Il Sud respinge l’opa di Salvini

Il Sud respinge l’opa di Salvini

Napoli, la prima città d’Europa a liberarsi autonomamente dal nazifascismo durante le celebri “quattro giornate”, magnificamente ricordate nel film omonimo diretto da Nanny Loy. La capitale Partenopea, ostile a ogni “invasione”, rappresenta l’ostacolo più arcigno al tentativo della Lega (Nord) di  avanzare al Sud, una mascarade guidata dal Sen. Salvini – di cui abbiamo parlato su queste colonne – e già fallita nei fatti perché mendace e infondata sul piano culturale.

Proprio al Sud la Lega rischia molto alle imminenti elezioni regionali, in un contesto complessivamente sfavorevole al Carroccio.

Sul piano internazionale l’alleanza ultra-conservatrice miete meno successi che in passato sebbene sia ancora solida nel complesso, e in molti ambiti, certamente quello economico-finanziario, continui ad essere influente o egemonica. Le singole realtà della rete del varipointo gruppo che trae ispirazione da D. Trump, J. Bolsonaro, M. Le Pen e dalla “foto” di Visegrád sono paradossalmente esposte proprio agli effetti dell’isolamento nazionalista. La torsione individualista inflitta dal Covid-19 ai sogni di geopolitica sovranisti ha mostrato l’irricevibilità teorica prima che pratica del modello che mira al ritorno di fiamma delle (piccole) patrie. Mentre la forza economica, militare, e la statura di altri leader consente pero’ di sopravvivere almeno sul piano nazionale, la Lega (Nord) paga l’irrilevanza della visione e dello spessore politico-culturale del senatore eletto nella Locride.

Stretta e ristretta dunque nella geografia dello Stivale, la Lega (Nord) punta a rimediare al crollo di consensi che la investe da un anno almeno. L’abbandono del Governo nell’estate in cui l’ex Ministro dell’Interno vestì i panni del bullo di periferia ha marcato l’inizio della fine per un progetto cui oltre alle citate idee e prospettive teoriche e culturali, manca oggi anche la copertura aerea delle risorse (latu sensu) derivanti da incarichi istituzionali. Il ricorso disinvolto ai benefici delle funzioni di Governo lascia spazio a pesanti costi organizzativi in una fase di allontamento di iscritti, simpatizzanti e donatori vari. Cui si sommano i problemi giudiziari del Sen. Salvini per la vicenda migranti nonché quelli legati alla galassia di procacciatori di affari legati al partito. Al netto del procedimento giudiziario che deve ovviamente garantire ogni cittadino, nel complesso queste condizioni “di contesto” non aiutano il Sen. Salvini né la Lega (Nord) a detrimento dell’imagine e dell’attrattività del partito.

Infine, il contesto locale, pur nelle specificita’, rimanda a un “terreno di caccia” complicato, per un leader che ha perso il momentum, e un partito scavalcato a destra da Giorgia Meloni, e con la crisi economica che ha sbiadito il tema immigrazione, palesando il balbettio leghista sulle proposte.

Da sempre Napoli ha rappresentato la gola stretta, ostico budello per il passaggio dei “barbari sognanti” verso i mari caldi e i bacini di voti di elettorali “volatili” del Sud. I segnali sociali che provengono dalla Sicilia, dalla Calabria, da Torre del Greco e da Napoli indicano che l’aria è cambiata davvero. La Lega torna al Nord.

In Campania la lista di Salvini andrà sotto al 5% scomparendo dai radar locali; in Puglia se Michele Emiliano fosse sconfitto a prevalere sarebbe il centro-destra a trazione “Alleanza nazionale”, da sempre forte in regione, e forzista, ossia la “Casa della liberta’” rivista e corretta, con la Lega a traino. La stessa dinamica si potrebbe avere nelle Marche, sebbene la portata del cambio di governo sarebbe più ampia, ma avrebbe comunque la Lega (Nord) in posizione ancillare. L’unica vittoria quasi certa, anche per abbandono dell’avversario, è il caso Veneto, in cui il centro-sinistra ha rinunciato troppo presto, assecondando l’adagio non verificato del “buon governo” di Luca Zaia. Uomo politico della Lega (Nord), o meglio della Łiga Veneta, militante da sempre, ma competitore diretto del segretario nazionale e percio’ non ascrivibile alle vittorie di Salvini. La Liguria delle fazioni a sinistra, delle vendette e dei ricatti, menù fisso dei progressisti, vede al vertice della Giunta un politico affine alla Lega e a Salvini che pero’ difficilmente potrebbe includere tra le vittorie stretegiche delle camicie verdi-brune.

Rimane la Toscana, diventata suo malgrado luogo di una finta sfida all’O.K. Corral, mentre in realta in un Paese “normale” si tratterebbe solo di una competizione locale. La vittoria della coalizione di centro-destra non sarebbe un attentato alla democrazia, al netto dell’insipienza delle proposte politiche della candidata alla Presidenza e degli strafalcioni sulla Storia. Si tratterebbe semmai di fisiologica, e persino auspicabile, alternanza al potere. Ma la sinistra, e Matteo Renzi, dominus della regione, ne hanno fatto un luogo e una contesa meta-simbolica in cui si gioca una partita nazionale  (come lo scorso anno in Emilia-Romagna) nella quale l’ex Presidente del Consiglio puo’ segnalare la sua rilevanza e indispensabilità. Ma in assenza di un progetto nazionale sifdante, e in difficoltà per la coabitazione con il populismo del Movimento 5 stelle, il PD inscena la consueta battaglia di civilta tra il “bene” e il “male”. Uno schema schmittiano, in atto stancamente dal 1994, che va bene a Salvini, a Renzi e al PD in cui tutti gridano alla liberazione.

Tuttavia, nella trasposizione cinematografica della Resistenza napoletana delle “quattro giornate” c’è un eccelso Gian Maria Volonté, che guida il riscatto, la dignità e il valore del Sud, e metaforicamente dell’Italia intera a pochi giorni dell’8 settembre. Fuori dai teleschermi non si intravede analogo afflato, ma solo lo scimmiottamento in chiave iper-realista. Ne riparleremo.

La Lega resta Lega Nord

Editoriale per il Riformista

Per capire cosa rimanga della Lega nord dopo il Consiglio Europeo che ha allocato 750 miliardi per il Recovery found attribuendone 209 all’Italia bisogna partire da lontano, e non da Bruxelles. La Lega presenta il suo gioco, lo schema seguito per anni, sin dagli albori. Gli zoologi sanno che molti animali pur facendo percorsi lunghi, ed esplorando il terreno circostante, inevitabilmente, tornano alla propria tana. Sempre. Da cui non vogliono, non possono e non sanno allontanarsi. Questa dinamica è esattamente quanto successo alla Lega (Nord) e al suo capo, il senatore Matteo Salvini. Una volta liberatosi del fardello ideologico del partito fondato e guidato dal leader carismatico Umberto Bossi, Salvini ha pensato di potere condurre verso nuove lande la Lega e i suoi seguaci. Il tentativo audace di espandersi si è pero’ schiantato contro la realtà fattuale, ché per costruire un partito nazionale non bastano escursioni culinarie o comizi in riva al mare. Certo, per diversi disattenti osservatori, e politici pragmatici da palati poco fini, è apparso a un certo punto che fossimo di fronte alla Lega nazionale. Taluni con sprezzo del pericolo e dell’onta arrivarono a definire la Lega Nord quale novella Democrazia Cristiana, ossia il fu partito complesso, complicato, articolato, contradditorio, controverso, ma che ha contribuito fortemente al consolidamento democratico del Paese. Il contrario della Lega, partito di estrema destra, xenofobo e basato sulla difesa di un solo territorio, il Nord, e di una sola categoria, gli imprenditori. Da quel territorio la Lega non è mai uscita, ha fatto delle escursioni, delle esplorazioni, dei tentativi, ma è sempre tornata alla tana. Salvini ha provato a stabilire delle casematte, degli avamposti in territori ostili, e cavalcando spregiudicatamente il razzismo contro i neri, gli immigrati, e ogni diverso, ha tentato di scatenare una guerra sociale aizzando gli animi del popolo minuto per celare l’assenza di propotse politiche valide per superare le diseguaglianze.

La parabola discendente della Lega e del sen. Matteo Salvini è altresì evidente considerando le vicende politiche dell’ultimo anno trascorso. L’ebbrezza del 34% raccolto alle elezioni europee del 2019 ha indotto il capo della Lega Nord ad immaginare una possibile scalata al Governo, senza aver fatto i conti con la sua superficiale conoscenza delle dinamiche parlamentari e appena sufficiente di quelle di potere. Il territorio era per lui e i suoi peones culturalmente nuovo, estraneo, sebbene la Lega lo abbia frequentato per trent’anni e avendo governato per 10 degli ultimi 25 anni. Salvini non ha solcato i Palazzi ministeriali e ha snobbato quelli parlamentari non perchè vagabondo o cialtrone, come pure comodo dire per il Partito democratico, per disinteresse o mancanza di rispetto, ma semplicemente perchè quei luoghi sono altro rispetto a quanto lui consono. Non avendo competenze specialistiche, ed essendo un politico generalista, era ovviamente meglio attrezzato per le riunioni con i propri elettori e soprattutto militanti, i quali per definizione, in qualsiasi partito non esigono prove empiriche rispetto alle proposizioni presentate. Inoltre, nel caso della Lega la forte personalizzazione ha censurato qualsiasi discussione e definitivamente azzoppato un partito che negli anni aveva coinvolto in discussioni migliaia di persone su temi controversi, ma rilevanti (dal federalismo al ruolo dello Stato e al mercato). Che il disagio per i luoghi “nuovi” fosse persino una afflizione fisica era evidente in Salvini, che pero’ ha accettato, sempre a favore di telecamera e senza contraddittorio, di recarsi nel tanto disprezzato Sud, di dialogare con i lavoratori statali da sempre scherniti dalla Lega, e finanche di indossare giacca/cravatta e occhiali dozzinali su consiglio di spin di provincia. Era come mettere la pelle di un orso sopra un cavallo, si notava che stonasse.

Nessuna novità, dunque, sotto il sole pallido di Bruxells. Salvini sta giocando la sua legittima partita, e davvero non si capisce perchè dovrebbe cambiare. La Lega è stata storicamente ostile all’Unione europea, tranne per una breve fase prima dell’Euro in cui cianciava di Europa delle regioni. Ma soprattutto la Lega è anti/italiana. E su questo punto Giorgia Meloni ha infatti abbandonato l’amico e competitore perchè non riconoscere l’interesse nazionale sarebbe stato troppo per Fratelli d’Italia. Il Recovery found è una policy importante, presenta vantaggi e quache rischio calcolato, ma è nel complesso un’ottima notizia per il Paese. Per Salvini, come egli stesso ha recitato, la scelta del Consiglio europeo rappresenta una sciagura, proprio perchè indebolisce il suo afflato, o meglio la sua presa nazionalista. In realtà, la saggia decisione dei leader europei, lo renderà ancora piu aggressivo sul piano politico nei prossimi mesi, ma sarà inevitabilmente risucchiato nella spirale del nazionalismo territoriale, del Nord prima, del territorio produttivo che soffre per mano della strega cattiva prusso/francese. E’ inesorabile, Salvini non ha mai lasciato il Papete, non puo’ farlo, perchè è la sua cifra, l’ambiente in cui nuota meglio. Fosse stato alla negoziazione sarebbe stato in grave imbarazzo non avendo i talenti per condurre una negoziazione che richiede savoir faire, conoscenza delle lingue, proposte, visione, competenze tecniche e abilità negoziali, reputazione e credibilità.

Il resto è folcklore, gioco delle parti, come le comparsate del leader nazionalista Geert Wilders, il cui atteggiamento pero’ rappresenta un vero pericolo che mette a repentaglio la tenuta del tessuto sociale, culturale e politico dell’Unione Europea.

Infine, va ricordata la recente rappresaglia di Salvini nei confronti della sinistra partendo da temi di destra. Dall’immigrazione, alla solidarietà, al lavoro la Lega sta tendando di mettere in difficoltà i progressisti italiani giocando la carta del tradimento dei valori. In questa chiave va letta la provocazione su Enrico Berlinguer. Senza scomodare le persistenti suggestioni circa la Lega come partito portatore di istanze progressiste, la mossa di Salvini è un agguato valoriale al mondo di sinistra. Ma la vera partita è tra internazionalismo e sovranismo, sebbene qualche allocco pensi che la Lega lavori per i derelitti.

Puo’ darsi che finalmente il PD capisca che con la Lega non c’è proprio nulla da dialogare sui fondamentali, e che pertanto dovrebbero essere lontani. Sulla questione settentrionale, ad esempio, farebbero bene anche ad essere piu cauti alcuni dirigenti democratici. Il Sud non è la zavorra del Paese, che si salva solo unito. Per cui, meglio tornare a miti consigli sull’autonomia differenziata, sul Nord sofferente e il Sud inguaribile cialtrone. A meno che una parte del PD non consideri in cuor suo la Lega un modello da imitare, in qualche misura. Ma ricordino che la Lega non si è mai allontanata dalla tana, ha fatto solo una lunga passeggiata, ma tornerà, presto o tardi, guidata da Salvini o altri, nel quadrilatero tra Lodi, Treviso, Varese e Cuneo. È legge di natura.

 

Strage di Stato. Stato di strage

editoriale per il Corriere della Sera

L’estate del 1980 fu terribile per l’Italia intera, ma per Bologna fu particolarmente acre e dolorosa. Sanguinante e segnata dalle lacrime per i morti provocati dall’abbattimento dell’aereo DC-9 Itavia sui cieli di Ustica e per la bomba di matrice masso-fascista esplosa nella sala di attesa della Stazione Centrale. Centinaia i morti (166 nel totale dei due casi) e i feriti, che ancora esigono Giustizia e verità.

Quei due eventi non erano purtroppo una novità, ché la Storia della Republica italiana è una vicenda martoriata, segnata da lutti, trame di servizi segreti deviati, traditori della Carta costituzionale, tentativi di golpe piu o meno striscianti, terrorismo. Il tutto combinato con silenzi, omissioni, verità negate, ricostruzioni parziali, tentativi di depistaggi, massoneria, P2 e mafia.

Da Portella della Ginestra passando per il 12 dicembre del 1969, a Piazza Fontana a Milano, dove l’Italia perdette per sempre l’innocenza e inauguro’ la cosidetta strategia della tensione, al rapimento e omicidio di Aldo Moro, all’uccisione di Falcone e Borsellino, al terrorismo nero e le Brigate rosse, e decine di altri eventi tragici, che compongono un doloroso rosario di morti e ingiustizie impossibile da riportare in un editoriale.

Stragi di Stato, troppe, uno stato di strage, filo rosso che lega l’ossatura malata della storia repubblicana. Lo Stato che non tutela e che invece cela allontanando da sé la fiducia dei cittadini.

«Io so», disse di quella fase qualche anno prima del 2 agosto 1980 riferendosi ad altre due stragi (del 1974) – Piazza della Loggia a Brescia e l’Italicus alle porte di Bologna -, il Pier Paolo figlio illustre della Città Dotta. Oggi molto sappiamo, ma troppo rimane ancora oscuro. Le conoscenze accumulate derivano dal lavoro di giudici, forze dell’ordine, storici, giornalisti, e dalla ricerca qualificata e instancabile, encomiabile, dell’Associazione tra i familiari delle vittime, sia nel caso di Ustica che per la strage della Stazione. Daria Bonfietti e Paolo Bolognesi coordinano, conducono e proseguono, infaticabili, una lotta civica che ha fornito molte informazioni e offerto il materiale per disvelare il sistema di trame e complotti parallelo allo Stato democratico.

Un dolore che non è solo dei ‘parenti delle vittime’, ma è una piaga sociale lancinante e putrida che va sanata per ridare dignità alla democrazia. Oltre che onorare la memoria delle vittimie, risarcendo i familiari.

L’orologio della Stazione continua a segnare le ore 10.25, quando tutto si fermò. Ma oggi quel segno impietrito rischia di essere perso dalla frenetica attivita della stazione “Alta velocità” con la gran parte dei passeggeri che non vede la lapide della sala di seconda classe dove esplose l’inferno. Si potrebbe rimediare con del materiale informativo permanente vicino a quello numeroso e prosaico su orari e bibite. Sarebbe un ottimo viatico in una fase storica di prove di rimozione collettiva, di normalizzazione della ferocia assassina, di banalizzazione del male, di dissimulazione delle responsabilità e di goffi tentativi di riabilitazioni collettive.

Bologna fu colpita duramente, ma seppe rialzarsi. Sin dalle ore imminenti la strage la solidarietà fu il tratto distintivo, come tradizione. Dal famoso autista del bus numero 37, ai tassisti, agli infermieri, ai cittadini che accorsero per offrire aiuto furono a centinaia, mentre già marciava la macchina della disinformazia, del depistaggio, alimentata ancora oggi da qualche cantore sciocco, mentre Mambro e Fioravanti, terroristi dei Nar di estrema destra, sono stati condannati quali esecutori materiali. Rimane da svelare la trama di coperture politiche e istituzionali.

Bologna esige rispetto, e rivendica verità e giustizia. E lo fa con la consueta composta fermezza, solida, ostinata e tenace fino a che non si apriranno gli ultimi faldoni e non si cancelleranno le residue ombre illuminando gli angoli bui della Repubblica, tale solo se non esistono “segreti di Stato”.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella oggi è in visita ufficiale alla città medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, nella settimana in cui si commemora il 40˚ anniversario della strage.

Il 2 agosto del 1980 accorse a Bologna un altro Presidente, Sandro Pertini: «Siamo di fronte all’impresa più criminale che sia avvenuta in Italia» e pianse ricordando due bimbi in sala rianimazione.

La presenza del Capo dello Stato è un ottimo segnale, un buon auspicio. Un gesto di grande significato istituzionale, sociale, politico-culturale e civico, linee guida della Presidenza Mattarella, parco nel numero di parole usate, prodigo nel fornire il giusto esempio, da vero Padre della Patria e promotore della democrazia. Benvenuto Signor Presidente.

Il partito di Conte? L’illusione del consenso

Editoriale per Il Riformista

Affinché la società progredisca e avanzi è necessario che qualcuno tenti l’impossibile. A farlo sono notoriamente i capi che, secondo Max Weber (di cui ricorre il centenario della scomparsa), in qualche misura devono essere anche «eroi», nel significato «sobrio» della parola. Questa intrapresa di “progresso” è stata recentemente affidata ai cosiddetti “partiti personali”. Un ossimoro, un errore di definizione e concettuale. Si tratta di formazioni politiche, di partiti a bassa intensità democratica, con forte verticalizzazione, elevata gerarchia unita a bassa densità organizzativa e con grande influenza del capo. Che sovente è il fondatore del partito è in taluni casi anche il proprietario, come nel caso notorio di Forza Italia/Silvio Berlusconi e, almeno nella prima fase, del Movimento 5 stelle/Casaleggio. Nei partiti del capo il leader sovrasta l’organizzazione o il partito, lo rappresenta, lo incarna, lo evoca e lo simboleggia, e il partito stesso si identifica con lui. Il nome del capo accompagna quello del partito, a volte diventandone sinonimo e assumendo caratteri fungibili. In Italia, contrariamente a quanto si legga e (mi dicono) si senta, esistono in realtà “partiti con un capo” e soprattutto “liste personali”, entrambe spesso sopravalutate e sovrastimate. Recentemente il “dibattito” si è concentro attorno alle potenzialità elettorali di un “partito” guidato dal, e quindi del, Presidente del Consiglio dei ministri, Giuseppe Conte.

Diversi istituti demoscopici hanno segnalato un “peso” elettorale pari in media al 10% circa. Di primo acchito sembrerebbe “molto”, ma potrebbe esserci uno scarto rispetto ai voti reali. Non sono certamente i ricercatori a sbagliare, ma chi li interroga a porre la domanda sbagliata. In questa fase la popolarità è elevata e quindi molti elettori sono propensi a un sostegno futuribile che non costa nulla e non comporta responsabilità. Qualora invece sulla scheda elettorale comparisse un “partito di Conte” i risultati credo sarebbero assai meno lusinghieri, poiché al momento del sondaggio non viene inclusa la dinamica, meccanica e psicologica, della campagna elettorale. L’Italia è stata scenario per diversi casi di questa categoria con caratteristiche a volte diverse, ma tratti simili. Non basta aggiungere il proprio cognome (e nome) per fondare un partito, tantomeno per “creare” un partito personale, ché per nascere e prosperare necessità di molto più di un semplice gesto volitivo. La maggior parte sono “liste elettorali” personali con forte enfasi sul loro capo, che hanno avuto alterne vicende e in media deboli, se non scarsi e comunque effimeri risultati, e solo in pochi casi hanno riscosso ampi e duraturi successi. Il caso recente più eclatante, e simile a quello evocato o invocato per il Presidente Conte, è la lista Scelta civica-Monti, accreditata di molti consensi rispetto al pur importante 8% raccolto nel 2013 sebbene non sufficiente a fungere da ruolo pivotale in Parlamento, e poco dopo discioltosi. C’è poi la disastrosa esperienza elettorale della Lista Futuro e Libertà capitanata da Gianfranco Fini, che raccolse lo 0.5% benché a ridosso del lancio della nuova forza politica fosse accreditato di un valore superiore al 10%. Casi analoghi sono quelli della Lista Ingroia o quella Popolare/Lorenzin. In questa categoria di liste “personali” rientrano anche le formazioni promosse dal sen. Matteo Renzi e dal deputato europeo Carlo Calenda, o anche L’Uomo Qualunque di G. Giannini. Viceversa, esistono esempi di partiti abbastanza strutturati affiancati da una forte leadership personale, come Fratelli d’Italia/Meloni, +Europa/Bonino, SEL/Vendola, UdC/Casini che possono sopravvivere al proprio leader purché il partito non sia stato fagocitato dal capo stesso, come accadde ad esempio a IDV/Di Pietro, la cui sfortuna politica travolse l’intera organizzazione.

Come è evidente, non ci si improvvisa Charles De Gaulle o Berlusconi, Emmanuel Macron e nemmeno Juan Perón. L’ambizione è un bene prezioso in politica e nella società, ma il velleitarismo genera forte disillusione e alimenta la continua ricerca di un altro leader, consumando nelle more gli anticorpi democratici che invece richiedono partecipazione diffusa e intensa.

I partiti personali e/o del capo non sono perciò così diffusi come si potrebbe immaginare, ma al più sono comitati permanenti per la promozione del loro leader. La nascita di un partito non è un evento frequente poiché le nuove organizzazioni debbono innestarsi su fratture politiche e sociali (cleavages) e politicizzarle, proporre una nuova visione e persino ideologie, oltre ad avere ovviamente un “imprenditore politico” (in senso Schumpeteriano) in grado di farlo. Insistere sulla sola dimensione personale denota affetto per il tratto autoritario insito nelle liste del capo. Siamo invece spesso di fronte a partiti Tigri di carta, come li ha definiti Eugenio Pizzimenti (Pisa University Press 2020). Attenzione a confondere, sovrapporre, o persino sommare la “popolarità”, la riconoscibilità di talune figure politiche eminenti con la caratura elettorale allorché guidassero un partito “proprio”, cosa diversa da un partito di cui sono a capo.

Dunque, i partiti del capo sono l’eccezione, accompagnati da una miriade di liste “personali”, pochi capi senza partito, e vari partiti senza capo (né coda).

Why Poland’s president could lose Sunday’s runoff vote

New research explains why a first-round leader doesn’t always win the second round.

my article for The Monkey Cage – Washington Post

Poland’s President Andrzej Duda faces a second-round runoff election Sunday. Duda failed to clear 50 percent in the June 28 first-round election, which meant Poland would have to hold a runoff between the top two finishers. Duda faces Warsaw Mayor Rafal Trzaskowski in Sunday’s final vote.

In the first round, Duda had 43.5 percent of the vote, placing him ahead of Trzaskowski, the candidate of the centrist Civic Platform, with 30.5 percent. At first glance, these results suggest that Duda should easily win the presidency in the second round. However, our research suggests that the presidential elections in Poland could offer a further surprise.

The candidates

Duda is the leader of the Law and Justice party (PiS), a conservative political party that has been ruling the country since 2005. The party has taken a hard line on managing Europe’s migrants, showing its right-wing views on immigration. Many Poles have been strongly critical of efforts by Duda and the PiS to weaken the independence of the country’s constitutional judges.

Political scientists Kamil Marcinkiewicz and Mary Stegmaier predicted the likelihood of a second-round runoff here in the Monkey Cage, in part because of strong campaigning from Trzaskowski. And while we would normally expect the candidate leading after the first round to win in the second round, our research shows it’s not that uncommon to see the first-round winner lose in the final voting.

How we did our research

We could rely on polls to predict the final vote, but we take a different approach. Our research instead analyzes data related to the electoral results of the first round and the structure of the political system.

In total, we looked at 73 countries and 181 elections from 1945 to 2020, including presidential and semi-presidential regimes. We found that in about 30 percent of all second-round competitions (that’s 57 percent of all the presidential elections since 1945) in presidential and semi-presidential regimes, it’s the runner-up from the first round who wins in the end.

While the number of electoral comebacks — when this second-place finisher wins the presidential runoff — constitutes important data for understanding the political process in those countries, we wanted to investigate an intriguing aspect: Why does this happen?

What predicts this second-round comeback effect?

To make plausible predictions about second-round comebacks, we have considered several factors: the political regime (presidential or semi-presidential), presidential power, term lengths and the electoral formula for the presidential election. Moreover, we took account of a number of details about the first round of voting, including the number of presidential parties and the distribution of votes among the candidates, or how large the vote gap was between the first-round winner and the runner-up.

In Poland’s 2020 election, the factors that matter most in predicting the results are the number of political parties running, whether the incumbent president was running for reelection, the term length and the difference in the first-round vote count between the top two candidates.

Interestingly, even those candidates with a large vote share in the first round were not always safe in the runoff voting. In all but one case, our database of runoff comeback victories tells us that the difference between the top two candidates in the first round was less than 20 points. Thus, the first round is important, especially in light of the front-runner’s vulnerability and chances of being defeated in the runoff.

Predictions for Poland’s 2020 presidential elections, showing percent chance of each outcome. Figure by Gianluca Passarelli based on his data archives and data from the Polish interior minister.
Predictions for Poland’s 2020 presidential elections, showing percent chance of each outcome. Figure by Gianluca Passarelli based on his data archives and data from the Polish interior minister.

So what does this mean for Poland? 

There are several possible electoral scenarios. Based on our model, which takes account of many of these factors — including the electoral system, the number of presidential political parties, the presence of the incumbent running for reelection, the term length and the country’s democracy level, here are some predictions for Poland’s 2020 presidential elections:

1. Victory for Duda in the first round (which we know did not happen): about a 25 percent chance.

2. Duda loses in a second-round comeback: about a 14 percent chance.

3. Victory for Duda in the second round: about a 61 percent chance.

Therefore, our model suggests that it wasn’t that surprising that Duda did not win in the first round. And it would be surprising — but not totally out of the realm of possibility — for Duda to lose this weekend.