Il Movimento 5 stelle. Tra utopia, correnti e partecipazione

mio intervento su DOMANI (con cui inizio collaborazione)

Il populismo è un fiume carsico nella storia dell’Italia. Dall’”Uomo qualunque” di Guglielmo Giannini passando per Antonio Di Pietro e Silvio Berlusconi fino al Movimento 5 stelle (M5s). Guidato, fondato e posseduto da Beppe Grillo per due lustri almeno ha rappresentato l’acme dell’antipolitica e dell’iper-politica al tempo stesso. Stretto tra detrattori e apologeti, il M5s è stato disegnato variamente come il male (necessario) assoluto e il bene (inutile) della chimera partecipativa. Proprio l’inclusione, l’utopia della partecipazione sempre e a tutti i livelli istituzionali ha rappresentato il mito e il rito fondativo del sedicente non partito partorito dalla visione di Gianroberto Casaleggio. Il connubio tra aziendalismo ipertecnologico e la feroce anti-politica grillina à la Coluche, che da comico pensò di sfidare, senza successo, il duopolio gollista-socialista nella Francia di Giscard d’Estaing.

Il combinato disposto tra antipolitica, crisi economico-finanziaria, discredito della classe politica, e sfiducia dei cittadini verso le istituzioni fornì il terreno ideale affinché attecchisse una proposta dirompente rispetto agli assetti politico-partitici. Ma fu l’intraprendenza politica di Grillo & Casaleggio a fiutare la disponibilità di un mercato elettorale per un nuovo partito, opzione in passato esperita solo in parte e con esiti non gratificanti e non stabili, come dimostrato da Italia dei valori o dal movimento del “Popolo viola”. Il governo tecnico nel 2011, infine, fu l’apoteosi del processo di etichettamento sociale, di lapidazione di un’intera classe sociale e professionale, un tentativo di eliminazione della politica, ossia della democrazia. Lo smantellamento della rete dei corpi intermedi, la desertificazione sindacale e il progressivo isolamento organizzativo e culturale dei lavoratori hanno altresì contribuito a porre le basi per la costruzione di un “esperimento” politico e partitico (L’esperimento, J. Jacoboni, Laterza). La novità del M5s risiede proprio nella capacità di intercettare e assemblare tutte le opposizioni sociali, politiche e culturali del Paese, del resto racchiuse in un grazioso impropero diventato simbolo distintivo e marchio di fabbrica. La straordinaria intrapresa compiuta da Grillo & Casaleggio consiste nell’avere racchiuso e raccolto in un unico contenitore i miasmi anti-democratici e i brontolii contro-istituzionali e qualunquisti che variamente connotano ampli settori sociali da almeno settant’anni. La popolarità di Grillo, saggiamente dosata dai manager del Web, e alacremente rilanciata, sebbene involontariamente, da una classe dirigente “storica” ormai ingrigita e imbolsita, ha amplificato la gittata del messaggio populista/qualunquista. Che sarebbe altrimenti rimasto relegato lontano dal proscenio, nel limbo della miriade di liste e partitini che periodicamente appaiono sulla scheda elettorale senza lasciar traccia di sé.

L’insieme ideale di ingredienti sociali e politici ha predisposto la tempesta perfetta cui Grillo ha funto da detonatore.  Ma è stata la costruzione certosina, da laboratorio, dell’impianto organizzativo che ha tenuto insieme tutto e il suo contrario, con abile alchimia di para-democrazia e centralismo burocratico.

Un miscuglio di temi para scientifici, promesse iperboliche come tali non realizzabili, e espressioni da Bar dello Sport, ossia il maledetto senso comune che tanto orrore ha generato nella storia umana. Come paravento la cornice imbellettata delle “5 stelle” (do you remember any of them?) per partecipare alla cena di gala sebbene in un corpo da parvenu, a tratti popolano.

Dopo alcuni tentativi locali, nel 2013 il M5s diventò primo partito (25% dei voti) e sconquassò le dinamiche parlamentari imponendo taluni temi (vedasi l’abominio dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti) che in alcuni casi i partiti “classici” seguirono o inseguirono per paura, incapacità o per tentare di domare la fiera populista. La messe di voti per il M5s, sostenuto anche da chi non lo confesserebbe mai, nemmeno a sé stesso, fu alimentata dalla condizione economica individuale (o dalla percezione della stessa in chiave prospettica), dalla sfiducia nelle istituzioni, ma soprattutto dall’avversione per l’Unione europea. Contro cui gli strali di Grillo & Co. hanno impietosamente battuto per anni, segnando in Bruxelles (e Strasburgo) il target del malessere. Proprio l’atteggiamento negativo contro l’UE è il fattore che spiega di più il voto per il M5s (fonte: Passarelli e Tuorto), in un messaggio anti-delega e contro la rappresentanza.

Fu però il voto giovanile la vera novità introdotta dal M5s. Dopo l’exploit registrato dal Partito comunista nel 1976 tra i giovani (anche in virtù dell’abbassamento dell’età) è stato il consenso espresso nel 2013 a rappresentare un’autentica rivoluzione in termini generazionale. Il 44% dei giovani (18-24 anni) votò per il Movimento 5 stelle alle elezioni “non vinte” dall’allegra brigata guidata dal Partito democratico, e anche nel 2018 una quota minore, ma maggioritaria rispetto agli altri partiti diresse il proprio consenso sul partito delle 5 stelle (25%) (fonte: Itanes). Il resto lo fece l’illusione della sostituzione del partito con l’individuo che nel disegno grillino dovrebbe essere onnisciente, onnipresente, dotato di tempo e risorse illimitate al fine di partecipare sempre e comunque per deliberare sullo scibile umano. Sul piano teorico questa pretesa da impostori affabulatori è stata ampiamente smentita da Evgenij Morozov, mentre la mistificazione della propaganda su “uno vale uno” non regge alla prova empirica ché i voti si pesano e non si contano soltanto, come sa chiunque abbia partecipato anche a una riunione di condominio ovvero abbia gestito una bocciofila. Le dinamiche di potere sono sempre presenti nei rapporti tra persone e all’interno delle organizzazioni, di qualsiasi natura, fin dalle società tribali.

Inoltre, la mitizzazione del Web non solo quale veicolo di partecipazione erga omnes ma come fonte principale di informazione politica non regge alla dura legge dei numeri, come dimostrano serie storiche di rilevazioni demoscopiche (fonte: Itanes), in cui la vituperata TV in realtà ancora rappresenta una delle principali fonti di approvvigionamento informativo, anche per gli elettori del M5s che dopotutto vivono anch’essi nel favoloso Paese dell’analfabetismo funzionale.

E nemmeno il partito è diverso dagli altri, nella forma quantomeno. Non lo è per i temi che tratta, per come li affronta, né per l’organizzazione o per la classe dirigente, variamente in-competente senza distanze abissali dal resto del gruppo. Un partito che occupa interi gangli della burocrazia ministeriale, ma pretende di essere altro e persino altero, nonostante alcune lacunose carenze fondamentali. Era un partito sin dagli albori, dalle prime elezioni in cui si presentò agli elettori. Al di là dell’auto-percezione e auto rappresentazione, e della legittima pretesa di diversità rispetto ai partiti pre-esistenti. Voler essere non partito in quanto l’anti-politica è la cifra del Movimento, ben prima del populismo e della trita dualità e dicotomia noi/loro, e le intemerate contro la presunta casta. La vaghezza organizzativa, ostentata e palesata, si combina con la vacuità ideologica perseguita con tenacia tipica del qualunquismo. Destra e Sinistra non esistono, come notoriamente teorizzato dai pensatori grillini, ideologici dell’idolatria del non pensiero. Da qui le oscillazioni pericolanti su temi di ordinaria amministrazione, ma anche su questioni etiche, sulla geopolitica, e sulle vicende economiche e finanziarie.

I cosiddetti Stati generali del M5s – che potrebbero ricordare quelli del 1789 con esiti nefasti per chi li convocò – sanciranno l’ordinario ingresso nel mondo dei partiti, e l’abbandono del modello con leadership carismatica. Che è stata la cifra dell’Italia politica del Novecento. L’uomo della provvidenza, o meglio la provvidenza dell’uomo solo al comando: da Mussolini a Berlusconi, a Monti, a Renzi, a Grillo fino al prossimo da idolatrare e mettere alla gogna nello spazio di un mattino. Per varie ragioni gli Stati generali non sanciranno nulla di rivoluzionario rispetto a quanto accaduto nelle cose recenti. Infatti, oltre a Rousseau, Jean-Jacques acriticamente celebrato quale filosofo/teorico della partecipazione diretta (sebbene limitata: si veda B. Manin), esiste un altro illustre omonimo. Il pittore naïf Henri che dipinse, tra gli altri, L’incantatrice di serpenti. Ecco, il M5s oscilla furiosamente e quasi inconsciamente tra la democrazia, lo sdegno verso le istituzioni rappresentative e la fascinazione per i racconti da focolare, le fiabe di messianiche promesse che stordiscono il popolo, ossia la sublimazione dell’antipolitica. Il populismo è un Cerbero vorace eternamente affamato, che mastica prede ed erode la democrazia. E non si ferma nemmeno una volta entrato nelle istituzioni con la pretesa di riformarle ché il populismo intende annientarle in realtà. Né si vede all’orizzonte un Virgilio che ne plachi l’appetito e ne allenti la presa delle sue fauci gettando una manciata di terra nella sua bocca. Il Virgilio, la Guida per uscire dagli inferi populisti deve essere un miscuglio di leadership individuale e progetto politico collettivo (leggasi partito), munito però di grandi idee e proposte riformiste. Vasto programma.

Share and like it

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Napoli, la prima città d’Europa a liberarsi autonomamente dal nazifascismo durante le celebri “quattro giornate”, magnificamente ricordate nel film omonimo diretto da Nanny Loy. La capitale Partenopea, ostile a ogni “invasione”, rappresenta l’ostacolo più arcigno al tentativo della Lega (Nord) di  avanzare al Sud, una mascarade guidata dal Sen. Salvini – di cui abbiamo parlato su queste colonne – e già fallita nei fatti perché mendace e infondata sul piano culturale.

Proprio al Sud la Lega rischia molto alle imminenti elezioni regionali, in un contesto complessivamente sfavorevole al Carroccio.

Sul piano internazionale l’alleanza ultra-conservatrice miete meno successi che in passato sebbene sia ancora solida nel complesso, e in molti ambiti, certamente quello economico-finanziario, continui ad essere influente o egemonica. Le singole realtà della rete del varipointo gruppo che trae ispirazione da D. Trump, J. Bolsonaro, M. Le Pen e dalla “foto” di Visegrád sono paradossalmente esposte proprio agli effetti dell’isolamento nazionalista. La torsione individualista inflitta dal Covid-19 ai sogni di geopolitica sovranisti ha mostrato l’irricevibilità teorica prima che pratica del modello che mira al ritorno di fiamma delle (piccole) patrie. Mentre la forza economica, militare, e la statura di altri leader consente pero’ di sopravvivere almeno sul piano nazionale, la Lega (Nord) paga l’irrilevanza della visione e dello spessore politico-culturale del senatore eletto nella Locride.

Stretta e ristretta dunque nella geografia dello Stivale, la Lega (Nord) punta a rimediare al crollo di consensi che la investe da un anno almeno. L’abbandono del Governo nell’estate in cui l’ex Ministro dell’Interno vestì i panni del bullo di periferia ha marcato l’inizio della fine per un progetto cui oltre alle citate idee e prospettive teoriche e culturali, manca oggi anche la copertura aerea delle risorse (latu sensu) derivanti da incarichi istituzionali. Il ricorso disinvolto ai benefici delle funzioni di Governo lascia spazio a pesanti costi organizzativi in una fase di allontamento di iscritti, simpatizzanti e donatori vari. Cui si sommano i problemi giudiziari del Sen. Salvini per la vicenda migranti nonché quelli legati alla galassia di procacciatori di affari legati al partito. Al netto del procedimento giudiziario che deve ovviamente garantire ogni cittadino, nel complesso queste condizioni “di contesto” non aiutano il Sen. Salvini né la Lega (Nord) a detrimento dell’imagine e dell’attrattività del partito.

Infine, il contesto locale, pur nelle specificita’, rimanda a un “terreno di caccia” complicato, per un leader che ha perso il momentum, e un partito scavalcato a destra da Giorgia Meloni, e con la crisi economica che ha sbiadito il tema immigrazione, palesando il balbettio leghista sulle proposte.

Da sempre Napoli ha rappresentato la gola stretta, ostico budello per il passaggio dei “barbari sognanti” verso i mari caldi e i bacini di voti di elettorali “volatili” del Sud. I segnali sociali che provengono dalla Sicilia, dalla Calabria, da Torre del Greco e da Napoli indicano che l’aria è cambiata davvero. La Lega torna al Nord.

In Campania la lista di Salvini andrà sotto al 5% scomparendo dai radar locali; in Puglia se Michele Emiliano fosse sconfitto a prevalere sarebbe il centro-destra a trazione “Alleanza nazionale”, da sempre forte in regione, e forzista, ossia la “Casa della liberta’” rivista e corretta, con la Lega a traino. La stessa dinamica si potrebbe avere nelle Marche, sebbene la portata del cambio di governo sarebbe più ampia, ma avrebbe comunque la Lega (Nord) in posizione ancillare. L’unica vittoria quasi certa, anche per abbandono dell’avversario, è il caso Veneto, in cui il centro-sinistra ha rinunciato troppo presto, assecondando l’adagio non verificato del “buon governo” di Luca Zaia. Uomo politico della Lega (Nord), o meglio della Łiga Veneta, militante da sempre, ma competitore diretto del segretario nazionale e percio’ non ascrivibile alle vittorie di Salvini. La Liguria delle fazioni a sinistra, delle vendette e dei ricatti, menù fisso dei progressisti, vede al vertice della Giunta un politico affine alla Lega e a Salvini che pero’ difficilmente potrebbe includere tra le vittorie stretegiche delle camicie verdi-brune.

Rimane la Toscana, diventata suo malgrado luogo di una finta sfida all’O.K. Corral, mentre in realta in un Paese “normale” si tratterebbe solo di una competizione locale. La vittoria della coalizione di centro-destra non sarebbe un attentato alla democrazia, al netto dell’insipienza delle proposte politiche della candidata alla Presidenza e degli strafalcioni sulla Storia. Si tratterebbe semmai di fisiologica, e persino auspicabile, alternanza al potere. Ma la sinistra, e Matteo Renzi, dominus della regione, ne hanno fatto un luogo e una contesa meta-simbolica in cui si gioca una partita nazionale  (come lo scorso anno in Emilia-Romagna) nella quale l’ex Presidente del Consiglio puo’ segnalare la sua rilevanza e indispensabilità. Ma in assenza di un progetto nazionale sifdante, e in difficoltà per la coabitazione con il populismo del Movimento 5 stelle, il PD inscena la consueta battaglia di civilta tra il “bene” e il “male”. Uno schema schmittiano, in atto stancamente dal 1994, che va bene a Salvini, a Renzi e al PD in cui tutti gridano alla liberazione.

Tuttavia, nella trasposizione cinematografica della Resistenza napoletana delle “quattro giornate” c’è un eccelso Gian Maria Volonté, che guida il riscatto, la dignità e il valore del Sud, e metaforicamente dell’Italia intera a pochi giorni dell’8 settembre. Fuori dai teleschermi non si intravede analogo afflato, ma solo lo scimmiottamento in chiave iper-realista. Ne riparleremo.

Share and like it

Il partito di Conte? L’illusione del consenso

Editoriale per Il Riformista

Affinché la società progredisca e avanzi è necessario che qualcuno tenti l’impossibile. A farlo sono notoriamente i capi che, secondo Max Weber (di cui ricorre il centenario della scomparsa), in qualche misura devono essere anche «eroi», nel significato «sobrio» della parola. Questa intrapresa di “progresso” è stata recentemente affidata ai cosiddetti “partiti personali”. Un ossimoro, un errore di definizione e concettuale. Si tratta di formazioni politiche, di partiti a bassa intensità democratica, con forte verticalizzazione, elevata gerarchia unita a bassa densità organizzativa e con grande influenza del capo. Che sovente è il fondatore del partito è in taluni casi anche il proprietario, come nel caso notorio di Forza Italia/Silvio Berlusconi e, almeno nella prima fase, del Movimento 5 stelle/Casaleggio. Nei partiti del capo il leader sovrasta l’organizzazione o il partito, lo rappresenta, lo incarna, lo evoca e lo simboleggia, e il partito stesso si identifica con lui. Il nome del capo accompagna quello del partito, a volte diventandone sinonimo e assumendo caratteri fungibili. In Italia, contrariamente a quanto si legga e (mi dicono) si senta, esistono in realtà “partiti con un capo” e soprattutto “liste personali”, entrambe spesso sopravalutate e sovrastimate. Recentemente il “dibattito” si è concentro attorno alle potenzialità elettorali di un “partito” guidato dal, e quindi del, Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Diversi istituti demoscopici hanno segnalato un “peso” elettorale pari in media al 10% circa. Di primo acchito sembrerebbe “molto”, ma potrebbe esserci uno scarto rispetto ai voti reali. Non sono certamente i ricercatori a sbagliare, ma chi li interroga a porre la domanda sbagliata. In questa fase la popolarità è elevata e quindi molti elettori sono propensi a un sostegno futuribile che non costa nulla e non comporta responsabilità. Qualora invece sulla scheda elettorale comparisse un “partito di Conte” i risultati credo sarebbero assai meno lusinghieri, poiché al momento del sondaggio non viene inclusa la dinamica, meccanica e psicologica, della campagna elettorale. L’Italia è stata scenario per diversi casi di questa categoria con caratteristiche a volte diverse, ma tratti simili. Non basta aggiungere il proprio cognome (e nome) per fondare un partito, tantomeno per “creare” un partito personale, ché per nascere e prosperare necessità di molto più di un semplice gesto volitivo. La maggior parte sono “liste elettorali” personali con forte enfasi sul loro capo, che hanno avuto alterne vicende e in media deboli, se non scarsi e comunque effimeri risultati, e solo in pochi casi hanno riscosso ampi e duraturi successi. Il caso recente più eclatante, e simile a quello evocato o invocato per il Presidente Conte, è la lista Scelta civica-Monti, accreditata di molti consensi rispetto al pur importante 8% raccolto nel 2013 sebbene non sufficiente a fungere da ruolo pivotale in Parlamento, e poco dopo discioltosi. C’è poi la disastrosa esperienza elettorale della Lista Futuro e Libertà capitanata da Gianfranco Fini, che raccolse lo 0.5% benché a ridosso del lancio della nuova forza politica fosse accreditato di un valore superiore al 10%. Casi analoghi sono quelli della Lista Ingroia o quella Popolare/Lorenzin. In questa categoria di liste “personali” rientrano anche le formazioni promosse dal sen. Matteo Renzi e dal deputato europeo Carlo Calenda, o anche L’Uomo Qualunque di G. Giannini. Viceversa, esistono esempi di partiti abbastanza strutturati affiancati da una forte leadership personale, come Fratelli d’Italia/Meloni, +Europa/Bonino, SEL/Vendola, UdC/Casini che possono sopravvivere al proprio leader purché il partito non sia stato fagocitato dal capo stesso, come accadde ad esempio a IDV/Di Pietro, la cui sfortuna politica travolse l’intera organizzazione.

Come è evidente, non ci si improvvisa Charles De Gaulle o Berlusconi, Emmanuel Macron e nemmeno Juan Perón. L’ambizione è un bene prezioso in politica e nella società, ma il velleitarismo genera forte disillusione e alimenta la continua ricerca di un altro leader, consumando nelle more gli anticorpi democratici che invece richiedono partecipazione diffusa e intensa.

I partiti personali e/o del capo non sono perciò così diffusi come si potrebbe immaginare, ma al più sono comitati permanenti per la promozione del loro leader. La nascita di un partito non è un evento frequente poiché le nuove organizzazioni debbono innestarsi su fratture politiche e sociali (cleavages) e politicizzarle, proporre una nuova visione e persino ideologie, oltre ad avere ovviamente un “imprenditore politico” (in senso Schumpeteriano) in grado di farlo. Insistere sulla sola dimensione personale denota affetto per il tratto autoritario insito nelle liste del capo. Siamo invece spesso di fronte a partiti Tigri di carta, come li ha definiti Eugenio Pizzimenti (Pisa University Press 2020). Attenzione a confondere, sovrapporre, o persino sommare la “popolarità”, la riconoscibilità di talune figure politiche eminenti con la caratura elettorale allorché guidassero un partito “proprio”, cosa diversa da un partito di cui sono a capo.

Dunque, i partiti del capo sono l’eccezione, accompagnati da una miriade di liste “personali”, pochi capi senza partito, e vari partiti senza capo (né coda).

Share and like it

Primarie o fratricidio. Il bivio del PD

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Parafrasando Mao Zedong si potrebbe dire che la scelta del candidato sindaco non sia un pranzo di gala. Il dibatto sulle prossime elezioni comunali di Bologna entra nel vivo, anche grazie al meritorio lavoro del Corriere di Bologna. E gli attori principali e quelli aspiranti ad esserlo preparano strategie, acconciano le tattiche nella speranza inconsapevole che la realtà incontri i propri desiderata. Le legittime aspirazioni politiche vanno però contestualizzate all’interno di un clima sociale, economico e culturale in continuo fermento, con indicatori che volgono al peggio. Sul piano politico c’è stato il dibattito promosso dal Presidente Romano Prodi che ha meritoriamente smosso le acque, con interventi autorevoli, proposte e idee, cibo per la mente. Per progettare la città del 2050, partendo da quanto di positivo, che è importante, per superare quanto non fatto, nella continua ricerca di migliorare. Le idee e il dibattito sono il sale democratico e quindi è auspicabile che si tratti solo di uno dei tanti luoghi di incontro e scambio. Nello stesso campo di azione politica, il centro-sinistra, è intervenuto anche il sindaco Virginio Merola che in più occasioni ha usato toni decisi e schietti circa il modo per condurre la transizione. L’amministrazione uscente ha un paniere di atti compiuti da consegnare alla città che ne valuterà l’operato, e Merola auspica on una intervista recente che dalla sua squadra di assessori emerga il successore. Da un lato indica un profilo “bastardo”, ossia senza padrini e madrine, dall’altro però egli stesso segnala da quale circuito (non) debba provenire il/la prescelto/a. Insomma, i toni molto progressisti parevano a tratti molto difensivi, preventivamente.

Nelle società liberali il confronto tra idee, interessi, forze contrapposte è l’unico modo per misurare la forza, la qualità e l’adeguatezza di politiche e politici. Nei prossimi mesi il dibattito crescerà di intensità e sperabilmente anche di qualità rimanendo su toni costruttivi e propositivi. Tuttavia, nell’ambito del centro-sinistra è plausibile indicare almeno tre scenari, il cui livello di probabilità dipende dal comportamento degli attori politici in campo. 

Le forze che dovranno comporre la coalizione potrebbero essere quelle dell’alleanza pro-Stefano Bonaccini per le elezioni regionali, cui però va aggiunta l’incognita del Movimento 5 stelle. Al ritorno dalla pausa estiva emergerà la questione circa l’eventualità di contrarre una collaborazione/alleanza con il partito con cui il PD governa sul piano nazionale e con il quale probabilmente si alleerà in alcune contese regionali in autunno. Una volta definite le alleanze si procederà con le (auto)candidature. In assenza di accordi, di scelte condivise, il primo scenario, la guerra fratricida è dietro l’angolo, e per nulla implausibile. La seconda opzione è il ricorso a un candidato unico sostenuto dai principali azionisti. Tuttavia, questo scenario comporta un accordo non solo tra i maggiorenti, ma anche dei passaggi formali nell’Assemblea cittadina del Partito democratico, con deliberazioni a maggioranza qualificata. Insomma, l’eventuale Papa straniero (anche se residente in città) non deve essere troppo esotico per non risultare inviso alla città, ché il 2004 fu una eccezione e i bolognesi hanno un palato esigente e il loro voto sempre meno “certo”.

Il terzo scenario è quello delle primarie di coalizione. Una volta stabilito il perimetro degli alleati, il PD può decidere se avere uno ovvero più di un competitore proveniente dalle proprie fila, purché sempre l’Assemblea cittadina del partito deliberi in tal senso (70% dei delegati per avallare un candidato unico ovvero il 35% dei delegati o il 10% degli iscritti a sostegno di ciascun contendente).

L’arena del confronto intellettuale deve rimanere sempre aperta, il fuoco alimentato con contributi e proposte, la contesa per la mutua persuasione proceda senza timore. Tuttavia, per la scelta del migliore, è auspicabile adottare procedure standardizzate, una competizione pubblica, aperta, schietta. Viceversa, c’è il rischio della non legittimazione da parte degli alleati e che dunque non giungendo la “telefonata di congratulazioni” al vincitore, gli altri, gli esclusi si comportino di conseguenza, aprendo le porte allo scenario numero due. La guerra.

 

Share and like it

ELEZIONI e COVID.

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Manca un anno alla fine del mandato di sindaco di Virginio Merola. Sebbene il Covid abbia ibernato le relazioni umane per mesi, la politica non può rimanere inerme né tantomeno decidere solo attraverso riunioni virtuali. Il candidato alla successione di colui che ha ricoperto due mandati consecutivi a Palazzo d’Accursio – l’unico nella fase con sistema elettorale maggioritario – sarebbe meglio se fosse selezionato alla luce del sole, sia per il centro-destra che per il centro-sinistra. Quest’ultimo pare abbia abbandonato lo strumento delle primarie e si acconci a far registrare le fait accompli, a presentare ex post ai propri elettori e alla cittadinanza il candidato alla successione. Come insegna benissimo la storica vicenda del 1999 (si veda Baldini, Corbetta e Vassallo 1999, La sconfitta inattesa, Il Mulino) la trasmissione della carica per via dinastica non può più avvenire nemmeno nella città delle Due Torri. Gli elettori sono meno identificati con i partiti, più volatili nelle loro scelte che spesso avvengono nelle ultime ore, inclini a considerare fattori connessi alla gestione della città, e meno propensi verso un voto “ideologico” pre-espresso a prescindere dal contesto. Non è necessariamente un bene che questo avvenga, ma le condizioni di contesto e soprattutto le caratteristiche e il profilo del candidato sono sempre più al centro delle campagne elettorali.

Elezioni, procedure speciali per alcune categorie di elettori ...

Bologna in questa dinamica palesa talune peculiarità, in particolare accoglie una elevata quota di elettori che si identifica nei valori del centro-sinistra per cui non lesina consensi, a conferma di una tradizione civica, progressista e di intensa partecipazione politica. È però una città colta ed esigente che reclama di essere coinvolta, al fine di sostenere un progetto collettivo. Le primarie non sono la panacea, non sono il bene assoluto e per certi versi è fisiologico e persino “giusto” che un ristretto gruppo di politici decida chi debba rappresentare l’organizzazione partitica. Tuttavia, se il processo decisionale si riduce a una mera conventicola, all’inclusione di pochi notabili, prevalentemente uomini, riuniti in stanze fumose, il rischio è che si produca una frattura con (e dunque una reazione del)la società civile/politica. Che i gruppi di interesse, i giovani, i marginalizzati non si sentano parte di una dinamica che invece dovrebbe essere ampia e inclusiva. La ri-produzione del 1999 è sempre un memento. Del resto nel 2016 Merola, tra il primo e il secondo turno aumentò i propri consensi del 22%, mentre la candidata Borgonzoni crebbe al ballottaggio del 79%. La conferma che il secondo turno è una nuova partita, e che le appartenenze consolidate rischiano di essere non sufficienti se non inserite in una prospettiva politica inclusiva. Ovviamente molto dipenderà anche dalle scelte dell’enigmatico Movimento 5 stelle che nel 2016 – capeggiato da M. Bugani – non sostenne ufficialmente nessuno, ma de facto diede il là a molti elettori del Movimento per confermare Merola contro il “pericolo” leghista. La situazione potrebbe cambiare perché le comunali del 2021 saranno le prime elezioni comunali moderne a Bologna: nuova offerta politica, nuove coalizioni, nuovi candidati che plausibilmente non avranno nessun legame diretto con i partiti pre-1999. E in questo contesto la partecipazione diventa cruciale.

Il bagno di umiltà che il Partito Democratico ha fatto tra il 2019 e il 2020 per affrontare le elezioni europee e quelle regionali non dovrebbe rimanere un ricordo, un’azione strumentale dettata dalla paura per l’onda verde leghista.

Un percorso inclusivo diventa discriminante rispetto al passato: primarie aperte, rivolte solo agli iscritti, una consultazione diffusa, dei forum… Qualunque sia lo strumento, deve rompere gli schemi della scelta oligarchica. E se per un verso è legittimo, persino “giusto”, che sia il PD, primo azionista di maggioranza, ad esprimere il candidato a sindaco, è però altrettanto opportuno coinvolgere altri attori. Per cui, una volta individuati due o tre pretendenti, magari rispettando la parità di genere, è vitale estendere la partecipazione.

Gli strascichi della pandemia non rendono possibile ritrovarsi in sezioni, bar, comitati…, e quindi bisognerà ingegnarsi. Tuttavia, il processo decisionale non si può esaurire solo in incontri virtuali. Le risorse individuali sono scarse per definizione (tempo soprattutto), e quindi anche il web (soprattutto il web) rischia di escludere i molti che potrebbero essere coinvolti. Gli aspiranti sindaci dovrebbero esserne consapevoli.

Dunque, chi intenda partecipare alla competizione lanci il cappello sul ring, come disse T. Roosevelt, e dica qual è la sua idea di città, perché solo così i cittadini-elettori potranno farsi una idea più chiara e informata e i partiti potranno coinvolgerli nel processo decisionale e di selezione.

Share and like it