Governo del Presidente.

Editoriale per IL RIFORMISTA

Le ribalderie sono archiviate. Anche questa volta il sistema politico e istituzionale dell’Italia repubblicana ha trovato nel Capo dello Stato Sergio Mattarella la saggia gestione di una crisi palese di “uomini e mezzi”. Al di là delle ricostruzioni che ciascuna parte riporta e gelosamente custodisce negli anfratti della memoria per autoconvincersi di essere stata dalla parte “giusta”, è emersa la patente modestia di una classe dirigente politica ed economica incapace di governare. Le cause profonde e lontane rimandano alla dismissione dei partiti politici, della cultura, del civismo, del merito, dei valori repubblicani. Un Paese senza leadership, senza nocchiero, senza ambizione, visione. Preda di egoismi ed egocentrismi laceranti, di visioni limitate, di ridotte di partitini personal-clanici. Di fronte alla tragedia pandemica, al netto di volontarismo e ovvie qualità di individualità, la classe politica non è stata in grado di affrontare adeguatamente la crisi economica, sociale, culturale.

La lezione da trarre è definitiva. Con vari gradienti di responsabilità i partiti politici hanno abdicato – volenti o nolenti – alla funzione di governo, di guida, di gestione della res publica. Il Presidente della Repubblica, ricorrendo alle prerogative costituzionali, e alla sua capacità di persuasione e carisma, ha indicato la strada per un esecutivo che intervenga ad horas, ma al contempo con capacità prospettica, nella piaga delle molte crisi italiane che sovrapponendosi rendono umbratile il futuro.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri uscente, pur godendo di elevata popolarità, non ha manifestato altrettanta abilità/capacità nel governo delle politiche pubbliche, almeno in termini ambiziosi tali da essere in linea con la sfida epocale che il Paese ha di fronte. La debolezza, la pochezza di vari esponenti del gruppo di cui era circondato hanno gettato imbarazzo nell’ambiente diplomatico, tra le fila dei servizi segreti, nella classe dirigente italiana impegnata a tener alto “l’onore” della Bandiera. Quotidianamente. I partiti della coalizione (nessuno escluso) sono apparsi troppo esitanti, incerti, poco ambiziosi nel disegno di riforma e di rilancio italiano, con e persino al di là del Recovery Fund.

Pertanto, quando il Parlamento non governa entra in campo il “secondo motore” della Costituzione, ossia il Quirinale, i cui poteri si “allargano e si restringono” come una fisarmonica (Giuliano Amato dixit). Che in questa legislatura ha sopperito in diverse occasioni, in quantità e in qualità alle manchevolezze parlamentari, sin dal 2018. Prima gestendo con olimpica calma le negoziazioni che condussero alla formazione del Governo Conte I, che fu coerentemente disastroso sul piano interno e su quello internazionale, per riconosciuta impalpabilità dei due vicepresidenti. L’inciampo rocambolesco dell’aspirante capo popolo milanese indusse a miti consigli anche i guasconi e i ruffiani cortigiani sostenitori di ogni governo purchessia.

Il nome di Mario Draghi aleggia dunque sull’intera legislatura, dall’inizio. Usato, blandito, brandito, osato, usato, osannato, evocato ed invocato, minacciato a seconda del contesto e dell’interlocutore. È infine arrivato. E non sarà un governo “tecnico” (espressione che peraltro il Presidente Mattarella, ovviamente non ha mai utilizzato). I Governi “tecnici” in senso puro sono estremamente rari in natura, ma certamente in base all’estrazione politica possiamo indicare il nascente esecutivo Draghi quale esempio di un governo guidato da un non esponente partitico. Le proposte legislative – che in maggioranza sono sempre di origine governativa – devono poi essere tradotte in sostegno parlamentare e, dunque, in voto da parte dei gruppi politici. Che al netto di momenti solenni, di voti “unanimi” e nazionali su questioni dirimenti e simboliche, avanzeranno richieste, indicazioni di modifiche, strategie alternative, ossia giocheranno lo schema della politica. Che però in questa congiuntura è in forte ritirata. La prova è stata fallimentare, e l’arbitro è entrato in campo, con eleganza, sobria fermezza, ma ha indicato senza esitazione un nuovo schema. Il celebrato inno all’incompetenza come gemma da includere in curricula vacui e fatui, nella tracotanza inconscia e violenta del populismo qualunquista verrà messa non a tacere immediatamente tanto è insediato nelle menti, ma sarà ampiamente fuori dalle stanze del governo. L’incarico a Mario Draghi ha del resto inflitto un grave colpo proprio ai cantori della uguaglianza delle incompetenze, e già si acquartierano i peana della centralità del Parlamento, le prefiche per la democrazia perduta, gli attacchi al decisionismo tecnocratico. Da pater familias istituzionale e costituzionale il Presidente Mattarella investe su uno dei figli più celebrati e prestigiosi della patria, rimette al centro le competenze, il percorso di vita e professionale, la reputazione. E chiede ai partiti, li ammonisce, di agire di conseguenza. Senza nessuna esautorazione, ma anzi fornendo una inattesa, e in magna pars immeritata opportunità di redenzione.

Il Partito democratico, sempre generoso nei momenti critici per il Paese, ma forse a tratti poco incisivo, dovrà lanciare il cuore oltre l’ostacolo e dare finalmente fiato, vigore e tenore alle voci sommesse, talvolta sottomesse, che esistono ancora in quel variegato insieme, unico ancora degno di essere chiamato partito. Ma senza rinunciare ai valori, senza condividere acriticamente il Draghi pensiero. Anche le residue forze di “sinistra” non possono che rimanere nel “sistema” per provare a condizionarlo evitando di ritirarsi su un Aventino che avrebbe sembianze di una oasi sahariana, senza capacità di essere auditi. Dalla rinuncia alla lotta dentro al sistema la Sinistra ha solo tratto macerie.

Le incertezze di posizionamento del Movimento 5 stelle, frutto inevitabile di assenza di elaborazione teorica sui rudimenta dell’identificazione politica dopo lustri di antipartitismo e vaghezza ideologica, saranno presto ricomposte agilmente una volta soddisfatti gli appetiti di funzionarietti e caporali di giornata inorriditi alla prospettiva del ritorno fuori dal vituperato Palazzo che non hanno né abbattuto, né governato, ma ammaliato e subito. Tipico dei ferventi atei convertiti dai gesuiti. Le grane, grame, sorgeranno fuori dai banchi parlamentari nel “popolo” grillino, senza riferimenti, senza leader, senza urlatori. Quella protesta, per ora veicolata entro canali istituzionali potrebbero s/cadere nelle grinfie grifagne del leghismo e del neonazionalismo dell’estrema destra. La Lega Nord, ormai priva di leadership, sfidata all’interno e in cerca di identità all’esterno, è costretta, obbligata a sostenere il nascente Governo Draghi, almeno all’inizio. Il Sen. Matteo Salvini ormai in fase crepuscolare nonostante gli strali è sfidato dai colonnelli scalpitanti, dalla bramosia della imprenditoria lombardo-veneta sempre a caccia invereconda di benefit. Sarà una sfida esiziale con l’ala meno estremista (basta poco) e con Fratelli d’Italia. La cui unica posizione genuinamente coerente e redditizia sarebbe l’opposizione per fagocitare l’ormai morente astro leghista. Mentre Forza Italia puo’ finalmente mostrare di essersi affrancata dal fattore B. e promuovere una nuova avanguardia guidata da Mara Carfagna.

Per uscire dalla morta gora i partiti, con le proprie sensibilità, procedano a sostenere il governo Draghi non perché frutto di decisioni assunte in segrete stanze massoniche-finanziarie, ma perché in grado di risollevare le sorti del Paese. A patto che non lo si consideri un nuovo Salvator Mundi. Sarebbe dannoso per i partiti, per il nuovo Presidente del Consiglio e per il Paese. La responsabilità, la collaborazione e la correità sono nazionali.

Sinistra, salviamo Bologna

Editoriale Corriere della Sera (Bologna)

Negoziatori. Entrano in campo quando è palese che le parti in opposizione non riescono a comporre un processo decisionale ordinato ed efficace. Il centrosinistra a Bologna, e il Partito democratico in particolare, stanno fornendo prova di debole o punto capacità governare la fase della pre-campagna elettorale, con conseguenti ingenti generosi e gratuiti vantaggi per la destra, tra l’altro palesemente interessata alla consociazione, e relative prebende simboliche o materiali, che alla competizione per l’alternanza.

Le pur lodevoli azioni, intenti e dichiarazioni dei singoli coinvolti, a vario titolo, nel percorso per indicare il prossimo candidato sindaco, non sono sino ad ora bastate per giungere all’obiettivo. Siamo al volontarismo. Lo stallo, cercato per tattica o subìto, è evidente, il reciproco posizionamento calcolato rischia di trasformarsi in lacerante guerra di trincea, da dove notoriamente si esce sempre malconci o sconfitti. La prospettiva di una battaglia a somma zero tra gli aspiranti futuri componenti della classe dirigente cittadina è anticamera della sconfitta. Scenario non alieno anche in considerazione delle tensioni a livello nazionale tra i partiti della coalizione, che sono meno facilmente ricomponibili tra gli elettori in ambito locale. La crisi di governo per ora ha ulteriormente appannato questo passaggio, ma la crisi sociale ed economica anche a Bologna è sul punto di palesarsi arcigna e crudele. La città è importante per la sinistra nazionale, e non può essere demandato solo alla classe dirigente locale/regionale farsene carico. Proprio “Roma”, che ben conosce le dinamiche del PD felsineo, dovrebbe intervenire platealmente o meno, ma vigorosamente per richiamare all’ordine (per usare un gentile eufemismo) i troppi e troppo ambiziosi pretendi al trono. Manca l’(auto) disciplina, il senso del limite, lo spirito di gruppo, l’azione collettiva. Il tutto condito da una vacatio nella Direzione che pare sia al momento “illegittima” per l’avvenuta decadenza del 60% dei membri. La surroga, la nomina, e la successiva ratifica in Assemblea cittadina dei subentranti impone un accordo tra le parti. Ossia l’arte della politica. Alla partita si aggiunge dunque un elemento che complica la trattativa, in una dinamica già complessa e articolata. Le carriere, gli appetiti, le legittime aspirazioni dei singoli vanno composte in un quadro complessivo che includa il rinnovo delle future cariche parlamentari, la segreteria regionale del PD e il governo della città. Che non è per nulla scontato se la sua genesi è lasciata alla deriva. Una leadership esterna alle mura cittadine che ponga termine a un rischioso scenario di guerra etnica, di balcanizzazione, con esiziali esiti per la città. Bologna chiama, Roma risponda.

Governi di minoranza

Editoriale per DOMANI

Una possibile soluzione alla crisi di Governo potrebbe essere meno complicata di quanto sembri. È sotto gli occhi, in bell’evidenza, come in un racconto di Edgar Allan Poe, per nulla celata, anzi. Minority Government and Majority Rule è il titolo di un celebre volume di Kare Strøm che analizza i cosiddetti governi di minoranza, i quali pur non beneficiando della maggioranza assoluta di seggi in Parlamento conseguono la governabilità e la stabilità. I fattori che hanno reso tali risultati possibili derivano sia da elementi contestuali che strutturali. I “governi di minoranza” e la “regola maggioritaria” esistono grazie a partiti solidi, disciplinati, coesi. Con una forza parlamentare di almeno un terzo e con l’opposizione divisa, comunque non in grado di coalizzare il resto della maggioranza parlamentare, e la benevolenza di partiti ideologicamente prossimi. L’aspetto ideologico è determinante poiché partiti pure in grado teoricamente di far bocciare l’esecutivo in carica, preferiscono tatticamente e strategicamente tenerlo in sella al fine di negoziare politiche, in taluni casi posti, e anche di trarne benefici elettorali. Storicamente è quanto avvenuto nei paesi scandinavi, in particolare in Svezia laddove il partito comunista non sosteneva, ma non osteggiava i socialdemocratici, coi quali in qualche misura dialogava e negoziava. Un po’, mutatis mutandis, quanto succede dal 2019 in Portogallo con il PS e la sinistra “estrema”.

I governi di minoranza sono comunemente, ed erroneamente, considerati un ossimoro, una bestemmia per la sacralità rituale del principio maggioritario, un’eccezione, necessità temporale. In Europa dal dopoguerra i governi rimasti in carica grazie al sostegno di una minoranza di parlamentari sono all’incirca un terzo del totale, con una dinamica analoga anche nella zona orientale post 1989. Tali esecutivi riescono non solo a durare, ma anche a produrre politiche pubbliche. Quanto i governi “maggioritari”.

Esecutivi di “minoranza” in Italia si sono avuti tra gli anni Sessanta e Ottanta, allorché la Democrazia cristiana procedeva a governi “monocolore” per stemperare tensioni interne alle fazioni, negoziare con gli alleati futuri, rimodulare gli assetti ministeriali, ma anche dopo il 1992 con assenza di maggioranza al Senato per Silvio Berlusconi nel 1994 e per Massimo D’Alema alla Camera nel 1999.

Tra il 1948 e il 2020 in Italia si sono succeduti 63 governi la cui durata media è stata di circa un anno. I Presidenti del Consiglio dei Ministri che li hanno guidati sono stati 29. A fronte di una durata media di 2.6 anni in Spagna con sette capi di governo, 3 anni in Germania con 8 cancellieri, 2.7 anni nel Regno Unito con 15 primi ministri.

Quindi il problema non è (solo) l’ampiezza della maggioranza, ma la sua natura. Le coalizioni italiane erano, e sono, litigiose, conflittuali, a tratti inconcludenti, inefficaci. Le tensioni dipendono dal tipo di partito/i che sostiene il Governo e ciò ne condiziona la durata e l’operatività. La quale nel caso dei “governi di minoranza” può essere accresciuta perché sono costretti a correre e sfidare continuamente gli avversari.

In Italia non ci sono partiti di governo come quelli scandinavi… solidi, disciplinati, coesi, ideologicamente coerenti, programmatici. La disciplina di partito è derubricata a orpello folkloristico del passato, a stalinismo ritorsivo delle libertà individuali, mentre l’andamento individualista, individuale, individualizzato e la ricerca della “felicità” e della fortuna politica personali sono declamate come virtù rinascimentali di esaltazione dell’azione e della volontà razionale. Il peana ultraliberista dall’economia e finanza applicato alla democrazia parlamentare. Con un minimo di prospettiva comparata, librata nello spazio e nel tempo, si vedrebbe, ad esempio, che la coerenza dei partiti americani, tanto celebrati in questi mesi (passerà), ha accresciuto negli ultimi anni il livello di disciplina interna. Con esiti negativi sullo storico pragmatismo in termini di approvazioni di politiche pubbliche condivise, ma con effetti positivi per talune questioni quali la programmazione e attuazione di riforme.

L’esecutivo “Conte II” potrebbe avviarsi dunque ad essere un governo di “minoranza” (quantomeno al Senato) ovvero decidere di costruire una coalizione con una maggioranza ancora più disomogenea anche rispetto al recente passato. Alcuni autori, eccentrici rispetto alla letteratura, li chiamano governi di maggioranza relativa, ma la questione rimane, non nominale, ma sostanziale. Il punto è pertanto politico.

Paradossalmente, ma non troppo, l’esecutivo Conte sarebbe più solido se decidesse di centrare l’azione parlamentare e di governo soltanto sulle forze costitutive, ossia Leu, PD e M5s. Sfidando in ciascuna occasione non la sorte, ma la solerzia degli avversari. Della destra, ma anche della palude non “moderata”, semmai centrista (per carità, le definizioni!), ma opportunista e trasformista. Rispetto ai governi di minoranza “classici” siamo di fronte al problema “coalizione”, ossia a più partiti e anche piuttosto eterogenei. Soprattutto per la “non” scelta, almeno non palese, del M5s. Che pure deve decidere se entrare, e rimanere, nel campo europeista/progressista ovvero tornare tra le fauci del populismo antistituzionale.

Senza Renzi il governo potrebbe teoricamente consolidarsi e rafforzarsi, ma ovviamente dipende dagli attori e, come detto, dal profilo e dalla omogeneità/prossimità ideologica dei componenti l’alleanza. L’orizzonte “coalizione di maggioranza” oltre che legittimo è una sfida ambiziosa. Espone l’esecutivo a una permanente roulette russa, a negoziazioni che generano micro-politiche (perniciose specialmente in questa fase storica) e alimentano lo scambio clientelare.

Un governo di minoranza, con un orizzonte temporale di circa due anni, potrebbe concentrarsi su alcuni punti programmatici (istruzione, lavoro, industria, tassazione, sanità) con progetti ambiziosi, ma ben definiti e chiaramente identificabili dalla maggioranza e dai cittadini. La navigazione sarebbe perigliosa, certo, ma non più che in una coalizione nella quale la varianza interna aumenterebbe in quantità e “qualità” rispetto a quella dell’alleanza appena disfatta. La storia militare è densa di casi in cui poche e organizzate truppe hanno tenuto testa, o sconfitto, masse e avversari numerosi ma indisciplinati.

L’opzione minoritaria e la prospettiva di un’azione coerente e mirata sarebbero anche un argomento ragionevole da sottoporre al Quirinale, anche in vista del semestre bianco durante il quale le turbolenze parlamentari e lo stallo decisionale sarebbero dietro l’angolo con un Governo esposto ai venti del negoziato perenne con singoli.

Lo scenario del governo di minoranza è plausibile, possibile e politicamente ragionevole. Dipende dagli attori politici, partiti e leader, decidere se intraprenderlo, deliberatamente quale opzione di lungo periodo.

Trasformismo italico

Editoriale per IL RIFORMISTA 

Milazzo. Ridente cittadina siciliana, un lembo di terra del messinese che si proietta verso le isole Eolie. Il fenomeno politico quasi omonimo – milazzismo – trae ispirazione però da Silvio Milazzo, politico democristiano e presidente della Giunta regionale. Il quale nel 1958 fu eletto grazie al sostegno del Partito comunista italiano e del Movimento sociale italiano a scapito di un altro candidato “ufficiale” democristiano. L’operazione, in chiave “autonomista”, che ebbe l’avallo delle segreterie nazionali del PCI e del MSI, provocò l’espulsione di Milazzo dalla DC e la sua giunta ebbe vita grama ed effimera. Con tanto di scomunica ecclesiastica per i comunisti.

Superando la distanza ideologica, e il livello di polarizzazione parlamentare e sociale, è possibile che si verifichino alleanze tra partiti all’opposto del continuum tra (estrema) destra e (estrema) sinistra. Ad essere esautorato è il “centro” in un’alleanza tra destra e sinistra, il cui grado di estremismo dipende ovviamente dal contesto nazionale, dal periodo storico, dai partiti. Raro, invero, che accada, ma è successo anche al di fuori della Trinacria. Recentemente la coalizione in Austria tra i Verdi e i popolari di centro-destra (in passato alleati dell’estrema destra di Jörg Haider) richiama in parte lo scenario dell’alleanza tra “estremi”. Viceversa, le coalizioni “anomale”, tra avversari dichiarati e storici, in Europa si sono avute sotto forma di Große Koalition. La grande coalizione si ebbe tra l’altro per molti anni proprio in Austria, per ragioni storiche, non facilmente riproducibili altrove, di divisione in “pilastri” sociali ed economici/politici. In Germania (1966-69) allorché i liberali abbandonarono la CDU per allearsi con i socialdemocratici, e infine quasi ininterrottamente dal 2005. Il che rappresenta un problema soprattutto per l’SPD in cerca di identità, leadership, e politiche oltre che di voti per rispondere alla sfida dei Verdi, della sinistra e della rinnovata classe dirigente cristiano-democratica. Tra gli altri casi degni di nota, il Portogallo che per ragioni congiunturali nel 1983-85 vide la coalizione tra socialisti e socialdemocratici (di centrodestra), in un paese in cui le estreme contano pochissimo.

In Italia recentemente c’è stato il governo cosiddetto tecnico, in realtà iper-politico e iper-partitico, guidato dal senatore a vita Mario Monti tra il 2011 e il 2013 poiché raccoglieva l’intero arco parlamentare (meno la Lega Nord, A. Mussolini e D. Scilipoti).

Nel primo periodo del sistema partitico italiano viceversa, bisogna tornare agli anni Settanta, per trovare un’alleanza tra due partiti rilevanti opposti. La Democrazia cristiana e il Partito comunista diedero vita alla “Solidarietà nazionale” nel quadro del negoziato per il “compromesso storico”. All’indomani del rapimento di Aldo Moro i comunisti votarono, per la prima volta nella storia, la fiducia al Governo DC guidato da Giulio Andreotti, che pure osteggiava l’avvicinamento tra i due “partiti chiesa”. In generale si trattò di una notabile eccezione posto che in assenza di alternanza possibile né praticabile i cambiamenti di governo, di coalizione, di Presidente del Consiglio dei Ministri, avvenivano all’interno del circuito che comprendeva la DC e i suoi alleati laici, con l’(auto)esclusione di PCI e MSI.

L’Italia però è la patria del Trasformismo, la esecrabile pratica parlamentare per cui, su basi individuali, singoli parlamentari abbandonano l’opposizione per unirsi alla maggioranza in virtù di scambi (leciti o meno che siano non rileva) con la parte opposta portando in dono il proprio voto. Dagli anni Novanta sono cresciute le casistiche di deputati e senatori che non solo hanno lasciato il proprio partito, ma che hanno raggiunto il polo avverso, per varie e più o meno commendevoli ragioni.

La cosiddetta crisi di governo (politica e non istituzionale, per ora) dell’esecutivo (II) guidato dall’avv. Giuseppe Conte segnala inequivocabilmente un problema di
chiarezza politica tra elettori ed eletti. Le elezioni politiche del 2018 consegnarono un sistema partitico diviso in tre poli contrapposti e indisponibili a negoziare; lo stallo fu palese durante le prime consultazioni al Quirinale, superate solo in virtù dell’inversione programmatica del Movimento 5 stelle che decise di allearsi con i vituperati nemici capeggiati da Berlusconi-Salvini. Le trattative/negoziazioni/transazioni che avvengono in queste ore nelle adiacenze del Parlamento non devono scandalizzare sul piano morale, quanto mettere in allerta la responsabilità politica degli eletti rispetto al principe democratico. Vero che nel 2018, appunto, non c’era nessuna offerta di alleanze coerente con quelle dei governi Conte, e che pertanto le giravolte del M5s, in grado di allearsi a un tempo con l’estrema destra e con l’estrema sinistra, hanno scombinato gli assetti politico-parlamentari, ma rimane irrisolta la questione della lealtà elettorale.

La crisi di governo è prima ancora una profonda sconfitta dell’etica politica. Non si tratta di mettere in discussione il mandato imperativo, ma il mandato politico. Ciascun lato degli ultras pro/contro Conte ha argomenti politici/elettorali per giustificare ex post le proprie scelte. A chi analizza non rimane che porre la questione, sommessamente.  

A chi rende conto politicamente della propria scelta il parlamentare X che passa dalla destra alla sinistra o viceversa? Non al partito, non agli elettori, non al gruppo parlamentare. Semmai a un ordine del giorno verbale in una conventicola laddove le scelte individuali trovano ampia e rassicurante conferma circa la correttezza. Un indistinto grigio, in cui tutto è possibile, e i passaggi sono fungibili (del resto per anni si è declamato il bello del post “destra/sinistra”). C’è dunque un problema di tradimento politico non argomentato, giustificato e spiegato. Che investe a vari livelli tutti i gruppi politici. Non si tratta di piccoli, sparuti gruppi. Si tratta di centinaia di cambiamenti di schieramento politico durante le ultime legislature. C’è un problema strutturale; di regolamenti parlamentari, di cultura politica, di democrazia, di etica della responsabilità.

Il trasformismo (si veda Giovanni Sabatucci, Il trasformismo come sistema, Laterza) non è pernicioso poiché non si tratta del legittimo, e costituzionale, diritto alla libertà parlamentare senza “vincolo di mandato”, quanto per le conseguenze che genera in termini di “responsabilità”, di accountability. I cittadini/elettori non sapranno, o non vorranno sapere, chi ha cambiato casacca, chi è responsabili di cosa, e il tutto apparirà come un indistinto e non distinguibile copro omogeno dove le parti sono fungibili. Da lì, si alimenta il populismo che non a caso costruisce una dicotomia tra “noi” (popolo virtuoso) e “loro” (classe dirigente viziosa, per rimanere in metafora).

Il Parlamento è sovrano, si dirà. Vero, in parte. La libertà di espressione e di comportamento politico degli eletti deve essere garantito e tutelato. Sacrosanto. Ma, in assenza di un sistema elettorale di impronta maggioritaria (il Presidente Conte ha fatto riferimento a una riforma elettorale in senso proporzionale…) che alimenti il circuito eletto/elettore e di partiti strutturati, solidi e socialmente insediati, il rischio dell’assemblearismo è ricorrente.

Quanto dannosa fosse la pratica di mutare alleanza e schieramento politici lo notò anche Giosuè Carducci: «Trasformismo, brutta parola a cosa più brutta. Trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri. Come nel cerchio dantesco dei ladri non essere più uomini e non essere ancora serpenti; ma rettili sì, e rettili mostruosi…».

In un Paese di “compari” è necessario porre chiarezza, rendere alternative le proposte, chiare le differenze, distinguibili le opzioni in campo, conseguenti le responsabilità. I cittadini potranno meglio valutare, confutare, decidere di sostenere ovvero di sanzionare chi governa e anche chi si oppone per quanto fatto o non fatto.

Non Conte o Renzi. Italia, chiamò.

Editoriale per IL RIFORMISTA

La leadership la fanno il testo e il contesto. I vincoli e le opportunità formali, ma anche le condizioni date, nonché, evidentemente, i caratteri individuali. Inforcare le lenti della razionalità è poco o punto utile, non aiuta a comprendere, tantomeno a spiegare la crisi politica in corso. Ciascuno tra gli attori in gioco ha un proprio set di idiosincrasie, tattiche, strategie, fisime, ambizioni, vizi e virtù. A volte compatibili, altre non riducibili a sintesi. Tentare di ricondurre ad unum la molteplicità secondo schemi “logici” non giova, e soprattutto non è possibile. I protagonisti della crisi si muovono secondo schemi dettati da agende personali e di parte, “testa e cuore”, “lacrime e sangue”, “sangue e …”. La dovizia di dettagli di cronaca fa perdere lo sguardo lungo. Per cui meglio non indugiare su singole dichiarazioni di taluno. Esistono vincoli istituzionali, nazionali e internazionali ben più ampi, stringenti e di lungo periodo. L’Italia, Paese fondatore dell’Unione europea, membro della Nato, non puo’ agire come se fosse sganciata da legami storici, culturali, economici/finanziari, militari ed istituzionali con il mondo circostante. Di cui è parte integrante e in alcuni casi anche componente essenziale, come l’Europa. La quale, in quanto organizzazione sovranazionale con sogni e aspirazioni federalisti, non puo’ permettersi che un Paese cruciale come l’Italia sia in crisi. Non, evidentemente, in termini di legittima e libera competizione tra i partiti, di equilibrio tra poteri e cambio di maggioranze, di scontro tra leader di partito, o di sovranità parlamentare. Quanto in riferimento a una crisi sistemica verso cui il Paese si sta avviando. A prescindere da chi sia alla guida nella congiuntura. L’Europa, e l’ambiente internazionale, per quanto biasimati da una mentalità politica prevalentemente provinciale e avventata, rappresentano l’àncora di salvataggio dell’Italia.

I principii, le regole – quelle scritte e le prassi -, i rapporti di forza, gli interessi nazionali, i patti siglati e quelli da concludere, i negoziati e le trattative. Un insieme, una fitta rete di relazioni che pongono l’Italia in un contesto ben più ampio di una conferenza stampa o di una passeggiata a favore di telecamera.

Lo status, il prestigio del nostro Paese sono stati faticosamente costruiti sulla reputazione, la capacità di portare a termine il compito assegnato, di rispettare le regole. E all’estero, bon gré mal gré, a torto e a ragione, in taluni ambienti l’immagine del made in Italy politico è ancora piuttosto fragile. Ricordiamo che fu solo grazie ad Azeglio Ciampi che i tedeschi accettarono di includere l’Italia nel club Euro ché mal celavano sfiducia verso il complesso del sistema Paese. I galloni si guadagnano sul campo, e non dipendono soltanto dalla presenza di ministri credibili (e qualcuno andrebbe defenestrato ad horas), ma dalla capacità di rispondere ai problemi seriamente ed efficacemente. Gli americani la chiamano delivery.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, in quanto tale, ha il dovere, l’onere e persino l’onore di condurre il Governo, e di “dirigerne” la politica (art. 95 della Costituzione), ma è anche dinanzi alla sfida politica di tenere insieme la coalizione. Al di là dei punti di vista individuali e di tutte le posizioni e le mutue critiche legittime, è il capo del governo a dovere tenere unita la maggioranza, con l’ausilio dei partiti e dei loro leader. Più o meno simpatici, avventati, improvvidi, lungimiranti, scontati, coraggiosi, pavidi, tattici o strateghi, ciascuno li reputi a seconda delle sintonie politiche. E procedere ad azioni congruenti. Vero che la situazione è grave, inusitata, inedita, eccezionale, ma su taluni passaggi non potrebbe tacere nemmeno il più fervido, fervente sostenitore acritico. Le scuole e le università andrebbero riaperte, con criteri e in sicurezza, al più presto. Per esempio. Senza indugi.

L’arrocco di Matteo Renzi, dopo la “mossa del cavallo”, è difficile da decifrare per quanto detto sin ora in termini di limiti di “testo e di contesto”, di umane fragilità e in-compatibilità. Nel merito il senatore Renzi ha proposto, e in parte ottenuto, modifiche ragionevoli, sensate e assai utili sulla gestione del Recovery Fund; avrebbe forse potuto entrare nell’esecutivo occupando un dicastero prestigioso e da lì fustigare. Analogamente, il Partito democratico pare avere maturato la convinzione di dover virare su un’azione maggiormente riformatrice, decisiva, visibile, concreta, votata all’uguaglianza, agli investimenti e meno alla distribuzione, alla prospettiva di lungo periodo. Tutte azioni nelle corde, nelle idee e nella storia del PD che quindi ha il dovere di metterle in pratica. Senza tergiversare oltre ovvero dire che tutto sommato molto è stato fatto. Il Paese aspetta e merita di più. E in questo ancora una volta l’Europa come contesto in cui far valere il nostro peso e incidere sulle decisioni, cogliendo le occasioni per crescere, quasi da essa fossimo condannati al successo (come titolava un volume curato tra gli altri da Sergio Fabbrini).

Non sarà una crisi breve. La prospettiva di una lunga azione di trincea però genera foschi scenari con posizionamenti continui, perdite complessive per ambo le parti ed esanime, esangue il Paese. La fantasia politica italiana può giovare per scovare una soluzione, ma i tempi lenti degli anni Ottanta sono superati. Appoggio esterno, appoggio “estero”, governo “balneare”, governo dell’astensione, o della distensione… Governo Conte, governo Conte con/senza Renzi… Tutto tranne maggioranze abborracciate, improvvisate, patchwork parlamentari, non espressione di forze politiche, sociali, ma aggregazioni, di singoli feudatari. Siamo pur sempre il Paese del trasformismo, ma c’è un limite: la decenza.

Ancora una volta, l’ennesima, il Presidente della Repubblica, ha pazientemente tessuto le relazioni con i gruppi parlamentari, persuaso, ammonito, richiamato, ed ha assicurato che i piani economici fossero messi al riparo dalle intemperanze politiche e partitiche. Mattarella, che come sappiamo sarà in carica fino a febbraio 2022, ha anche invitato a lavorare uniti, il che non vuol dire che le forze politiche debbano insieme, tutte, sostenere lo stesso governo senza distinzione alcuna. Il varo del Conte ter non elude un prolungato negoziato, fuori e dentro il Parlamento. Per certi versi è un bene.

L’Italia però deve accelerare su vari fronti. Per molti aspetti la classe dirigente (non solo quella politica) appare sfalsata, sfasata, distonica rispetto alla popolazione. Il che ovviamente non implica seguire gli umori del volgo, come predica certo populismo. Ma la Democrazia cammina solida se tutte le parti sono incluse nel processo. La crisi, non quella di Governo, o quella parlamentare, ma quella sistemica è dietro l’angolo e potrebbe travolgere le istituzioni in un ben prevedibile collasso democratico. Ma, appunto, esistono i vincoli formali e congiunturali che reggono il corpo barcollante del Paese. Per poco ancora.

Il Sommo, scomparso settecento anni fa, si doleva del destino italico, sociale e politico. Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!» Usciamo dal Purgatorio.