nato).

Pertanto, osservare la cronaca recente è utile, certo, ma è anche profondamente noioso, intellettualmente pigro ché si perde la prospettiva. Il partito repubblicano, escluse notevoli, degne eccezioni quali D. Cheney, M. Romney, P. Ryan, Bush junior o J. McCain (che lo escluse anche dai funerali), si è accodato al Commander in chief. L’unica postura palesemente oppositiva a Trump e radicalmente ostile con costanza repubblicana è stata quella di Melania Trump, frettolosamente osannata, appunto, dai liberal ambo lato dell’Oceano, dopo averla prima irrisa come complice arpia. Suscita, dunque, un certo scetticismo tanta acrimonia nei confronti del Presidente uscente (vedremo in che forma), segnale inequivocabile della carenza di pensiero critico nei gangli delle istituzioni, un parossistico e pusillanime conformismo tipico della massificazione.

Oggi Trump è un paria. Ma fino a ieri The Donald era cercato, lusingato, non solo perché sì accade a chiunque detenga un po’ di potere (e Trump ne ha e aveva tanto in quanto Presidente USA), ma soprattutto per compiacenza, debolezza, stoltezza, arrivismo e conformismo. Nonché per condivisione di quello zeitgeist populista e antidemocratico che da due decenni almeno avvelena i pozzi delle istituzioni in America, in Europa e in Italia. Ovviamente.

Nell’ex bel Paese per anni hanno pascolato senza controlli idee e personaggi fautori di criminogene azioni, verbali e fisiche, contro le istituzioni democratiche, mortificate dall’insolenza baldanzosa e crapula. Oltre al ventennio berlusconiano che ha disseminato il campo di mine anti-istituzioni con “parole, opere e omissioni”, recentemente abbiamo avuto l’exploit dell’incompetenza osannata come punto vincente. L’ignoranza sbandierata e rivendicata sfacciatamente nei curricula. Il deputato neo-rieletto Luigi Di Maio pronunciò attacchi violenti nei confronti del Presidente della Repubblica. Reo, secondo la giurisprudenza costituzionale grillina, di applicare la Carta e di esercitare le sue prerogative senza però volere conferire l’incarico a uno di loro. Uno sgarbo tremendo. Attacchi irripetibili, oltre che irricevibili (ma questo lo sventurato non poteva saperlo, trincerato dietro lo scudo dell’ignoranza come qualità suprema), e che si esaurirono in un gracido gracchiare sfumato dopo poche ore grazie alla saggezza del Quirinale. Più che un colpo di Stato fu uno scenario macchiettistico, come il fautore del neoqualunquismo odierno nato dal V-day che ha sdoganato le pulsioni neofasciste celate. Mattarella è un signore nella vita e in politica e nelle istituzioni ché Pertini, Cossiga o Scalfaro lo avrebbero rinchiuso a Castel Sant’Angelo, in punizione sui ceci a leggere la Carta. Evocare l’impeachment non è tanto diverso da Trump che attacca e intimidisce il segretario di Stato della Georgia in cerca di voti per cambiare l’esito del voto. Due populisti che come infanti scalciano perché la realtà è diversa da come vorrebbero.

Indimenticabile il Presidente del Consiglio Giusepp(i) Conte prono dinanzi a Trump recitare il salmo del cambiamento: “il mio (non quello italiano, n.d.a.) Governo e l’Amministrazione Trump (pronunciato Truaamp) sono entrambi governi del cambiamento”. Assunto ovviamente come assioma di positivo (M. Damilano, Processo al Nuovo, Laterza) in quanto “nuovo”, scordando beatamente il presidente del vero change Barack H. Obama.

E ancora i grillini (di cui Conte è espressione e ispirazione) dichiarare urbi et orbi che tutto sommato Trump e Hillary Clinton pari sono, per cui non presero posizione, ossia la conferma dell’antipolitica. Ma anche l’intero programma (o minaccia) del Movimento 5 stelle è in fondo basato su un atto eversivo, celato come metafora di rinnovamento purificatore: aprire il Parlamento come una scatoletta! E quasi mai nessuno ha condannato sistematicamente tale atteggiamento, tutti colpiti da incurabile blesità istituzionale. Mentre il corpo dello Stato, delle istituzioni e della democrazia incassavano, indebolendosi. E la società si mitridatizzava, nutrita o esposta a piccole dosi di veleno. Fino a quando?

Personaggi in cerca di autore e photo op, come il casareccio senatore M. Salvini (eletto a Locri) che intrepido ottenne una comparsata con Trump (non ancora Presidente), il quale non lo volle incontrare nel 2019 e ne tessette pubblicamente, legittimamente le lodi, fino a ieri. Tace oggi. Del resto, sul piano internazionale e diplomatico il truce non è proprio a suo agio tra le feluche diplomatiche. Anzi sbanda, acerbo dell’abc istituzionale. Vasta è la letteratura sul tema, e scelgo solo per brevità e carità di patria gli attacchi costanti della Lega Nord e di Salvini al Quirinale, alla patria, alla Bandiera, all’inno nazionale. Mentre si sperticava a difendere i satrapi polacchi e ungheresi, o a far visita ai carcerati omicida, o a non votare le sanzioni contro il dittatore Lukashenko (astenuto come gli ignavi). Il sostegno alla Russia dell’amico Putin (e viceversa) salvo poi pietire un incontro con l’Ambasciatore americano a Roma per rimediare ché per fortuna l’asse atlantista dell’Italia è ancora solido e non guarda troppo agli autocrati. Sorvoliamo su Umberto Bossi che diede lustro al messaggio antidemocratico padano per due decadi. E nessuno a difendere tenacemente. Cercare risulta indarno. Anche Giorgia Meloni, eterna promessa, ondeggia tra i Conservatori europei e i nazional-reazionari di Polonia, Ungheria e USA, intrappolata nel ricordo del passato, e non condanna Trump, ma pare compatirlo, comprenderlo, compiacerlo.

Trump rimarrà nella storia americana per un grande merito, involontariamente palesato. Avere dimostrato non solo che il Paese è profondamente diviso, ma che esiste una parte della popolazione che detesta non solo Washington, ma anche la democrazia, che odia le minoranze e le diversità di ogni risma. Che abbevera il proprio bagaglio ideologico nella logica da saloon del far West.

Ma la Storia, non solo quella americana recente, ma anche quella europea ed italiana, dimostra, e dovrebbe insegnare che assecondare il populismo è periclitante.

Per cui, per il 2021, è necessario rilanciare l’impegno democratico e riformista. Si impegnino i democratici, di destra e di sinistra, a bloccare gli antidemocratici di ogni risma, dal radicalismo di estrema destra o estrema sinistra. Dai giustizialisti, ai rosso-bruni, ai populisti da tastiera o di campagna. Per evitare un brutto risveglio tra qualche mese.

L’insegnamento di Piero Calamandrei è sempre illuminante: «[…] la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai».

Confido nella capacità di resipiscenza degli italiani.

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Le radici della protesta. Autoritarismo borghese.

mio editoriale per IL RIFORMISTA

Nessuno controlla la Piazza, che però non è nemmeno spontanea. La radice della protesta mascherata dalla pandemia rimanda in realtà a una matrice autoritaria che per ora non ha spazio diffuso, ma che si allena per esperienze futuribili. La spinta principale a “scendere in piazza” deriva dalla paura: non del contagio o del confinamento, ma, piuttosto, della perdita di status. Il timore che la condizione di relativo privilegio venga messa in discussione dalla “crisi”, ossia dal cambiamento dalle politiche attuabili quali risposta alla crisi sanitaria, e quindi dalla potenziale riconfigurazione sociale che ne deriverebbe. L’impalcatura autoritaria dei movimenti si nutre sostanzialmente della preoccupazione della classe media di ritrovarsi in crisi economica, ma soprattutto di condizione e percezione sociale, ed è esposta alla temperie di tentativi di egemonia da parte di vari attori che però non hanno la forza intellettuale e organizzativa per guidarli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il COVID-19 con il suo portato di impatto economico-finanziario, sociale, psicologico e politico è stato il fattore scatenante, ma solo in parte. Sarebbe infatti distorsivo considerare il “Virus” quale variabile determinante nel processo di attivazione di movimenti di protesta che in queste settimane, e probabilmente in quelle future, stanno crescendo nelle piazze italiane delle grandi città. Esistono ragioni più profonde, strutturali, sociali, economiche e politiche che hanno consentito ad alcuni imprenditori della piazza di attivarsi grazie alle opportunità offerte dalla pandemia.

L’Italia è un Paese fortemente diseguale (World Inequality Database e Banca Mondiale), con potenti elementi di divisione economica e quindi sociale che attraversano ambiti dell’intera comunità seppur con accenti diversi. Sono distanti le potenzialità tra grandi città e comuni interni, tra aree del Nord e periferie del Sud, tra giovani e adulti, tra uomini e donne, tra lavoratori e disoccupati, tra chi “ha” di più e chi possiede sempre meno. Tra il 1984 e il 2009 la percentuale di ricchezza posseduta dall’1% della popolazione è passata dal 6% al 10% circa, mentre contemporaneamente la concentrazione di fortuna nelle mani del 10% più abbiente dei cittadini è cresciuta dal 23% del 1985 al 32% del 2016%. Inoltre, sono quasi 2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a circa 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, Istat 2019).

La fragilità sociale derivante dalla disuguaglianza economica si somma alla scarsezza dei pilastri della mediazione politica, partiti e sindacati, un tempo numi tutelari dei più deboli e diseredati. I partiti, specialmente, quelli di sinistra, hanno quasi-abdicato alla funzione storica di lotta all’ingiustizia sociale, alla povertà, parola biecamente sostituita da anglicismi o neologismi. Un’onta da nascondere, un azzardo parlarne. Anche i sindacati paiono ormai rifugiati nella difesa dei difendibili, e non scovano più gli ultimi della classe, non incalzano nemmeno i governi nominalmente amici per politiche simboliche quali il rinnovo del contratto di lavoro dei dipendenti pubblici, dissanguati da anni di liberismo selvaggio, cui pare il Ministro Gualtieri voglia, meritoriamente, rimediare.

Ma la “povertà” da sola non basta a mobilitare, come evidente dalla Storia; si pensi alla Rivoluzione francese, su tutte. Senza la borghesia i sans-culottes sarebbero stati massacrati dalla gendarmerie di Luigi XVI. E, inoltre, è bene ricordarlo, non siamo ai moti per il pane ché l’Italia dispone ancora di un solido sistema di welfare, di strutture di sanità pubblica e universalista nonché di risorse materiali da redistribuire e, infine, di una rete di associazionismo solidale che all’uopo sopperisce alle carenze collettive.

Pertanto, delle manifestazioni di piazza delle ultime settimane è possibile ritenere tre punti fondamentali:

  1. La testa del movimento è a destra. Nell’estrema destra che punta a rilegittimarsi, dopo anni di laissez-faire civico, di smemoratezza storica e abbandono delle postazioni, delle casematte, dell’antifascismo, non nominale, ma della cultura repubblicana. Stoicamente coltivata dal Quirinale, ma trascurata dai partiti.
  2. Si tratta di un processo di ri-mobilitazione. Secondo Gino Germani, celebre sociologo politico emigrato in Argentina per le persecuzioni fasciste, la mobilitazione inizia quando la società inizia a disgregarsi. La mobilitazione secondaria, portata avanti da coloro che temono il protagonismo degli esclusi ben si addice alla fase in corso. Una sorta di contromobilitazione. Nel caso in specie però la borghesia non si scaglia contro i movimenti operai, ma contro il Governo, nazionale o sovra-nazionale che sia. Un paradosso, in parte, qualcosa di inedito e inquietante.
  3. Ad attivarsi non sono, ovviamente, i ceti popolari e popolani, ma è la classe media, la borghesia persino, ossia quei settori che sentono/temo una perdita possibile di status.

La borghesia dirige il proprio malessere e malcontento verso il Governo e le presunte élite. Che però, notorio, questo il grande abbaglio populista e il dramma culturale, non esistono. Specialmente in Italia abbiamo piccole burocrazie di partito e gruppi dirigenti di scarso lignaggio e leadership occasionale, ma per nulla egemonica.  È cruciale dunque capire, individuare e spiegare chi attiva il processo di mobilitazione, chi si attiva, ovvero è ri-attivato; chi è soggetto alla mobilitazione ed eventualmente alla smobilitazione. A dar vita al movimento sono “vecchie glorie” del neo-fascismo con cui la legge è stata troppo indulgente, insieme a ultras del calcio in astinenza da adrenalina domenicale. A questi si uniscono sinceri democratici esasperati dalla crisi economica generata dal COVID. Nella dilagante fase di individualismo e individualizzazione la lettura principale delle manifestazioni di piazza vede pertanto il malessere economico coniugato con un pizzico di sciacallaggio ribellista senza colore politico. È una lettura superficiale e dozzinale, mentre il disegno è piuttosto chiaro come la Storia del Paese e dell’autoritarismo di ogni latitudine. Certamente esistono delle differenziazioni tra grandi città e piccoli centri (sin ora non investiti, non a caso, dalle proteste), tra aree geografiche (il sud più esposto a derive di estrema destra e il nord all’estremismo di sinistra), tra lobbying di categoria, corporativismo, esasperazione, e ribellismo. Una sorta di potpurri in cerca d’autore e soprattutto di leadership che, statene certi, non sarà né Salvini – senza physique du rôle, né Meloni – che si ostina a non modernizzare il partito, tantomeno l’estrema-destra militante senza leader. La marea potrebbe però dilagare disintegrando parti della tenuta sociale.

Le Democrazie per quanto solide non possono però cavarsela con sermoni ed appelli al senso civico. I Governi hanno il dovere di rispondere alle istanze provenienti dal basso proprio per evitare di alimentare il fuoco autoritario. L’uomo piccolo-piccolo, il borghese di Cerami/Sordi fa più paura della massa perché potrebbe fare “scuola” e innescare un processo imitativo di rivolta e di disintegrazione del sistema. I partiti democratici dovrebbero intervenire e guidare, incanalare, assorbire la protesta e gestirla entro dinamiche istituzionali, senza timore di ricevere qualche sonora critica dato che la posta in palio è molto più grande di un piccolo sgambetto nei sondaggi. Il COVID ha solo reso palesi e patenti le contraddizioni sociali, economiche e politiche della società italiana che si risolvono soltanto con il conflitto. Dipende da chi avrà la capacità di guidare ed egemonizzare il processo di transizione, chi sarà in grado di mobilitare, eventualmente di ri-mobilitare, per evitare il rischio di smobilitare. Che significa, sempre Germani, una deriva autoritaria compiuta con silenziamento di ogni partecipazione degli esclusi.

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