Maschere e politica.

articolo per IL RIFORMISTA

Le maschere in antropologia servono per celare e disvelare, allo stesso tempo. Nascondono la vera identità di chi le indossa, e contemporaneamente indicano un messaggio altro. Tutelano le fattezze del mascherato ché altrimenti si violerebbe il tabù della segretezza, e rappresentano e identificano il soggetto che la maschera descrive e “contiene”. Uno sciamano, un giullare, un guerriero, un attore, un poeta, un religioso in talune processioni, una dama veneziana, una danzatrice malesiana, un defunto, un cantastorie… utilizzano una maschera nell’esercizio della loro funzione.

La maschera è un oggetto serio, utile, indispensabile, socialmente e culturalmente. La maschera dissimula, dissacra, cela e celia.

La maschera è diversa dal corpo, dunque. Al contempo però ne trae forza, energia e ne cede in uno scambio simbiotico. La maschera vive, sebbene mutilata, senza il corpo e viceversa, ma entrambi saranno altro dal personaggio che insieme vivificano unendosi.

Il corpo da solo comunica, rappresenta, la persona, il politico e le sue idee, diventando iconografico esso stesso, in taluni casi. Ma sono le proposte, il pensiero, gli scritti eventuali del politico a rimanere saldi nella storia, con la fisicità che a rimorchio spinge l’immaginario collettivo e la rappresentazione della sua visione del mondo. Senza pensiero i corpi sarebbero vuota carne deambulante, mentre nascono, e si rigenerano attraverso l’elaborazione di visioni, utopie, scenari, provocazioni e idee per la società presente e/o futura.

Impossibile immaginare John Kennedy senza ich bin ein BerlinerGorbachev senza la perestrojka, Berlinguer senza questione morale, Berlusconi senza un milione di posti di lavoro, Mitterrand senza la forza tranquilla, Obama senza we can

Il loro fisico, per quanto aitante, peculiare o audace sarebbe rimasto inerme, imberbe e abbandonato alla temperie degli anni, del logorio del tempo.

Il sigaro di Winston Churchill, il foulard di A. Occhetto, il doppiopetto di S. Berlusconi, i pantaloni di A. Merkel, la kefiah di Y. Arafat, il passamontagna zapatista, il saio di Madre Teresa di Calcutta, il basco del Che, l’angioma di Gorbaciov, gli stivali da cowboy di Reagan… in uno scenario sterminato di molteplici segni individuali. Sarebbero rimasti comportamenti, abitudini, vezzi e fisime di altrettanti anonimi personaggi della società umana.

L’Italia, terra di bautte e Pulcinella, ha visto poche maschere e molti politici. Politici, pensatori e oratori, che usavano il corpo come accessorio, riporto e complemento della loro personalità. La mente prima, e il corpo dopo. L’immagine sarebbe (av)venuta successivamente. Il 1994 ha funto da spartiacque, da momento catartico, di passaggio dalle maschere di cera al cerone, dai politici senza fisime per il viso, a candidati tutti faccia. E non fu solo B. a farne uso, del corpo mascherato per celare per rimandare a mondi altri per subordinare per scompaginare per imprimere la memoria degli elettori.

La modernità era già stata introdotta da Marco Pannella, dai suoi televisivi bavagli provocatori e premonitori, rispetto a un mondo bigotto paludato e reazionario di catto-comunisti che molti rimpiangono, ignorando. Il turacciolo autoinflitto però celava, evocava ed esaltava personalità, contenuto e pensiero. Non solo oggetto. L’ondata populista e qualunquista dei rampanti anni Ottanta travolse maschere e mascherati. Come dimenticare il fantomatico candidato anonimo, in tutti i sensi, alle primarie dell’Unione (eh sì, il centro-sinistra italiano è stato anche questo) e i gli sparuti, ma niente spauriti, personaggi in “cerca d’autore”. Di idee, di maschere e di progetti. Di corpi pensanti.

In tempi di pandemia da Covid-19 la maschera antibatterica invece è un ausilio paramedico utilizzato per contenere la diffusione dei batteri e recentemente per rallentare il contagio. La permanenza prolungata nel tempo del rischio sanitario e il conseguente gesto volto a coprire naso/bocca ha generato un uso politico della mascherina. Dal non utilizzarla a brandirla, a di-segnarla con messaggi etero-diretti. In una sorta di body-painting pubblicitario la parte orale del corpo umano è stata riempita di contenuti extra-verbali per attivare una campagna permanente, come sulle portiere di un taxi.

Non è un tratto della moda (si veda il bel saggio di M.C. Marchetti, Moda e Politica, Meltemi); siamo di fronte non a un belletto, allo stile, sempre identico a sé stesso e quindi identificativo del leader. Non è la canottiera di Bossi (si veda l’omonimo libro di M. Belpoliti, Guanda), quanto un tutore, un traduttore simultaneo degli impulsi incoerenti ed estemporanei, un vettore di informazioni per quelli incapaci di intendere messaggi più sofisticati di un improperio.

La maschera, come la neve di queste giornate, addolcisce, rende uniforme ed informe. Tutto simile a sé stesso. Ma non basta a trasformare il nulla siderale in pensiero compiuto, la vacuità in proposta, la storia in poesia.

La Lega Nord ha sempre mascherato e si è sempre mascherata dietro i tratti da commedie, da operetta, per celare le debolezze della proposta. Per rilanciare su temi meta-simbolici non in grado di sintetizzarne i crismi in forma intellegibile con caratteri arabo-gutemberghiani. I propositi guttural guerreschi di Umberto Bossi, le intemerate nazistoidi di M. Borghezio hanno fatto il paio con le comparsate giocose nel pratone di Pontida con corna, finti araldi, simbologia medieval-neorealista e prosa secessionista. Senza protervia, ma con ostinata retorica da birreria anni Trenta, per superare la debolezza, l’imbarazzo, la timidezza degli ultimi della classe, incapaci di proferire alcunché di sensato. Assaltiamo il Campanile! Secessione! Terùn! Roma ladrona!, come un pensionato beone sorpreso a imprecare contro il padrone di casa, impenitente rispetto a un partito aduso a provocatorie frasi fuori luogo e spesso fuori legge.

La mascherina anti-Covid, pur dal versante negazionista, è pertanto l’ultimo, nel senso di più recente, ritrovato comunicativo della Lega Nord in versione nazionalista. In assenza di progetti, di schemi profondi e analisi rigorose, il capo partito si affida e confida nel marketing del vestiario dozzinale made in China o CasaPound.

La mascherina per lanciare messaggi alle casalinghe, ai meno istruiti, ai creduloni ché questo è il grosso dell’elettorato leghista. Dal sostegno a Trump al campanilismo culinario, sciorinato a ogni comparsata nelle piazze comunali d’Italia, alla speculazione no-vax, all’antistatalismo eversivo contro la tassazione, alla propaganda anti-migranti. La mascarade del truce sedicente capo leghista che sostituisce l’inno al mancato satrapo di Washington con l’icona, e iconoclasta apologia del giudice Borsellino. L’antimafia come feticcio (in questi giorni si celebra/commemora Leonardo Sciascia), lo sventolio di un’immagine senza elaborarne la teologia, come in un rosario scarnificato senza fede. Il rapporto travagliato tra Lega Nord e Mafia è datato. Dai toni ultimativi di Bossi che “Fininvest è nata da Cosa Nostra” fino alla “mafia non esiste” e soprattutto nel Nord la mafia non c’è, espressione di rito maroniano che tiene insieme l’antimeridionalismo e l’oscurantismo, perché al Nord la mafia c’è, eccome.

Inverecondo continua a mutare mascherina/messaggio come una serpe ad intervalli cadenzati, regolati dagli eventi e dettati dall’umore dell’elettorato.

La maschera alfa e omega del non pensiero leghista. Da non confondere con anonymous, gruppo di hacker altermondialista che pure adopra una copertura facciale per rappresentare il mondo degli hackers contro il dominio-capitale. E il pirandelliano “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato d’essere” che ben delinea l’assenza di tutto assistenzialismo milanese.

In quasi ogni civiltà esiste un giorno dell’anno in cui i cittadini/sudditi possono mascherarsi e dar sfogo a vari comportamenti normalmente non consentiti o tollerati. Semel in anno licet insanire. Nel caso del senatore Matteo Salvini (eletto per caso in Calabria Ulteriore) siamo alla quotidianità e, quindi, la maschera è divenuta un elemento strutturale; un Carnevale tutto l’anno che è esso stesso ossimoro. Con l’aggravante che la maschera non è ludica, il mascherato non è celato, ma è assolutamente disvelato. Si trincera tuttavia. Non è un mascheramento, è un nascondiglio, senza il quale sarebbe esposto al pubblico ludibrio, sarebbe debole, fragile, nudo nella essenza.

Parafrasando Winston Churchill, che laconico si pronunciò sul suo avversario laburista: “un taxi vuoto si è fermato davanti al n.10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee”, reso poi in italiano dal caustico Fortebraccio, al secolo Mario Melloni, “arrivò una berlina, si aprì lo sportello, non scese nessuno: era Cariglia”, potremmo dire che oggi “sotto la maschera leghista nulla emerge”.

Nella politica italiana si è inaugurato un pernicioso processo di scarificazione, ossia la produzione di una lesione cutanea a scopi di propaganda elettorale sperimentale. Allorché il corpo si privasse, e si priverà della copertura cosmetica non rimarrebbe che la realtà. Immutata ed immutabile. Vacua e fatua, fungibile come una mascherina sanitaria. Senza profondità, senza pensiero, senza identità. Il Carnevale sarà finito.

Insomma, Uno, nessuno, … pantomime.

USA, Trump e le lezioni per l’Italia

Editoriale per IL RIFORMISTA

Sic transit gloria mundi. Silvio Berlusconi definitivo e cinico si pronuncia su assassinio di Muammar Gheddafi, che pure ha ospitato in Italia, con onori reali, accettando tende, amazzoni e cavalli al seguito. La fortuna è cangiante direbbe Machiavelli e gli amici dimenticano presto, e ti lasciano da solo. Deve aver pensato qualcosa di simile in queste ore il 45° Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, isolato da tutti. Tranne dai suoi fanatici sostenitori. Il popolo per il populista.

Verrebbe quasi da essere solidali con il magnate americano che pure non ha mai fatto o detto nulla che facesse presagire un mandato presidenziale all’insegna del rispetto delle istituzioni, della democrazia, dei diritti delle minoranze, della cooperazione pacifica e della riconciliazione nazionale. Gli arroganti, i potenti e i prepotenti ispirano quasi sempre umana pietas quando si avviano sul viale del tramonto, fisico e politico. Ma siccome siamo politica e non una congrega è necessario misurare i politici secondo i loro atti.

Le parole sono pietre, segnano le vite, il corso sociale degli eventi, offendono, lapidano, lacerano, mortificano e provocano reazioni. Generano emozioni ed esasperano gli animi. Per quattro lunghi anni, cui aggiungere quello delle primarie repubblicane che lo incoronò candidato, The Donald, non ha mai, in nessuna occasione celato la sua insolita, insolente, innata e ontologica disaffezione, insofferenza fisica e intellettuale per i vincoli legali, istituzionali e politici che controllano e bilanciano il potere presidenziale. Ha sistematicamente attaccato gli avversari in patria e overseas, gli intellettuali, i complotti di Washington, le corporations, i mass media, the deep State, i burocrati, gli alti ufficiali dell’esercito che non lo assecondavano, i servizi segreti, i consiglieri, i capi di Stato e di governo non allineati, gli stessi membri del suo gabinetto, che sono cambiati con una frequenza molto elevata. Le sedi istituzionali, diplomatiche, i social networks adoprati come clave per colpire chiunque non si allineasse. Scimmiottare gli disabili, irretire i “nazisti dell’Illinois”, fagocitare le critiche nelle conferenze stampa; sempre un metro in avanti verso il declino di questi giorni, delle settimane successive all’election day. L’imbarazzo delle cancellerie europee per le intemerate di Trump, le scortesie, gli incidenti diplomatici, l’arroganza palese e patente durante gli eventi internazionali (sposta in malo modo il primo ministro del Montenegro Dusko Markovic per guadagnare la prima fila durante un vertice della Nato).

Pertanto, osservare la cronaca recente è utile, certo, ma è anche profondamente noioso, intellettualmente pigro ché si perde la prospettiva. Il partito repubblicano, escluse notevoli, degne eccezioni quali D. Cheney, M. Romney, P. Ryan, Bush junior o J. McCain (che lo escluse anche dai funerali), si è accodato al Commander in chief. L’unica postura palesemente oppositiva a Trump e radicalmente ostile con costanza repubblicana è stata quella di Melania Trump, frettolosamente osannata, appunto, dai liberal ambo lato dell’Oceano, dopo averla prima irrisa come complice arpia. Suscita, dunque, un certo scetticismo tanta acrimonia nei confronti del Presidente uscente (vedremo in che forma), segnale inequivocabile della carenza di pensiero critico nei gangli delle istituzioni, un parossistico e pusillanime conformismo tipico della massificazione.

Oggi Trump è un paria. Ma fino a ieri The Donald era cercato, lusingato, non solo perché sì accade a chiunque detenga un po’ di potere (e Trump ne ha e aveva tanto in quanto Presidente USA), ma soprattutto per compiacenza, debolezza, stoltezza, arrivismo e conformismo. Nonché per condivisione di quello zeitgeist populista e antidemocratico che da due decenni almeno avvelena i pozzi delle istituzioni in America, in Europa e in Italia. Ovviamente.

Nell’ex bel Paese per anni hanno pascolato senza controlli idee e personaggi fautori di criminogene azioni, verbali e fisiche, contro le istituzioni democratiche, mortificate dall’insolenza baldanzosa e crapula. Oltre al ventennio berlusconiano che ha disseminato il campo di mine anti-istituzioni con “parole, opere e omissioni”, recentemente abbiamo avuto l’exploit dell’incompetenza osannata come punto vincente. L’ignoranza sbandierata e rivendicata sfacciatamente nei curricula. Il deputato neo-rieletto Luigi Di Maio pronunciò attacchi violenti nei confronti del Presidente della Repubblica. Reo, secondo la giurisprudenza costituzionale grillina, di applicare la Carta e di esercitare le sue prerogative senza però volere conferire l’incarico a uno di loro. Uno sgarbo tremendo. Attacchi irripetibili, oltre che irricevibili (ma questo lo sventurato non poteva saperlo, trincerato dietro lo scudo dell’ignoranza come qualità suprema), e che si esaurirono in un gracido gracchiare sfumato dopo poche ore grazie alla saggezza del Quirinale. Più che un colpo di Stato fu uno scenario macchiettistico, come il fautore del neoqualunquismo odierno nato dal V-day che ha sdoganato le pulsioni neofasciste celate. Mattarella è un signore nella vita e in politica e nelle istituzioni ché Pertini, Cossiga o Scalfaro lo avrebbero rinchiuso a Castel Sant’Angelo, in punizione sui ceci a leggere la Carta. Evocare l’impeachment non è tanto diverso da Trump che attacca e intimidisce il segretario di Stato della Georgia in cerca di voti per cambiare l’esito del voto. Due populisti che come infanti scalciano perché la realtà è diversa da come vorrebbero.

Indimenticabile il Presidente del Consiglio Giusepp(i) Conte prono dinanzi a Trump recitare il salmo del cambiamento: “il mio (non quello italiano, n.d.a.) Governo e l’Amministrazione Trump (pronunciato Truaamp) sono entrambi governi del cambiamento”. Assunto ovviamente come assioma di positivo (M. Damilano, Processo al Nuovo, Laterza) in quanto “nuovo”, scordando beatamente il presidente del vero change Barack H. Obama.

E ancora i grillini (di cui Conte è espressione e ispirazione) dichiarare urbi et orbi che tutto sommato Trump e Hillary Clinton pari sono, per cui non presero posizione, ossia la conferma dell’antipolitica. Ma anche l’intero programma (o minaccia) del Movimento 5 stelle è in fondo basato su un atto eversivo, celato come metafora di rinnovamento purificatore: aprire il Parlamento come una scatoletta! E quasi mai nessuno ha condannato sistematicamente tale atteggiamento, tutti colpiti da incurabile blesità istituzionale. Mentre il corpo dello Stato, delle istituzioni e della democrazia incassavano, indebolendosi. E la società si mitridatizzava, nutrita o esposta a piccole dosi di veleno. Fino a quando?

Personaggi in cerca di autore e photo op, come il casareccio senatore M. Salvini (eletto a Locri) che intrepido ottenne una comparsata con Trump (non ancora Presidente), il quale non lo volle incontrare nel 2019 e ne tessette pubblicamente, legittimamente le lodi, fino a ieri. Tace oggi. Del resto, sul piano internazionale e diplomatico il truce non è proprio a suo agio tra le feluche diplomatiche. Anzi sbanda, acerbo dell’abc istituzionale. Vasta è la letteratura sul tema, e scelgo solo per brevità e carità di patria gli attacchi costanti della Lega Nord e di Salvini al Quirinale, alla patria, alla Bandiera, all’inno nazionale. Mentre si sperticava a difendere i satrapi polacchi e ungheresi, o a far visita ai carcerati omicida, o a non votare le sanzioni contro il dittatore Lukashenko (astenuto come gli ignavi). Il sostegno alla Russia dell’amico Putin (e viceversa) salvo poi pietire un incontro con l’Ambasciatore americano a Roma per rimediare ché per fortuna l’asse atlantista dell’Italia è ancora solido e non guarda troppo agli autocrati. Sorvoliamo su Umberto Bossi che diede lustro al messaggio antidemocratico padano per due decadi. E nessuno a difendere tenacemente. Cercare risulta indarno. Anche Giorgia Meloni, eterna promessa, ondeggia tra i Conservatori europei e i nazional-reazionari di Polonia, Ungheria e USA, intrappolata nel ricordo del passato, e non condanna Trump, ma pare compatirlo, comprenderlo, compiacerlo.

Trump rimarrà nella storia americana per un grande merito, involontariamente palesato. Avere dimostrato non solo che il Paese è profondamente diviso, ma che esiste una parte della popolazione che detesta non solo Washington, ma anche la democrazia, che odia le minoranze e le diversità di ogni risma. Che abbevera il proprio bagaglio ideologico nella logica da saloon del far West.

Ma la Storia, non solo quella americana recente, ma anche quella europea ed italiana, dimostra, e dovrebbe insegnare che assecondare il populismo è periclitante.

Per cui, per il 2021, è necessario rilanciare l’impegno democratico e riformista. Si impegnino i democratici, di destra e di sinistra, a bloccare gli antidemocratici di ogni risma, dal radicalismo di estrema destra o estrema sinistra. Dai giustizialisti, ai rosso-bruni, ai populisti da tastiera o di campagna. Per evitare un brutto risveglio tra qualche mese.

L’insegnamento di Piero Calamandrei è sempre illuminante: «[…] la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai».

Confido nella capacità di resipiscenza degli italiani.

Le radici della protesta. Autoritarismo borghese.

mio editoriale per IL RIFORMISTA

Nessuno controlla la Piazza, che però non è nemmeno spontanea. La radice della protesta mascherata dalla pandemia rimanda in realtà a una matrice autoritaria che per ora non ha spazio diffuso, ma che si allena per esperienze futuribili. La spinta principale a “scendere in piazza” deriva dalla paura: non del contagio o del confinamento, ma, piuttosto, della perdita di status. Il timore che la condizione di relativo privilegio venga messa in discussione dalla “crisi”, ossia dal cambiamento dalle politiche attuabili quali risposta alla crisi sanitaria, e quindi dalla potenziale riconfigurazione sociale che ne deriverebbe. L’impalcatura autoritaria dei movimenti si nutre sostanzialmente della preoccupazione della classe media di ritrovarsi in crisi economica, ma soprattutto di condizione e percezione sociale, ed è esposta alla temperie di tentativi di egemonia da parte di vari attori che però non hanno la forza intellettuale e organizzativa per guidarli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il COVID-19 con il suo portato di impatto economico-finanziario, sociale, psicologico e politico è stato il fattore scatenante, ma solo in parte. Sarebbe infatti distorsivo considerare il “Virus” quale variabile determinante nel processo di attivazione di movimenti di protesta che in queste settimane, e probabilmente in quelle future, stanno crescendo nelle piazze italiane delle grandi città. Esistono ragioni più profonde, strutturali, sociali, economiche e politiche che hanno consentito ad alcuni imprenditori della piazza di attivarsi grazie alle opportunità offerte dalla pandemia.

L’Italia è un Paese fortemente diseguale (World Inequality Database e Banca Mondiale), con potenti elementi di divisione economica e quindi sociale che attraversano ambiti dell’intera comunità seppur con accenti diversi. Sono distanti le potenzialità tra grandi città e comuni interni, tra aree del Nord e periferie del Sud, tra giovani e adulti, tra uomini e donne, tra lavoratori e disoccupati, tra chi “ha” di più e chi possiede sempre meno. Tra il 1984 e il 2009 la percentuale di ricchezza posseduta dall’1% della popolazione è passata dal 6% al 10% circa, mentre contemporaneamente la concentrazione di fortuna nelle mani del 10% più abbiente dei cittadini è cresciuta dal 23% del 1985 al 32% del 2016%. Inoltre, sono quasi 2 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a circa 4,6 milioni di individui (7,7% del totale, Istat 2019).

La fragilità sociale derivante dalla disuguaglianza economica si somma alla scarsezza dei pilastri della mediazione politica, partiti e sindacati, un tempo numi tutelari dei più deboli e diseredati. I partiti, specialmente, quelli di sinistra, hanno quasi-abdicato alla funzione storica di lotta all’ingiustizia sociale, alla povertà, parola biecamente sostituita da anglicismi o neologismi. Un’onta da nascondere, un azzardo parlarne. Anche i sindacati paiono ormai rifugiati nella difesa dei difendibili, e non scovano più gli ultimi della classe, non incalzano nemmeno i governi nominalmente amici per politiche simboliche quali il rinnovo del contratto di lavoro dei dipendenti pubblici, dissanguati da anni di liberismo selvaggio, cui pare il Ministro Gualtieri voglia, meritoriamente, rimediare.

Ma la “povertà” da sola non basta a mobilitare, come evidente dalla Storia; si pensi alla Rivoluzione francese, su tutte. Senza la borghesia i sans-culottes sarebbero stati massacrati dalla gendarmerie di Luigi XVI. E, inoltre, è bene ricordarlo, non siamo ai moti per il pane ché l’Italia dispone ancora di un solido sistema di welfare, di strutture di sanità pubblica e universalista nonché di risorse materiali da redistribuire e, infine, di una rete di associazionismo solidale che all’uopo sopperisce alle carenze collettive.

Pertanto, delle manifestazioni di piazza delle ultime settimane è possibile ritenere tre punti fondamentali:

  1. La testa del movimento è a destra. Nell’estrema destra che punta a rilegittimarsi, dopo anni di laissez-faire civico, di smemoratezza storica e abbandono delle postazioni, delle casematte, dell’antifascismo, non nominale, ma della cultura repubblicana. Stoicamente coltivata dal Quirinale, ma trascurata dai partiti.
  2. Si tratta di un processo di ri-mobilitazione. Secondo Gino Germani, celebre sociologo politico emigrato in Argentina per le persecuzioni fasciste, la mobilitazione inizia quando la società inizia a disgregarsi. La mobilitazione secondaria, portata avanti da coloro che temono il protagonismo degli esclusi ben si addice alla fase in corso. Una sorta di contromobilitazione. Nel caso in specie però la borghesia non si scaglia contro i movimenti operai, ma contro il Governo, nazionale o sovra-nazionale che sia. Un paradosso, in parte, qualcosa di inedito e inquietante.
  3. Ad attivarsi non sono, ovviamente, i ceti popolari e popolani, ma è la classe media, la borghesia persino, ossia quei settori che sentono/temo una perdita possibile di status.

La borghesia dirige il proprio malessere e malcontento verso il Governo e le presunte élite. Che però, notorio, questo il grande abbaglio populista e il dramma culturale, non esistono. Specialmente in Italia abbiamo piccole burocrazie di partito e gruppi dirigenti di scarso lignaggio e leadership occasionale, ma per nulla egemonica.  È cruciale dunque capire, individuare e spiegare chi attiva il processo di mobilitazione, chi si attiva, ovvero è ri-attivato; chi è soggetto alla mobilitazione ed eventualmente alla smobilitazione. A dar vita al movimento sono “vecchie glorie” del neo-fascismo con cui la legge è stata troppo indulgente, insieme a ultras del calcio in astinenza da adrenalina domenicale. A questi si uniscono sinceri democratici esasperati dalla crisi economica generata dal COVID. Nella dilagante fase di individualismo e individualizzazione la lettura principale delle manifestazioni di piazza vede pertanto il malessere economico coniugato con un pizzico di sciacallaggio ribellista senza colore politico. È una lettura superficiale e dozzinale, mentre il disegno è piuttosto chiaro come la Storia del Paese e dell’autoritarismo di ogni latitudine. Certamente esistono delle differenziazioni tra grandi città e piccoli centri (sin ora non investiti, non a caso, dalle proteste), tra aree geografiche (il sud più esposto a derive di estrema destra e il nord all’estremismo di sinistra), tra lobbying di categoria, corporativismo, esasperazione, e ribellismo. Una sorta di potpurri in cerca d’autore e soprattutto di leadership che, statene certi, non sarà né Salvini – senza physique du rôle, né Meloni – che si ostina a non modernizzare il partito, tantomeno l’estrema-destra militante senza leader. La marea potrebbe però dilagare disintegrando parti della tenuta sociale.

Le Democrazie per quanto solide non possono però cavarsela con sermoni ed appelli al senso civico. I Governi hanno il dovere di rispondere alle istanze provenienti dal basso proprio per evitare di alimentare il fuoco autoritario. L’uomo piccolo-piccolo, il borghese di Cerami/Sordi fa più paura della massa perché potrebbe fare “scuola” e innescare un processo imitativo di rivolta e di disintegrazione del sistema. I partiti democratici dovrebbero intervenire e guidare, incanalare, assorbire la protesta e gestirla entro dinamiche istituzionali, senza timore di ricevere qualche sonora critica dato che la posta in palio è molto più grande di un piccolo sgambetto nei sondaggi. Il COVID ha solo reso palesi e patenti le contraddizioni sociali, economiche e politiche della società italiana che si risolvono soltanto con il conflitto. Dipende da chi avrà la capacità di guidare ed egemonizzare il processo di transizione, chi sarà in grado di mobilitare, eventualmente di ri-mobilitare, per evitare il rischio di smobilitare. Che significa, sempre Germani, una deriva autoritaria compiuta con silenziamento di ogni partecipazione degli esclusi.

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Napoli, la prima città d’Europa a liberarsi autonomamente dal nazifascismo durante le celebri “quattro giornate”, magnificamente ricordate nel film omonimo diretto da Nanny Loy. La capitale Partenopea, ostile a ogni “invasione”, rappresenta l’ostacolo più arcigno al tentativo della Lega (Nord) di  avanzare al Sud, una mascarade guidata dal Sen. Salvini – di cui abbiamo parlato su queste colonne – e già fallita nei fatti perché mendace e infondata sul piano culturale.

Proprio al Sud la Lega rischia molto alle imminenti elezioni regionali, in un contesto complessivamente sfavorevole al Carroccio.

Sul piano internazionale l’alleanza ultra-conservatrice miete meno successi che in passato sebbene sia ancora solida nel complesso, e in molti ambiti, certamente quello economico-finanziario, continui ad essere influente o egemonica. Le singole realtà della rete del varipointo gruppo che trae ispirazione da D. Trump, J. Bolsonaro, M. Le Pen e dalla “foto” di Visegrád sono paradossalmente esposte proprio agli effetti dell’isolamento nazionalista. La torsione individualista inflitta dal Covid-19 ai sogni di geopolitica sovranisti ha mostrato l’irricevibilità teorica prima che pratica del modello che mira al ritorno di fiamma delle (piccole) patrie. Mentre la forza economica, militare, e la statura di altri leader consente pero’ di sopravvivere almeno sul piano nazionale, la Lega (Nord) paga l’irrilevanza della visione e dello spessore politico-culturale del senatore eletto nella Locride.

Stretta e ristretta dunque nella geografia dello Stivale, la Lega (Nord) punta a rimediare al crollo di consensi che la investe da un anno almeno. L’abbandono del Governo nell’estate in cui l’ex Ministro dell’Interno vestì i panni del bullo di periferia ha marcato l’inizio della fine per un progetto cui oltre alle citate idee e prospettive teoriche e culturali, manca oggi anche la copertura aerea delle risorse (latu sensu) derivanti da incarichi istituzionali. Il ricorso disinvolto ai benefici delle funzioni di Governo lascia spazio a pesanti costi organizzativi in una fase di allontamento di iscritti, simpatizzanti e donatori vari. Cui si sommano i problemi giudiziari del Sen. Salvini per la vicenda migranti nonché quelli legati alla galassia di procacciatori di affari legati al partito. Al netto del procedimento giudiziario che deve ovviamente garantire ogni cittadino, nel complesso queste condizioni “di contesto” non aiutano il Sen. Salvini né la Lega (Nord) a detrimento dell’imagine e dell’attrattività del partito.

Infine, il contesto locale, pur nelle specificita’, rimanda a un “terreno di caccia” complicato, per un leader che ha perso il momentum, e un partito scavalcato a destra da Giorgia Meloni, e con la crisi economica che ha sbiadito il tema immigrazione, palesando il balbettio leghista sulle proposte.

Da sempre Napoli ha rappresentato la gola stretta, ostico budello per il passaggio dei “barbari sognanti” verso i mari caldi e i bacini di voti di elettorali “volatili” del Sud. I segnali sociali che provengono dalla Sicilia, dalla Calabria, da Torre del Greco e da Napoli indicano che l’aria è cambiata davvero. La Lega torna al Nord.

In Campania la lista di Salvini andrà sotto al 5% scomparendo dai radar locali; in Puglia se Michele Emiliano fosse sconfitto a prevalere sarebbe il centro-destra a trazione “Alleanza nazionale”, da sempre forte in regione, e forzista, ossia la “Casa della liberta’” rivista e corretta, con la Lega a traino. La stessa dinamica si potrebbe avere nelle Marche, sebbene la portata del cambio di governo sarebbe più ampia, ma avrebbe comunque la Lega (Nord) in posizione ancillare. L’unica vittoria quasi certa, anche per abbandono dell’avversario, è il caso Veneto, in cui il centro-sinistra ha rinunciato troppo presto, assecondando l’adagio non verificato del “buon governo” di Luca Zaia. Uomo politico della Lega (Nord), o meglio della Łiga Veneta, militante da sempre, ma competitore diretto del segretario nazionale e percio’ non ascrivibile alle vittorie di Salvini. La Liguria delle fazioni a sinistra, delle vendette e dei ricatti, menù fisso dei progressisti, vede al vertice della Giunta un politico affine alla Lega e a Salvini che pero’ difficilmente potrebbe includere tra le vittorie stretegiche delle camicie verdi-brune.

Rimane la Toscana, diventata suo malgrado luogo di una finta sfida all’O.K. Corral, mentre in realta in un Paese “normale” si tratterebbe solo di una competizione locale. La vittoria della coalizione di centro-destra non sarebbe un attentato alla democrazia, al netto dell’insipienza delle proposte politiche della candidata alla Presidenza e degli strafalcioni sulla Storia. Si tratterebbe semmai di fisiologica, e persino auspicabile, alternanza al potere. Ma la sinistra, e Matteo Renzi, dominus della regione, ne hanno fatto un luogo e una contesa meta-simbolica in cui si gioca una partita nazionale  (come lo scorso anno in Emilia-Romagna) nella quale l’ex Presidente del Consiglio puo’ segnalare la sua rilevanza e indispensabilità. Ma in assenza di un progetto nazionale sifdante, e in difficoltà per la coabitazione con il populismo del Movimento 5 stelle, il PD inscena la consueta battaglia di civilta tra il “bene” e il “male”. Uno schema schmittiano, in atto stancamente dal 1994, che va bene a Salvini, a Renzi e al PD in cui tutti gridano alla liberazione.

Tuttavia, nella trasposizione cinematografica della Resistenza napoletana delle “quattro giornate” c’è un eccelso Gian Maria Volonté, che guida il riscatto, la dignità e il valore del Sud, e metaforicamente dell’Italia intera a pochi giorni dell’8 settembre. Fuori dai teleschermi non si intravede analogo afflato, ma solo lo scimmiottamento in chiave iper-realista. Ne riparleremo.