Le radici della protesta. Autoritarismo borghese.

mio editoriale per IL RIFORMISTA

Nessuno controlla la Piazza, che però non è nemmeno spontanea. La radice della protesta mascherata dalla pandemia rimanda in realtà a una matrice autoritaria che per ora non ha spazio diffuso, ma che si allena per esperienze futuribili. La spinta principale a “scendere in piazza” deriva dalla paura: non del contagio o del confinamento, ma, piuttosto, della perdita di status. Il timore che la condizione di relativo privilegio venga messa in discussione dalla “crisi”, ossia dal cambiamento dalle politiche attuabili quali risposta alla crisi sanitaria, e quindi dalla potenziale riconfigurazione sociale che ne deriverebbe. L’impalcatura autoritaria dei movimenti si nutre sostanzialmente della preoccupazione della classe media di ritrovarsi in crisi economica, ma soprattutto di condizione e percezione sociale, ed è esposta alla temperie di tentativi di egemonia da parte di vari attori che però non hanno la forza intellettuale e organizzativa per guidarli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il COVID-19 con il suo portato di impatto economico-finanziario, sociale, psicologico e politico è stato il fattore scatenante, ma solo in parte. Sarebbe infatti distorsivo considerare il “Virus” quale variabile determinante nel processo di attivazione di movimenti di protesta che in queste settimane, e probabilmente in quelle future, stanno crescendo nelle piazze italiane delle grandi città. Esistono ragioni più profonde, strutturali, sociali, economiche e politiche che hanno consentito ad alcuni imprenditori della piazza di attivarsi grazie alle opportunità offerte dalla pandemia.

L’Italia è un Paese fortemente diseguale (World Inequality Database e Banca Mondiale), con potenti elementi di divisione economica e quindi sociale che attraversano ambiti dell’intera comunità seppur con accenti diversi. Sono distanti le potenzialità tra grandi città e comuni interni, tra aree del Nord e periferie del Sud, tra giovani e adulti, tra uomini e donne, tra lavoratori e disoccupati, tra chi “ha” di più e chi possiede sempre meno. Tra il 1984 e il 2009 la percentuale di ricchezza posseduta dall’1% della popolazione è passata dal 6% al 10% circa, mentre contemporaneamente la concentrazione di fortuna nelle mani del 10% più abbiente dei cittadini è cresciuta dal 23% del 1985 al 32% del 2016%. Inoltre, sono quasi 2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a circa 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, Istat 2019).

La fragilità sociale derivante dalla disuguaglianza economica si somma alla scarsezza dei pilastri della mediazione politica, partiti e sindacati, un tempo numi tutelari dei più deboli e diseredati. I partiti, specialmente, quelli di sinistra, hanno quasi-abdicato alla funzione storica di lotta all’ingiustizia sociale, alla povertà, parola biecamente sostituita da anglicismi o neologismi. Un’onta da nascondere, un azzardo parlarne. Anche i sindacati paiono ormai rifugiati nella difesa dei difendibili, e non scovano più gli ultimi della classe, non incalzano nemmeno i governi nominalmente amici per politiche simboliche quali il rinnovo del contratto di lavoro dei dipendenti pubblici, dissanguati da anni di liberismo selvaggio, cui pare il Ministro Gualtieri voglia, meritoriamente, rimediare.

Ma la “povertà” da sola non basta a mobilitare, come evidente dalla Storia; si pensi alla Rivoluzione francese, su tutte. Senza la borghesia i sans-culottes sarebbero stati massacrati dalla gendarmerie di Luigi XVI. E, inoltre, è bene ricordarlo, non siamo ai moti per il pane ché l’Italia dispone ancora di un solido sistema di welfare, di strutture di sanità pubblica e universalista nonché di risorse materiali da redistribuire e, infine, di una rete di associazionismo solidale che all’uopo sopperisce alle carenze collettive.

Pertanto, delle manifestazioni di piazza delle ultime settimane è possibile ritenere tre punti fondamentali:

  1. La testa del movimento è a destra. Nell’estrema destra che punta a rilegittimarsi, dopo anni di laissez-faire civico, di smemoratezza storica e abbandono delle postazioni, delle casematte, dell’antifascismo, non nominale, ma della cultura repubblicana. Stoicamente coltivata dal Quirinale, ma trascurata dai partiti.
  2. Si tratta di un processo di ri-mobilitazione. Secondo Gino Germani, celebre sociologo politico emigrato in Argentina per le persecuzioni fasciste, la mobilitazione inizia quando la società inizia a disgregarsi. La mobilitazione secondaria, portata avanti da coloro che temono il protagonismo degli esclusi ben si addice alla fase in corso. Una sorta di contromobilitazione. Nel caso in specie però la borghesia non si scaglia contro i movimenti operai, ma contro il Governo, nazionale o sovra-nazionale che sia. Un paradosso, in parte, qualcosa di inedito e inquietante.
  3. Ad attivarsi non sono, ovviamente, i ceti popolari e popolani, ma è la classe media, la borghesia persino, ossia quei settori che sentono/temo una perdita possibile di status.

La borghesia dirige il proprio malessere e malcontento verso il Governo e le presunte élite. Che però, notorio, questo il grande abbaglio populista e il dramma culturale, non esistono. Specialmente in Italia abbiamo piccole burocrazie di partito e gruppi dirigenti di scarso lignaggio e leadership occasionale, ma per nulla egemonica.  È cruciale dunque capire, individuare e spiegare chi attiva il processo di mobilitazione, chi si attiva, ovvero è ri-attivato; chi è soggetto alla mobilitazione ed eventualmente alla smobilitazione. A dar vita al movimento sono “vecchie glorie” del neo-fascismo con cui la legge è stata troppo indulgente, insieme a ultras del calcio in astinenza da adrenalina domenicale. A questi si uniscono sinceri democratici esasperati dalla crisi economica generata dal COVID. Nella dilagante fase di individualismo e individualizzazione la lettura principale delle manifestazioni di piazza vede pertanto il malessere economico coniugato con un pizzico di sciacallaggio ribellista senza colore politico. È una lettura superficiale e dozzinale, mentre il disegno è piuttosto chiaro come la Storia del Paese e dell’autoritarismo di ogni latitudine. Certamente esistono delle differenziazioni tra grandi città e piccoli centri (sin ora non investiti, non a caso, dalle proteste), tra aree geografiche (il sud più esposto a derive di estrema destra e il nord all’estremismo di sinistra), tra lobbying di categoria, corporativismo, esasperazione, e ribellismo. Una sorta di potpurri in cerca d’autore e soprattutto di leadership che, statene certi, non sarà né Salvini – senza physique du rôle, né Meloni – che si ostina a non modernizzare il partito, tantomeno l’estrema-destra militante senza leader. La marea potrebbe però dilagare disintegrando parti della tenuta sociale.

Le Democrazie per quanto solide non possono però cavarsela con sermoni ed appelli al senso civico. I Governi hanno il dovere di rispondere alle istanze provenienti dal basso proprio per evitare di alimentare il fuoco autoritario. L’uomo piccolo-piccolo, il borghese di Cerami/Sordi fa più paura della massa perché potrebbe fare “scuola” e innescare un processo imitativo di rivolta e di disintegrazione del sistema. I partiti democratici dovrebbero intervenire e guidare, incanalare, assorbire la protesta e gestirla entro dinamiche istituzionali, senza timore di ricevere qualche sonora critica dato che la posta in palio è molto più grande di un piccolo sgambetto nei sondaggi. Il COVID ha solo reso palesi e patenti le contraddizioni sociali, economiche e politiche della società italiana che si risolvono soltanto con il conflitto. Dipende da chi avrà la capacità di guidare ed egemonizzare il processo di transizione, chi sarà in grado di mobilitare, eventualmente di ri-mobilitare, per evitare il rischio di smobilitare. Che significa, sempre Germani, una deriva autoritaria compiuta con silenziamento di ogni partecipazione degli esclusi.

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Il Sud respinge l’opa di Salvini

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Napoli, la prima città d’Europa a liberarsi autonomamente dal nazifascismo durante le celebri “quattro giornate”, magnificamente ricordate nel film omonimo diretto da Nanny Loy. La capitale Partenopea, ostile a ogni “invasione”, rappresenta l’ostacolo più arcigno al tentativo della Lega (Nord) di  avanzare al Sud, una mascarade guidata dal Sen. Salvini – di cui abbiamo parlato su queste colonne – e già fallita nei fatti perché mendace e infondata sul piano culturale.

Proprio al Sud la Lega rischia molto alle imminenti elezioni regionali, in un contesto complessivamente sfavorevole al Carroccio.

Sul piano internazionale l’alleanza ultra-conservatrice miete meno successi che in passato sebbene sia ancora solida nel complesso, e in molti ambiti, certamente quello economico-finanziario, continui ad essere influente o egemonica. Le singole realtà della rete del varipointo gruppo che trae ispirazione da D. Trump, J. Bolsonaro, M. Le Pen e dalla “foto” di Visegrád sono paradossalmente esposte proprio agli effetti dell’isolamento nazionalista. La torsione individualista inflitta dal Covid-19 ai sogni di geopolitica sovranisti ha mostrato l’irricevibilità teorica prima che pratica del modello che mira al ritorno di fiamma delle (piccole) patrie. Mentre la forza economica, militare, e la statura di altri leader consente pero’ di sopravvivere almeno sul piano nazionale, la Lega (Nord) paga l’irrilevanza della visione e dello spessore politico-culturale del senatore eletto nella Locride.

Stretta e ristretta dunque nella geografia dello Stivale, la Lega (Nord) punta a rimediare al crollo di consensi che la investe da un anno almeno. L’abbandono del Governo nell’estate in cui l’ex Ministro dell’Interno vestì i panni del bullo di periferia ha marcato l’inizio della fine per un progetto cui oltre alle citate idee e prospettive teoriche e culturali, manca oggi anche la copertura aerea delle risorse (latu sensu) derivanti da incarichi istituzionali. Il ricorso disinvolto ai benefici delle funzioni di Governo lascia spazio a pesanti costi organizzativi in una fase di allontamento di iscritti, simpatizzanti e donatori vari. Cui si sommano i problemi giudiziari del Sen. Salvini per la vicenda migranti nonché quelli legati alla galassia di procacciatori di affari legati al partito. Al netto del procedimento giudiziario che deve ovviamente garantire ogni cittadino, nel complesso queste condizioni “di contesto” non aiutano il Sen. Salvini né la Lega (Nord) a detrimento dell’imagine e dell’attrattività del partito.

Infine, il contesto locale, pur nelle specificita’, rimanda a un “terreno di caccia” complicato, per un leader che ha perso il momentum, e un partito scavalcato a destra da Giorgia Meloni, e con la crisi economica che ha sbiadito il tema immigrazione, palesando il balbettio leghista sulle proposte.

Da sempre Napoli ha rappresentato la gola stretta, ostico budello per il passaggio dei “barbari sognanti” verso i mari caldi e i bacini di voti di elettorali “volatili” del Sud. I segnali sociali che provengono dalla Sicilia, dalla Calabria, da Torre del Greco e da Napoli indicano che l’aria è cambiata davvero. La Lega torna al Nord.

In Campania la lista di Salvini andrà sotto al 5% scomparendo dai radar locali; in Puglia se Michele Emiliano fosse sconfitto a prevalere sarebbe il centro-destra a trazione “Alleanza nazionale”, da sempre forte in regione, e forzista, ossia la “Casa della liberta’” rivista e corretta, con la Lega a traino. La stessa dinamica si potrebbe avere nelle Marche, sebbene la portata del cambio di governo sarebbe più ampia, ma avrebbe comunque la Lega (Nord) in posizione ancillare. L’unica vittoria quasi certa, anche per abbandono dell’avversario, è il caso Veneto, in cui il centro-sinistra ha rinunciato troppo presto, assecondando l’adagio non verificato del “buon governo” di Luca Zaia. Uomo politico della Lega (Nord), o meglio della Łiga Veneta, militante da sempre, ma competitore diretto del segretario nazionale e percio’ non ascrivibile alle vittorie di Salvini. La Liguria delle fazioni a sinistra, delle vendette e dei ricatti, menù fisso dei progressisti, vede al vertice della Giunta un politico affine alla Lega e a Salvini che pero’ difficilmente potrebbe includere tra le vittorie stretegiche delle camicie verdi-brune.

Rimane la Toscana, diventata suo malgrado luogo di una finta sfida all’O.K. Corral, mentre in realta in un Paese “normale” si tratterebbe solo di una competizione locale. La vittoria della coalizione di centro-destra non sarebbe un attentato alla democrazia, al netto dell’insipienza delle proposte politiche della candidata alla Presidenza e degli strafalcioni sulla Storia. Si tratterebbe semmai di fisiologica, e persino auspicabile, alternanza al potere. Ma la sinistra, e Matteo Renzi, dominus della regione, ne hanno fatto un luogo e una contesa meta-simbolica in cui si gioca una partita nazionale  (come lo scorso anno in Emilia-Romagna) nella quale l’ex Presidente del Consiglio puo’ segnalare la sua rilevanza e indispensabilità. Ma in assenza di un progetto nazionale sifdante, e in difficoltà per la coabitazione con il populismo del Movimento 5 stelle, il PD inscena la consueta battaglia di civilta tra il “bene” e il “male”. Uno schema schmittiano, in atto stancamente dal 1994, che va bene a Salvini, a Renzi e al PD in cui tutti gridano alla liberazione.

Tuttavia, nella trasposizione cinematografica della Resistenza napoletana delle “quattro giornate” c’è un eccelso Gian Maria Volonté, che guida il riscatto, la dignità e il valore del Sud, e metaforicamente dell’Italia intera a pochi giorni dell’8 settembre. Fuori dai teleschermi non si intravede analogo afflato, ma solo lo scimmiottamento in chiave iper-realista. Ne riparleremo.

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Unità nazionale? Meglio il neo-corporativismo

Unità nazionale? Meglio il neo-corporativismo
editoriale per IL RIFORMISTA (24/06/2020) 

Il “governo di unità nazionale” è stato per un po’ di tempo una delle opzioni per la costruzione di un governo stabile, autorevole e in grado di portare a compimento il processo riformatore necessario in diversi settori economici e sociali.

Il refrain “è necessario un governo di unità nazionale” è stato presente sin dal 2018. Il risultato delle elezioni politiche ha generato un’alleanza parlamentare che per quanto fosse preannunciata e pianificata dai negoziatori di Lega (Nord) e Movimento 5 stelle è stata manifestamente una forzatura, almeno per una componente del gruppo “grillino”, sebbene il resto del partito si sia rapidamente e solidamente adeguato allo schema governativo. Le intemperanze del sen. Matteo Salvini, incapace di governare l’entusiasmo per l’accesso al potere ministeriale, e i disastri generati con la gestione dell’ordine pubblico e del flusso dei migranti hanno fatto il resto. La nomina del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stata dunque il punto di mediazione tra Lega (Nord) e M5s, reciprocamente sospettosi durante le estenuanti settimane di negoziazione egregiamente e saggiamente guidate dal Presidente della Repubblica. La disfatta di Salvini e l’operazione del PD influenzato dal timore di molti suoi parlamentari di perdere (per sempre) lo scranno e l’intervento di Matteo Renzi (o la Mossa del cavallo, se preferite) hanno spodestato la Lega dal governo in una normale logica parlamentare. E ancora una volta è emersa la tentazione o il tentativo di avere un governo tecnico, con meno chances di successo rispetto al passato posto che le posizioni di Lega (Nord) e PD erano assai distanti.

Tuttavia, è necessario chiarire che cosa si intenda con unità nazionale. Il riferimento è a fasi eccezionali in cui le forze parlamentari si uniscono sostenendo una formazione di governo unitaria, condivisa. L’opposizione decide cioè di contribuire alla creazione di un governo, sostenendolo in parlamento (ovvero non ostacolandone la nascita con l’astensione, ad esempio), entrando a far parte della compagine esecutiva, o fornendo solo l’appoggio parlamentare (cosiddetto sostegno esterno) senza avere rappresentanza ministeriale. In periodi eccezionali, e tendenzialmente brevi, ovvero limitati al periodo della crisi, tutti i partiti sostengono un governo unitario appunto.

Il “governo nazionale” è però diverso, concettualmente ed empiricamente, dalla Grande coalizione, con cui spesso viene confuso.

Il governo di unità nazionale si differenza dalla Grande coalizione nella qualità del sostegno parlamentare (tutti i partiti nel primo caso, i due più grandi dei rispettivi schieramenti nel secondo), e per le finalità che lo producono. Le Grandi coalizioni rispondono ad impasse parlamentari dovute a frammentazione partitica e/o eccessiva distanza ideologica e si basa su un programma politicamente condiviso, mentre l’”unità nazionale” si ha quando il Paese affronta una situazione extra ordinaria, come una guerra, e l’obiettivo risiede nel superare l’evento che ne è causa stessa.

Esistono celebri casi di Grandi coalizioni, ad esempio in Germania (1966-69; 2005-09; dal 2013), in Austria (per ragioni storiche sociali) o anche in Portogallo (1983-1985), sebbene con dovute differenze. Il governo britannico guidato da W. Churchill tra il 1940 e il 195 ben rappresenta invece l’eccezionalità della national unity in periodo di emergenza.

In Italia ci sono esempi per entrambe le categorie. La Grande coalizione si è avuta tra il 1995-1996 con il Governo Dini, tra 2011-2013 con l’alleanza PD-PDL, e in qualche misura, mutatis mutandis, dal 2019 con l’asse PD-M5s.

L’unità nazionale si è avuta tra il 1943-1947 allorché i partiti antifascisti governarono insieme, per gestire la “guerra civile”/Resistenza, la transizione democratica e il varo della Costituzione, prima nel CLN e poi nei primi governi democratici, fino al ritorno di Alcide De Gasperi dagli Stati Uniti e all’estromissione del Partito comunista. Di nuovo nel 1978-1979 per fronteggiare l’emergenza terroristica con governo a guida democristiana, ma sostenuto (esternamente) dal PCI.

Affinché si abbia un governo di unità nazionale devono verificarsi alcune condizioni esogene ed endogene. Il sistema deve essere interessato da una “crisi”, come ad esempio una guerra o una forte pressione sull’ordine sociale e la convivenza civile. Ma gli ingredienti più difficili da reperire sul mercato fanno riferimento alla leadership. La presenza di un politico che sia legittimato, autorevole, carismatico, competente tanto da essere sostenuto non solo dalla propria forza o campo politico, ma accettato bon gré mal gré anche dalle opposizioni, va coniugata con la finalità che deve essere esplicitata e condivisa dalle forze politiche. Infine, gli esponenti dei principali partiti devono dimostrare capacità di superare le distanze ideologiche e, sebbene per un tempo limitato, convergere sul capo del governo designato al fine di perseguire il “bene comune”.

Recentemente le fibrillazioni e le incertezze del Governo Conte II e le tragiche conseguenze del COVID-19 hanno indotto molti, a livello istituzionale, partitico e sociale, a far riferimento all’unità nazionale. Il nome speso in questa prospettiva è stato quello del dott. Mario Draghi che certamente avrebbe avuto i galloni per governare la pandemia, ma la faziosità dei gruppi parlamentari ha fatto sfumare questa opzione. Non mi pare esistano le condizioni soprattutto per carenza di cultura e di statura politica, e in particolare stante la poca propensione della destra del duo Salvini-Meloni che sembra tristemente avviata e avvitata verso l’auto-isolamento e il radicalismo ideologico e politico.

Pertanto, in periodo extra-emergenziale rimarrebbe l’opzione neo-corporativa. Gli attori principali coinvolti sarebbero tre: Governo, imprenditori e sindacato. Per percorrere questa strada questi gruppi, cui aggiungere i partiti, dovrebbero essere (più) coesi, stabili e disposti a dialogare e a con-cedere parte del loro “interesse” al fine di realizzare accordi di rilevanza collettiva. Ma la salute politica di questi attori in Italia è deprimente e dunque una politica progressista e riformista, per i salari, l’innovazione industriale e i diritti dei lavoratori pare lontana.

L’esecutivo sembra scontare una carenza di proposte, di visione, di ideologia (di “linea” come ha detto il segretario del PD Zingaretti) le politiche approvate sono di corto respiro in una fase “eccezionale” che urge disegno e orizzonti ampi e “rivoluzionari”.

Le organizzazioni sindacali nel complesso latitano in cerca di autorevolezza e proposte, spesso arroccate in difese conservatrici, e lontane da una visione moderna del lavoro, della società. Infine, le associazioni imprenditoriali, e Confindustria in testa, appaiono attardate in difese di posizioni, privilegi e rendite. Le prime sortite del neopresidente degli industriali non lasciano ben sperare e anzi marcano il campo per una stagione regressiva sui diritti dei lavoratori, quasi che gli imprenditori fossero stati bistrattati dalla Repubblica e dai suoi governi negli ultimi cinquanta anni. Assenza di cultura imprenditoriale e di senso della Comunità, oltre che di rispetto della Carta costituzionale.

Rimangono l’Unione europea che con la sua semplice esistenza oltre che con la dose massiccia di fondi erogata ha contribuito a salvare molti Stati, e certamente l’Italia, e il Presidente Mattarella che il 2 giugno scorso ha invocato lo spirito unitario del 1946, e nella fase (post) pandemica ha ricordato l’impegno istituzionale «all’altezza di quel dolore, di quella speranza, di quel bisogno di fiducia». E, ha aggiunto «non si tratta di immaginare di sospendere o annullare la normale dialettica politica. La democrazia vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse». Messaggio chiaro. Silenzio dall’altra parte.

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SALVINI ADDIO… IL COVID FA PIU’ PAURA DEGLI SBARCHI

mio editoriale per il RIFORMISTA

Per almeno un lustro, da quando il sen. Matteo Salvini è arrivato alla guida della Lega, l’Italia ha vissuto un periodo di vera e propria fascinazione popolare verso l’ex ministro dell’Interno.

Gli elementi di innovazione propugnati da Salvini per far dimenticare i disastri del “cerchio magico” bossiano, i diamanti e le lauree false in Albania, e tentare di rilanciare un partito esangue elettoralmente, sono state sostanzialmente tre.

La Lega Nazionale: Salvini ha provato a “nazionalizzare” il partito. La Lega di Salvini è riuscita a realizzare un cambiamento nella continuità. Negli anni recenti è passata da movimento federalista, autonomista e secessionista (puntava a separare anche istituzionalmente le regioni del Nord dal resto dell’Italia) a formazione che si proietta dentro il mondo e i temi della destra nazionalista: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica e della democrazia pluralista. In passato la Lega guardava con favore all’“Europa delle regioni” come via di uscita dallo Stato nazionale. Di fronte al mancato riconoscimento della possibilità di uno stato indipendente padano, la Lega ha cominciato a opporsi all’Europa in nome di un progetto diverso. È passata dallo slogan “Prima il Nord” a quello “Prima gli italiani”. È diventato un partito nazionalista ma non pienamente nazionale, perché il Nord Italia resta il suo nucleo economico e identitario da difendere contro la concorrenza globale (mentre il resto del paese un’appendice elettorale funzionale al progetto). In questa chiave si deve leggere ad esempio la proposta di rilancio dell’“autonomia differenziata” per mantenere una quota maggiore di tassazione all’interno delle regioni e ridurre i meccanismi di riequilibrio e redistribuzione statale tra aree ricche e aree povere (in altri termini, un attacco al welfare nazionale).

Lega partito “neutrale”, terzo, super partes, a-ideologico, post-ideologico. La Lega ha rafforzato la collocazione nell’ambito delle formazioni populiste europee, diventando sempre più un partito di estrema destra. Siamo in presenza di un cambiamento di lungo periodo, che si è accentuato negli anni recenti. Si rileva dalla posizione del partito e degli elettori su alcuni temi chiave come l’immigrazione, l’euroscetticismo, il tradizionalismo etico (chiusura sui diritti delle coppie gay, ruolo della donna, ecc.). La crescita di importanza della questione immigrazione nella retorica politica leghista è forse la dimensione che più di altre aiuta a cogliere questa trasformazione. Attorno a questa issue la Lega ha costruito le sue posizioni di successo più forti, rilanciando l’immagine di una società moralmente compatta, cristiana nelle sue origini, sciovinista (welfare per gli italiani) e senza perdere consensi nonostante questa estremizzazione dei riferimenti culturali-ideologici-valoriali.

Lega partito dei derelitti, dei poveri, dei disoccupati. Per quanto riguarda la sua base sociale, l’elettorato della Lega è cambiato poco nel corso del tempo: cittadini di mezza età, relativamente sicuri del loro posto di lavori e preoccupati per la perdita del potere di acquisto del salario (o della pensione futura). La Lega resta un partito con una forte presenza di lavoratori autonomi. La quota di operai è diventata importante, ma non prevalente e insufficiente per sostenere la tesi di uno sfondamento leghista tra i ceti subalterni. Si può parlare di una formazione solo in parte interclassista per la difficoltà che mantiene a intercettare il mondo lavorativo del settore pubblico ma anche perché il partito non riesce a egemonizzare le aree del non lavoro e del precariato e neppure quella dei giovani, dove a ottenere più successi è il M5s. L’aspirazione di Salvini è rappresentare assieme la borghesia produttiva (del Nord) e i ceti popolari. Avere un blocco di consensi trasversale è un punto di forza, ma rende più difficile conciliare politiche e interessi diversi senza creare confusione tra l’elettorato.

In tempi normali, o meglio ordinari, la vocazione populista e anti-sistema ha rappresentato una rendita di posizione redditizia. Viceversa, la proposta politica della Lega di Salvini risulta evanescente alla luce dell’emergenza generata dal COVID-19. In passato, le contraddizioni erano state variamente disvelate e l’inadeguatezza messa in evidenza, anche con dati empirici, ma nello zeitgeist populista e qualunquista, erano state comunque accettate e sostenute da messi di elettori. Soprattutto sono state avallate, sostenute e condivise da ampie fette della borghesia italiana, spesso avvezza a chinar la testa al potente di turno, senza entrare nel merito delle questioni, in un rapporto malato con il potere, votato alla subordinazione e non, invece, al confronto dialettico, come avvien nelle moderne democrazie liberali. Le drammatiche vicende della pandemia mettono in risalto molte zone grigie sul presunto modello di buon governo della Lombardia a traino leghista, sulla sanità privatizzata e lottizzata, e rendono fatui gli strali sul “prima gli italiani”. Infine, ri-emerge chiaramente la divisione storica tra leghisti veneti e leghisti lombardi, nel quado di una classe dirigente leghista che mai ha realmente condiviso la scelta di Salvini, per quanto tattica fosse, di presentarsi come un leader di partito nazionale. Le indubbie abilità politiche di Salvini si scontrano con la fase “emergenziale” e, come emerso dalla recente ottima intervista raccolta da M. Cremonesi sul Corriere, pongono in evidenza molte difficoltà del Capitano. L’assenza del tema Immigrazione toglie acqua e ossigeno alla propaganda di Salvini, colpevole di aver reso la Lega un partito monotematico (one issue party): senza quel tema Salvini ha le polveri bagnate. Inoltre, Salvini è ritenuto colpevole da un’ampia fetta di partito di aver abbandonato i temi cari alla Lega. Dal federalismo al governo locale. Negli anni Ottanta e Novanta, pur tra molte contraddizioni, la Lega bossiana contribuì a disvelare malcostume e malgoverno, la necessità di liberalizzare l’economia e il Paese, e a porre la “questione del Nord”, oramai senza più interlocutori dopo la caduta della DC. In questa fase, invece, sembra che Salvini abbia perso il touch, l’empatia con il popolo italiano e quello del Nord in particolare. Inoltre, la divisione con Zaia è sempre più evidente, a conferma dell’antico rapporto di “odio-amore” tra leghisti veneti e lombardi. Il silenzio di Maroni e le forti perplessità di Giorgetti, specialmente sull’Europa, sono eloquenti assai.

Il COVID porta via dunque molte false certezze sulla Lega Nord e anche la guida tetragona di Salvini, sempre più discussa e contendibile.

 

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LA TELA DEL PRESIDENTE

La tela del Presidente
editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Siamo l’Emilia-Romagna. Lo slogan della recente campagna elettorale di Stefano Bonaccini è divenuto un mantra, una sorta di inno al nazionalismo regionale, sino a condurlo alla conferma quale Presidente della Regione. L’azione di complessivo buon governo, la popolarità ritrovata, il consenso elettorale, la capacità politica di Bonaccini e la debolezza del Partito Democratico, hanno fatto emergere il ri-eletto Presidente della Giunta quale aspirante uomo politico di riferimento non sono in ambito locale, ma per il contesto nazionale.

Bonaccini ha assunto una nuova postura (anche fisica durante i suoi discorsi) che lo rende più sicuro, saldo nelle convinzioni di amministratore riformista, rinnovato nel tono oltre che nel look, con ambizioni che travalicano i confini emiliano-romagnoli. L’ex responsabile della campagna elettorale di P.L. Bersani ha le carte in regola per porsi legittimamente al centro del proscenio nazionale. In questi complicati mesi di pandemia sta esercitando la funzione di guida in una regione che ha complessivamente retto bene l’impatto tragico del COVID, a conferma che la struttura dei servizi e del welfare in Emilia-Romagna hanno solide e profonde basi con professionalità diffuse.

Bonaccini ha però ingaggiato una tenzone su tre fronti, che rischiano di trascinarlo in una vicenda difficile da gestire. Sin dalle prime settimane post-elettorali, il Presidente ha palesato intenzioni di scalata al PD nazionale, spinto dall’euforia popolare nel contesto di un partito diviso per bande. Ma questa azione andrebbe in realtà contenuta poiché, per ora, egli ha deciso di dedicarsi al (buon) governo della regione. È la condizione che spetta, quasi una cinica condanna, agli amministratori emiliano-romagnoli, anche a quelli più competenti, costretti a rimanere a presidio del forziere del partito nazionale senza però poterne controllare le gerarchie che contano oltre l’ambito regionale.

Proprio in Emilia-Romagna Bonaccini conferma la sua presa, la forte azione di controllo, anche in ragione dell’insipienza dell’opposizione (inutile infierire sulla candidata Borgonzoni, il problema del centro-destra viene da lontano). Voce autorevole nel consesso degli omologhi Presidenti di regione, Bonaccini ha più volte, e in vario modo, manifestato dissenso circa le posizioni del Governo e si differenziato dall’azione di A. Fontana in Lombardia e L. Zaia in Veneto quanto a governo del COVID. In questo senso il richiamo Siamo l’Emilia-Romagna rischia di suonare troppo etno-centrico, in una fase storica in cui le risposte devono essere di carattere nazionale. Tanto più in presenza di una Lega (Nord) a trazione Salvini-Fontana che tende a rinchiudersi nelle valli del regionalismo non solo differenziato, ma anzi identitario e settario, il cui carattere anti-nazionale sarebbe ri-emerso con i verdi a Palazzo Chigi. L’autonomia differenziata in ambito sanitario non può essere la risposta, e su questo Bonaccini ha palesato un certo nervosismo additando chi volesse sottolineare che la competenza sanitaria, almeno quella, va sì legata al territorio, ma dandole omogeneità patriottica. In questo Bonaccini farebbe bene a differenziarsi esso stesso ponendosi in una dimensione di regionalismo solidale e nazionale senza sconti per Zaia e Fontana, il cui modello di sanità regionale a traino privatistico non dovrebbe trovare emuli, nemmeno surrettiziamente, a Piazzale Aldo Moro.

Infine, nei confronti del Governo nazionale Bonaccini ha avuto un doppio atteggiamento: di ovvia lealtà istituzionale e sostegno politico (ché dopotutto il PD è socio di maggioranza) e al contempo di (legittima) critica per quanto proposto dall’esecutivo guidato da Conte. Le cui esecrabili oscillazioni non sono tanto diverse da quelle di tutti i sindaci e i presidenti di regione, troppo celeri nel proporre propri modelli locali che proprio non reggono alla prova della sfida epocale globale. Per cui i presidenti, tutti, farebbero bene a riscoprire la missione collettiva nazionale, senza misurarsi in competizioni individuali e collettive che rischiano di danneggiare il Paese. Infine, per favore, non chiamateli “Governatori”, ché non lo sono. Si tratta non solo di un errore grave, ma anche di una distorsione concettuale che può produrre atteggiamenti solipsisti.

Che “Siamo l’Emilia-Romagna” indichi una via, una politica pubblica, l’ambizione di un modello d’avanguardia e non solo l’impeto per voler tornare allo status quo ante, d’emblée, come nulla fosse accaduto. La sicurezza e la salute vengono prima anche della locomotiva economica del Paese; dunque, bene i 14 miliardi di investimenti futuri appena varati, ma il giusto orgoglio del Siamo … altro/i non si trasformi lentamente in egoismo, sebbene progressista.

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