Le primarie a Bologna: benvenuto conflitto

Il mio editoriale per IL CORRIERE DI BOLOGNA

Ex malo bonum. Le primarie di coalizione tra i candidati del centro-sinistra possono rappresentare l’occasione per dirimere le frizioni e le conflittualità emerse nell’ultimo anno. Uno strumento utile, non sempre, non in assoluto, capace di mitigare le tensioni e soprattutto di legittimare la scelta dell’aspirante candidato alla carica elettiva, in questo caso di Sindaco. Il Corriere di Bologna è stato tra i primi a segnalare in varie occasioni l’opportunità delle primarie per procedere all’indicazione dell’aspirante successore di Virginio Merola. La decisione di Isabella Conti di competere rende l’esito della contesa incerto, e potenzialmente amplia l’interesse dei cittadini e degli elettori bolognesi per la campagna elettorale, anche a circuiti meno vicini ai partiti. I principali contendenti – in attesa delle determinazioni di A. Aitini – hanno presentato i rispettivi desiderata, fin’ora linee programmatiche generali, in due “dirette” sui social network entrambe abbastanza noiose e “tattiche”. Come ragionevole fosse al primo “appuntamento”. Possiamo però già trarre qualche elemento di riflessione. Il sindaco di San Lazzaro pare intenda giocare una partita all’insegna della rassicurazione, dell’appello alla “società” esterna al Partito democratico. I toni sono stati concilianti, a tratti troppo melensi, quasi da libro Cuore. La giusta reputazione di cui gode, data da popolarità, doti amministrative e coraggio, deve però trasformarsi in proposte di politiche pubbliche concrete, fattibili, misurabili e comparabili. Non si tratta solo evidentemente di una questione di scala (comparare San Lazzaro e Bologna non è un indicatore sensato, da non abusare ambo lati), ma di affrontare le questioni dirimenti e le prospettive di vita sociale e urbana dei prossimi trent’anni per la capitale felsinea. Per cui sarebbe più opportuno fare riferimento a proposte di miglioramento sempre necessari piuttosto che a presunte gravi deficienze cittadine, viste che tutto sommato Bologna non pare sia assediata dagli Unni. Essere candidati indipendenti può essere un plus, purché i partiti, e il PD non siano visti come un male.

Matteo Lepore, ha esperienza, visione, capacità amministrative e politiche. Per vincere dovrebbe evitare di rinchiudersi, di rimanere ancorato al gruppo di riferimento, ai soliti noti, e a volte non troppo disinteressati consiglieri. La reazione altèra sarebbe esiziale, tanto quanto considerare -come in parte ha fatto – la sfida di Conti come una lesa maestà. E nemmeno l’attacco a Matteo Renzi, accomunato a Salvini, appare ragionevole, almeno in questa fase, posto che Italia viva è composta di molti elettori di centro-sinistra. Tiri fuori, con umiltà, il coraggio di navigato amministratore, di giovane miliante e capace promotore della bellezza della Città, senza timore di lanciare il cuore e la mente nell’arena un pò affollata. Allarghi partendo dal PD, ma guardano oltre.

L’apertura della competizione ha innescato una normale, fisiologica, azione di ri-posizionamento e un confronto serrato tra sostenitori della lealtà coatta ed eroismi in favore della libertà di voto. Le primarie “aperte” coinvolgono gli elettori che si riconoscono nei valori (e nel manifesto) della coalizione, e che versano un obolo, si spera. Pertanto, le accuse di tradimento quanto gli strali contro il presunto liberticidio appaiono ampiamente sovrastimati. Una diatriba ristretta a pochi funzionari ed eletti. Che poco dovrebbe interessare il “popolo delle primarie”, stante la logica intrinsecamente “aperta” dei “gazebo”. La libertà va garantita, ovviamente, e non hanno senso i richiami alla disciplina, le minacce di espulsioni o i toni da anni Cinquanta. Tuttavia, è altresì bene essere consapevoli che i partiti politici non sono taxi o autobus, e nemmeno lo sono le istituzioni o le correnti, da cambiare a ogni mutar di Eolo. Pena la scarsa reputazione presso i cittadini. 

Meglio sarebbe, invece, per Conti e Lepore, raccogliere la sfida, puntando sul confronto rispetto ai temi. 

Il conflitto ideale è sempre foriero di avanzamento sociale e culturale, di progresso e civiltà. Confronto libero, serrato, argomentato e scevro da risentimenti, in una vera logica di competizione dove “prevalga il miglior candidato”. La nostra città ha raggiunto altissimi risultati in ambito sociale, economico, culturale, proprio grazie alla sinistra, al centro-sinistra. Ma non basta onorare il passato per conquistare il futuro. Bisogna reinventare un nuovo modello che affronti il post-Covid. Ma partendo dal patrimonio comune che è Bologna, con la sua vasta e solida ricchezza, economica e immateriale. Ne tengano conto i pretendenti per non rischiare di disperdere l’obiettivo primario nella temperie e nella polvere della tenzone elettorale. 

Le primarie prossime anticipano la contesa elettorale autunnale e decideranno, de facto, il prossimo primo cittadino di Palazzo d’Accursio, come rilevato anche dal Presidente P.F. Casini. Lo dicono i numeri del centro-sinistra a Bologna e l’annoso ritardo programmatico della destra locale. Conti e Lepore, diano dunque fuoco alle polveri delle proposte, delle idee, dei numeri, dei sogni, delle visioni, e della partecipazione politica. In entrambi i casi prestando maggiore attenzione ai temi e meno alle paturnie personali. 

Sistema elettorale: la quadriglia bipolare

Il mio editoriale per DOMANI

La quadrille bipolaire. Era così definito il sistema partitico francese degli anni Settanta-Ottanta per la presenza di due partiti rilevanti in ciascuno degli schieramenti. Ogni polo aveva un partito medio-grande che fungeva da guida e uno medio-piccolo che svolgeva al contempo il ruolo di sfidante, di stimolo, e di alleato. I socialisti capitanati da F. Mitterrand potevano contare sul sostegno del PCF, il partito comunista, mentre i gollisti di J. Chirac beneficiavano del fedele sostegno dei liberali centristi dell’UDF di V. Giscard d’Estaing. La meccanica bipolare era sostenuta e favorita dal sistema elettorale maggioritario per le politiche e amplificata dall’elezione popolare diretta del capo dello Stato. Ossia la caratteristica principale introdotta da C. De Gaulle su cui nacque, o meglio si consolidò, la Quinta Repubblica. La guida per ciascun campo, e quindi l’accesso al Governo attraverso un proprio Primo ministro e la candidatura quale front runner per la Presidenza della Repubblica, dipendeva dai rapporti di forza tra i rispettivi frères ennemis. Il partito in testa al primo turno, delle presidenziali e delle politiche, riceveva il sostegno esplicito del compagno di coalizione/schieramento. Il tutto in una chiara e distinta dinamica bipolare tra centrodestra e centrosinistra. I socialisti sono stati indiscussi egemoni del campo di sinistra per un trentennio, mentre nel campo conservatore la contesa è stata meno definita grazie all’attivismo e alla personalità di Giscard d’Estaing, capace di sfidare, sebbene temporaneamente, Chirac e i gollisti. L’implosione elettorale socialista e ancora prima la presenza crescente del Front national hanno modificato quell’assetto. 

Nel caso italiano la discussione sul sistema elettorale, meritoriamente rilanciata da Enrico Letta, e le prospettive sul doppio turno, aprono una potenziale strada per il consolidamento del sistema partitico italiano. Il quale è debole e quindi andrebbe contro-bilanciato dalla forza del sistema elettorale, per evitare l’eccessiva frammentazione, e la conseguente instabilità e immobilità decisionale. La discussione è ancora preliminare e sarà decisivo capire se l’orientamento potrebbbe andare in direzione dei collegi uninominali (come in Francia) ovvero di una contesa nazionale. La quale, attualmente più probabile, ha il vantaggio di conferire una maggioranza numerica cospicua, ma pone altresì alcuni problemi potenziali su cui utile riflettere, laicamente. Il doppio turno nazionale è normalmente adottato in regimi presidenziali, ossia per eleggere cariche monocratiche. Nel caso in specie, dovendo allocare dei seggi andrebbe tenuto conto di un rischio politico, posto che sul piano giuridico la Corte Costituzionale si è pronunciata favorevolmente. Potenzialmente una coalizione/partito otterrebbe il 55% dei seggi pur con circa il 45% al primo turno; e viceversa sarebbero possibili casi in cui il vincitore del ballottaggio riceva la stessa quantità di seggi pur con percentuali di voto superiori al 55%. Ne deriva che andrebbero discussi alcuni elementi quali: 1) il limite minimo per vincere al primo turno; 2) l’adozione di soglie accessorie come la percentuale di elettori recatisi alle urne; 3) il raggiungimento di una quota di voti (35%, per esempio) nella maggioranza delle province/regioni per evitare vincitori territorialmente definiti; 4) l’entità del “premio”. Ossia disegnare un sistema con due livelli di soglie, cosiddetto double complement rule

Al di là del dibattitto che verrà, la discussione sulle riforme è indispensabile: non solo sistema elettorale, ma anche Titolo V, ad esempio. Quel famoso cantiere riformatore deve essere riaperto proprio per le questioni rimaste in sospeso, mal modificate o bisognose di aggiustamenti.

È utile altresì osservare che la discesa in campo di Letta ha impresso una nuova dinamica “maggioritaria” al confronto politico tra i partiti e all’interno degli stessi. Le attuali forze politiche somigliano a una quadriglia bipolare. L’assetto del sistema partitico potrebbe svilupparsi proprio secondo lo schema “francese” ovviamente al netto delle differenze esistenti tra i contesti e astraendosi dalle valutazioni valoriali dei singoli attori politici. 

Il centro-sinistra pare riorganizzarsi attorno al duo PD-M5s. Il Partito democratico ha chiaramente abbandonato l’idea di essere condannato alla subalternità al Movimento 5 stelle. Le azioni del neosegretario hanno ristabilito un clima di fiducia e velato ottismo, in parte della volontà, e maggiore attivismo degli iscritti/elettori democratici troppo spesso trascurati, ma ancora desiderosi di partecipare. La prospettiva di una coalizione ampia, ma con al centro il PD che rilanci la vocazione maggioritaria, ossia l’obiettivo di essere guida perno e pivot riformista dello schieramento, contribuisce a ristabilire e ricomporre l’area di centro-sinistra.  

Dal canto suo il Movimento 5 stelle parrebbe infine attestarsi su posizioni meno populiste sebbene le acrobazie ideologiche e le oscillazioni politiche degli ultimi anni suggeriscono grande cautela e andrebbero verificate e testate. L’emergere di una classe dirigente rinnovata, pienamente europeista nei valori, nei comportamenti e nelle proposte, ancora non è del tutto all’orizzonte. In questo senso Giuseppe Conte potrebbe capitalizzare la recente esperienza a capo del Governo per imprimere un’accelerazione, tuttavia rimanendo cauto nelle procedure per evitare fughe massimaliste/movimentiste residue e in parte irriducibili. Alla coppia PD/M5s si contrappone stabilmente l’asse sovranistra di (estrema) destra Lega Nord e Fratelli d’Italia. Con il primo saldamente ancorato alle origini nordiste e il secondo alla ricerca di una identità nuova, combattutto tra revanchismo anni Settanta e neo-conservatorismo europeo. Gli equilibri politici ed elettorali nei due poli sono per ora stabili posto che il primato della Lega appare fragile e la contesa tra democratici e grillini è in fase preliminare. Insieme i quattro partiti cumulano circa l’80 per cento dei consensi, ossia la stragrande maggioranza della rappresentanza parlamentare. 

Ciascun polo sta ricomponendo la propria identità, l’equilibrio interno e la strutturazione politica e ideologica. L’intento di Letta di volere conferire e definire la leadership del campo progressista in base alla conta dei consensi tra PD e M5s va nella direzione di configurare una stabile alleanza che si confronta alle elezioni e successivamente converge in Parlamento. Il Partito democratico dovrà attingere dalle migliori energie intellettuali per declinare in proposte concrete, fattibili, attuabili e soprattutto condivisibili la prospettiva programmatica lanciata da Letta. “Progressista nei valori, riformista nel metodo, radicale nei comportamenti” è un ambizioso e lodevole manifesto politico. Contempla la lotta alla disuguaglianza, la parità di diritti e opportunità, l’etica e l’afflato riformatore. La costruzione di un solido partito che coniughi la spinta socialista e quella liberale per ridare fiducia, crescita e sviluppo al Paese. Il M5s, orfano del leader fondatore è piombato sulla realtà dopo l’ebbra esperienza sull’ottovolante populista e della finta democrazia diretta, ha la storica opportunità di convogliare le tante energie positive che il movimento contiene alla sua base, ma innervandolo di visione, di politica e di politiche coerenti con una società veramente aperta. E inclusa nella piena logica della democrazia rappresentativa, e non anti-sistema. 

Analoga dinamica di ristrutturazione si intravede tra amici/nemici Lega/FdI. 

I leghisti oscillano tra la malinconia salviniana per le ampolle del Po, e la rinnovata identità regional sovranista ben tutelata dal controllo del Mise, e la finta apertura europeista nella sostanza sempre orientata ad alleanze con il nazionalismo ungaro-polacco, non tanto differente da quello turco nella sostanza del rispetto dei diritti civili. Prima di sfidare l’alleato la Lega dovrà risolvere la questione della leadership perche Salvini non potrà convivere a lungo con il ruolo di “responsabile”. Questa circostanza rende FdI potenzialmente abile a superare i leghisti a patto che Giorgia Meloni rinnovi dalle fondamenta il partito, scommettendo sul ruolo all’interno del movimento conservatore europeo, mentre la strada dell’identità di (estrema) destra nazionale sarebbe di corto respiro e farebbe rimanere ai margini il partito, specialmente allorché la popolarità della leader iniziasse a eclissare. 

In questa dinamica bipolare i partiti minori dovranno aggregarsi o rimanere irrilevanti. 

Lo schema è duque segnato: alleanze pre-elettorali lungo l’asse sinistra/destra, competizione per la leadership interna e poi confronto nelle urne. L’adozione di un sistema elettorale maggioritario avrebbe effetti benefici e salutari sul sistema partitico italiano nel suo complesso. La competizione apparirebbe più chiara in termini di identificazione dei contendenti e della loro promessa di azione politica e legislativa futura. Di conseguenza anche il processo di accountability, di rendere conto ai cittadini/elettori, sarebbe rafforzato. La solidità dei governi, la loro stabilità, la corenza interna e l’operatività risulterebbero maggiormente tonificate. In un contesto in cui si sono avvicendati tre governi in tre anni con formule politiche letteralmente opposte. 

Gli elettori potranno sia esprimere un voto sincero/espressivo delle loro prime preferenze e anche sostenere il partito meno lontano dal loro sentire politico senza pertanto essere forzati. I partiti, soprattutto quelli estremi, sarebbero indotti a moderare il bagaglio ideologico per essere appetibili al secondo turno. Una sana dinamica bipolare sarebbe un bel colpo al populismo. 

La Destra conservatrice che manca all’Italia

Il mio editoriale per il RIFORMISTA

Tornate nelle fogne. Carogne fasciste. Molti dei gerarchi, degli esponenti del regime e del partito nazionale fascista erano effettivamente vili e meritavano anche di essere estromessi da ruoli politici, istituzionali e sociali apicali nel sistema repubblicano successivo alla Liberazione e alla nascita della Repubblica. È così sostanzialmente avvenne, sebbene l’epurazione fu parziale nell’azione del governo Parri e insieme all’amnistia del ministro Togliatti resero l’esclusione di quanti coinvolti criminosamente con il regime mussoliniano meno efficace. La messa al bando del disciolto partito nazionale fascista e la limitazione dei diritti politici (in deroga temporanea all’articolo 48 della Costituzione) per i capi responsabili del regime furono un compromesso, ma anche un chiaro segnale di liberazione e di tentativo di riconciliazione nazionale. Di fatto, poi, gli epigoni del fascismo, riorganizzati nel Movimento sociale italiano, furono esclusi dall’accesso al governo, insieme al PCI – sebbene in forme limitate ed evolute nel tempo -, nella nota conventio ad excludendum, che impediva appunto l’ingresso alle stanze governative per i partiti antisistema. 

La guerra di Liberazione dal nazifascismo, la guerra civile, dall’8 settembre del 1943 al 25 aprile del 1945 non era stata per nulla superficiale e in varie zone del Paese, specialmente al Nord, aveva reso sanguinose le ferite sociali profonde generate dal fascismo e dal conflitto mondiale. Come disse con celeberrima retorica Sir Winston Churchill di lì a poco calò una cortina di ferro tra l’Est e l’Ovest, e in tutto ciò l’Italia faceva, letteralmente, da confine. La Guerra Fredda ebbe inizio e con essa la necessità di Stato, derubricata ipocritamente a “ragione collettiva” inibì ogni serio, diffuso, condiviso processo di elaborazione dell’onta autoritaria, delle leggi razziali, dell’odio, della guerra. La memoria non fu e non divenne storia comune, rimarcando distanze e distinguo che acuirono diffidenze, avversione e violenza. L’”armadio della vergogna”, un mobile addossato con le ante a una parete affinché non disvelasse il contenuto di documentazione inerente alle stragi nazifasciste del dopo Armistizio, segna simbolicamente quel rifugio della memoria, tentativo di scappare dal, senza elaborare il Ventennio, e gli interrogativi circa la natura del “consenso”. In Germania i figli interrogarono i padri e i nonni circa le loro attività nel periodo totalitario, mentre in Italia il contesto nazionale ed internazionale, insieme a una congrua dose di viltà e malcostume morale, frenarono una seria discussione sul passato, e come superarlo senza dimenticarlo. 

I partiti dell’arco costituzionale accettarono la presenza di un partito neofascista, che non rinnegava quasi nulla del fascismo, ma lo relegarono giustamente ai margini. Pertanto, la Destra conservatrice non ha avuto solide basi in Italia a differenza del resto dell’Europa occidentale, per i citati fattori nazionali ed internazionali. Il MSI era una formazione legata a doppio filo con il regime fascista, dal punto di vista ideologico e personale. La “politica del doppiopetto” di Giorgio Almirante solo in parte scalfì l’immagine di partito nostalgico, spesso ambiguamente troppo vicino ad ambienti eversivi, quanto meno fino alla campagna sulla “doppia pena di morte” del 1978 in piena emergenza terroristica. Ma l’MSI non procedette mai a rescindere i legami, personali e culturali, con il Ventennio. Non voleva farlo, non sapeva farlo, e in parte non poteva farlo ingabbiato nella Guerra Fredda italiana. Il progetto di Destra nazionale naufragò incagliato negli anni di piombo, mai rivisitati criticamente, mai condannati senza appello. 

Quel ignavo “non rinnegare, non restaurare” propugnato da Almirante che teneva in mezzo al guado il partito neofascista, in un gioco di specchi con il nemico comunista che permetteva alla Democrazia cristiana di ergersi perennemente a baluardo verso gli estremismi. Il piduista Silvio Berlusconi e il mutato scenario internazionale consentirono al MSI di accedere al mondo istituzionale che conta. Molto lavoro fu svolto da Gianfranco Fini che osò sciacquare panni e fez nell’acqua di Fiuggi nel 1995, eliminando i residui fascisti, emarginando l’ala oltranzista e revanchista. Mise Almirante in una teca e provò a creare una destra “normale”. Descrisse il fascismo come male assoluto, visitò Gerusalemme chinando il capo e aprì ai conservatori europei. L’ambizione fu però bloccata da colui che aveva aperto le porte delle istituzioni: Berlusconi espulse Fini reo confesso di tentato golpe e rigettò i nostalgici nelle mani del passato. L’eredità del MSI-Alleanza nazionale, mutatis mutandis, è stata raccolta, rinnovata e rilanciata da Giorgia Meloni. La quale ha le potenzialità per fagocitare la Lega Nord e diventare egemonica nel campo della Destra. Ma per farlo non dovrebbe tornare a un aureo passato, a “ordine, disciplina e gerarchia”, alla triade autoritaria “Dio, Patria e Famiglia”; non all’antico, ma continuare nell’azione di rinnovamento, di modernizzazione. 

Per capire se intenda diventare politicamente adulta sarà utile verificare se Meloni punta a costruire una forza della destra repubblicana, una ridotta della Lega Nord, una costola in franchising del partito di Marine Le Pen (che si ispirò al Msi…), ovvero una sezione fuori tempo e nemmeno troppo edulcorata di Alleanza nazionale. Per divenire centrali nel campo di centro-destra Fratelli d’Italia dovrebbe operare scelte radicali. Nessuna ambiguità sui diritti civili, niente indulgenze su blasfeme frasi di ex colonnelli aennini ebbri, né azioni squadriste come quelle dei delatori di immigrati “citofonatori” emuli di Salvini. La Destra repubblicana italiana deve ri-scoprire De Gaulle, Kohl, Thatcher, … non satrapi postsovietici, orientali o i populisti nazionalisti di estrema destra che pensano al 1918 con nostalgia. Casa Pound va abbandonata, nella forma e nella sostanza, al pari del tentativo di recuperare frange dell’estrema destra. La legalità e l’antimafia ribadite anche nelle scelte dei candidati locali. Il patriottismo sano può avere spazio insieme al ruolo dello Stato, dalla scuola all’economia, ma non può esserci acritica difesa delle forze dell’ordine anche quando ci sono evidenti reati e responsabilità personali.

L’autorevole intervento di Ernesto Galli della Loggia sul Corsera indica alla destra un possibile percorso modernizzatore che però, in realtà, rischia di risucchiarla negli anni Sessanta/Settanta. I concetti evocati rimandano alla destra postfascista e non a quella moderna e conservatrice. E proprio sull’antifascismo, mai “di professione”, ci mancherebbe, ma sempre necessario per le ragioni di italica smemoratezza, Fratelli d’Italia dovrebbe fare di più, molto. 

La Storia repubblicana include il 25 senza cui non c’è il 2 giugno, e su questo andrebbe fatto uno sforzo intellettuale. Nella sua risposta a Galli della Loggia Meloni quasi ribadisce il carattere fieramente identitario della Destra d’antan, mentre lo sforzo andrebbe compiuto nella direzione opposta a quella evocata. Non abbia paura di mollare gli ormeggi. Per costruire una Destra moderna Meloni dovrebbe definitivamente abbandonare gli ululatori di Eja! Eja! Alala e le schegge missine che continuano a infangare la storia patria rimestando in presunti allori del fascismo. Meloni dica chiaramente che non concede credito a millantatori di patrie da difendere, che non ci sono navi da affondare, porti da chiudere, manifestanti da manganellare e centri sociali da sgomberare. Punti alle idee della destra repubblicana, ha molti spunti da cogliere: dal partito repubblicano americano, ai think tank a esso legati, dalla destra francese a quella tedesca e persino spagnola e scandinava. Colleghi che frequenta meritoriamente visti i suoi recenti incarichi. Il suo contributo passerebbe alla storia come modernizzatore, viceversa sarà derubricato a transeunte e il partito avrà scarsa fortuna. La competizione con l’estremismo leghista non giova al partito ed ha breve respiro. Lo spazio elettorale per i conservatori è ampio, ma Fratelli d’Italia ha la zavorra del passato; presunto o reale che sia molti elettori lo percepiscono. 

Che i postfascisti del terzo Millennio “escano dalle fogne” per sempre non può che essere salutare per il Paese. Anziché rigettarli nelle mani del fanatismo vanno accolti e sostenuti i passaggi riformatori, se verranno. 

Una città senza padri

Editoriale per il Corriere della Sera

Una città senza padri? Quasi tre anni orsono il Centro San Domenico ospitò una pregevole lectio del prof. Stefano Bologni, eminente psicoanalista di fama internazionale. Il quale indicò con competenza quanto la città fosse, e sia, da lustri, senza guida. Senza una figura paterna che sappia e intenta guidarla (non ammise la figura materna non per spregevole maschilismo, ma perché è proprio così è psicoanaliticamente, disse). Più prosaicamente lo avevamo scritto. Lo avevamo persino previsto, involontariamente. Lo avevamo invocato l’intervento del padre romano ché proprio a Bologna pare non si riesca a gestire in forma ordinata la fase di selezione di candidature nel PD e per il centro-sinistra. Senza primarie nulla salus, che non sono un balsamo, ma rappresentano la più alta forma di partecipazione specialmente in una fase di fratricidio incipiente, e poi sono una delle caratteristiche del PD. Eppure, ci sono figure assai degne e meritevoli, da (in ordine alfabetico) Alberto Aitini, Elisabetta Gualmini e Matteo Lepore. E altri potenziali. In una città che ha molte risorse intellettuali. Ma, adesso, alla deriva nel processo di gestione della selezione degli aspiranti sindaco, la città, o meglio il centro sinistra sta sommando una pessima prova sul piano qualitativo. Le ambizioni sono tutte legittime, ma il senso di realtà non andrebbe varcato. La misura è colma. Ritengo indecoroso il dibattito su presunte candidature di personaggi privi di lignaggio, di alcuna minima credibilità. Il fatto che se ne discuta è un segno inequivocabile di quanto sia depressa la contesa ideale in città; alcune boutades in passato sarebbero passate in cavalleria, oggi aprono i titoli dei quotidiani. Ma non bisogna rassegnarsi, io non lo faccio, al declino. Chi tace per tattica è complice.

A Palazzo d’Accursio si sono scontrati, confrontati e misurati figure del calibro di P. Cervellati, B. Andreatta, G. Campos Venuti, G. Fanti, G. Dozza, Renato Zangheri, A. La Forgia, G. Celli, P. Casini, M. Cammelli, G. Dossetti, L. Pedrazzi, I. Dionigi… per rimanere su una lista non esaustiva, ma indicativa.

Come il PD, nazionale e locale, possa anche solo minimamente considerare plausibili “candidature” di quanti hanno il pregio di aver organizzato una ben riuscita manifestazione di piazza appare irricevibile. Sono caratteristiche poco o punto rilevanti per entrare nell’agorà politica saliente. Qualcuno bisogna che lo dica, per uscire dall’ipocrisia che rischia di avviluppare il dibattito, con danni esiziali. I padri hanno abdicato, eterni adolescenti anche loro, a indicare la strada, a dare l’esempio, a redarguire. Lo spazio per i “ggiovani” è sacrosanto, figurarsi. Ma la distribuzione dei talenti non è ascrittiva né connessa intrinsecamente all’anagrafe. E quando i padri non svolgono il loro ruolo, i pargoli entrano in gioco. E poi raccogliere i cocci è complicato e doloroso. I partiti, le organizzazioni debbono svolgere un ruolo di filtro, di cesura e di censura, di selezione che avviene con superamento di prove. Nel settecentesimo anniversario dalla morte del Sommo Poeta, è forse utile ricordare che proprio Dante vedesse in Bologna non più la vivace città di studi, ma uno spazio infernale: «Qual pare a riguardar la Garisenda sotto il chinato quando un nuvol vada sovr’essa sì ch’ella in contrario penda, tal parve Anteo a me, che stava a bada di vederlo chinare…».

Bologna forse non è sazia e disperata come disse l’arcivescovo Biffi. Ma la pandemia, la crisi sociale ed economica, la hanno segnata. E la colpiranno profondamente, cambiandola. Per ripartire è necessario dare fondo a tutte le risorse economiche, intellettuali, sociali, politiche per rilanciare non solo il ruolo della città in Italia, ma la sua naturale propensione europea ed internazionale. Come ha ricordato Romano Prodi «il condiviso grande traguardo in grado di aggregare i necessari consensi esiste e si chiama Next Generation Eu». Su questo la città esprima progetti, idee, proposte, persone, ossia il meglio che ha. Che è tanto.

Sinistramente

Editoriale per RIFORMISTA

Un pregiudizio. Negativo. L’ottavo segretario del Partito democratico non ha nemmeno completato le operazioni di acquartieramento e rapidi come saette sono partiti profluvi di attacchi, richieste, raccomandazioni, imperativi. Preventivamente, gratuiti e scontati. Ultimo in ordine di tempo su queste pagine, e rilevante per autorevolezza, Angelo Panebianco ha segnalato che Enrico Letta starebbe preparando la sconfitta. Ovviamente non deliberatamente, non intenzionalmente votato e incline alla sconfitta, ma un atteggiamento conseguente all’analisi dello stato dell’arte. E lo starebbe facendo come desumibile dall’accento posto sul tema identitario e in particolare sul tema/bandiera dello ius soli. Si tratta di una lettura critica preventiva con un taglio liberale di destra. L’analisi è errata nel metodo e nel merito. Il ritiro preventivo nella trincea parlamentare dell’opposizione appare come una previsione senza elementi empirici che la sostengano, al limite un wishful thinking. Nel merito l’identità è esattamente ciò di cui ha bisogno il partito, esanime, esangue intellettualmente e introverso. Identità non automaticamente è sinonimo di ideologia, di chiusura. Serve a delimitare i confini. A indicare un “nemico” come insegna Carl Schmitt, non proprio un bolscevico rosso. Ed è bene che ciò avvenga, rispetto alla Lega Nord e alla destra estrema in genere, al populismo fluido grillino, e anche alle velleità residuali della sinistra “alternativa”.

«Progressista nei valori, riformista nel metodo, radicale nei comportamenti». Le parole di Letta sono un primo segnale di ricostruzione dell’identità riformista che il PD si diede nel 2007 con il discorso del Lingotto di Walter Veltroni. Il riformismo, contrariamente alla vulgata comune, non è un minus, non è la parte meno forte dei rivoluzionari. Anzi. È l’aspetto più ardito. Sintomatico che dal 1921, dopo il 1956, il 1968, il centro-sinistra italiano, il 1973, la solidarietà nazionale, e il 1989/1991 ancora se ne parli, quale questione da risolvere. Mentre il populismo avanza e le destre impongono l’agenda.  Il riformismo è meno cena di gala della rivoluzione. E fa più paura tanto che sono i riformisti gli obiettivi primari dei conservatori.

Il riferimento di Letta ai circoli, ai militanti del Partito, alla nuova politica ambientale/economica, al lavoro, e lo ius soli rappresentano un punto di partenza che andrà sviluppato e praticato a livello parlamentare, nel dibattito e nella costruzione della coalizione. Proprio l’identità farà risalire la china al partito. Per cui l’azione di Letta non è per nulla velleitaria o votata alla sconfitta, semmai il contrario. Neanche avesse preannunciato il varo di un piano kolchoziano di economica collettivizzata, la nazionalizzazione della Renault o la tassazione dei grandi capitali. Tra l’altro una politica decisamente progressiva, e progressista, in ambito fiscale andrebbe propugnata da un partito riformista di sinistra non fosse altro che per attuare la Carta costituzionale. Quanto ai ceti produttivi che il PD non rappresenterebbe (più) andrebbe definita ex ante la categoria per evitare nella infruttuosa, anche se in parte ineludibile, conflittualità “impresa/lavoratori”, quasi che i dipendenti pubblici o gli operai non fossero produttivi a differenza degli imprenditori.

Inoltre, Panebianco segnala che il PD nacque per fronteggiare il maggioritario. Ovviamente, è esattamente il contrario: il sistema elettorale vigente al tempo della nascita del PD, e del PDL, era formalmente un sistema proporzionale, con premio di maggioranza. Un sistema proporzionale, majority assuring come nella letteratura internazionale. Ma la logica era quella proporzionale. Come del resto lo era, in parte, quella del 1994-2001 allorché le coalizioni stavano insieme più per vincoli esterni e politici (pro-anti Berlusconi) che per costrizioni formali/istituzionali/elettorali.

La logica maggioritaria era in declino stante la crescente frammentazione intra coalizioni. Il PD nacque nel 2007 non per rispondere al, ma per rilanciare il sistema maggioritario che era stato annichilito da coalizioni “pigliatutti”. Il continuo ricatto di partiti inesistenti e guidati da personaggi per nulla rampanti aveva logorato le esperienze riformiste del 1996-2001 e del 2006-2008. Lo scatto e lo scarto di Veltroni andavano in quella direzione: la vocazione maggioritaria, ossia essere centrali nella società (il vituperato “ma anche” era un forte riferimento nazionale) tanto da risultare egemonici culturalmente e baricentrici nell’azione parlamentare. In questa luce va interpretata la meritoria virata di Letta verso il sistema elettorale maggioritario (legge Mattarella o doppio turno). L’approdo del neosegretario PD pare quello dell’Ulivo 3.0. In questo senso, se proprio una critica ha da essere mossa all’Ulivo è che vinse nel 1996 grazie alla corsa solitaria della Lega Nord, mentre nel 2006 il centro-sinistra vinse per soli 24.000 voti, quasi per caso, e comunque grazie al surplus di consensi attirati dalla figura competente e rassicurante di Romano Prodi. Alla cui coalizione mancava una figura quale quella del PD, forte, trainante.  Di una forza riformista solida, ambiziosa, culturalmente frizzante l’Italia ha bisogno come l’ossigeno. Nei paesi laddove governano le forze progressiste, socialdemocratiche, democratiche, le condizioni complessive di vita sono decisamente migliori, come dimostrano cumulate serie di studi comparati. In Italia la sinistra ha governato per poco tempo e in assenza di una forza trainante e riformista le politiche sono state, colpevolmente, di breve periodo, di limitata gittata e scarsamente lungimiranti. Esattamente per l’assenza di una definita e definitiva identità del PD, prematuramente soffocato nella culla.

Ma il Belpaese coltiva un annoso anticomunismo senza comunisti. Per la borghesia italiana la Sinistra appare sempre, e comunque, indegna, inadeguata, sospetta, da redimersi. Non solo per evidenti, patenti, storiche e conclamate responsabilità e financo colpe, ma in quanto tale. In quanto soggetto che pur tra mille contraddizioni e inadeguatezze collettive e soggettive ha difeso i diseredati, i deboli, gli operai, la democrazia, ha combattuto le disuguaglianze. Ha promosso una stagione di diritti civili, tentando di sovvertire i rapporti di forza. Per i reazionari non fa specie se trattasi di turatiani, pajettiani, nenniani, craxiani o berlingueriani, sono un’unica melassa pericolosa per il popolo. O forse per le classi dominanti, da troppo tempo e in malo modo garantite. Alla borghesia retriva del Paese, da sempre asservita al potere politico ed economico, qualunque esso sia, e qualsiasi cosa dica o faccia, proprio non va bene che i meno abbienti alzino la testa.

Una sorta di bullismo intellettuale, un metaforico istinto omicida, un accanimento, terapeutico forse. Il PD sta faticosamente tentando di risollevarsi, ed è un bene che lo faccia, per il Paese. Al pari delle crisi interne che attraversano la Lega (sempre) Nord e Fratelli d’Italia che però confermano la loro chiara identità funzionale al consenso.

Ma l’Italia, Paese di baciapile reazionari, è colma di giaculatorie sostanzialmente antiprogressiste. Di baronie e di corporazioni autoreggenti ostile a ogni minimo mutamento sociale e dei rapporti di forza tra le classi. Ergo allorché i deboli, gli studenti, gli operai, i non garantiti, gli esclusi hanno provato, con lotte, e non senza costi umani e politici, a fra sentire la propria voce sono stati silenziati. Con le buone o con le cattive. È successo sia ai massimalisti, che pure ragionavano in una logica a somma zero, ma anche ai riformisti. Soprattutto a loro. Perché con le loro folli dee innovative puntavano e mirano alla riforma della società in profondità, alla radice, non allo scalpo di una vittoria simbolica di un pennacchio. I riformisti tentano con caparbia tenacia di mutare gli eventi, con strumenti pacifici, ma non velleitari.

Oggi il PD ha un nuovo leader, colto e raccolto, mite, persino troppo introverso. Ma apparentemente efficace nei metodi, almeno da quanto emerge dalla prime mosse. Sull’identità c’è ancora molto lavoro da fare in realtà: il PD, come ogni partito che voglia evitare di essere un semplice gruppo, deve coniugare due aspetti, due dimensioni. Una forte attenzione all’attuale, al contesto, alle dinamiche politiche, al realismo. Dall’altro, va rilanciata la questione ideologica, l’afflato intellettuale che come ambizione ponga al centro la lotta alla disuguaglianza, il cambiamento. Un occhio al “pane” e uno alle “rose” (Ken Loach), uno sguardo all’immediato e uno al sogno, all’utopia. La combinazione di queste due scelte definisce l’identità.

La disuguaglianza è aumentata, se la distanza tra il salario di un operaio e quello di un top manager è passata da 30 a 250 volte negli ultimi quarant’anni una forza che segnali e combatta questa disparità ci vuole. Se questo significa rimarcare l’identità, ben venga l’identità! Il PD deve stare dalla parte di chi ha di meno, di chi lotta, suda, studia, coltiva, produce, lava, con fatica. E con pochi mezzi. Chi ha tanto, chi ha tutto non ha bisogno dell’identità, dei partiti e della politica. Chi ha tutto è felice che tutto vada come è sempre andata. I reazionari di ogni risma se ne facciano una ragione. Sempre dalla stessa parte ci troverete.