Candidati sindaci e partiti. A Bologna lo schema è ancora paritario

Il mio editoriale di oggi per il Corriere di Bologna-Corriere della Sera

Insieme all’ovvio e scontato interesse e interrogativo su chi avrebbe vinto, se al primo turno ovvero al ballottaggio, e su quanti elettori si sarebbero recati al seggio, la domanda sul ruolo del candidato alla carica di primo cittadino è stata e rimane centrale, focale. Alle elezioni amministrative la figura del potenziale sindaco ha assunto un ruolo preminente sul versante istituzionale, nella fase di campagna elettorale e successivamente nella guida della giunta locale. Per una serie di concomitanti ragioni, dunque, il primo cittadino si pone all’intersezione di una serie di interessi, figure politiche e amministrative. La vulgata la definisce “personalizzazione”, ma si tratta di un fenomeno politico articolato e a tratti difficile da indagare. Qual è il peso specifico del candidato sindaco? Quanto conta e incide sul complesso della sua lista e della sua coalizione? Il Sindaco quale primus super pares che guida l’azione politica, nomina e se del caso dimette gli assessori, risponde in prima persona dell’andamento amministrativo e rappresenta simbolicamente oltre che formalmente la città.  

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Bologna e il rischio appiattimento

Il mio editoriale per il Corriere di Bologna – Corriere della Sera

Uno spettro si aggira per Bologna… il conformismo. Facile, e banale, incipit per segnalare una pericolosa deriva sociale, politica e intellettuale. “La città più progressista” d’Italia, così è stata (auto) definita la nostra città dal candidato del centro-sinistra Matteo Lepore, un po’ troppo enfaticamente. Tuttavia, non avendo egli fornito una definizione di progressismo non possiamo misurare quanto Bologna si approssimi all’idealtipo evocato e dobbiamo perciò credergli sulla parola. È una efficace uscita comunicativa degna della campagna elettorale, ma dovremmo scavare un po’ più a fondo. Certamente sul piano sociale la capitale della via Emilia si distingue in ambito nazionale ed europeo, e anche nella fase pandemica lo ha ribadito. La parte dolente, molto, è connessa al progressismo sedicente in ambito politico. 

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La fortezza Bastiani di Matteo Lepore

Editoriale per il Corriere di Bologna-Corriere della Sera

Giovanni B. Drogo, è il sottotenente che non vide mai i nemici giungere alle porte della fortezza Bastiani e ne ricavò frustrazione e prostrazione per un confronto bellicoso tanto agognato quanto inutilmente atteso. La Destra, come scritto, è ancora in panne e Matteo Lepore ha appena ricevuto da Enrico Letta in visita in città l’ennesimo endorsement, che è anche un auspicio che suona però come una profezia: “Lepore è imbattibile”. La scaramanzia non c’entra, e i dati sono inequivocabili e cinicamente schietti.

Il punto politico è che qualora fosse eletto sindaco, come plausibile ritenere, Lepore avrebbe di fronte la peggiore consiliatura possibile e uno scenario da guerra fratricida. In assenza di una opposizione in grado di sfidare prima del voto e di presentare un capo che costruisca le basi per l’alternativa e l’alternanza (come del resto, in parte, nel caso di Virginio Merola), l’intera posta del conflitto si trasferirebbe/trasferirà all’interno del centro-sinistra. Che già storicamente non brilla per unità. In mancanza di una forza competitiva Lepore non potrebbe invitare i suoi a serrare le fila per evitare di cedere il passo all’avversario su questioni delicate e divisive o su scelte cruciali per la città. Il vuoto di avversari implica una “condanna” a governare per le forze del centro-sinistra che si sentirebbero deresponsabilizzate e quindi potrebbero alzare il tiro, avanzare proposte “ideologiche” al solo fine di rimarcare la propria identità e rassicurare la base di riferimento. Sarebbero cioè indotte a spingere l’agenda municipale in direzione di politiche “simboliche”, proprio per consolidare il recinto elettorale. Il rischio è un compromesso al ribasso, una sorta di manuale Cencelli della redistribuzione di piccole parcelle politiche a ciascuno dei sostenitori, senza riportare l’afflato universalistico e ambizioso che a tratti Lepore ha presentato in campagna elettorale sinora. Con una maggioranza consiliare che per il centro-sinistra potrebbe raggiungere cifre inedite, il negoziato, e il conflitto si trasferirebbero quasi interamente all’interno delle forze progressiste. Lo scenario per nulla improbabile è quello di un sindaco in balia di bande interne al Partito democratico nonché dei (troppi) partiti alleati della coalizione, i cui confini appaiono ancora troppo flessuosi. Inoltre, senza o con poca disciplina nei partiti, e dunque in Assemblea, il rischio sarebbe la palude, con continue minacce, ricatti ed estenuanti negoziazioni. In aggiunta si potrebbe avere quale prospettiva, solo parzialmente alternativa alla prima, lo svuotamento della Galleria dei Senatori con un accentramento nelle mani del primo cittadino indotto ad eludere i tranelli consiliari procedendo per “delibera/ordinanza”. 

La varianza interna alla coalizione è molto, forse troppo, ampia. Si prospetta non l’Ulivo, ma l’Unione, e per tenere tutti “insieme” non basterà “ago e filo”, ma ci vorranno le forbici, per evitare un programma monstre di centinaia di pagine e troppe voci, intese come punti. Dalla estrema sinistra, ai movimenti, al civismo, al centro, ai fedeli di Isabella Conti, fino all’ambientalismo e al PD, quest’ultimo già di suo eufemisticamente attraversato da correnti e fazioni. Lepore dovrebbe puntare a rafforzare il suo partito, perché diventi perno non solo culturale, ma anche legislativo ed evitare il mercato delle singole proposte in contraddizione tra loro. Le tensioni con Labàs delle ultime ora preludono a terribili scontri identitari, che ciascun attore sarebbe propenso a sviscerare in mancanza presumibile di sanzioni politiche. Il numero di veto players, di coloro in grado di esercitare un potenziale di “veto” e di “ricatto” è tremendamente alto. E si tratta di “nemici” interni. Nel “Deserto dei Tartari” un soldato uscito dalla fortezza per recuperare un cavallo scappato venne ucciso da una sentinella amica, ma zelante. Lepore dovrà concentrare tutte le sue energie all’interno del proprio campo per indurlo a miti consigli, e consiliature, anche nella fase di definizione delle liste e dei nomi che le compongono, per evitare che in attesa del nemico esterno quello interno cresca troppo e velocemente. Il sottotenente Lepore è avvisato. 

Senza la destra

Il mio editoriale per il Corriere della Sera-Corriere di Bologna

«Cavallo scosso». Di primo acchito la Destra partitica di Bologna è simile agli equini in corsa al Palio di Siena che hanno appena disarcionato il fantino e corrono solitari verso la metà, spinti più dalle urla e dalla paura della folla che per una pianificata azione di competizione ippica. In realtà questa fascinosa abusata metafora non rispetta completamente le condizioni in cui versa la destra bolognese, ed emiliano-romagnola in genere. Non ha perduto per un accidente della storia il proprio leader/fantino, semplicemente non lo ha allevato, ne è priva e perciò si affida al caso. Al fato, alla casualità, all’errore dell’avversario, a congiunture astrali che non sempre si verificano.

A tre mesi dalle elezioni amministrative ancora non è all’orizzonte nessun profilo di candidato semplicemente perché in questi anni la destra si è comodamente adagiata sulla condizione di opposizione, confidando in una redistribuzione dei consensi derivante dal crescere della popolarità di Berlusconi prima, del senatore di Locri dopo, e infine sperando nell’exploit di Meloni. Di cui in città esistono diversi epigoni e sostenitori, incapaci però di progettare – questo dice la realtà storica – una proposta alternativa al centro-sinistra, con cui hanno provato a convivere, talvolta in maniera consociativa, ma mai aprendo una sfida serrata, franca, programmata. Il 1999 fu un incidente nella storia della città – in più Guazzaloca non era di destra – e non si ripeterà nel breve, perché l’alternanza non si improvvisa, va costruita coltivando l’alternativa, di cui negli ultimi lustri non si è vista traccia. Un po’ come fece per anni il centro-sinistra a Milano che giungeva agli appuntamenti senza capo (né coda) e confidava che il candidato estratto quasi a sorte compisse il movimento divinatorio spalancando le porte del Municipio, prima di capire che fosse necessario gettare le basi per il cambiamento e intraprendesse il percorso di ascolto e costruzione della leadership con Pisapia. Sotto le Due Torri la destra non ha alcuna chance e lo dimostra il fatto che il candidato non sia ancora pronto non solo perché ci sono state le primarie del centro-sinistra, ma perché non ha nomi (e cognomi) autorevoli e competitivi da spendere che siano in grado di sfidare realmente Lepore. La candidata sfidante di Merola nel 2016 ha de facto lasciato Palazzo d’Accursio e non si è posta come guida dell’opposizione né in Consiglio né in città, tantomeno a capo della coalizione. Analogamente non è emerso nessun disegno complessivo di costruzione di progettualità, ma singoli che hanno talvolta criticato su aspetti puntuali l’amministrazione uscente ovvero hanno presidiato Bologna quali reggenti locali dei rispettivi referenti nazionali.

Abituati alle prebende padronali della destra conservatrice derivanti dalla guida del Cavaliere, il centro-destra locale non riesce a proporre un progetto realmente intraprendente, tale da mettere in discussione il PD. I rapporti di forza elettorali in campo lasciano poco spazio e residue velleitarie prospettive immediate, tanto da indurre ad un comprensibile attendismo sebbene infruttuoso. Tuttavia, per vincere in futuro la Destra dovrebbe iniziare a scavare sin da ora. Mettendo sul tavolo idee, proposte, e risposte, senza indulgere in tatticismo.

L’impasse in cui si trova per indolenza il centro-destra non è congiunturale, ma storico, cronicizzato. La sfida Lepore-Conti è stata solo un alibi, ché una forza sfidante avrebbe dovuto avere in carniere una contromossa matura da mesi, forse anni. Il candidato – chiunque – che arriverà nei prossimi giorni sarà comunque un ripiego, poiché non figlio di un progetto lungimirante, ma un cappello poggiato su una seggiola per segnare il posto. L’inezia della destra rende ineluttabile, e perciò negativa, l’egemonia del centro-sinistra/PD. L’assenza di competizione degenera e produce conseguenze negative per l’intera città; per il centro-sinistra che non si sfidato si crogiola, vanesio talvolta, egocentrico, e per il centro-destra che non in grado di con-vincere declama diversità, si autocommisera, ma rimane trincerato nella ridotta personalistica di pochi peones locali. Orfana del Cavaliere, la destra di Bologna dovrebbe quantomeno tentare almeno a racimolare un fantino. Proponendogli un percorso. 

Lepore-Conti. Condannati a dialogare

Il mio editoriale per il Corriere della Sera- Bologna

«Non mi dimenticherò». Matteo Lepore lo dice nel mezzo del discorso di ringraziamento la sera del 20 giugno, e la frase quasi scivola inosservata per i più. E invece è esattamente il contrario, la strada più difficile, quella meno sanguigna, quella meno ancestrale da percorrere. Lepore deve dimenticare i “suoi”, quelli che gli sono stati più vicino. Deve allontanare da sé quelli che sono più ultras, i facinorosi, gli adulatori, coloro che non vorrebbero fare prigionieri. E invece i prigionieri vanno rispettati e anche liberati e inclusi nella nuova costruzione della casa comune. Il giusto, legittimo, persino doveroso e comprensibile riconoscimento del lavoro svolto dagli alleati non può essere confuso con la necessità di travalicare confini della propria tribù. La pace normalmente la siglano i nemici. Lepore dovrà “tradire” i sodali, smarcarsi dai pasdaran, dai sedicenti e imbarazzanti guardiani della rivoluzione, per includere esponenti del mondo che ha sostenuto Isabella Conti.

Il nichilismo in politica conduce alle guerre fratricide e la propalazione di un solo verbo può essere esiziale, per tutti, ma soprattutto per i vincitori. Lepore ha reiteratamente dimostrato di essere un candidato, un politico, con molta testa, tutto raziocinio, con poche cessioni al sentimento. Il che è un bene. Ora è di fronte al dilemma del prigioniero, o meglio deve decidere cosa farne, se annichilirlo, escluderlo pretendendone lo scalpo, ovvero se includere per rafforzare la sua figura quale capo politico, potenziale sindaco e astro nascente della sinistra nazionale. Spesso dice di avere “memoria da partigiano”, ma quelle figure seppero anche “perdonare” pur senza dimenticare. Se prevalessero, se egli lascerà che prevalgano, i fanatici – spesso adulatori, di cui meglio diffidare in politica e nella vita ché sono sempre pronti a saltare da un vagone ad un altro al primo cambio di Luna – la sua sindacatura sarebbe grama, di breve respiro, di piccolo cabotaggio, ricatto perenne degli estremismi e degli isterismi di turno, a seconda del tema. La sua bella vittoria sarebbe offuscata e la sua azione di governo verrebbe catturata dai conservatori ululatori, pronti ad accusarlo di tradimento allorché dovesse, dovrà, inevitabilmente retrocedere rispetto ad alcune promesse e ad alcuni punti caratterizzanti del programma. Posto che la città si governa con l’intera società e per l’intera società e non solo per i militanti. Lepore è persona accorta e intelligente e credo/spero colga il rischio intrinseco in una operazione di settarismo se si lasciasse travolgere dagli umori dello staff e del comitato elettorale. Dovrà scontentare qualcuno di loro, ma se lo facesse sarebbe un bene per la città e per il suo governo.

Nelson Mandela neoeletto Presidente suscitò scandalo tra i neri prendendo tra le sue guardie del corpo uomini di pelle bianca, ma volle dare un segnale chiaro di pacificazione. Difficile, forse impraticabile, certamente complicato da gestire, un coinvolgimento diretto di Conti, ma Lepore per navigare a lungo e ragionare su una prospettiva decennale, dovrà evitare che i “suoi” azzannino la fiera ferita. Gli esecutivi nelle democrazie sono espressione del personale partitico, ed è quindi perfettamente coerente che gli incarichi, le posizioni di pregio e responsabilità, la rappresentanza siano allocate innanzitutto alle forze politiche che hanno sostenuto la sua candidatura, frutto di una scelta di campo. Non si tratta di cedere alle lusinghe dei “tecnici”, alle sirene del populismo accattone che rivendica l’uguaglianza delle incompetenze in nome della parità dei diritti individuali. I governanti e gli amministratori vanno selezionati all’interno della formazione politica di riferimento, e questa stessa può e deve farsi carico di attingere risorse dalle energie cittadine e della comunità, anche al dì fuori dei “militanti”. Lo snodo politico centrale è il peso, l’orientamento, la salienza che il candidato vincitore, e il probabile futuro sindaco, intenderà conferire alla propria azione di governo. Se ripiegata sugli allori dei transeunti fasti elettorali delle primarie, ovvero se intenderà guardare lontano, in una città pragmatica, laboriosa, colta, attiva e viva politicamente, ma sempre attenta alla forma ed ostile agli -ismi.