Partito padronale

Il mio editoriale per Il Domani

Conte dovrà se soumettre oppure se démettre. Il Movimento 5 stelle è un partito. E come tale soggiace alla “legge ferrea dell’oligarchia”. La fase movimentista embrionale è durata lo spazio dell’infantilismo ribellista culminata negli strepiti belluini contro il Capo dello Stato nel post voto 2018. La genetica del partito è palesemente intrisa di paternalismo mascolino, di preponderante cultura padronale e personalista. Il partito M5s è una formazione politica di tipo carismatico-cesarista e privatistico, dove prevale il tratto centralizzatore e non democratico tipico dei regimi autoritari. La diade Casaleggio-Grillo ha repentinamente annichilito le residuale istanze di democrazia diretta e di partecipazione diffusa. Il sol dell’avvenire dell’uguaglianza, sintetizzata nel motto da combattimento e di motivazione delle truppe, è stato avviluppato dalla gestione aziendale fattane dal connubio tra interessi privati di una società di comunicazione e le redini saldamente in mano ad un solo individuo. Il combinato disposto tra gli scopi commerciali e quelli personali ha segnato le sorti del qualunquismo italiano degli ultimi tre lustri. La gestione tecnocratica, la disinvolta incompetenza propalata quale virtù e la personalizzazione ossessiva hanno contribuito a minare le già gracili gambe della politica italiana. La perenne nota anti-intellettuale, la sfiducia, l’odio sociale, la cultura del sospetto e la criminalizzazione hanno reso evidente che i sogni utopisti di alcuni fondatori dei “movimenti” alla base del futuro M5s erano stati tacitati nella culla di una forza politica reazionaria. Spesso definita populista, ma decisamente qualunquista che ha allevato e coltivato le pulsioni anti-democratiche e anti-istituzionali tipiche del ribellismo provinciale e pre-politico. Nel M5s convivono, fagocitate dal magnate della comunicazione e dalle intemerate istrioniche del padrone, atteggiamenti sinceramente “rivoluzionari”, sempre più isolati in una base sincera ma disillusa, e tratti movimentisti da camicie nere, da squadracce del Ventennio incluso ricorso al manganello pre-giudiziario e all’asprezza rude, velleitaria e gratuita dell’invettiva a mezzo social network. Permangono illusioni e ignoranza, mutuamente alimentate, che non si tratti di un partito e che se mai lo fosse, semmai lo divenisse, sarebbe comunque altro e altèro, distante e distinto rispetto alla “casta”, ai manigoldi che siedono ogni dove come propaganda “grillina” disegnata nella manichea visione noi/buoni vs loro/corrotti.  Il non partito, il non statuto, il popolo al governo, la rivoluzione incruenta, l’onniscienza individuale e lo spirito di gruppo … Intuizioni commerciali, suggestioni, infatuazioni per modelli privi di contenuto, slogan vuoti, frasi ad effetto, schermaglie accattivanti per celare il non-pensiero, condito da efficaci proposte ad ampio spettro di ricevibilità sociale. Proposte per palati non troppo raffinati. L’infatuazione, che ha però seminato proseliti, ha colpito molti, anche tra (ex) intellettuali, artisti, pensatori della sinistra malandata di un Paese senza memoria, è stato un tratto trascinante del voto per il M5s. Un voto nec spe nec metu, senza speranza e senza timore. Alla giornata, un arrembaggio senza pianificare gli insediamenti, una conquista senza ricordare gli approvvigionamenti e la logistica, oltre che la logica, per amministrare il nuovo territorio. Giunti sulla “Luna” gli esponenti del M5s hanno palesato l’inettitudine degli assalitori della Bastiglia che senza l’élite tanto detestata e vituperata sarebbero stati rinchiusi nelle patrie galere e sedati nel sangue. Il M5s ha anche fatto ricorso a un sedicente autoproclamato avvocato del popolo, quasi non ci fosse la Costituzione a tutelarne i diritti e i doveri, che ha immaginato di domare il “Palazzo” con eloquio furbesco e collodiano senza rischiare l’osso del collo come il più celebre Maximilien. Il Presidente Conte non è un prestanome. Ma lo è stato, sin dal discorso parlamentare di Montecitorio recitato con ausilio di gobbo avendo smarrito lo spartito. Ha governato con spigliatezza con Salvini, con il PD, ha mitigato la carica anti-istituzionale e antieuropea che ancora cova nella base, e ha negoziato un’uscita di scena decente con Draghi. Il futuro potrebbe serbare soprese se facesse cambiare ancora la parte di M5s che lo segue.

Per capire e spiegare la presunta diatriba tra l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il sig. Beppe Grillo è più meritevole studiare la storia patria, la politica italiana degli ultimi trent’anni almeno piuttosto che inseguire le agenzie di stampa degli ultimi quattordici secondi.  

Dove andranno, dunque, il M5s e Conte? Dove sono, da sempre. Nel mare magnum del qualunquismo, ché il populismo è un fenomeno ben più complicato. In questa prospettiva, le intemerate di Grillo non sono ascrivibili a tratti caratteriali, a cattiveria, irascibilità, arroganza e permali. Può darsi ci sia una componente personale, ma per capire le dinamiche del M5s meglio ricorrere al concetto di partito “carismatico” anziché a categorie pre-politiche. Grillo è padrone del partito, e in questo è molto simile a Berlusconi, più di quanto egli stesso assuma. Il partito non è scalabile e la leadership di Grillo non è in discussione, non lo è ontologicamente. Conte, per rimanere in analogia, è simile a Fini, senza partito, ma con molto consenso popolare. L’implosione non è scontata. 

Lepore-Conti. Condannati a dialogare

Il mio editoriale per il Corriere della Sera- Bologna

«Non mi dimenticherò». Matteo Lepore lo dice nel mezzo del discorso di ringraziamento la sera del 20 giugno, e la frase quasi scivola inosservata per i più. E invece è esattamente il contrario, la strada più difficile, quella meno sanguigna, quella meno ancestrale da percorrere. Lepore deve dimenticare i “suoi”, quelli che gli sono stati più vicino. Deve allontanare da sé quelli che sono più ultras, i facinorosi, gli adulatori, coloro che non vorrebbero fare prigionieri. E invece i prigionieri vanno rispettati e anche liberati e inclusi nella nuova costruzione della casa comune. Il giusto, legittimo, persino doveroso e comprensibile riconoscimento del lavoro svolto dagli alleati non può essere confuso con la necessità di travalicare confini della propria tribù. La pace normalmente la siglano i nemici. Lepore dovrà “tradire” i sodali, smarcarsi dai pasdaran, dai sedicenti e imbarazzanti guardiani della rivoluzione, per includere esponenti del mondo che ha sostenuto Isabella Conti.

Il nichilismo in politica conduce alle guerre fratricide e la propalazione di un solo verbo può essere esiziale, per tutti, ma soprattutto per i vincitori. Lepore ha reiteratamente dimostrato di essere un candidato, un politico, con molta testa, tutto raziocinio, con poche cessioni al sentimento. Il che è un bene. Ora è di fronte al dilemma del prigioniero, o meglio deve decidere cosa farne, se annichilirlo, escluderlo pretendendone lo scalpo, ovvero se includere per rafforzare la sua figura quale capo politico, potenziale sindaco e astro nascente della sinistra nazionale. Spesso dice di avere “memoria da partigiano”, ma quelle figure seppero anche “perdonare” pur senza dimenticare. Se prevalessero, se egli lascerà che prevalgano, i fanatici – spesso adulatori, di cui meglio diffidare in politica e nella vita ché sono sempre pronti a saltare da un vagone ad un altro al primo cambio di Luna – la sua sindacatura sarebbe grama, di breve respiro, di piccolo cabotaggio, ricatto perenne degli estremismi e degli isterismi di turno, a seconda del tema. La sua bella vittoria sarebbe offuscata e la sua azione di governo verrebbe catturata dai conservatori ululatori, pronti ad accusarlo di tradimento allorché dovesse, dovrà, inevitabilmente retrocedere rispetto ad alcune promesse e ad alcuni punti caratterizzanti del programma. Posto che la città si governa con l’intera società e per l’intera società e non solo per i militanti. Lepore è persona accorta e intelligente e credo/spero colga il rischio intrinseco in una operazione di settarismo se si lasciasse travolgere dagli umori dello staff e del comitato elettorale. Dovrà scontentare qualcuno di loro, ma se lo facesse sarebbe un bene per la città e per il suo governo.

Nelson Mandela neoeletto Presidente suscitò scandalo tra i neri prendendo tra le sue guardie del corpo uomini di pelle bianca, ma volle dare un segnale chiaro di pacificazione. Difficile, forse impraticabile, certamente complicato da gestire, un coinvolgimento diretto di Conti, ma Lepore per navigare a lungo e ragionare su una prospettiva decennale, dovrà evitare che i “suoi” azzannino la fiera ferita. Gli esecutivi nelle democrazie sono espressione del personale partitico, ed è quindi perfettamente coerente che gli incarichi, le posizioni di pregio e responsabilità, la rappresentanza siano allocate innanzitutto alle forze politiche che hanno sostenuto la sua candidatura, frutto di una scelta di campo. Non si tratta di cedere alle lusinghe dei “tecnici”, alle sirene del populismo accattone che rivendica l’uguaglianza delle incompetenze in nome della parità dei diritti individuali. I governanti e gli amministratori vanno selezionati all’interno della formazione politica di riferimento, e questa stessa può e deve farsi carico di attingere risorse dalle energie cittadine e della comunità, anche al dì fuori dei “militanti”. Lo snodo politico centrale è il peso, l’orientamento, la salienza che il candidato vincitore, e il probabile futuro sindaco, intenderà conferire alla propria azione di governo. Se ripiegata sugli allori dei transeunti fasti elettorali delle primarie, ovvero se intenderà guardare lontano, in una città pragmatica, laboriosa, colta, attiva e viva politicamente, ma sempre attenta alla forma ed ostile agli -ismi.

Dopo le primarie, si apre la partita vera

Editoriale per il Corriere della Sera ed. Bologna

Enrico Letta è più solido al comando del Partito democratico dopo il risultato delle primarie che hanno consacrato Matteo Lepore quale candidato sindaco di Bologna. Primarie locali con letture nazionali, dunque. La partita aveva un evidente, seppure negato da taluni, risvolto complessivo per il PD e per il centro-sinistra per diversi e concomitanti fattori. Il partito fondato da Veltroni nel 2007 recupera una boccata d’ossigeno, ma la vetta è ancora lontana, e il centro-sinistra sempre minoritario nel Paese. Il viatico che consegna in dote la vittoria di Lepore è importante, ma è una tappa. Le primarie hanno elementi che trascendono e travalicano i confini della Mura felsinee ed investono l’intero campo progressista e democratico. Alcuni segnali sono però chiari. 

Nonostante la prima calura da vigilia estiva, la frustrazione post-Covid, le periodiche iniezioni di panem et circenses calcistico, i cittadini di Bologna (e di Roma), o meglio una parte significativa degli elettori del PD e del centro-sinistra ha deciso di prendere parte al processo decisionale per individuare il loro candidato alla carica di primo cittadino. Il livello di partecipazione è stato buono, ma meno rilevante di quanto potesse far presagire uno scontro dai contorni e dai risultati incerti, certamente meno scontati delle precedenti occasioni analoghe. 

Il dato del 2021 è il secondo in termini di votanti (valore assoluto) dopo le primarie che consacrarono il sindaco uscente Merola, ma è il terzo quanto a capacità di ri-mobilitazione, ossia di abilità a intercettare elettori nel campo dei voti potenzialmente ascrivibili al PD-centrosinistra. Lepore e Conti hanno portato al voto poco più di un quarto (26.6%) del bacino elettorale di riferimento rispetto al 36% di Merola e al 29% di Delbono. In generale tutti i dati delle primarie per il sindaco hanno registrato in città valori di partecipazione meno solidi rispetto alle omologhe consultazioni per l’elezione diretta del segretario del partito o capo della coalizione, dal 2005 in poi. Allorché Romano Prodi vinse le primarie dell’Unione.

In realtà la partita è più complessa del solo dato della partecipazione elettorale. Esiste una dimensione territoriale multilivello. Il dato di Bologna non può ri-solvere i problemi della sinistra nazionale e, viceversa, il PD romano non potrà condizionare l’andamento di una città che per quanto simbolica e importante rimane “periferica” e decisiva solo nella sommatoria di una dinamica complessiva. Parlare di “modello Bologna” è prematuro, ancorché evocativo e suggestivo, rischia di mescolare piani analitici, di ridurre ad unum la complessità del Paese e indurre a letture ombelicali che non trovano riscontro fuori dalla tangenziale. Una maggiore sobrietà e più raziocinio rispetto a facili entusiasmi indurrebbero a fornire un’analisi del risultato di Bologna quale combinazione dell’azione del partito nazionale e, soprattutto, della intensa campagna di Lepore, ma senza andare oltre nell’inferenza. La storia recente della selezione del candidato all’interno del Pd/centro-sinistra è iniziata (male) nel 1999 ed è stata sempre caratterizzata da un esito scontato dal principio, e per principio. Ossia per incontestabilità delle scelte delle segreterie partitiche. Mai come nello scontro Conti-Lepore si pensava (non chi scrive) che la partita fosse aperta, non tanto in termini di esito finale, quanto nella natura della competizione. Che è stata vera, ossia non scontata, “sangue” incluso, come giustamente evocato dal Presidente Prodi. Comunque, c’è stata competizione reale. La presenza di Isabella Conti ha portato in dote un valore aggiunto, ha indotto tutti i partecipanti a rimettersi in discussione, a rilanciare, a limitare i vantaggi delle rendite di posizione, a sfidare anche sé stessi. Le primarie hanno fatto bene alle idee, alle persone e hanno anche conferito maggiore legittimità e legittimazione a Lepore, da oggi più forte e più indipendente, meno esposto alle critiche di chi voleva farne solo un candidato eterodiretto (Delbono non arrivò al 50% seppur sostenuto da quasi tutti i maggiorenti). La fila di persone davanti ai seggi è un balsamo per il PD e le sue emaciate finanze, è una spinta alla ri-mobilitazione, alla partecipazione politica in una fase storica di individualismo esasperato e di qualunquismo rampante e beota. La competizione ha ridato fiato alla politica, ai cittadini, ai candidati, ha fornito uno strumento per protestare, per proporre, per sentirsi parte, per evocare una comunità e per invocare l’unità futura prossima, se verrà. Non esagero scrivendo che la partecipazione politica fa bene alla Città intera, fa crescere l’intero indotto civico-culturale che è persino più importante di tutti gli indicatori economici immaginabili, da cui essi stessi discendono. Ha vinto Lepore, ha perso Conti. Entrambi hanno fatto vincere Bologna. Ha vinto la partecipazione, ha perso il disfattismo. Ha vinto la democrazia, ha perso il populismo. Ora si apre la partita vera (sul Corriere lo scriviamo da settembre scorso) in cui la prospettiva nazionale e quella delle amministrative si mescoleranno, come già accaduto dal 1993 in poi. Il PD dovrà insistere sulla strada del rinnovamento, includendo di più, con meno steccati, con meno settarismo, con più facce giovani di giovani, per incontrare il riformismo evocato da quasi tutti i segretari nazionali da Veltroni fino a Letta. Ed essere vero perno del campo riformista e riformatore del Paese. 

Bologna c’è, con il suo consolidato civismo e l’amore per la politica che in fondo sono l’amore per sé stessa e per quelli che da molti secoli la scelgono. 

Le primarie e le secondarie

Barack Obama e Hillary R. Clinton si contesero la nomination quale candidato del partito democratico per le presidenziali USA del 2008, mentre nel 2016 a competere fu Bernie Sanders contro la stessa ex Segretario di Stato. La dinamica che si sviluppò nel dopo primarie fu simmetrica: nel primo caso circa il 23% degli elettori di Clinton non sostenette il futuro presidente americano, mentre nel caso di Sanders i (suoi) supporter a non appoggiare Clinton contro Trump furono circa il 10%. Dati frutto di una distanza tra i candidati, et pour cause, di una campagna molto tesa soprattutto nel 2008. 

Se le primarie del centro-sinistra/PD sono de facto il primo turno delle prossime elezioni comunali di Bologna, è inutile scrutare i possibili scenari del “secondo turno”. Le primarie hanno diversi pregi, tra cui la ri-mobilitazione, la partecipazione, il dibattito, l’inclusione nel processo decisionale di fette più ampie di elettori rispetto a poche unità di funzionari di solito deputate a indicare il nome del candidato. Esistono però anche rischi connessi alla profondità delle divisioni tra i competitori e i rispettivi elettorati, che possono oscillare dalla mera contesa fino all’avversione e aperta ostilità. Tanto più ci si approssima a uno di questi poli ideali, maggiore sarà il livello di in-certezza degli spostamenti di consensi dal perdente sul nome del vincente. Le primarie sono una tappa, seppur importante, nel processo competitivo che culmina con le elezioni di ottobre. Sebbene sia fisiologico e finanche auspicabile un confronto frizzante, deciso, franco e “duro”, esiste una linea rossa da non varcare, quantomeno per evitare esisti esiziali. Le distanze tra i candidati, inevitabili durante la tenzone elettorale, sono tendenzialmente componibili in poche ore tramite negoziazioni franche e scambi mirati. Viceversa, le tensioni generate dal livello di scontro tra i candidati tendono a riassorbirsi più lentamente tra gli elettori. I quali risentono maggiormente della eccitazione ideologica specialmente se de-genera (in)una mutua delegittimazione. È quanto solitamente avviene nel processo di accordi tra élites politiche e parlamentari di tendenze opposte rispetto alla vischiosità tra gli elettori soprattutto se indotta da reiterati attacchi personali, reciproca demonizzazione. Le primarie in qualche misura devono produrre conflitto politico evitando la morta gora di decisioni preventive e di stasi ideale, ma se le divisioni mutano in lacerazioni è arduo in cento giorni ricondurre i propri sostenitori nell’alveo e sul volto di colui/colei che fino a pochi istanti prima è stato oggetto di violenti strali. Non sarà sufficiente una dichiarazione formale, un comizio congiunto, una comparsata passeggiando sorridenti insieme per rimarginare le ferite inflitte all’orgoglio dei due gruppi di riferimento. 

Nelle scorse settimane Isabella Conti e Matteo Lepore, e i rispettivi staff, hanno avvicinato di molto il livello dello scontro al punto di non ritorno. I toni paiono decisamente inferiori alle aspettative e all’aplomb che dovrebbe mostrare il futuro inquilino di Palazzo d’Accursio. Le beghe poco o punto edificanti e il tono complessivo non sono in linea con la “turrita colta”, e soprattutto moderata e composta. Le invettive indirizzate al proprio avversario, di rappresentare il burattino del mondo cooperativo da un lato, e la prestanome di Matteo Renzi quinta colonna della destra dall’altro, paiono ampiamente esagerate e macchiettistiche. Gli elettori meritano un confronto molto più articolato e raffinato. Anche con colpi di fioretto, ma in un contesto urbano e senza isterie da osteria. Elezioni primarie fortemente divisive potrebbero risultare dannose per la creazione di una futura coalizione forte. E soprattutto, Conti e Lepore, (ci) dicano, da perdenti alle primarie, si comporterebbero come Bernie Sanders o come Hillary R. Clinton? 

Federazione Lega-FI? Dà le carte Berlusconi

Il mio editoriale per Il Riformista

«Se dovessi votare il 5 dicembre per il sindaco di Roma, non avrei dubbi: Gianfranco Fini», segretario del Msi. Silvio Berlusconi, l’imprenditore di Arcore, inaugura un suo supermercato alle porte di Bologna nel novembre del 1993 e scagiona il “polo escluso” dalla reiezione del campo democratico ostile a rigurgiti neofascisti invitando a votare per l’erede di Almirante nelle imminenti elezioni amministrative. È l’ufficialità della discesa in campo del Cavaliere che costruisce un capolavoro politico ed elettorale: Polo del buon governo al sud insieme ad Alleanza nazionale, e Polo delle libertà nel nord, insieme alla Lega Nord. Il centro prezzemolino postdemocristiano da collante. 

A questa narrazione facile fa da contraltare la sostanza politica. La destra italiana ha vinto quattro volte le elezioni politiche e governato per dodici degli ultimi venticinque anni in ragione delle scelte del Carroccio. Nel 1994, a pochi mesi dalla vittoria del capo del Biscione, la Lega Nord ruppe con Forza Italia non (solo) per le vicende giudiziarie annunciate pomposamente durante il G7 partenopeo, ma perché, principalmente, Bossi fiutò che i candidati azzurri inamidati stavano fagocitando il suo partito proprio nei bastioni settentrionali, come ampiamente dimostrato dalle elezioni europee dello stesso anno. Berlusconi evoca un “ribaltone”, ma sa che dovrà risanare con il sénatur. In breve, nel 1996 la corsa solitaria leghista contro “Roma Polo” e “Roma Ulivo” genera la storica vittoria del centro-sinistra, esattamente per la defezione bossiana tornato sui fasti dell’avversione al “mafioso di Arcore”. Non a caso una delle passeggiate sui prati di villa Borromeo, con Bossi in delittuosa canottiera, con relativa transazione a sostegno delle sempre emaciate casse delle camicie verdi, decide il ritorno della Lega Nord nell’alleanza conservatrice e conclude la traversata del deserto-opposizione con la clamorosa vittoria del 2001. Il 2006, con le due coalizioni monstre “pigliatutti”, celebra una vittoria di Pirro, poi mutilata, dell’Unione per soli 24.000 voti, un caso, un’inezia, un errore statistico, nonostante la generosità del Professore unico in grado di sconfiggere B. (disinvolto nell’alleanza con Fiamma tricolore e Mussolini), e la Lega non a caso raggiunge l’ipogeo elettorale. Nel 2008 il differenziale tra i neonati partiti post-Novecento (PD e PDL) proviene proprio dal sostegno della Lega Nord che con il suo canto del cigno permette a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi, salvo poi uscirne nel 2011 per patente incapacità ad affrontare la crisi finanziaria. E nel quadro di un centro-sinistra sempre minoritario in voti rispetto al blocco conservatore di destra (estrema). 

In questa prospettiva storica emerge dunque la fallace presunta innovatività della federazione tra Forza Italia e Lega (Nord) del senatore Salvini da Locri. Questa alleanza prospettica nulla aggiunge a una situazione fattuale di osmosi culturale, politica e ideologica tra le due forze, quel “forza-leghismo” declinato dall’abrasiva acuta penna di Edmondo Berselli. Le sovrapposizioni tra Lega e Forza Italia sono di vario genere, ma poco dal punto di vista elettorale. 

Del resto per lo zoccolo duro leghista Berlusconi rappresenta la quintessenza dell’antileghismo, essendo un grande imprenditore (rispetto ai piccoli padroncini e lavoratori dipendenti), milanese (la città meneghina non è mai stata culla del leghismo concentrato nelle valli pre-alpine e nella bassa veneta), troppo legato ad ambienti romani. I flussi elettorali (si vedano i volumi di ITANES) indicano chiaramente pochi o nulli spostamenti tra le due aree, ad esclusione del periodo post-2008, ossia con la nascita del PDL che rappresenta un’opzione appetibile per una fetta di leghisti. Mentre assai maggiore è il dialogo elettorale tra Lega Nord e AN/FdI, ragion per cui Salvini teme Meloni in questa fase. Il personale politico viceversa ha sempre dialogato, sebbene con una certa circospezione soprattutto della componente istituzionale di Forza Italia spiazzata, ma non sempre conseguente, dalle esuberanze della prima linea leghista. Tra tutti basti ricordare Giulio Tremonti, eletto con la Lega Nord nel 2013 e in passato con Forza Italia. La natura di questa presunta alleanza sarebbe da un lato naturale, il corollario inevitabile di forze che mirano a rappresentare l’Italia della piccola borghesia. Tuttavia, l’incompatibilità è data sia dalla ontologica impossibilità di far convivere due leader al vertice di un partito, ma soprattutto per la presenza di una matrice liberale-laico-socialista (Brunetta, Cicchitto, Guzzanti, Gelmini, Carfagna) che – presumo – sarebbe a disagio con le truculente frequentazioni ed esternazioni della “Lega di Salvini”, solo minimamente ovattate dai corridoi ministeriali. 

Per anni la Lega Nord è stata in posizione ancillare rispetto alla tracotanza elettorale e di risorse ostentata da Forza Italia, tenuta a bada solo dal carisma bossiano, abile negoziatore e ricattatore di accordi. Il declino fisico del padre fondatore della Lega e la fanghiglia dei diamanti tanzaniani travolsero l’orizzonte dei “barbari sognanti” fino al tentativo di rianimazione salviniano per risuscitare il simulacro del nazionalismo padano edulcorato dall’acrimonia verso i migranti e diversi d’ogni risma. Il crepuscolo del magnate televisivo, privo del tocco che lo portò in sintonia con milioni di italiani smaniosi di vivere come il padrone e di casalinghe disperate e semi-analfabete, ha consentito alla Lega Nord sotto mentite spoglie “nazionali” di superare l’antico avversario. Plasticamente l’agognata egemonia leghista si manifestò durante le consultazioni quirinalizie per la formazione del governo Conte I, con Berlusconi ridotto a orpello giocoliere e Salvini impacciato nei panni di aspirante statista, ma ancora intriso del lezzo di goliardate da Caduta degli dei. 

La Lega Nord ha sempre avuto meno voti di Forza Italia (fino al 2018), ma non è stata altrettanto subalterna sul piano culturale e politico. Stante il suo insediamento territoriale, economico e sociale, l’importanza dei suoi parlamentari per governare e l’incidenza presso settori importanti del Nord, Bossi era in grado di agire sull’agenda del centro-destra e del governo. La legge sull’immigrazione reca il duplice cognome Bossi-Fini, ma è in realtà figlia del lavorio leghista e di anni di intemerate contro i “migranti” nazionali ed internazionali. Alla norma che regolava l’immigrazione, poi peggiorata in chiave suprematista e razzista dai “decreti Salvini”, si aggiunse anche l’imprimatur leghista alla revisione costituzionale del 2006 in senso “federale”, poi rigettata in sede referendaria (le uniche regioni in cui prevalse il Sì alla riforma furono appunto Lombardia e Veneto). E, infine, il costante anti-europeismo che non poco incise sulle posizioni dei governi conservatori e su un già refrattario Berlusconi. In questo tentativo di federazione l’anello debole è proprio Salvini e non Berlusconi, il cui capitale umano, finanziario e politico/elettorale permane e coincide con la sua stessa permanenza sul proscenio. Viceversa, Salvini prova goffamente ad uscire dall’ angolo, per sopravvivere, altro che annessione. 

Sfidato sull’ala destra dal revanchismo nazionalista di Meloni, e schiacciato al centro da un’acritica adesione alle politiche del governo Draghi, Salvini tenta una mossa dettata dal timore di rimanere isolato, e perciò esautorato, espulso dall’aula come un Franti riottoso. Da un lato coltiva legami con l’estrema destra europea e mondiale, per rimanere in scia qualora ci fosse un ritorno di fiamma populista se l’azione lenitiva del Recovery fund non producesse effetti calmieranti sulle disuguaglianze sociali ed economiche, dall’altro per rintuzzare le mire espansionistiche di Renzi, tentato dalla ghiotta occasione di raccogliere consensi della parte liberale, residua, di Forza Italia. La cui scomparsa nel mare magnum leghista sarebbe esiziale anche in chiave quirinalizia 2022 e per la strutturazione di una maggioranza “Ursula”, che metterebbe fuori gioco Salvini dacché il suo attivismo.

La confederazione (così l’avrebbero chiamata Miglio e Bossi) è l’ennesimo figlio della nidiata propagandistica del senatore Salvini abile nel distrarre masse disinteressate rispetto alle malefatte politiche e giudiziarie della Lega Nord recente. L’annuncio della nascita della “nuova” federazione forza-leghista è abbondantemente sovrastimato, quel grumo, quella alleanza politica, sociale e culturale esistono da un trentennio almeno. È una confederazione in cerca d’autore, ma non sarà il senatore milanese a guidarla.