La Costituzione che verrà

Il mio editoriale per Il Corriere della Sera

Libertà. Democrazia. Questa la diade di concetti che ispirò e guidò il voto degli italiani il 2 giugno del 1946. Il referendum istituzionale sancì un passaggio costituzionale cruciale, dalla monarchia alla repubblica. Gli elettori non si pronunciarono sull’assetto istituzionale, ma votarono in larga misura per respingere il recente passato autoritario e la monarchia con le sue indegne complicità, e correità con il fascismo. È però sintomatico che l’Italia repubblicana nacque per via referendaria, un istituto di democrazia diretta, ma anche carico di contraddizioni, emotività. Una scelta compiuta per evitare che la tensione polarizzante si trasferisse nei lavori della Costituente investendo i partiti. Il voto palesò profonde differenze territoriali, una decisa frattura tra nord (maggioritariamente repubblicano, tranne due province) e sud (prevalentemente monarchico, tranne due province. A Bologna finì 54% vs 46% per la Repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne, anche se qualche giornale titolò “ci moriamo di fame e pensiamo al voto alle donne”. La politica fu più dignitosa e ambiziosa.

Contemporaneamente il voto servì ad eleggere l’Assemblea costituente che lavorò per un anno e mezzo al testo costituzionale prima dell’approvazione finale. La Carta Magna della Repubblica italiana entrò in vigore il 1 gennaio del 1948: per inciso insieme al nuovo anno nei comuni italiani si potrebbe concepire un appuntamento fisso per celebrare la Carta. Le urne “costituenti” consegnarono anche il primato alla Democrazia cristiana, seguita dai socialisti (Psiup) e dal Pci, con questi ultimi due che concorreranno uniti nel 1948 (Fronte popolare) per poi vedere i comunisti prevalere, unico caso in Europa occidentale, sui fratelli maggiori socialisti sino al 1992.

Il “2 giugno”, la repubblica democratica, non esisterebbe e non sarebbe nata senza il “25 aprile”, senza la lotta partigiana, senza la guerra civile, senza la Liberazione dal nazi-fascismo. Quella data è l’anticamera, ma soprattutto la condizione indispensabile per discutere poi di “come” effettivamente organizzare l’assetto istituzionale (si sarebbe potuto anche optare per una monarchia parlamentare, come in Spagna, ma solo una volta ritrovate “libertà e democrazia”). In realtà, l’apertura democratica era iniziata il 25 luglio del 1943, con la caduta del fascismo, e l’ordine del giorno “Grandi” (che era bolognese) che sancì la destituzione del Duce, e che si protrasse fino al 18 aprile del 1948, giorno delle prime elezioni politiche democratiche. L’estensione temporale del processo costituente favorì un esito negoziale di compromesso, accentuando il consenso anche su punti dirimenti (articoli 1 e 7 in particolare) e divisivi sebbene sul versante governativo i partiti del Comitato di liberazione nazionale si separarono con l’incombere della Guerra fredda che spinse De Gasperi a espungere i comunisti dall’esecutivo a seguito dell’accordo sul piano Marshall.

Il dibattito, nel c.d. comitato dei 75, e in Assemblea con lo scontro ideale tra i principali partiti e leader ha reso possibile l’approvazione di un testo moderno, lungimirante, innovativo e per diversi aspetti rivoluzionario. I principi fondamentale (primi 12 articoli) permangono somma garanzia, tutela e promozione dei diritti del cittadino, e delle persone sia quanto individui che in associazione.

Tra tutti gli articolo ho a cuore l’articolo 3, compendio di rispetto, riconoscimento e azioni per rimuovere gli ostacoli che vanifichino i principi di uguaglianza. Una Costituzione “bella”, certamente, ma non immodificabile, e da riformare, da aggiornare in talune parti, dal processo legislativo e rappresentativo al rapporto tra centro e periferia (Titolo V) ed evitando il rischio della torsione comunitarista.

Per molti aspetti oggi, ancora, direbbe Piero Calamandrei, la Costituzione “non è attuata”. Rimangono aree da tutelare, diritti da garantire, ostacoli da rimuovere, disuguaglianze da eliminare. Nuove e vecchie ingiustizie da combattere. Negli occhi dei migranti, nella dignità violata negata di troppi lavoratori, nel volto di bimbi cadaveri sulle spiagge dove peregrinava Enea, nei soprusi del potere, nelle raccomandazioni, nei traffici di rifiuti, nell’istruzione per pochi, nella negazione dell’accesso alla sanità pubblica … Ovunque ci sia una violazione dei diritti ci sarà la Costituzione. Ché i principi costituzionali, frutto di lotte, di sangue e di ideali, vivono sulle gambe, nella mente e nel cuore dei suoi cittadini. La Repubblica, tramite, la Costituzione, è un ideale da perseguire e – ancora Calamandrei – un “programma” da attuare. Buona Festa della Repubblica!

Monta la marea nera

Il mio editoriale per Il Riformista

Enrico Berlinguer e Aldo Moro progettarono, sognarono, una democrazia della competizione e non della segregazione. In cui l’alternanza al governo fosse fisiologica, risultante del comportamento di voto e non della separazione ideologica e degli schieramenti intangibili. Il tutto in un contesto internazionale bipolare che poneva l’Italia in condizione di discutere le forme di tale appartenenza, ma non la sua collocazione nello spazio occidentale, come deciso a Yalta. Con l’avvio della “terza fase” e l’avvicinamento e la normalizzazione dei rapporti con il Pci, la Democrazia cristiana era finalmente «liberata dalla necessità di governare a tutti i costi», come disse Aldo Moro. Mutatis mutandis, dopo quarantacinque anni è quanto accade al centro-sinistra, e in particolare al Partito democratico in un Paese con una democrazia ancora monca, avendo un polo non (auto)escluso, ma ampliamente illiberale. La similitudine con il concetto moroteo è emersa riecheggiando nelle parole di Enrico Letta insediandosi al Nazareno. Con una destra a trazione estrema il sistema è inceppato, il Pd “obbligato” a governare, a supplire, a sostituire, a garantire continuità e stabilità. Tant’è che in questa legislatura abbiamo avuto quasi tutte le combinazioni di coalizione che nemmeno in un manuale di scienza politica. E tutto ciò è dannoso per l’intero sistema. E alimenta il populismo, ieri di matrice grillina, domani con tinte nere. 

La destra italiana è ancora largamente e maggioritariamente immatura, illiberale, di estrema destra. Non ha compiuto i passaggi indispensabili per porsi quale forza “normale” del panorama politico nazionale e nel contesto dell’Unione europea. Che rappresenta per l’asse nero-verde la croce e la delizia delle alterne fortune politiche ed elettorali. 

La Lega (Nord) è rimasta impantanata non solo nel fango della pianura padana quanto a insediamento elettorale e soprattutto sociale, ma ha anche dovuto subire una torsione verso l’estrema destra per assecondare i desiderata del nuovo segretario. Il senatore Matteo Salvini ha infatti sottoposto il partito a una rapida seduta di trucco provando a dargli sembianze meno tribali, e enfatizzando una prospettiva nazionale in chiave e funzione anti-immigrati. In questa operazione ha imbarcato il sostegno, esplicito politicamente e culturalmente, delle scorie settarie fasciste del movimentismo violento (da Casapound in giù). La componente identitaria e regionalista del partito, quella filogovernativa – la Lega Nord ha partecipato al Governo per dodici degli ultimi 24 anni – ha vinto la contesa per il sostegno all’esecutivo Draghi, ma è ostaggio del sen. Salvini, sul piano culturale ma soprattutto su quello elettorale. Senza il truce politico di carriera la Lega (Nord) avrebbe ancora meno voti di quelli declamati dai sondaggi recenti, ma al contempo è bloccata verso una possibile transizione di partito conservatore su basi locali, simile alla Csu bavarese, esempio pure chiaramente indicato da esponenti della prima ora come Roberto Maroni. 

La via alla costruzione di un partito nazionale è stata percorsa solo come tour enogastronomico utile a far scordare alle plebi le ignominiose azioni, intenzioni e dichiarazioni dello stesso senatore e dell’intero apparato, da sempre razzista verso il sud. Facezie prêt-à-porter sui social network di fianco a derrate di cibi, ma il sud prontamente escluso dalla distribuzione del recovery fund che nelle intenzioni della Lega Nord serve solo a ripagare i padroncini e i padroni delle ferriere del Nord. Un partito, del nord, dal nord e per il nord. Alla favoletta nazionale crede ormai solo qualche pennivendolo o poche migliaia di disperati, anche perché non v’è più traccia dei comizi sbraitanti nelle regioni del Sud contro le presunte invasioni di migranti. Resta il nazionalismo, sempre in chiave territoriale, ossia sub-nazionale. Identità finto celtica, nazione padana inesistente e politiche ultraconservatrici. Difesa dei privilegi e nessuna spinta alla lotta alle disuguaglianze sull’asse economico, sbandamenti teorici e strategici in politica estera, perseguita senza alcuna bussola geopolitica, ma piuttosto condotta su basi spontaneiste e di opportunità. Le peregrinazioni del senatore Salvini da Locri hanno toccato i vari angoli del globo in una geografia diplomatica volta a rafforzare il precario controllo sul partito, sulla base, per evitare di essere definitivamente disarcionato dalla Lega ministeriale e industrialista. Per mostrare i muscoli in patria Salvini incontra il gotha dell’estremismo di destra, da Le Pen a Orban, da Kaczyński, da Bolsonaro a Trump, fino alla penisola Iberica con le proposte neo-franchiste di Vox e i portoghesi di Chega, senza scordare il rinnegato Putin e il nazionalismo sionista di Netanyahu e le simpatie per Alba Dorata. Un frullatore incoerente e che è anni luce distante dalla Lega Nord, posto che i primi – con vari livelli di differenziazione – perseguono un nazionalismo della patria, mentre Salvini è solo il portavoce della componente governista di un partito regionale. La Lega è il sindacato di base della classe media/alta del triangolo lombardo-veneto-friulano.  

Fratelli d’Italia punta decisamente ad ammaliare le casalinghe disperate, il ceto medio impoverito, gli elettori meridionali circuiti dalle sirene leghiste e del M5s, scordati dal Pd romanocentrico. Il partito guidato da Giorgia Meloni, e inebriato da rilevazioni demoscopiche che misurano la popolarità e solo in parte le intenzioni di voto a due anni dalle urne, continua a sovrapporre la riconoscibilità del leader con la reale forza politica. E, pertanto, non si cruccia di condurre una profonda, radicale, decisa e definitiva revisione delle coordinate ideologiche rimanendo ben piantata nel solco della destra post-fascista. L’unica difesa di FdI è il mantra che le ideologie non esisterebbero e che andrebbero valutati i programmi. Uno scaltro escamotage, non nuovo peraltro, che mira a rilanciare evitando di affrontare le questioni dirimenti. Tuttavia, il filo rosso programmatico del partito è interamente dedicato alla chiusura sui diritti civili, al nazionalismo identitario, il tutto ribadito con toni apodittici sulla società globale, la denuncia del dominio plutocratico e le ambiguità sulle libertà di culto, e ovviamente le barricate contro le migrazioni. E decine di esponenti che non lesinano, impuniti, simpatie e apologie del ventennio ancora presenti finanche nel simbolo elettorale. La permanenza nel gruppo Conservatori e riformisti, un ossimoro concettuale, serve solo a distogliere semanticamente l’attenzione dalla sostanza, ché è composto da partiti di chiara ispirazione neo-patriottica, religiosa, nazionalista, tradizionalista e reazionaria. Gli atti sono conseguenti, come il voto contro la risoluzione europea a condanna di ogni forma di violenza, razzismo e odio, e le reiterate posizioni contro “l’ideologia” gender. 

La Destra italiana, come direbbe Juan Linz, è pervasa da una “mentalità” autoritaria, ossia di una ideologia vaga, confusa, di una linea prevalente fatta di un espresso riferimento alla triade Dio, patria e famiglia. Ove ciascuno dei termini è declinato secondo un chiaro indirizzo a base escludente: dio cattolico, patria e ius sanguinis, e famiglia da pubblicità per biscotti. 

L’asse si è spostato decisamente a destra, sull’estrema destra, anche per la scomparsa di Forza Italia dotata di una solida struttura liberale, che spesso pativa sotto le manovre scomposte e azzardate di Berlusconi, ma che riusciva a contenere proprio grazie a un’ossatura moderata e anche ad innesti di individualità di provenienza democristiana, socialista e libertaria. 

La destra italiana oggi è dominata da una ideologia del culto della persona/lità che repelle il dibattito, il confronto e la costruzione delle idee. Che pure potrebbero arrivare da vari esponenti che orbitano attorno al duo Melo-Salvini, troppo chini su sé stessi, tuttavia. Nessuna Scuola di Chicago, nessun approccio neocon, non la rivisitazione delle politiche conservatrici di Reagan/Thatcher o del popolarismo di Kohl, della destra di Sarkozy o Aznar, e nemmeno il disegno neo-repubblicano di G. Bush. Piuttosto le lodi acritiche per un nuovo protagonismo americano sull’onda del post “11 settembre” à la W. Bush o del nazionalismo isolazionista di Trump. E, come, nota permanente il nazionalismo anti-EU, surrettiziamente mascherato dalla sussidiarietà, mentre il vero obiettivo è tornare al 1945.  

Un conservatorismo caritatevole e popolare solo nella propaganda, mentre nei fatti il grande capitale rimane un solido alleato, e il racconto della difesa del popolo trova molte specificazioni e sottogruppi allorché ci si allontani dall’ideale del maschio bianco. 

A suffragare questa dinamica, questa analisi, esistono messi di dati, pubblicazioni scientifiche nonché auto-dichiarazioni di esponenti leghisti e di FdI sempre meno a disagio nel palesare intenti fascistoidi ed estremisti.

La Lega Nord e Fratelli d’Italia non hanno compiuto nessuno degli atti politici, intellettuali e organizzativi prodromici al passaggio verso una formazione moderna, conservatrice. Ma, il fato e gli dèi sono magnanimi, posto che in Italia quasi nessuno li considera illiberali; pochi ritengono anomalo che stiano al governo (nel 1999 levate di scudi in tutta Europa per l’accesso al rango ministeriale del partito di Jorge Haider in Austria): altra Europa, altri tempi.

Bologna come Parigi

Il mio editoriale per il Corriere di Bologna

Bologna per me provinciale Parigi minore”. Così il Maestro Francesco Guccini definiva la città adottiva. Parimenti, le primarie del PD (centro-sinistra) somigliano alla politica francese, almeno nell’atteggiamento dei due candidati, nella maniera in cui stanno conducendo la campagna elettorale in queste settimane. Matteo Lepore somiglia a François Mitterrand, mentre Isabella Conti ricorda il percorso di Emmanuel Macron. Entrambi eletti Presidenti della Repubblica, con strategie asimmetriche, ambedue vincenti, in contesti di rinnovamento del sistema. Di passaggio di fase. 

Considero, come scritto, le primarie quali primo turno della competizione autunnale, e in parte anche il ballottaggio, a meno che il centro-destra non dimostri capacità eclettiche nell’ultimo miglio, o il centrosinistra imbocchi la strada fratricida. In questa dinamica Lepore sta giocando una partita molto identitaria, che rimarca i confini politici dello schieramento – ideologico e partitico – che lo sostiene. Richiama la Storia della città, della sinistra, i suoi valori e le sue prospettive. Senza arroganza, ma con tranquillità, a volte sfociando in eccessiva fiducia nel proprio campo. Sta operando un richiamo alla mobilitazione, alla fierezza della tradizione, del buongoverno, con temi “tipici” della socialdemocrazia, dai diritti, all’ambiente, al lavoro. Punta cioè a vincere invitando tutto il bacino progressista a votare il 20 giugno per sancire immediatamente un’affermazione definitiva. La Force tranquille che evoca – non sempre seguita nella filosofia da taluni pasdaran troppo facinorosi – potrebbe essere la carta vincente, ma considerando adeguatamente la seconda parte del match, ossia l’eventuale ballottaggio autunnale. Anche Mitterrand puntava a mobilitare i “suoi” al primo turno, mostrandosi come candidato di partito, per poi presentarsi “presidenziale” al duello finale, dovendo giocoforza ampliare l’area di riferimento per giungere all’Eliseo. Sapeva cioè, come scrisse e disse, che il “serbatoio” a sinistra – allora il PCF – era ormai quasi svuotato e, dunque, dovesse per forza aprire, non a singole sigle, ma all’intera Francia. Lepore punta a giungere in testa senza “compromessi”. 

La candidata Conti pare stia conducendo una campagna che genera una dinamica uguale e contraria. Evoca i tratti di concorrente indipendente, slegata dai partiti, di amministratrice capace e innovatrice, competente e decisionista. In grado di guidare la macchina organizzativa di Palazzo d’Accurso senza negoziati, senza le temperie dei partiti, con piglio innovatore e moderno. Ricorda la discesa in campo di Macron che sfidò l’establishment socialista di cui prosciugò le traballanti basi elettorali ed organizzative. Conti mira a disegnare un campo largo senza l’ingombro dei partiti, senza l’impiccio delle sigle politiche e, sempre come Macron, si rivolge a tutti sin dal primo turno. Ha intravisto la opportunità di scardinare il sistema partitico e di farlo invocando l’appoggio dei cittadini-elettori in quanto tali, senza etichette politiche. Con scivolate in richiami populisti. In qualche misura, Conti è, tecnicamente e in forma avalutativa, una candidatura antisistema, intesa a disarcionare il gruppo che amministra la città da due lustri. È però trattenuta dall’infliggere il colpo finale perché ha nel suo ricco pedigree una solida esperienza politica-partitica, e il sostegno del candidato vice Alberto Aitini, e di ampi settori democratici. Non c’è soltanto la recente militanza in Italia viva, e soprattutto nel PD, ma anche l’attivismo nei Democratici di sinistra, che essa stessa spesso rivendica per scacciare insinuanti attacchi su sua deriva destrorsa. Conti, proprio insieme a Lepore, era nella segreteria provinciale dei giovani DS. Ergo, chiuderei la diatriba sul punto. Lepore non mi pare uno stalinista né Conti una sprovveduta parvenue.  

In tutto questo i temi, gli argomenti, si stanno pericolosamente eclissando sebbene presentati dai candidati, ma sommersi dal rumore di fondo della diatriba, degli ultras, dello scenario di guerra interna. In cui si è insinuato recentemente un altro scontro latente, ma permanente in città, quello tra Ascom e mondo cooperativo. Mentre la città ha bisogno di crescita economica, di sicurezza fisica e sociale, di cultura e visione. Gli sfidanti possono essere artefici di una presenza maggiore di Bologna in Europa. 

Lepore affronta le primarie/primo turno come fossero l’antipasto dell’incoronazione, rivolgendosi ai “suoi”, per fare il pieno di consensi di “sinistra”. Conti gioca la competizione interna come se si trattasse del ballottaggio delle vere elezioni comunali appellandosi ai bolognesi e per svuotare il bacino del malumore piddino. Chi la spunterà, dunque? 

Due strategie opposte, entrambe potenzialmente vincenti. La chiave di volta sarà la partecipazione elettorale. Tutto dipenderà infatti da quanti saranno coloro che andranno alle urne (virtuali o reali), e da quali profili avranno gli elettori mobilitati nella vigilia d’estate. 

Mattarella. Il faro di una politica in perenne tempesta

Il mio editoriale sul Domani

Sobrietà. Tra i possibili aggettivi per sintetizzare il mandato del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella il riferimento a un’esperienza di Presidenza parca mi pare quello adeguato. Contenuto nelle esternazioni, diplomatico, fermo nei valori, saggio nelle consultazioni e praticamente inflessibile nelle forme. Una rarità nel panorama politico e istituzionale del Paese, troppo sovente incline a digressioni personali, atteggiamenti extra protocollari e invasioni di campo. Chi confondesse la sobria pacatezza con la remissività sbaglierebbe enormemente ché la storia del settennato di Mattarella insegna molto, ed è un monito.

La popolarità del Presidente Mattarella è elevata, al pari dell’apprezzamento per l’operato, e al netto di alcune differenze tra gli elettorati, è nel complesso trasversale tra gli schieramenti. Fin dal giorno dell’elezione Mattarella ha inviato segnali chiari, simbolici e metaforici, ricchi di contenuto e coerenti nella difesa e nel rispetto della Carta costituzionale. La prima uscita fu nel pomeriggio dell’elezione, recandosi alle Fosse Ardeatine, poi il magnifico discorso di insediamento, compendio di educazione civica e politica. E i lunghi silenzi loquaci delle prime settimane lasciarono costernati i giornalisti assiepati smaniosi di un commento su tutto e tutti. Eletto dodicesimo capo dello Stato al quarto scrutinio con il sostegno del PD, di Sel e Scelta civica con 665 voti (come Saragat e Scalfaro) e la benevolenza di Forza Italia, imbarazzata su rigettare una figura tanto autorevole. Con un chiaro percorso politico nella DC e nel centro-sinistra, Mattarella a 74 anni è eletto come “indipendente”, giudice costituzionale in carica al momento del voto. La terzietà, o meglio l’imparzialità sono state la cifra dell’intero settennato.

Tra gli atti formali più significativi, Mattarella ha nominato due giudici costituzionali, numero dettato dalle disposizioni costituzionali (art. 135). Ha inoltre nominato una senatrice a vita (L. Segre). In questo caso avrebbe potenzialmente avuto maggiore agibilità, ma l’interpretazione di Mattarella della disposizione Costituzionale è andata nella direzione di seguire la consuetidine (dopo l’eccezione di Pertini e Cossiga) per cui si hanno contemporaneamente un massino di 5 senatori a vita di nomina presidenziale. Il settennato 2017-2022 è stato segnato da una significativa presenza nel processo di nomina del Presidente del Consiglio dei ministri. È cruciale segnalare che la Carta (art. 92.2) non impone alcun vincolo o criterio esplicitio rispetto al percorso che conduce alla nomina. L’azione di Mattarella si inserisce in un contesto politico e partitico mutato significativmente. L’incertezza emersa nel post-elezioni 2018, il sostanziale tripolarismo e l’elevata frammentazione, nonché l’emergere di alleanze e coalizioni differenziate rispetto al momento elettorale hanno palesato un quadro di sostanziale ingovernabilità del Parlamento. L’azione di Mattarella è stata incisiva e significativa in almeno in due dei quattro casi di nomina e formazione del governo, nel Conte II e per Draghi. Ma già dopo il momento elettorale del 2018 il Capo dello Stato aveva chiaramente marcato la statura di incondizionato rispetto della collocazione europea dell’Italia. Mattarella non procedette alla nomina di P. Savona quale ministro dell’economia in virtù delle chiare, reiterate, posizioni contro l’EU e l’Euro. Ne derivò una grave tensione politica che culminò con la richiesta di L. Di Maio di attivare la procedura per messa in accusa del Presidente per alto tradimento (sì, concordo, la Storia va ricordata). Per il resto Mattarella prese atto con imparzialità dell’alleanza “sovranista”. Il governo Conte II nacque sull’incertezza tattica di Renzi e sul cambiamento di posizione del PD, ma soprattutto sulla scia del voto del Parlamento europeo a favore di U. von der Leyen.

Nelle consultazioni per la formazione del governo Draghi va ribadito che esiste reciproca e datata stima con il Capo dello Stato. Mattarella ha preso atto della situazione di impasse in Parlamento nonché della conflittualità tra i partiti della coalizione, della crisi interna al M5s che avrebbe reso ancora più precaria la vita del Governo. La verifica affidata al Presidente della Camera, eletto dal M5s, per fugare dubbi su ostilità verso Conte, ha certificato l’assenza di altre possibilità e ha raccolto evidenze di consenso su Draghi. Infatti, sebbene sovente si tenda a interpretare il confronto politico e istituzionale su basi personali, il grado di interventi dei Presidenti dipende dalle opportunità offerte dal contesto. Le caratteristiche soggettive incidono sul modo concreto in cui l’azione si esplicita: nel caso di Napolitano, ad esempio, l’intervento è più esplicito in virtù della sua cultura del primato della politica. Nel caso di Mattarella, l’azione è meno esposta, ma non per questo meno forte, abituato a una cultura che fa emergere l’attivismo con azioni mediate, e quasi effetto inevitabile di una crisi ormai matura. Secondo la celebre metafora di Giuliano Amato i poteri presidenziali si comportano come il mantice di una fisarmonica che si espande quanto più le crisi sono profonde. In sintesi possiamo indicare tre grandi periodi. 1) 1948-1993: crisi “extra parlamentari” con coalizioni tendenzialmente stabili e governi con durata media inferiore a un anno. L’intero processo era governato tra i partiti e nei partiti. L’impossibilità dell’alternanza al dominio democristiano contribuiva a rendere il Presidente un attore che ratificava. La supplenza presidenziale agiva allorché fosse esaurita una formula, ma non ancora pronta la successiva (Gronchi tra fine del centrismo e inizio del centrosinistra, Pertini tra solidarietà nazionale e pentapartito). Tra il 1992-1994 la fisarmonica si è aperta frequentemente, tanto che si è parlato di forma parlamentare a correttivo presidenziale. Una constatazione, ma anche evidentemente un problema, in termini di maggioranze instabili. 2) 1994-2013: a inizio legislatura si insediano governi che rispecchiano l’esito elettorale, ma poi c’è un “intervento presidenziale” (Scalfaro con Dini e Napolitano con Monti). Infine, 3) dal 2013 assistiamo a una maggiore azione e intervento del Capo dello Stato (Letta, Conte II e Draghi), proprio per la ragioni menzionate e per la crescente frammentazione partitica e l’ascesa del M5s come terzo polo.

In questo contesto sclerotizzato, il Presidente Mattarella ha rappresentato un faro nella notte della tempesta politica di una legislatura paralizzata. Il Capo dello Stato appare una sfinge, ma il sobrio intervento è una sicurezza nei momenti difficili per il Paese. Recentemente Mattarella segnalando la propria indisponibilità a ricandidarsi ha indicato la possibile riforma costituzionale per l’abolizione del semestre bianco perchè nessuno potrebbe essere accusato di favorire la successione. “Il semestre bianco … potenzialmente può consentire un periodo di irresponsabilità politica”. Cristallino ha sintetizzato il rischio assai grave di un periodo di grande tensione, confusione e palude parlamentare.
Il Parlamento pensi alle riforme necessarie in tal senso. Dal semestre bianco alla riforma dei criteri di eleggibilità, abbassando l’età da cinquanta a quarantanni. Qualora persistesse l’indisponibilità del Presidente Mattarella a un nuovo mandato, il Parlamento dovrà individuare analoga figura capace di accompagnare la fine ordinata della legislatura fino alla scadenza regolare, come ragionevole per condurre in porto il programma di Governo.

Salvini lascerà il Governo. Anzi non ci è mai entrato.

Il mio editoriale per Il Riformista

Nella letteratura scientifica di riferimento si chiama “genetica dei partiti”, per definirne il carattere identitario, la cifra ideologica e politica. Si tratta di elementi tipici difficilmente superabili, modificabili e cancellabili, e che rimandano alla nascita del partito, alla sua natura, all’essere e all’agire.  Sono caratteristiche ascrittive, un po’ come il colore degli occhi, sostanzialmente immodificabili. A meno che la leadership del partito non proceda a profondi, radicali cambiamenti che investano l’intero assetto ideologico, organizzativo e identitario. Affinché tale atto rivoluzionario vada a buon fine è però indispensabile la presenza del combinato disposto della volontà politica e, soprattuto, di una guida autorevole, riconosciuta e riconoscibile per condurre l’operazione. Taluni, ignari o interessati, ripetono la cantilena della Lega nazionale e della Lega che sarebbe diventata nello spazio di un mattino un partito responsabile e istituzionale. Il tutto perchè il partito ispirato ad Alberto da Giussano ha deciso di sostenere, per ora, il Governo Draghi. Ma già in passato il partito fondato da Umberto Bossi ha dato prova di acrobazie politiche e parlamentari, di tattiche estreme per sopravvivere e addattarsi al contesto. 

Il cambiamento, per essere serio, definitivo e profondo necessiterebbe di una pubblica discussione, di abiura di precedenti esperienze e proposte e di innovazione. Il tutto guidato da una leaderhsip carismatica. L’attuale segretario del partito, il senatore Matteo Salvini, evidentemente non ha alcun carisma, e anche la popolarità è decrescente, come le intenzioni di voto per il suo partito, la Lega Nord. Salvini non solo manca di carisma, ma soprattutto non controlla il partito. Che è sostanzialmente alla deriva, senza un’indicazione chiara sulla strategia nel medio e lungo periodo, ormai allineato alle politiche mainstream. La mitica base è spaesata. Il finto cambiamento pro-Europa è maturato in due ore davanti a un gelato nel cuore della capitale. Parimenti il cambiamento contro il “proprio” governo (Conte I) avvenne ingurgitando un cocktail alcolico. C’è dunque un aspetto parapsicologico del rapporto cibo-posizionamento politico che mal si concilia effettivamente con la sobrietà, la pacatezza e la statura internazionale del Presidente del Consiglio dei Ministri, e della partecipazione a un Governo europeo ed europeista. Le inversioni di rotta della Lega Nord non sono una novità. Il passaggio dal radicalismo finto celtico, dalla secessione sbraitata, alla chimera della secessione, agli strali contro lo stato unitario, alle invettive contro il 25 aprile (quando Bossi invece dichiarava il partito antifascista), alle melensi e odiose carezze alla destra neofascista, dal razzismo contro i meridionali a quello più redditizio verso gli immigrati, dal sessismo, dalla violenza verbale contro tutti i diversi, una congerie di contraddizioni e di proposte scoordinate e spesso strampalate. Il collante era però Bossi, il suo carisma, l’autorevolezza del padre fondatore (astemio) e l’ideologia di una chimera dichiarata a portata di mano. 

La Lega Nord naviga oggi in cattive acque. Il partito è accreditato di un consenso, sovrastimato, attorno al 20%. All’incirca il dato del 2018, dopo l’ebbrezza del 2019. Ad aggravare la crisi della Lega Nord c’è la condizione di socio di maggioranza, con sostegno a politiche espansive e pro-EU, ossia una costrizione cui il partito reagisce sanguinando elettori, e che Salvini vive come una vera contrizione. Nella situazione odierna il senatore eletto per caso a Locri ha le polveri bagnate, non può dare fino in fondo sfogo alle intemerate contro il “sistema”, non può criticare il capo del governo accusandolo di incompetenza, non ha elementi per scagliarsi contro la gestione del Codiv avendo un malgoverno a guida Lega Nord in Calabria e in Lombardia. È come una fiera in gabbia, e molti elettori sembrerebbero ormai mitridatizzati al suo richiamo continuo alla mobilitazione contro il nemico imminente di invasioni immaginifiche. Per questo tenta piccole azioni di sabotaggio quali le discussioni sugli orari del coprifuoco, o rimarca una pregiudiziale identitaria sulla legge contro l’omotransfobia. 

Inoltre Giorgia Meloni da mesi incalza la Lega, e sta recuperando consensi e il sorpasso è ormai prossimo. Una chiara Opa ostile, con Salvini schiacciato tra l’ala governista e la spina nel fianco di Fratelli d’Italia. Alla sfida sulla destra si somma il ritrovato attivismo pacato, ma probabilmente efficace del segretario del PD. Letta ha finalmente iniziato a discutere della possibilità di recuperare i voti del Nord, posto che in maggior parte si tratta di lavoratori (dipendenti), per cui se la Sinistra dismettesse l’atteggiamento rinunciatario potrebbe recuperare molti consensi. Il bacino leghista è assolutamento contendibile, è sul mercato, e disorientato aspetta parole e atti rassicuranti. Per il PD, con una politica “aggressiva” e propositiva sul territorio, sarebbe possibile vincere persino in Veneto, dove il sedicente buongoverno del Presidente Zaia ha generato spesso problemi ambientali, estese diseguaglianze sociali nonchè un sistema sanitario orientato al privato. 

La conviveza nel partito tra massimalisti e riformisti, o meglio tra estremisti di destra con e senza doppiopetto, è ormai impossibile. Addirittura, secondo alcune fonti, Salvini e il ministro Giorgetti avrebbero sfiorato la rissa a causa di divergenze sulla gestione dei fondi europei post pandemia. 

Ai primi di agosto inizierà il “semestre bianco” presidenziale, una ghiotta opportunità per essere non responsabile e allo stesso tempo criticare senza tregua il Governo in carica con l’assicurazione che il Presidente della Repubblica non potrà sciogliere le Camere. La condizione perfetta per un uomo politico da trincea come Salvini che ha costruito il suo effimero consenso su provocazioni, proposte senza evidenze empiriche, e con il complice silenzio di ampi settori dell’informazione che solo in pochi casi ha chiesto conto delle affermazioni fatte. A quel punto Salvini potrà alzare il tiro e il tono, sia che la Lega rimanga nel governo con i ministri sia che la delegazione lasci la maggioranza. Sarà comunque una fuoriuscita politica, e lui potrà negoziare il capitale elettorale mentre i filo governativi saranno in balia delle sue provocazioni. Saranno mesi di grande tensione, con l’asse FdI-Lega Nord che torneranno a dialogare e a sfidarsi ma da alleati in una lunga campagna elettorale in vista del 2023. L’identità del partito è dunque in grave pericolo, e anche l’organizzazione, un tempo efficace macchina elettorale e oleata struttura capace di fare da sentinella sugli umori del Nord, è annichilita dopo un lustro di osanna, e relative risorse, dirottate verso il sedicente capitano di ventura. 

Nessuno può scappare alla propria identità. Salvini è un politico, tattico decente, nella migliore delle ipotesi. Spesso è trascinato dagli eventi, nel senso che trae vantaggio adattandosi al contesto. Non c’è nessun disegno metapolitico, nessuna superstrategia segreta, semplicemente Salvini è rimasto vittima della rivolta della componente “governista” del partito. Non una componente moderata, come ripetuto acriticamente, ma semplicemente quella più pragmatica. In questo Salvini è più leale al carattere “movimentista” del partito. Lo scontro tra le due componenti è in corso da tempo e nel deflagrare farebbe implodere il partito. Per tutte queste ragioni Salvini presto lascerà la maggioranza provando a portare con sè le residue forze irredentiste della (fu) Lega Nord. Salvini non esce dal Governo, non ci è mai entrato