La difficile presidenza di Leone tra terrorismo e scandali

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

«Fuori Rossi o a morte Sossi!» Lo slogan con cui nel 1974 le Brigate rosse debuttano in società rapendo il procuratore di Genova segna gli anni Settanta, la Storia d’Italia. E inevitabilmente il settennato presidenziale di Giovanni Leone, eletto nel 1971. Il candidato (pre) destinato al Colle era Aldo Moro, in competizione con Amintore Fanfani, ma le trame correntizie gli furono ostili, anche per le simpatie tattiche delle sinistre (la sera prima dello scrutinio definitivo Berlinguer annunciò a Moro il sostegno del PCI), e i voti necessari andarono su Leone. Il quale visse proprio la tra la tenaglia brigatista e neofascista e la necessità istituzionale, in anni di tensione e terrore terrorista. Il procuratore Sossi verrà liberato e l’Italia vivrà il ricatto infame della negoziazione di ostaggi. Tragica pratica di diplomazia della paura che Leone sperimentò direttamente sul finire del mandato con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. Per il quale nessuna, vera, efficace trattativa si sostanziò, mentre per Sossi si avviarono dei canali di interlocuzione, osteggiati dal procuratore Coco, per questo ucciso dai brigatisti due anni dopo.

La presidenza Leone è immersa negli anni di piombo, nella violenza rosso/nera, non indistinguibile e uguale a sé stessa, ma certamente similmente logorante per il Paese, per decine di ragazzi uccisi per un vestito o un cinema sbagliati. Nel maggio del 1974 una bomba neofascista miete morti e feriti in piazza della Loggia, a Brescia; nell’estate successiva un ordigno esplode sul treno Italicus, nel tratto appenninico bolognese, per puro caso deflagrando appena fuori da una galleria rispetto agli intenti neofascisti. La “strategia della tensione”, inaugurata nel 1969, generare terrore, panico e indurre il “popolo” a invocare l’uomo forte, la soluzione dei colonnelli, come in Grecia. E un tentativo effettivamente ci fu, con il tentato golpe Borghese, ex repubblichino di Salò con addentellati nella P2, un anno prima dell’insediamento di Leone. 

L’Italia è divisa all’interno tra comunisti e democristiani e riproduce in sedicesimo la frattura di Jalta, tra Est e Ovest, tra Nato e patto di Varsavia. Il diritto e la ragion di Stato. La Penisola rappresenta il confine geopolitico, simbolico, tra i due mondi, con il partito comunista più forte dell’Europa occidentale e l’influenza, e ingerenza, americana. Di cui Enrico Berlinguer tentò di scardinare gli assiomi strategici avvicinandosi – seppur tatticamente – alla DC che proprio con Moro si avviava – tra molte tensioni e contraddizioni – verso il compromesso storico. Il PCI virò verso l’ombrello Nato, anche a seguito del golpe contro Allende in Cile. La scelta di eleggere Leone al Quirinale sancì una virata conservatrice, e la fine del centrosinistra il cui principale promotore, Moro, fu sconfitto tra i delegati democristiani. Il Movimento sociale fu determinante per la scelta di Leone, dopo che mancò per un solo voto il quorum (503 vs 504 richiesti). Leone salì al Colle da senatore a vita (unico caso), nominato da Giuseppe Saragat nel 1967 dopo che il 1964 ritirò la sua candidatura al quattordicesimo scrutinio proprio a vantaggio del leader socialdemocratico. Un gesto di elegante risarcimento istituzionale. Da par suo Leone nominò senatore a vita Fanfani, in una concatenazione di riconoscente gratitudine, persino stucchevole. Altri modi, altri tempi che mutavano rapidamente: dalla società di massa collettiva, alla società di massa individualizzata/individualista. La crisi energetica internazionale generata dalla guerra del Kippur nel 1973 incombe e incide sulle vite, soprattutto nelle città: “domenica non si circola, c’è l’austerity”. Forma indotta di autarchia, di stop forzato alla crescita, senza Latouche. Proprio l’ambito e l’arena internazionale segneranno la seconda parte del mandato di Leone. Lo scandalo Lockheed, con l’omonima compagnia aereonautica che ammise di aver pagato tangenti a diversi politici in cambio di favori nelle commesse. Tra questi figurava Antelope Cobbler, identificato con Leone da un libro di Camilla Cederna, dal settimanale l’Espresso e dal paradossale attacco dei Radicali a un Presidente garantista. Le cattiverie miserabili di servizi deviati, le ritorsioni degli americani (in un primo tempo fu accusato Moro), sempre utili da citare all’uopo per spiegare tutto, ergo nulla; Leone rimase incagliato nella Storia, pavido forse, pusillanime meno di quanto detto, grigio, ma non oscuro. La procedura di messa in stato di accusa fu annunciata dal PCI, ma non portata a termine ché Leone si dimise in anticipo sulla fine del settennato, praticamente nel “semestre bianco” (due mesi prima che iniziasse), che tra l’altro propose di abolire, con l’eliminazione della possibilità di rielezione riprendendo il Messaggio di Segni alle Camere. Successivamente verrà assolto, ma l’Italia non volle accorgersene e iniziò lentamente ad alimentare il qualunquismo giustizialista. Erano gli anni dello stupro a Franca Rame e di “Fratello Mitra”, il prete della teoria della liberazione che collaborò con Dalla Chiesa a catturare vari brigatisti. 

Durante un incontro a Pisa Leone fece il gesto delle corna, divenuto celeberrimo, verso un gruppo di studenti che gli rivolgeva qualche impropero e secondo lui anche un “a morte”. L’Italia piccolo borghese e bigotta si sdegnò, mentre rese il Presidente partenopeo simpatico, e certamente sobriamente ironico rispetto alla cialtroneria coatta contemporanea. Giurista di livello e amico di De Nicola, fu in predicato di divenire Presidente della Repubblica nel dopo Segni, e l’anno prima giunse a Palazzo Chigi, con un monocolore democristiano, un esecutivo “balneare”, tipicità italica che spiegarla oltre Alpe è cosa ardua.  

Sul piano interno peserà, molto, la “vicenda Moro”, la debolezza e la tattica spacciate per fermezza, e l’impreparazione dello Stato, l’assenza di piglio esterno del Presidente che però lo stesso Moro non stigmatizza nelle sue lettere dalla prigionia.

Leone da Pomigliano d’Arco (sic transit, non conosco altri) è componente dell’Assemblea costituente, e poi alla Camera fino al 1963, presidente della Camera e del Consiglio dei ministri; eletto al 23° scrutinio, un record, come la percentuale di Grandi elettori che lo sostiene (51.4%, minimo storico), con Dc, Psdi, Pri, Pli, e il sostegno del Msi. Nenni ne raccolse 408 (4% di bianche) a segnare la distanza tra socialisti e democristiani. La maggioranza parlamentare non controlla il processo di voto ed è essa stessa attraversata da tensioni interne. Leone procedette al primo scioglimento anticipato delle Camere nella storia repubblicana, nel 1972, sostanzialmente per evitare il referendum sul divorzio; la crisi di governo innescata anche da una maggioranza presidenziale differente da quella del logorato centrosinistra. E ancora nel 1976 per rispondere a mutati equilibri parlamentari e di rapporto con il governo. Abile negoziatore e diplomatico, a volte tendente al notarile. Gestì otto crisi di governo, come Pertini, tutte con successo anche grazie a una gestione extra-parlamentare, ossia a un negoziato pre-assembleare con i capi dei partiti e delle correnti DC. Durante le consultazioni al Quirinale convocò anche i segretari dei parti e gli ex presidenti della Repubblica, modificando e innovando la prassi, al fine di avere maggiori informazioni sulle dinamiche parlamentari e per conferire un incarico più congruo possibile. 

Ha nominato quattro giudici costituzionali, e nella elezione del vice-presidente del Consiglio superiore della magistratura il suo voto, inedito rispetto alla consuetudine, fu decisivo per la designazione di Vittorio Bachelet rispetto a Giovanni Conso.

La mattina del 16 marzo 1978 via Fani segna uno spartiacque nella Storia del Paese. Leone esce fiaccato da una vicenda più grande di lui, in un settennato complicato, doloroso in un Paese che cambiava. Era la vigilia di Natale. Forse per estenuazione l’Italia ha il sesto Presidente della Repubblica, con soli tredici voti in più di quelli richiesti; il nome di Leone apparirà tra le schede solo al penultimo scrutinio, il ventiduesimo. Il sistema politico è in tensione, il centrosinistra è al tramonto e il Pentapartito lontano, la solidarietà nazionale un inciampo necessario, il Compromesso un’idea spezzata. La società è in fermento: referendum su divorzio, i giovani sempre attivi, e non tutti violenti, la classe politica è rigida, stanca, burocratica e grigia. A tratti reazionaria. Leone rimane nell’immaginario come un presidente oscuro, una sorta di Nixon italiano, ma in realtà la storia è molto più articolata e dopo anni appare molto più istituzionale di quanto scritto per anni. 

Foto: Creative Commons

La fortezza Bastiani di Matteo Lepore

Editoriale per il Corriere di Bologna-Corriere della Sera

Giovanni B. Drogo, è il sottotenente che non vide mai i nemici giungere alle porte della fortezza Bastiani e ne ricavò frustrazione e prostrazione per un confronto bellicoso tanto agognato quanto inutilmente atteso. La Destra, come scritto, è ancora in panne e Matteo Lepore ha appena ricevuto da Enrico Letta in visita in città l’ennesimo endorsement, che è anche un auspicio che suona però come una profezia: “Lepore è imbattibile”. La scaramanzia non c’entra, e i dati sono inequivocabili e cinicamente schietti.

Il punto politico è che qualora fosse eletto sindaco, come plausibile ritenere, Lepore avrebbe di fronte la peggiore consiliatura possibile e uno scenario da guerra fratricida. In assenza di una opposizione in grado di sfidare prima del voto e di presentare un capo che costruisca le basi per l’alternativa e l’alternanza (come del resto, in parte, nel caso di Virginio Merola), l’intera posta del conflitto si trasferirebbe/trasferirà all’interno del centro-sinistra. Che già storicamente non brilla per unità. In mancanza di una forza competitiva Lepore non potrebbe invitare i suoi a serrare le fila per evitare di cedere il passo all’avversario su questioni delicate e divisive o su scelte cruciali per la città. Il vuoto di avversari implica una “condanna” a governare per le forze del centro-sinistra che si sentirebbero deresponsabilizzate e quindi potrebbero alzare il tiro, avanzare proposte “ideologiche” al solo fine di rimarcare la propria identità e rassicurare la base di riferimento. Sarebbero cioè indotte a spingere l’agenda municipale in direzione di politiche “simboliche”, proprio per consolidare il recinto elettorale. Il rischio è un compromesso al ribasso, una sorta di manuale Cencelli della redistribuzione di piccole parcelle politiche a ciascuno dei sostenitori, senza riportare l’afflato universalistico e ambizioso che a tratti Lepore ha presentato in campagna elettorale sinora. Con una maggioranza consiliare che per il centro-sinistra potrebbe raggiungere cifre inedite, il negoziato, e il conflitto si trasferirebbero quasi interamente all’interno delle forze progressiste. Lo scenario per nulla improbabile è quello di un sindaco in balia di bande interne al Partito democratico nonché dei (troppi) partiti alleati della coalizione, i cui confini appaiono ancora troppo flessuosi. Inoltre, senza o con poca disciplina nei partiti, e dunque in Assemblea, il rischio sarebbe la palude, con continue minacce, ricatti ed estenuanti negoziazioni. In aggiunta si potrebbe avere quale prospettiva, solo parzialmente alternativa alla prima, lo svuotamento della Galleria dei Senatori con un accentramento nelle mani del primo cittadino indotto ad eludere i tranelli consiliari procedendo per “delibera/ordinanza”. 

La varianza interna alla coalizione è molto, forse troppo, ampia. Si prospetta non l’Ulivo, ma l’Unione, e per tenere tutti “insieme” non basterà “ago e filo”, ma ci vorranno le forbici, per evitare un programma monstre di centinaia di pagine e troppe voci, intese come punti. Dalla estrema sinistra, ai movimenti, al civismo, al centro, ai fedeli di Isabella Conti, fino all’ambientalismo e al PD, quest’ultimo già di suo eufemisticamente attraversato da correnti e fazioni. Lepore dovrebbe puntare a rafforzare il suo partito, perché diventi perno non solo culturale, ma anche legislativo ed evitare il mercato delle singole proposte in contraddizione tra loro. Le tensioni con Labàs delle ultime ora preludono a terribili scontri identitari, che ciascun attore sarebbe propenso a sviscerare in mancanza presumibile di sanzioni politiche. Il numero di veto players, di coloro in grado di esercitare un potenziale di “veto” e di “ricatto” è tremendamente alto. E si tratta di “nemici” interni. Nel “Deserto dei Tartari” un soldato uscito dalla fortezza per recuperare un cavallo scappato venne ucciso da una sentinella amica, ma zelante. Lepore dovrà concentrare tutte le sue energie all’interno del proprio campo per indurlo a miti consigli, e consiliature, anche nella fase di definizione delle liste e dei nomi che le compongono, per evitare che in attesa del nemico esterno quello interno cresca troppo e velocemente. Il sottotenente Lepore è avvisato. 

Occupare il Nord. Il PD agisca per conquistare Veneto e Lombardia

Editoriale per Domani

Festa della zucca di Pecorara sull’appennino di Piacenza, che già pare il carteggio della scenografia di Cesare Zavattini, e Giulio Tremonti sibilante invita gli astanti, militanti della Lega Nord a guida bossiana, ad “occupare l’Emilia”, mentre quelli invocavano la secessione unendosi alla Lombardia. L’avanzamento delle camicie verdi verso sud ha nel mirino la terra rossa emiliana e la crescita elettorale è in quegli anni – siamo nel 2009 – prologo del tentativo, poi fallito, di un partito nazionale a guida Matteo Salvini da Locri. Nessuno a sinistra prende sul serio l’intento leghista, e il PD si crogiola su fasti ormai decadenti. Qualcuno che scrive, legge e analizza le sorti dell’Emilia fu rossa esiste, ma l’auto-considerazione dei dirigenti è elevata, salvo trasformarsi in auto-commiserazione appena il vento cambia come se non ci fossero stati cattivi, evidenti, presagi ad annunciare tempesta. L’incitamento/motto del ministro delle Finanze diventò anche il titolo omonimo per un ben fatto documentario (Lombardi-Tomassone-Aurighi), ma le vittorie, pur rocambolesche, tacitano quasi sempre tutto e tutti. Tanto che la sorpresa aleggiava ancora allorché la Lega (Nord) del sen. Salvini nel 2020 rischiò il colpaccio vittoria, se non fosse stato per la super mobilitazione e per il contributo dell’area metropolitana bolognese, e se non avesse candidato una figura politicamente evanescente. Ma nel PD ancora le ragioni di quella vittoria non sono state ben investigate, e pertanto non capite adeguatamente. 

Il Partito democratico dovrebbe produrre una azione politica analoga e di segno contrario, una pianificazione di “conquista” elettorale. Perché? Per varie, concomitanti e convergenti ragioni. È impossibile, impraticabile, ambire ad essere partito di governo nazionale senza la guida almeno di Lombardia e/o Veneto, come minimo di una delle regioni più prosperose, ricche e popolose. Il PD non può limitarsi alla gestione delle grandi città, delle aree metropolitane; non sarebbe credibile, oltre che non competitivo. In Italia il 70% dei comuni ha meno di 5.000 abitanti, che rappresentano il 17% della popolazione nazionale; di tutti questi il 45% si trova dislocata tra Piemonte, Lombardia e Veneto (fonte ISTAT). Inconcepibile non avere una prospettiva per governare il Nord, che implica l’accento su una netta distorsione geografica, con l’enfasi su talune aree e la quasi assenza in altre, frutto di insostenibili differenze geografiche. Il PD non è il partito della ZTL, una definizione facile per i talk show domenicali, è piuttosto il partito dei dipendenti pubblici. Il dato su chi siano gli elettori democratici genera la condensazione e la concentrazione spaziale, e non il contrario. L’aspetto geografico è una conseguenza e perciò distorcente se assume caratteri esplicativi. Se guardiamo alle caratteristiche socio-demografiche e professionali, emerge un quadro inquietante per il Nazareno. Un solo dato circa le professioni: gli operari che hanno votato PD erano il 23% nel 2013 e solo il 10% nel 2018 (fonte ITANES).

Le ragioni di una riscossa che parta da Nord, come detto, sono molteplici e poggiano su basi agilmente spendibili sul piano politico, elettorale e persino comunicativo. L’asse lombardo-veneto non rappresenta affatto un “modello” di buongoverno, come da sedicenti esaltazioni e da troppo remissive qualunquiste asserzioni. La Giunta e l’amministrazione del Veneto e della Lombardia rappresentano in realtà casi esemplari di malgoverno, per molti aspetti. Dalla sanità, martorizzata e consegnata ai privati, alla gestione del territorio e dell’ambiente. Dai diritti sociali a quelli civili, posti in secondo piano rispetto al perseguimento esclusivo della difesa degli interessi imprenditoriali, o meglio solo di una parte di essi. Il Presidente Luca Zaia è un politico di professione, eppure si presenta come parvenu, ed è meno valido come amministratore di quel che si narra. Perché manca un racconto alternativo credibile. È un politico per nulla “moderato”, ma ha i tratti ideologici tipici dell’estrema destra (basterebbe ricordare i molti momenti di puro razzismo), come il partito cui appartiene, sebbene ogni tanto provi tatticamente a sganciarsene. Parimenti, nel caso lombardo la mala gestione della pandemia è evidente, come la disarticolazione degli istituti di welfare e una allegra e lasca amministrazione del bene pubblico e delle nomine politiche. Il Nord rimane perciò centrale. Nel post Liberazione si parlò di “Vento del Nord”, a indicare l’aria di libertà che spirava in seguito alla lotta di Resistenza e al movimento civico-politico che ne scaturì investendo l’intero Paese. Oggi nelle regioni settentrionali vivono e lavorano la maggior parte degli operai e dei lavoratori dipendenti, ossia l’elettorato “tipico” dei partiti progressisti, almeno nella storia e nell’afflato. E, dunque, in prospettiva. In termini di rappresentanza Lombardia e Veneto generano una quantità di seggi pari a quasi un sesto del totale, derivante dalla popolosità, mentre il Sud si svuota con la continua migrazione unilaterale. È tempo di impiantare una squadra speciale, a tempo pieno, con azione e impegno effettivo permanente. Amministratori locali, dirigenti ed eletti del PD, esponenti di associazioni, intellettuali, lavoratori e imprenditori. Una vasta operazione di ascolto, di apprendimento, di raccolta dati, di incontri. Attivare militanti, giovani, donne, precari, in territori dove la disuguaglianza è cresciuta enormemente ed esiste una sete atavica di sinistra e di diritti sociali. Una domanda inevasa di partecipazione e di rilancio dei valori progressisti. Per “occupare il Nord”, partendo dai molti dati ed analisi presenti, ma tentando di riconnettersi “sentimentalmente” con quel mondo. Una riunione mensile della Direzione nazionale svolta nelle province lombardo-venete sarebbe l’ideale, da ripetere con incontri periodici itineranti in giro per il Paese. Per dare un segnale, ma soprattutto per raccogliere idee, critiche e informazioni. Andare nella tana del lupo, e stanarlo. È un lavoro di lunga lena, ma da qualche parte e prima o poi bisognerà principiare. Un esempio può venire dai Democratici americani. I quali grazie a un lavoro intenso, diffuso, articolato, e prolungato, hanno conquistato la Georgia, strappandola al controllo dei Repubblicani. Grazie a una mobilitazione capillare, a un disegno strategico e ad un obiettivo condiviso, Biden e i suoi hanno vinto le elezioni presidenziali nello stato di Atlanta come non succedeva dal 1972 (Presidente Carter), hanno vinto i due seggi senatoriale e nel 2018 per una inezia hanno perso la carica di Governatore. Nel 2012 Renzi aprì la campagna elettorale per le primarie da Verona, nel 2014 il PD risultò primo partito con il 38% in Veneto e il 40% in Lombardia. Il Nord non è una battaglia persa, come talvolta pare sia considerato. Gli elettori sono molto (per i miei standard troppo) mobili e volatili, e cambiano comportamento elettorale con repentina facilità (il 36% nel 2013 e il 26% nel 2018). Purché individuino, elaborino ed indichino una proposta alternativa. E che i dirigenti del centro-sinistra non dicano, come troppe volte accaduto, che quegli elettori sono ontologicamente di “destra” o leghisti e che quindi è possibile vincere solo per un accidente della storia. Il caso virtuoso di Milano, la bella battaglia delle regionali di Ambrosoli del 2013, il tentativo di Gori nel 2018, pur in uno scenario tripolare, le decine di comuni vinti in Veneto, dimostrano che la battaglia è aperta. Togliatti voleva che il PCI avesse una sezione in ogni comune, ovunque ci fosse un campanile; il PD provi almeno a recuperare qualche punto percentuale, perché il Nord determinerà il prossimo assetto parlamentare. Si può fare.

Senza la destra

Il mio editoriale per il Corriere della Sera-Corriere di Bologna

«Cavallo scosso». Di primo acchito la Destra partitica di Bologna è simile agli equini in corsa al Palio di Siena che hanno appena disarcionato il fantino e corrono solitari verso la metà, spinti più dalle urla e dalla paura della folla che per una pianificata azione di competizione ippica. In realtà questa fascinosa abusata metafora non rispetta completamente le condizioni in cui versa la destra bolognese, ed emiliano-romagnola in genere. Non ha perduto per un accidente della storia il proprio leader/fantino, semplicemente non lo ha allevato, ne è priva e perciò si affida al caso. Al fato, alla casualità, all’errore dell’avversario, a congiunture astrali che non sempre si verificano.

A tre mesi dalle elezioni amministrative ancora non è all’orizzonte nessun profilo di candidato semplicemente perché in questi anni la destra si è comodamente adagiata sulla condizione di opposizione, confidando in una redistribuzione dei consensi derivante dal crescere della popolarità di Berlusconi prima, del senatore di Locri dopo, e infine sperando nell’exploit di Meloni. Di cui in città esistono diversi epigoni e sostenitori, incapaci però di progettare – questo dice la realtà storica – una proposta alternativa al centro-sinistra, con cui hanno provato a convivere, talvolta in maniera consociativa, ma mai aprendo una sfida serrata, franca, programmata. Il 1999 fu un incidente nella storia della città – in più Guazzaloca non era di destra – e non si ripeterà nel breve, perché l’alternanza non si improvvisa, va costruita coltivando l’alternativa, di cui negli ultimi lustri non si è vista traccia. Un po’ come fece per anni il centro-sinistra a Milano che giungeva agli appuntamenti senza capo (né coda) e confidava che il candidato estratto quasi a sorte compisse il movimento divinatorio spalancando le porte del Municipio, prima di capire che fosse necessario gettare le basi per il cambiamento e intraprendesse il percorso di ascolto e costruzione della leadership con Pisapia. Sotto le Due Torri la destra non ha alcuna chance e lo dimostra il fatto che il candidato non sia ancora pronto non solo perché ci sono state le primarie del centro-sinistra, ma perché non ha nomi (e cognomi) autorevoli e competitivi da spendere che siano in grado di sfidare realmente Lepore. La candidata sfidante di Merola nel 2016 ha de facto lasciato Palazzo d’Accursio e non si è posta come guida dell’opposizione né in Consiglio né in città, tantomeno a capo della coalizione. Analogamente non è emerso nessun disegno complessivo di costruzione di progettualità, ma singoli che hanno talvolta criticato su aspetti puntuali l’amministrazione uscente ovvero hanno presidiato Bologna quali reggenti locali dei rispettivi referenti nazionali.

Abituati alle prebende padronali della destra conservatrice derivanti dalla guida del Cavaliere, il centro-destra locale non riesce a proporre un progetto realmente intraprendente, tale da mettere in discussione il PD. I rapporti di forza elettorali in campo lasciano poco spazio e residue velleitarie prospettive immediate, tanto da indurre ad un comprensibile attendismo sebbene infruttuoso. Tuttavia, per vincere in futuro la Destra dovrebbe iniziare a scavare sin da ora. Mettendo sul tavolo idee, proposte, e risposte, senza indulgere in tatticismo.

L’impasse in cui si trova per indolenza il centro-destra non è congiunturale, ma storico, cronicizzato. La sfida Lepore-Conti è stata solo un alibi, ché una forza sfidante avrebbe dovuto avere in carniere una contromossa matura da mesi, forse anni. Il candidato – chiunque – che arriverà nei prossimi giorni sarà comunque un ripiego, poiché non figlio di un progetto lungimirante, ma un cappello poggiato su una seggiola per segnare il posto. L’inezia della destra rende ineluttabile, e perciò negativa, l’egemonia del centro-sinistra/PD. L’assenza di competizione degenera e produce conseguenze negative per l’intera città; per il centro-sinistra che non si sfidato si crogiola, vanesio talvolta, egocentrico, e per il centro-destra che non in grado di con-vincere declama diversità, si autocommisera, ma rimane trincerato nella ridotta personalistica di pochi peones locali. Orfana del Cavaliere, la destra di Bologna dovrebbe quantomeno tentare almeno a racimolare un fantino. Proponendogli un percorso.