Candidati sindaci e partiti. A Bologna lo schema è ancora paritario

Il mio editoriale di oggi per il Corriere di Bologna-Corriere della Sera

Insieme all’ovvio e scontato interesse e interrogativo su chi avrebbe vinto, se al primo turno ovvero al ballottaggio, e su quanti elettori si sarebbero recati al seggio, la domanda sul ruolo del candidato alla carica di primo cittadino è stata e rimane centrale, focale. Alle elezioni amministrative la figura del potenziale sindaco ha assunto un ruolo preminente sul versante istituzionale, nella fase di campagna elettorale e successivamente nella guida della giunta locale. Per una serie di concomitanti ragioni, dunque, il primo cittadino si pone all’intersezione di una serie di interessi, figure politiche e amministrative. La vulgata la definisce “personalizzazione”, ma si tratta di un fenomeno politico articolato e a tratti difficile da indagare. Qual è il peso specifico del candidato sindaco? Quanto conta e incide sul complesso della sua lista e della sua coalizione? Il Sindaco quale primus super pares che guida l’azione politica, nomina e se del caso dimette gli assessori, risponde in prima persona dell’andamento amministrativo e rappresenta simbolicamente oltre che formalmente la città.  

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Luigi Einaudi: prediche inutili

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Monarchico”. Il primo Presidente della Repubblica italiana aveva simpatie monarchiche e al referendum istituzionale del 2 giugno 1946 votò a favore della soluzione che in caso di vittoria avrebbe istituito una monarchia parlamentare. Luigi Einaudi aveva chiaramente manifestato la sua scelta di voto sulle pagine di un giornale (L’opinione) argomentando poco prima della consultazione che il suo timore fosse per una deriva social-comunista e comunque per una immaturità degli italiani ad affrontare la Repubblica. Il tutto, in puro stile einaudiano, sostenuto e suffragato da dati, numeri, fonti e citazioni. Insomma, un piccolo saggio pur nel sostenere una tesi e una posizione alquanto disallineate rispetto all’élite politica, ai partiti principali e agli intellettuali. La posizione pro-monarchia è da interpretare anche in relazione allo spirito dei tempi, e ad una sorta di populismo ante-litteram. In realtà Einaudi aveva ben presenti le differenze tra i due sistemi istituzionali e non votò monarchia per slancio verso i Savoia quanto per convinzione che in un inesplorato ed inedito scenario repubblicano la debolezza dello stato e dell’economia post-bellica avrebbero fatto naufragare la fragile ritrovata democrazia italiana. Una democrazia parlamentare cui, come ribadì nel discorso di insediamento presidenziale, “aveva dato più di una mera adesione”, proprio a rimarcare la distanza con la precedente opinione espressa nel 1946. 

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Bologna e il rischio appiattimento

Il mio editoriale per il Corriere di Bologna – Corriere della Sera

Uno spettro si aggira per Bologna… il conformismo. Facile, e banale, incipit per segnalare una pericolosa deriva sociale, politica e intellettuale. “La città più progressista” d’Italia, così è stata (auto) definita la nostra città dal candidato del centro-sinistra Matteo Lepore, un po’ troppo enfaticamente. Tuttavia, non avendo egli fornito una definizione di progressismo non possiamo misurare quanto Bologna si approssimi all’idealtipo evocato e dobbiamo perciò credergli sulla parola. È una efficace uscita comunicativa degna della campagna elettorale, ma dovremmo scavare un po’ più a fondo. Certamente sul piano sociale la capitale della via Emilia si distingue in ambito nazionale ed europeo, e anche nella fase pandemica lo ha ribadito. La parte dolente, molto, è connessa al progressismo sedicente in ambito politico. 

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Giorgio Napolitano: dal PCI al socialismo europeo

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il primo funzionario del PCI a recarsi in visita ufficiale negli Stati Uniti d’America. Lui esponente della corrente “migliorista”, un destro avrebbero detto i detrattori. L’accreditamento presso Washington funzionale al tentativo di accedere al Governo cui lavorava la segreteria Berlinguer e che i lusinghieri risultati elettorali del 1975 e del 1976 resero plausibile, se non ancora probabile, al netto dunque dei vincoli internazionali. Indispensabile, perciò, aprire un canale di comunicazione con la Casa Bianca. Era il 1978 e gli anni della solidarietà nazionale divennero propedeutici a una possibile stabile entrata dei comunisti nell’alveo governativo. La fine del compromesso storico e i cambiamenti all’interno della Democrazia cristiana post omicidio Moro resero il contesto impraticabile, e rinviarono de facto l’alternanza di qualche decennio. Il percorso che porterà un ex comunista nove anni al Colle è stato lungo, ma coerente. Giorgio Napolitano è politico di professione, di lungo corso. Sin dalla Liberazione di Napoli aderì al PCI e sposò la linea del segretario, della svolta di Salerno. Il realismo togliattiano è la cifra costante dell’azione di Napolitano che coniuga l’analisi della realtà, la difesa dei principi e dei valori costituzionali con l’afflato dell’emancipazione e del progresso propri del manifesto comunista. La prima prova arrivò con i Fatti di Ungheria del 1956 e la relativa repressione sovietica nonché la scelta di Togliatti di “coprire” la madre Russia. Allievo e sostenitore di Giorgio Amendola e della linea riformista che sarà la cifra umana, politica e intellettuale di una intera vita politica. Napolitano si cruccerà per quella scelta acritica, ma dettata dall’adesione a un sistema valoriale e organizzativo, a una comunità politica. La situazione cambiò nel 1968 con la Primavera di Praga allorché il PCI prese le distanze da Mosca, pur rimanendo nell’alveo delle organizzazioni ricadenti nell’arcipelago comunista di matrice sovietica. “Dal PCI al socialismo europeo”, come scrive nella avvincente e istruttiva autobiografia ripercorrendo le tappe del percorso politico, umano e intellettuale quale espressione dei massimi dirigenti ed esponenti della sinistra italiana. La pubblicazione di quell’importante testo avvenne l’anno prima dell’elezione presidenziale, un manifesto per il suo settennato, che poi diverrà più lungo. La scalata al Quirinale era dunque iniziata negli anni del PCI, accreditandosi come componente eterodossa, aperturista, dialogante e incline a superare l’organicismo comunista e la dipendenza da Mosca, culturale e ideologica. Dopo una lunga e significativa esperienza all’interno degli organi di partito, Napolitano ricoprì la carica di Presidente della Camera (1992-1994) e poi di ministro dell’Interno tra il 1996 e il 1998 nel primo governo Prodi, una carica pregna di simbolismo nell’immaginario della militanza comunista poiché rappresentativa del potere statale, dell’agognata presa della Bastiglia. Presidente della Commissione affari costituzionali del parlamento europeo (1999-2004) e senatore a vita nominato da Ciampi nel 2005. L’anno dopo il segretario dei DS Piero Fassino per il Colle propose D’Alema in prima battuta, ma il consenso non si coagulò, primariamente nel centro-sinistra. Eletto al quarto scrutinio con i soli voti dei partiti della maggioranza di governo (543) venne spesso per questa ragione attaccato e tacciato di partigianeria ed eccessiva vicinanza al centro-sinistra e al Partito democratico poi, di cui in ogni caso era considerato padre nobile ed ascoltato consigliere e mediatore. La Lega Nord votò Bossi e il centro-destra scheda bianca, tranne Marco Follini sempre autonomo e intellettualmente indipendente. Berlusconi dapprima “neutro” innervò il suo niet all’anticomunismo, sua cifra politica ed elettorale in un Paese senza memoria, proprio verso il meno comunista di tutti. Napolitano è il primo presidente pienamente inserito nella dinamica maggioritaria, o meglio bipolare del sistema partitico. Sebbene la seconda fase della sua presidenza coinciderà con la destrutturazione delle coalizioni pro/contro Berlusconi e la presenza di un terzo polo, il M5s.

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Carlo Azeglio Ciampi: il repubblicano di ferro

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il 2 giugno celebra la nascita della Repubblica, ma è soprattutto per merito di Carlo Azeglio Ciampi se è diventata una data patrimonio collettivo. O meglio, è tornata ad esserlo dal 2001 allorché la legge “spinta” da Ciampi ha cancellato l’onta del 1977 quando la “festività” venne espunta dal calendario. Il Paese in cerca di strumenti per incrementare la produzione industriale, e in crisi economica, preferì rinunciare alla giornata fondante della propria identità sull’altare monetario semplicemente espungendola dall’almanacco civico. Come se gli USA abolissero il 4 luglio o la Francia il 14 luglio. L’Italia è ancora un Paese senza Stato, e con pochi cittadini anche per le appartenenze separate – democristiani/comunisti – acuite negli anni Settanta. Carenze cui il Presidente Ciampi provò a rimediare con una incessante azione di civismo repubblicano. Lui del resto era espressione del migliore repubblicanesimo, esponente di quel partito d’Azione sbeffeggiato da Massimo D’Alema con realismo togliattiano. Ciampi non era “estremista”, purista perciò contrario agli accordi e al dialogo, ma coltivava la devozione repubblicana, senza compromessi. Conoscitore delle dinamiche economiche e finanziarie, direttore generale della Banca d’Italia per tre lustri – come Luigi Einaudi, altro Presidente governatore della Banca -, era più incline verso il capitale sociale e civico che nei confronti del capitale e del capitalismo senza regole. 

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