Bologna e il rischio appiattimento

Il mio editoriale per il Corriere di Bologna – Corriere della Sera

Uno spettro si aggira per Bologna… il conformismo. Facile, e banale, incipit per segnalare una pericolosa deriva sociale, politica e intellettuale. “La città più progressista” d’Italia, così è stata (auto) definita la nostra città dal candidato del centro-sinistra Matteo Lepore, un po’ troppo enfaticamente. Tuttavia, non avendo egli fornito una definizione di progressismo non possiamo misurare quanto Bologna si approssimi all’idealtipo evocato e dobbiamo perciò credergli sulla parola. È una efficace uscita comunicativa degna della campagna elettorale, ma dovremmo scavare un po’ più a fondo. Certamente sul piano sociale la capitale della via Emilia si distingue in ambito nazionale ed europeo, e anche nella fase pandemica lo ha ribadito. La parte dolente, molto, è connessa al progressismo sedicente in ambito politico. 

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Giorgio Napolitano: dal PCI al socialismo europeo

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il primo funzionario del PCI a recarsi in visita ufficiale negli Stati Uniti d’America. Lui esponente della corrente “migliorista”, un destro avrebbero detto i detrattori. L’accreditamento presso Washington funzionale al tentativo di accedere al Governo cui lavorava la segreteria Berlinguer e che i lusinghieri risultati elettorali del 1975 e del 1976 resero plausibile, se non ancora probabile, al netto dunque dei vincoli internazionali. Indispensabile, perciò, aprire un canale di comunicazione con la Casa Bianca. Era il 1978 e gli anni della solidarietà nazionale divennero propedeutici a una possibile stabile entrata dei comunisti nell’alveo governativo. La fine del compromesso storico e i cambiamenti all’interno della Democrazia cristiana post omicidio Moro resero il contesto impraticabile, e rinviarono de facto l’alternanza di qualche decennio. Il percorso che porterà un ex comunista nove anni al Colle è stato lungo, ma coerente. Giorgio Napolitano è politico di professione, di lungo corso. Sin dalla Liberazione di Napoli aderì al PCI e sposò la linea del segretario, della svolta di Salerno. Il realismo togliattiano è la cifra costante dell’azione di Napolitano che coniuga l’analisi della realtà, la difesa dei principi e dei valori costituzionali con l’afflato dell’emancipazione e del progresso propri del manifesto comunista. La prima prova arrivò con i Fatti di Ungheria del 1956 e la relativa repressione sovietica nonché la scelta di Togliatti di “coprire” la madre Russia. Allievo e sostenitore di Giorgio Amendola e della linea riformista che sarà la cifra umana, politica e intellettuale di una intera vita politica. Napolitano si cruccerà per quella scelta acritica, ma dettata dall’adesione a un sistema valoriale e organizzativo, a una comunità politica. La situazione cambiò nel 1968 con la Primavera di Praga allorché il PCI prese le distanze da Mosca, pur rimanendo nell’alveo delle organizzazioni ricadenti nell’arcipelago comunista di matrice sovietica. “Dal PCI al socialismo europeo”, come scrive nella avvincente e istruttiva autobiografia ripercorrendo le tappe del percorso politico, umano e intellettuale quale espressione dei massimi dirigenti ed esponenti della sinistra italiana. La pubblicazione di quell’importante testo avvenne l’anno prima dell’elezione presidenziale, un manifesto per il suo settennato, che poi diverrà più lungo. La scalata al Quirinale era dunque iniziata negli anni del PCI, accreditandosi come componente eterodossa, aperturista, dialogante e incline a superare l’organicismo comunista e la dipendenza da Mosca, culturale e ideologica. Dopo una lunga e significativa esperienza all’interno degli organi di partito, Napolitano ricoprì la carica di Presidente della Camera (1992-1994) e poi di ministro dell’Interno tra il 1996 e il 1998 nel primo governo Prodi, una carica pregna di simbolismo nell’immaginario della militanza comunista poiché rappresentativa del potere statale, dell’agognata presa della Bastiglia. Presidente della Commissione affari costituzionali del parlamento europeo (1999-2004) e senatore a vita nominato da Ciampi nel 2005. L’anno dopo il segretario dei DS Piero Fassino per il Colle propose D’Alema in prima battuta, ma il consenso non si coagulò, primariamente nel centro-sinistra. Eletto al quarto scrutinio con i soli voti dei partiti della maggioranza di governo (543) venne spesso per questa ragione attaccato e tacciato di partigianeria ed eccessiva vicinanza al centro-sinistra e al Partito democratico poi, di cui in ogni caso era considerato padre nobile ed ascoltato consigliere e mediatore. La Lega Nord votò Bossi e il centro-destra scheda bianca, tranne Marco Follini sempre autonomo e intellettualmente indipendente. Berlusconi dapprima “neutro” innervò il suo niet all’anticomunismo, sua cifra politica ed elettorale in un Paese senza memoria, proprio verso il meno comunista di tutti. Napolitano è il primo presidente pienamente inserito nella dinamica maggioritaria, o meglio bipolare del sistema partitico. Sebbene la seconda fase della sua presidenza coinciderà con la destrutturazione delle coalizioni pro/contro Berlusconi e la presenza di un terzo polo, il M5s.

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Carlo Azeglio Ciampi: il repubblicano di ferro

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Il 2 giugno celebra la nascita della Repubblica, ma è soprattutto per merito di Carlo Azeglio Ciampi se è diventata una data patrimonio collettivo. O meglio, è tornata ad esserlo dal 2001 allorché la legge “spinta” da Ciampi ha cancellato l’onta del 1977 quando la “festività” venne espunta dal calendario. Il Paese in cerca di strumenti per incrementare la produzione industriale, e in crisi economica, preferì rinunciare alla giornata fondante della propria identità sull’altare monetario semplicemente espungendola dall’almanacco civico. Come se gli USA abolissero il 4 luglio o la Francia il 14 luglio. L’Italia è ancora un Paese senza Stato, e con pochi cittadini anche per le appartenenze separate – democristiani/comunisti – acuite negli anni Settanta. Carenze cui il Presidente Ciampi provò a rimediare con una incessante azione di civismo repubblicano. Lui del resto era espressione del migliore repubblicanesimo, esponente di quel partito d’Azione sbeffeggiato da Massimo D’Alema con realismo togliattiano. Ciampi non era “estremista”, purista perciò contrario agli accordi e al dialogo, ma coltivava la devozione repubblicana, senza compromessi. Conoscitore delle dinamiche economiche e finanziarie, direttore generale della Banca d’Italia per tre lustri – come Luigi Einaudi, altro Presidente governatore della Banca -, era più incline verso il capitale sociale e civico che nei confronti del capitale e del capitalismo senza regole. 

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Oscar Luigi Scalfaro: il Presidente che vide passare il cambiamento

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Ali di folla inferocita, e un po’ manzoniana, e il sangue non ancora raffermo di Capaci condussero Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale lo stesso giorno dei funerali di Giovanni Falcone. La strage delle trame masso-mafiose-servizi deviati generò un involontario sussulto di dignità parlamentare e le Camere riunite in sessione solenne elessero Scalfaro, al sedicesimo scrutinio, evitando lo strazio analogo che portò Leone al Quirinale solo dopo oltre venti votazioni.

In quelle giornate da scenario terroristico mediorientale mutarono le tattiche, scemarono gli accordi spartitori nella famelica DC e con il PSI. Caddero i veti di Cossiga ormai esautorato, che raccolse però sessanta voti e il giubilo dai banchi missini che lo sostennero (la Lega Nord votò per Gianfranco Miglio). Giulio Andreotti si notò come in un film di Nanni Moretti perché non partecipò alle esequie, del resto non aveva incarichi di governo, era solo senatore a vita. Il neoeletto Presidente Scalfaro venne contestato, pur senza responsabilità dirette, ma in quanto esponente di una classe dirigente complessivamente incapace di gestire la sfida mafiosa, mentre Palermo e l’Italia piangevano e portavano a spalla Paolo Borsellino, e qualcuno sferrava schiaffi al capo della Polizia. Scalfaro era stato Ministro dell’interno durante i governi craxiani, ma quella folla ribelle non mirava a singole personalità o responsabilità. Era un grido di dolore. Cui il Capo dello Stato rispose con una generica invocazione per “maggiore fermezza”, quasi che la mafia fosse nata in quell’annus horribilis e che le vicende attorno ai rais siciliani della DC fossero qualunquiste chiacchiere da solleone.

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Francesco Cossiga: il più giovane al Colle

Il mio editoriale per il Domani parte di una serie di approfondimenti dedicati ai Presidenti della Repubblica

Presidente del Senato, Presidente del Consiglio dei Ministri, e infine Presidente della Repubblica. Francesco Maurizio Cossiga è l’unico politico italiano ad avere accumulato le più importanti cariche politiche ed istituzionali. Il 24 giugno del 1985 è eletto alla più alta carica dello Stato, proprio mentre da Presidente del Senato prende direttamente parte alla gestione dell’elezione insieme alla Presidente della Camera Nilde Iotti. Politico di razza, politico di carriera, democristiano di ferro, come duro fu da ministro dell’Interno, tanto da meritare la K come prima sillaba del cognome, e le doppie “esse” con caratteri runici in stile nazista, affibbiategli dalla sinistra extra-parlamentare e dai movimenti, con i quali non ebbe momenti idilliaci. Una vita politica all’apice delle istituzioni politiche e repubblicane, sempre sull’ottovolante, in un percorso intriso di verve politica, di inclinazione e vis polemica, determinate dalla natura politica, dalle sue idee, e ideologia, ma anche dal contesto storico. Nazionale e internazionale, che non sono un alibi, ma un fatto con cui fare i conti. Al Viminale Cossiga arriva nell’anno delle elezioni del mancato “sorpasso”, nel 1976, e nel momento di maggiore spinta propulsiva del nemico comunista. Sono due anni intensissimi, e tragicamente fatali per la società italiana. Gli anni Settanta, gli anni del piombo rosso/nero, diversi, opposti e letalmente simili. Nell’ultimo tratto di un portico, nel centro storico di Bologna, uno studente e militante di Lotta Continua, a margine di scontri e manifestazioni viene ucciso dai colpi di Beretta esplosi da un giovane carabiniere. Pierfrancesco Lorusso ha soli venticinque anni. Per domare i disordini dei giorni seguenti Cossiga invia i blindati, diranno alcuni, carrarmati di cartoni, diranno altri. Giorgiana Masi è invece una giovane manifestante radicale che partecipa a una manifestazione dei Radicali, indetta proprio a seguito del divieto di Cossiga di tenere cortei. La foto dell’agente in borghese, pistola in pugno, e gli strali di Pannella che invocano la correità morale del ministro democristiano che “giustifica” metodi forti in un contesto di grave tensione. Cossiga ha uno stile al contempo istituzionale e sopra le righe, un po’ funzionario di partito, un po’ guascone, da sempre. Con un curriculum politico così denso e intenso gli errori, le gaffes, i problemi sono un rischio probabilistico, calcolato. Ma Cossiga ha anche una sorta di naturale attitudine al conflitto, alla tenzone. Al recitare al di fuori degli schemi, per indole. Era Capo del Governo quando gli venne notificata l’accusa di avere informato Carlo Donat Cattin, vicesegretario dello Scudo crociato, che il proprio figlio fosse ricercato in quanto militante di Lotta continua e per talune azioni militari. Con la ruvida schiettezza comunista Enrico Berlinguer gli comunicò che il PCI avrebbe votato la procedura per la sua messa in stato di accusa. Erano gli anni di piombo, per tutti. E Cossiga manifestò sempre il suo pensiero rimanendo in trincea, con posizioni certamente scomode, franche, e talvolta assai discutibili. 

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