Comunali, la partita da giocare nel 2021

mio editoriale per Corriere della Sera Bologna

Comunali, la partita da giocare nel 2021

Durante la campagna elettorale comunale del 1956, Giuseppe Dossetti insistette sulla sobrietà, quasi ascetica, sottolineando che avrebbe speso 300 lire a pasto. Giuseppe Dozza, invece, vantava l’appuntamento fisso con tagliatelle e tortellini, criticando l’avversario reo, secondo l’esponente comunista, di voler ridurre i bolognesi a uno stile «pane e acqua». Probabilmente non fu un passaggio decisivo per il risultato finale, ma questo episodio sottolinea quanto Dozza fosse in grado di entrare in sintonia con il carattere della città e dei suoi abitanti, il loro anelito di benessere economico e sociale da coniugare con la recente ritrovata, riconquistata, libertà.

Il confronto con le regionali 2020

Mutatis mutandis, le elezioni regionali del 2020 hanno dimostrato plasticamente che la città non accetta aggressioni, strumentalizzazioni o salti nel buio, non consente di essere invasa e stravolta nel suo stile di vita, nella cultura, nei valori. Bologna, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, simbolo di convivenza civile, diritti, Università millenaria, capitale sociale e brontolona bonomia, ha ribadito l’avversione per visioni manichee, per chi bussa a casa degli immigrati o ne riprende in video il cognome.

L’identità di Bologna

Attaccata nell’orgoglio, nella sua identità profonda, Bologna ha reagito e ha confermato di scegliere pragmaticamente, quasi come tra i tortellini di Dozza e gli spaghetti di Dossetti. La laboriosità della Terza Italia, le imprese che producono ed esportano innovando, la rete solidale, la cooperazione economica e l’efficienza amministrativa. È cristallino che Matteo Salvini e i suoi sedicenti esperti abbiano sbagliato totalmente la campagna elettorale, non entrando mai in sintonia con la magna pars della società emiliano-romagnola, e quasi per nulla con quella bolognese.

L’analisi, sbagliata, della Lega

Prima che politicamente Salvini e la destra hanno perso sul piano culturale, hanno sbagliato l’analisi. In questa prospettiva, le ormai prossime elezioni comunali del 2021 presentano il rischio opposto per il centro-sinistra, ossia che immagini, con la consueta spocchia, il voto delle regionali da replicare, sic et simpliciter, alle urne per la giunta di Palazzo d’Accursio.

Lepore candidato progressista?

Il candidato progressista — Matteo Lepore o altri — ragioni a fondo sulla peculiarità del voto di gennaio 2020. La città, patria del riformismo, sempre ostile al massimalismo, non si governa con il radicalismo, con proposte aleatorie o rivoluzioni promesse. La società è complessa ed articolata, non è fatta solo di certezze vocianti sul Crescentone, o di cartelli elettorali iper-liberal, il cui mercato elettorale, nonostante le suggestioni à la page, è molto circoscritto, nessuna illusione, nessun laboratorio da estendere a livello nazionale.

La paura dell’immigrazione

Bologna è anche molto anziana, sola, debole ed impaurita, specie dall’immigrazione. Temi cui la sinistra parla poco e male, e per cui dovrebbe avanzare proposte credibili e realizzabili. Partirei, invece da un dato significativo. Il Partito democratico a Bologna ha ottenuto il 39%, con una distribuzione e un insediamento rilevante anche nelle zone meno centrali; è un punto politico cruciale, al netto del traino dei campioni delle preferenze che gonfia un po’ il peso del Pd.

La voglia di una guida solida

Indica la voglia di ampia parte della città, e del suo elettorato di sinistra, di avere una solida guida riformista, che ne interpreti le passioni, certo, ma soprattutto le angosce, le speranze, lo stile, e che indichi un progetto per il 2040. L’indole di Bologna è chiara, del resto nemmeno il Pci osava presentare il proprio simbolo, ma offriva una declinazione «civica» con il simbolo «Due Torri». Per cui, per il 2021, nessun colpo di testa, calma e gesso. La partita è tutta da giocare.

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La leadership conta, ma non basta

mio pezzo per Huffington Post

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La leadership conta. E racconta molto di sé e della propria comunità, del partito politico, del Paese che si guida. Lo dice la Storia, la letteratura scientifica e la cronaca contemporanea. La leadership non è perniciosa o salvifica ontologicamente, dipende dai contesti e dalle persone che la incarnano, ma ha un peso importante. In maniera dicotomica c’è chi considera la leadership segno dei regimi autoritari e chi invece la invoca: nelle società contemporanee i sistemi politici, essendo questi complessi, per fronteggiare le crescenti esigenze democratiche necessitano di scelte “rapide”, chiare e univoche, hanno bisogno della leadership. Per capirne l’importanza è necessario fare riferimento ai processi decisionali in cui le dinamiche di “maggioranza” sono influenzate da molteplici fattori. Le doti individuali, la simpatia persino, le capacità oratorie, il fiuto politico, la persuasione. Tutte abilità monche se non accompagnate dalle conoscenze linguistiche: se non sai comunicare (e non è una questione di social media-manager), sia esso in italiano, ma soprattutto in lingue “altre”.

In questa fase politica, assediati da una montante opposizione sociale e politica, e dalla realtà della triste condizione del Paese, i principali esponenti del vecchio e del nuovo Governo, con l’ex ministro Matteo Salvini in testa, richiamano la volontà di essere lasciati “lavorare” senza disturbare il manovratore, ovvero di “pieni poteri”. È una retorica insulsa e retrograda, consumatasi con le società primordiali che rimanda alle ambizioni autoritarie e semplificatrici. Va però segnalato che non esiste l’uomo solo al comando e nemmeno il “potere assoluto”, un ossimoro, una semplificazione, un errore teorico e concettuale ripetuto e perpetrato a stuoli di infanti sin dalle scuole primarie quando si parla di Monarchia o dittature. Il potere, come sapevano molto bene i Padri costituenti degli Stati Uniti d’America,  Ad essere solo è il potere, quando esercitato da quell’uomo. Da lì non si scappa. Si è da soli, un po’ come quando si affronta l’inevitabile destino umano, a confrontarsi con altri poteri, nei momenti topici, nelle scelte cruciali e definitive. Un fulgido esempio della solitudine del potere lo troviamo nei consessi internazionali. Durante le riunioni del G7/G8 ad esempio, ciascun “uomo al comando” è solo con se stesso. Non ci sono consiglieri, non sono ammessi traduttori, né sherpa, né tutor, nessun pseudo-influencer da social assorto a neo-Mazarin e Mandarino moderno. È proprio in quelle sedi che la partita assume dinamiche dove conta la leadership nella sua pienezza. Il peso, l’influenza di ciascuna “solitudine” contano per il lavoro, per il cárisma, per il prestigio, le competenze pregresse, ossia per quanto detto e fatto fuori dalla stanza isolata, ma hanno grande rilievo anche le azioni, le idee, le parole, i gesti nel confronto con gli altri “grandi”.

Una miscela articolata, complessa, quasi magica che può determinare un esito positivo o una sonora débâcle diplomatica. Conta quante lingue conosci, quanto abituato sei al confronto con mondi “altri”, quanto sei “uomo di mondo”, quanto hai studiato, che competenze hai. Da lì dipenderà anche la capacità, finita la riunione di rimanere in “contatto diretto”, e farne derivare relazioni politiche, rapporti internazionali, sostegno diplomatico. Ciascuno immagini, senza troppo ardire, i possibili scenari futuri con i pretendenti italiani alla “solitudine del potere”, e li confronti con quelle di Macron, Merkel, Putin, Trump, Obama, Trudeau, Mitterrand, JFK…, una prospettiva desolata, e sola. La leadership è dunque, inevitabilmente, importanza degli uomini e delle donne che la rivestono poiché senza sarebbe un mero assemblearismo informe. È altresì “sintesi”, capacità di fare sintesi dei diversi punti presenti in una organizzazione, riducendo, ma non azzerando le differenze e facendole vivere insieme. E pluribus unum, direbbero a Washington. La cosiddetta personalizzazione, fenomeno tra l’altro per nulla recente, non è pernicioso o un pericolo per la democrazia. La quale ha bisogno di un processo decisionale efficace, rapido e flessibile. Tuttavia, se la politica si riduce a individui, ne risente l’intero sistema.

Dunque, per contrastare il potere, correggerlo, mitigarlo e migliorarlo, è necessaria la partecipazione politica dei molti, delle organizzazioni, dei partiti. Non di solitudini.

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