Dopo le primarie, si apre la partita vera

Editoriale per il Corriere della Sera ed. Bologna

Enrico Letta è più solido al comando del Partito democratico dopo il risultato delle primarie che hanno consacrato Matteo Lepore quale candidato sindaco di Bologna. Primarie locali con letture nazionali, dunque. La partita aveva un evidente, seppure negato da taluni, risvolto complessivo per il PD e per il centro-sinistra per diversi e concomitanti fattori. Il partito fondato da Veltroni nel 2007 recupera una boccata d’ossigeno, ma la vetta è ancora lontana, e il centro-sinistra sempre minoritario nel Paese. Il viatico che consegna in dote la vittoria di Lepore è importante, ma è una tappa. Le primarie hanno elementi che trascendono e travalicano i confini della Mura felsinee ed investono l’intero campo progressista e democratico. Alcuni segnali sono però chiari. 

Nonostante la prima calura da vigilia estiva, la frustrazione post-Covid, le periodiche iniezioni di panem et circenses calcistico, i cittadini di Bologna (e di Roma), o meglio una parte significativa degli elettori del PD e del centro-sinistra ha deciso di prendere parte al processo decisionale per individuare il loro candidato alla carica di primo cittadino. Il livello di partecipazione è stato buono, ma meno rilevante di quanto potesse far presagire uno scontro dai contorni e dai risultati incerti, certamente meno scontati delle precedenti occasioni analoghe. 

Il dato del 2021 è il secondo in termini di votanti (valore assoluto) dopo le primarie che consacrarono il sindaco uscente Merola, ma è il terzo quanto a capacità di ri-mobilitazione, ossia di abilità a intercettare elettori nel campo dei voti potenzialmente ascrivibili al PD-centrosinistra. Lepore e Conti hanno portato al voto poco più di un quarto (26.6%) del bacino elettorale di riferimento rispetto al 36% di Merola e al 29% di Delbono. In generale tutti i dati delle primarie per il sindaco hanno registrato in città valori di partecipazione meno solidi rispetto alle omologhe consultazioni per l’elezione diretta del segretario del partito o capo della coalizione, dal 2005 in poi. Allorché Romano Prodi vinse le primarie dell’Unione.

In realtà la partita è più complessa del solo dato della partecipazione elettorale. Esiste una dimensione territoriale multilivello. Il dato di Bologna non può ri-solvere i problemi della sinistra nazionale e, viceversa, il PD romano non potrà condizionare l’andamento di una città che per quanto simbolica e importante rimane “periferica” e decisiva solo nella sommatoria di una dinamica complessiva. Parlare di “modello Bologna” è prematuro, ancorché evocativo e suggestivo, rischia di mescolare piani analitici, di ridurre ad unum la complessità del Paese e indurre a letture ombelicali che non trovano riscontro fuori dalla tangenziale. Una maggiore sobrietà e più raziocinio rispetto a facili entusiasmi indurrebbero a fornire un’analisi del risultato di Bologna quale combinazione dell’azione del partito nazionale e, soprattutto, della intensa campagna di Lepore, ma senza andare oltre nell’inferenza. La storia recente della selezione del candidato all’interno del Pd/centro-sinistra è iniziata (male) nel 1999 ed è stata sempre caratterizzata da un esito scontato dal principio, e per principio. Ossia per incontestabilità delle scelte delle segreterie partitiche. Mai come nello scontro Conti-Lepore si pensava (non chi scrive) che la partita fosse aperta, non tanto in termini di esito finale, quanto nella natura della competizione. Che è stata vera, ossia non scontata, “sangue” incluso, come giustamente evocato dal Presidente Prodi. Comunque, c’è stata competizione reale. La presenza di Isabella Conti ha portato in dote un valore aggiunto, ha indotto tutti i partecipanti a rimettersi in discussione, a rilanciare, a limitare i vantaggi delle rendite di posizione, a sfidare anche sé stessi. Le primarie hanno fatto bene alle idee, alle persone e hanno anche conferito maggiore legittimità e legittimazione a Lepore, da oggi più forte e più indipendente, meno esposto alle critiche di chi voleva farne solo un candidato eterodiretto (Delbono non arrivò al 50% seppur sostenuto da quasi tutti i maggiorenti). La fila di persone davanti ai seggi è un balsamo per il PD e le sue emaciate finanze, è una spinta alla ri-mobilitazione, alla partecipazione politica in una fase storica di individualismo esasperato e di qualunquismo rampante e beota. La competizione ha ridato fiato alla politica, ai cittadini, ai candidati, ha fornito uno strumento per protestare, per proporre, per sentirsi parte, per evocare una comunità e per invocare l’unità futura prossima, se verrà. Non esagero scrivendo che la partecipazione politica fa bene alla Città intera, fa crescere l’intero indotto civico-culturale che è persino più importante di tutti gli indicatori economici immaginabili, da cui essi stessi discendono. Ha vinto Lepore, ha perso Conti. Entrambi hanno fatto vincere Bologna. Ha vinto la partecipazione, ha perso il disfattismo. Ha vinto la democrazia, ha perso il populismo. Ora si apre la partita vera (sul Corriere lo scriviamo da settembre scorso) in cui la prospettiva nazionale e quella delle amministrative si mescoleranno, come già accaduto dal 1993 in poi. Il PD dovrà insistere sulla strada del rinnovamento, includendo di più, con meno steccati, con meno settarismo, con più facce giovani di giovani, per incontrare il riformismo evocato da quasi tutti i segretari nazionali da Veltroni fino a Letta. Ed essere vero perno del campo riformista e riformatore del Paese. 

Bologna c’è, con il suo consolidato civismo e l’amore per la politica che in fondo sono l’amore per sé stessa e per quelli che da molti secoli la scelgono. 

Le primarie e le secondarie

Barack Obama e Hillary R. Clinton si contesero la nomination quale candidato del partito democratico per le presidenziali USA del 2008, mentre nel 2016 a competere fu Bernie Sanders contro la stessa ex Segretario di Stato. La dinamica che si sviluppò nel dopo primarie fu simmetrica: nel primo caso circa il 23% degli elettori di Clinton non sostenette il futuro presidente americano, mentre nel caso di Sanders i (suoi) supporter a non appoggiare Clinton contro Trump furono circa il 10%. Dati frutto di una distanza tra i candidati, et pour cause, di una campagna molto tesa soprattutto nel 2008. 

Se le primarie del centro-sinistra/PD sono de facto il primo turno delle prossime elezioni comunali di Bologna, è inutile scrutare i possibili scenari del “secondo turno”. Le primarie hanno diversi pregi, tra cui la ri-mobilitazione, la partecipazione, il dibattito, l’inclusione nel processo decisionale di fette più ampie di elettori rispetto a poche unità di funzionari di solito deputate a indicare il nome del candidato. Esistono però anche rischi connessi alla profondità delle divisioni tra i competitori e i rispettivi elettorati, che possono oscillare dalla mera contesa fino all’avversione e aperta ostilità. Tanto più ci si approssima a uno di questi poli ideali, maggiore sarà il livello di in-certezza degli spostamenti di consensi dal perdente sul nome del vincente. Le primarie sono una tappa, seppur importante, nel processo competitivo che culmina con le elezioni di ottobre. Sebbene sia fisiologico e finanche auspicabile un confronto frizzante, deciso, franco e “duro”, esiste una linea rossa da non varcare, quantomeno per evitare esisti esiziali. Le distanze tra i candidati, inevitabili durante la tenzone elettorale, sono tendenzialmente componibili in poche ore tramite negoziazioni franche e scambi mirati. Viceversa, le tensioni generate dal livello di scontro tra i candidati tendono a riassorbirsi più lentamente tra gli elettori. I quali risentono maggiormente della eccitazione ideologica specialmente se de-genera (in)una mutua delegittimazione. È quanto solitamente avviene nel processo di accordi tra élites politiche e parlamentari di tendenze opposte rispetto alla vischiosità tra gli elettori soprattutto se indotta da reiterati attacchi personali, reciproca demonizzazione. Le primarie in qualche misura devono produrre conflitto politico evitando la morta gora di decisioni preventive e di stasi ideale, ma se le divisioni mutano in lacerazioni è arduo in cento giorni ricondurre i propri sostenitori nell’alveo e sul volto di colui/colei che fino a pochi istanti prima è stato oggetto di violenti strali. Non sarà sufficiente una dichiarazione formale, un comizio congiunto, una comparsata passeggiando sorridenti insieme per rimarginare le ferite inflitte all’orgoglio dei due gruppi di riferimento. 

Nelle scorse settimane Isabella Conti e Matteo Lepore, e i rispettivi staff, hanno avvicinato di molto il livello dello scontro al punto di non ritorno. I toni paiono decisamente inferiori alle aspettative e all’aplomb che dovrebbe mostrare il futuro inquilino di Palazzo d’Accursio. Le beghe poco o punto edificanti e il tono complessivo non sono in linea con la “turrita colta”, e soprattutto moderata e composta. Le invettive indirizzate al proprio avversario, di rappresentare il burattino del mondo cooperativo da un lato, e la prestanome di Matteo Renzi quinta colonna della destra dall’altro, paiono ampiamente esagerate e macchiettistiche. Gli elettori meritano un confronto molto più articolato e raffinato. Anche con colpi di fioretto, ma in un contesto urbano e senza isterie da osteria. Elezioni primarie fortemente divisive potrebbero risultare dannose per la creazione di una futura coalizione forte. E soprattutto, Conti e Lepore, (ci) dicano, da perdenti alle primarie, si comporterebbero come Bernie Sanders o come Hillary R. Clinton?