Una città senza padri

Editoriale per il Corriere della Sera

Una città senza padri? Quasi tre anni orsono il Centro San Domenico ospitò una pregevole lectio del prof. Stefano Bologni, eminente psicoanalista di fama internazionale. Il quale indicò con competenza quanto la città fosse, e sia, da lustri, senza guida. Senza una figura paterna che sappia e intenta guidarla (non ammise la figura materna non per spregevole maschilismo, ma perché è proprio così è psicoanaliticamente, disse). Più prosaicamente lo avevamo scritto. Lo avevamo persino previsto, involontariamente. Lo avevamo invocato l’intervento del padre romano ché proprio a Bologna pare non si riesca a gestire in forma ordinata la fase di selezione di candidature nel PD e per il centro-sinistra. Senza primarie nulla salus, che non sono un balsamo, ma rappresentano la più alta forma di partecipazione specialmente in una fase di fratricidio incipiente, e poi sono una delle caratteristiche del PD. Eppure, ci sono figure assai degne e meritevoli, da (in ordine alfabetico) Alberto Aitini, Elisabetta Gualmini e Matteo Lepore. E altri potenziali. In una città che ha molte risorse intellettuali. Ma, adesso, alla deriva nel processo di gestione della selezione degli aspiranti sindaco, la città, o meglio il centro sinistra sta sommando una pessima prova sul piano qualitativo. Le ambizioni sono tutte legittime, ma il senso di realtà non andrebbe varcato. La misura è colma. Ritengo indecoroso il dibattito su presunte candidature di personaggi privi di lignaggio, di alcuna minima credibilità. Il fatto che se ne discuta è un segno inequivocabile di quanto sia depressa la contesa ideale in città; alcune boutades in passato sarebbero passate in cavalleria, oggi aprono i titoli dei quotidiani. Ma non bisogna rassegnarsi, io non lo faccio, al declino. Chi tace per tattica è complice.

A Palazzo d’Accursio si sono scontrati, confrontati e misurati figure del calibro di P. Cervellati, B. Andreatta, G. Campos Venuti, G. Fanti, G. Dozza, Renato Zangheri, A. La Forgia, G. Celli, P. Casini, M. Cammelli, G. Dossetti, L. Pedrazzi, I. Dionigi… per rimanere su una lista non esaustiva, ma indicativa.

Come il PD, nazionale e locale, possa anche solo minimamente considerare plausibili “candidature” di quanti hanno il pregio di aver organizzato una ben riuscita manifestazione di piazza appare irricevibile. Sono caratteristiche poco o punto rilevanti per entrare nell’agorà politica saliente. Qualcuno bisogna che lo dica, per uscire dall’ipocrisia che rischia di avviluppare il dibattito, con danni esiziali. I padri hanno abdicato, eterni adolescenti anche loro, a indicare la strada, a dare l’esempio, a redarguire. Lo spazio per i “ggiovani” è sacrosanto, figurarsi. Ma la distribuzione dei talenti non è ascrittiva né connessa intrinsecamente all’anagrafe. E quando i padri non svolgono il loro ruolo, i pargoli entrano in gioco. E poi raccogliere i cocci è complicato e doloroso. I partiti, le organizzazioni debbono svolgere un ruolo di filtro, di cesura e di censura, di selezione che avviene con superamento di prove. Nel settecentesimo anniversario dalla morte del Sommo Poeta, è forse utile ricordare che proprio Dante vedesse in Bologna non più la vivace città di studi, ma uno spazio infernale: «Qual pare a riguardar la Garisenda sotto il chinato quando un nuvol vada sovr’essa sì ch’ella in contrario penda, tal parve Anteo a me, che stava a bada di vederlo chinare…».

Bologna forse non è sazia e disperata come disse l’arcivescovo Biffi. Ma la pandemia, la crisi sociale ed economica, la hanno segnata. E la colpiranno profondamente, cambiandola. Per ripartire è necessario dare fondo a tutte le risorse economiche, intellettuali, sociali, politiche per rilanciare non solo il ruolo della città in Italia, ma la sua naturale propensione europea ed internazionale. Come ha ricordato Romano Prodi «il condiviso grande traguardo in grado di aggregare i necessari consensi esiste e si chiama Next Generation Eu». Su questo la città esprima progetti, idee, proposte, persone, ossia il meglio che ha. Che è tanto.

Partito democratico

Editoriale per CORRIERE della SERA (Bologna)

Durante la Seconda guerra mondiale il partito conservatore britannico e l’omologo laburista avevano due capi, due leader si direbbe oggi, che parlavano, eccome, di politica. Con visioni alternative, proprio mentre i nazisti si avvicinavano a Dunkerque, praticamente a Trafalgar Square. Un pericolo ben maggiore della pandemia con vaccinazione in corso, francamente. Un partito deve sempre parlare, o meglio discutere di, e confrontarsi con, le idee. È la sua matrice, la sua natura ontologica, la sua missione civica. In ore meste per il Partito democratico, a Roma come a Bologna, prefiche si levano a declamare la necessità di non occuparsi di politica. La ragione sarebbe la pandemia. Il nuovo lavacro intellettuale del millennio. La nuova rivoluzione materialista. Una scusa, una mossa che segna tutta la debolezza culturale, intellettuale e politica di una classe dirigente che è quasi ovunque diventata digerente, in grado di macinare tutto e tutti pur di rimanere ben piantata non nel Palazzo, che è una critica cretina, ma nel pantano dell’immobilismo culturale, dell’ignavia come rischio prospettivo. È un fatto, e le eccezioni, meritevoli e lodevoli, lo confermano.

Senza profonde revisioni intellettuali le organizzazioni politiche periscono. Navigano a vista, e rapidamente incontrano le secche del mero esercizio del potere, che è una missione nobile, ma sterile se diventa fine, e soprattutto senza prospettiva elettorale di lungo periodo, almeno nei regimi democratici. Per capire, e spiegare la crisi (di nervi, di intelletto, di idee) dei democratici è necessario astrarsi, e distrarsi, dalla cronaca. Dallo starnazzo e dai mutui improperi, dalle legittime ragioni di ciascuna fazione, di ciascun gruppo etnico impegnato in una guerra propugnata e propagata scientemente da signori della guerra terrorizzati dalla propria ombra, di notte e di giorno. In cerca di euristiche, di scorciatoie cognitive per capire il mondo, ma dopo le ideologie – non tutte totalitarie – ci sono solo le profferte à la mode di cartomanti mascherati da consiglieri del principe. Lo sbandamento, l’isolamento, le incertezze politiche e organizzative vengono da lontano. Le responsabilità non sono di “tutti”, ché altrimenti sarebbero di nessuno, ma sono distribuibili pro quota. Mancanze, dolo, colpe patenti e latenti, codardia, ignavia, pochezza, leggerezza, avidità… il carnet è vario e vasto. Ma non è il momento, non è opportuno disfarsi di una storia, che è poi la Storia di intere generazioni, di popoli, di operai, di lavoratori, di occhi, di lacrime di gioia e di dolore. Di fatica e speranza, di emancipazione e libertà, di lotta e diritti, di sogni e aspirazioni, di visione del mondo. Da cambiare. Di libri spezzati, di letture tradite e di filosofi dimenticati o abiurati. O semplicemente ignorati da giovani rampanti ripiegati sulle chat non in grado di capire nemmeno la sociologa del quartiere in cui vivono. Lo sgomento di una base ancora generosa, paziente, silente, e disposta nonostante tutto, e tutti, ad esserci. In prima fila, fiera e altera. La resipiscenza non è un processo indolore né facile. La reputazione e la credibilità si riconquistano ripartendo dai fondamentali, dal lavoro, dai diritti, dalle persone scelte per le cariche istituzionali, dai programmi, dalla visione di futuro, dalla lotta alla disuguaglianza. Un programma credibile si lega a persone credibili, con le loro storie e soprattutto con le loro idee, parlate e scritte. Senza scorciatoie, senza ricorrere a messia, ad enfant prodige, ad eccitazioni domenicali, a mobilitazioni da Internet, ma senza profondità alcuna. Ci vuole pesantezza! Il PD proceda dunque con una decisa tenzone ideale, fatta di proposte politiche e di visioni alternative. I democratici rimettano al centro la propria bandiera e la facciano agitare al vento, la facciano tornare cencio, straccio e la blandiscano come declamava Pasolini per “chi è coperto di piaghe […], per il bracciante, il calabrese africano […], l’analfabeta” affinché anche il più povero la sventoli.

BOLOGNA. Prima, di tutto.

Editoriale per Corriere della Sera (Bologna)

Difficile. Essere sindaco di una città prima in classifica per “qualità della vita” è una impresa ardua, tale da far desistere molti, tra gli umili e i consapevoli in particolare. O induce ad osare gli intrepidi, quelli con una visione, amore per la città, competenze e intuito politico.

Il risultato che indica Bologna in testa quanto a condizioni socio-economiche è la (ennesima) certificazione di quanto cittadini e ospiti (e persino turisti) possono immediatamente percepire visitandola, seppure per poche giornate o addirittura ore. Si tratta del compimento di un processo iniziato settant’anni fa, nei mesi della Resistenza che diede slancio alla passione civica, alla voglia di riscatto, di solidarietà, pace e progresso. Il disegno riformatore fu costruito dalle forze politiche progressiste e di sinistra, dal Partito comunista che fu intelligente a coinvolgere nel patto sociale tutte le forze vive della città, o meglio della regione. Non è un dono caduto dalla stratosfera, ma “frutto del lavoro” del popolo di Bologna, che con fatica ha compiuto un quasi miracolo portando la città da un cumulo di miseria ai fasti uguagliando le socialdemocrazie scandinave. Si tratta della lungimiranza di amministratori e politici (!), della capacità di elaborazione del Partito, della intelligente collaborazione con professionisti e intellettuali (si pensi a P. Cervellati su tutti). L’abilità nel fare sistema, coinvolgere gli interessi economici, sociali, cooperativi, sindacali e religiosi, con un approccio complessivamente pragmatico. Che del resto erano l’insegnamento e la linea dettate da Palmiro Togliatti nel suo “ceto medio e Emilia rossa”. Il tutto senza smarrire gli ideali di avanzamento sociale e civile, sebbene qualche scivolone ci sia stato come quando il Partito e l’Amministrazione risposero chiudendosi in modalità “burocrate automatico” nei confronti del Movimento nel 1977.

La classifica stilata annualmente da Il Sole 24 Ore merita attenzione e considerazione. I dati dicono che la città consolida la sua posizione su una serie importante di fattori, con la pessima prestazione sugli indicatori di “giustizia e sicurezza” la cui pur controversa interpretazione non puo’ però essere superata con una battuta di ciglia. I dati vanno presi tutti. E i dati, non per malafede, ma per scelta del “disegno di ricerca”, non dicono altre cose altrettanto importanti. Come il PIL che secondo la celebre critica di Bob Kennedy includeva i carri armati tra i prodotti della ricchezza. Non siamo a quel parossismo, ma una riflessione sul turismo mordi (distruggi il capitale sociale) e fuggi andrebbe fatta, con scelte conseguenti. È un po’ come aggiornare il paniere dell’inflazione che per qualche tempo ha tenuto dentro il costo dei fiammiferi, mentre il Paese si avviava al Wi-Fi.

Alcune cose non sono visibili alle rilevazioni, ma le sentono i cittadini. La paura del futuro, il timore in alcune zone in una città che per fortuna non ha periferie, la marginalità (che esiste sebbene meno isolata e stigmatizzata che altrove), la necessità di integrare, di rinsaldare i valori democratici e dell’antifascismo. L’evasione fiscale (abbattuta sui bus grazie a un lustro di azione/sanzione di Tper), il deciso calo di civismo “ordinario” ché basta fare una passeggiata/slalom sotto i Portici. O i troppi delinquenti dell’autocertificazione stanati dalla Finanza a dichiarare il falso per ottenere sussidi COVID non spettanti. Capitale sociale, civismo, cultura politica declinanti ormai da anni, e non rilevati tra gli indicatori aggregati di “ricchezza” e qualità della vita. Queste azioni le promuoveva il Partito, oggi troppo piegato sul versante governativo. Era un presidio, una sentinella attenta, madrina, ma anche vestale severa del civismo.

Sergey Bubka, un atleta sovietico specializzato nel salto con l’asta, per mantenere a lungo il primato mondiale, dopo aver provato in allenamento il massimo raggiungibile, durante le gare alzava l’asticella di un centimetro per volta. Così da potere ripetere il “record” dilazionandolo nel tempo. Per Bologna, dunque, la sfida è difficile perché dovrà fare sempre meglio. Da quel podio prima o poi scenderà di qualche posizione. E non sarà un dramma, è inevitabile, se insieme agli allori non avrà perduto l’anima.

Bologna (il dato fa riferimento all’intera provincia) merita il primo posto. E questo risultato è una sfida per il Partito democratico, chiamato a confermare la prestazione, e lo è anche per l’opposizione, la quale deve alzare il tiro e, di molto, la qualità della proposta per competere. Sarebbe anche ora che parlassero i “salotti” che, come ricordava E. Berselli, “formavano le opinioni, discutevano i problemi”. Bologna, capitale della questione morale (sempre Berselli), non è “sazia e disperata”, ma… deve stare molto attenta a non smarrire la bussola di città progressista, solidale, civica, colta, politicamente impegnata, attenta al podio, ma anche a quanti sulla tribuna non salgono ché invisibili, deboli, tristi, soli, poveri. Buon Anno, Bologna.

I DEM e le primarie. Scelte da compiere.

Sarà un test nazionale. E di questo bisogna tenere debitamente conto. Ché Bologna da sempre condiziona, incide, pesa sulla strada per il centro-sinistra italiano. Le elezioni amministrative della primavera 2021 vedranno al voto oltre 1.300 comuni, e cinque tra le sei città più popolose: Roma, Milano, Napoli, Torino e appunto la capitale felsinea. Dove la campagna elettorale non è affatto entrata nel vivo come spesso si racconta, ma stenta ancora soprattutto perché nessuno certifica chi sarà il candidato del Partito democratico, ossia colui/e che avrà l’onore e l’onere di provare a raccogliere il testimone di Virginio Merola, e il centro-destra si trascina stancamente rinunciando a competere.

Al carattere nazionale della consultazione per il governo di Palazzo d’Accursio si somma inevitabilmente la congiuntura, la pandemia, e questa combinazione rende necessarie scelte politiche coraggiose e innovative. Il PD sta provando a delineare un percorso e talvolta le critiche sembrano un po’ ingenerose rispetto a una delle poche forze politiche organizzate in cui (si potrebbe fare di più e meglio!) ci sono un dibattito, un confronto e una partecipazione politica degne di nota. Le recenti consultazioni condotte tra i “dirigenti” di medio livello del partito sono certamente un passo nella giusta direzione, ma non possono per nulla essere esaustive per delineare il quadro nella definizione del candidato sindaco. Gli iscritti al PD, gli elettori democratici e del centro-sinistra e persino i cittadini “interessati” andrebbero coinvolti, in una logica “estroversa” del PD, evitando una dinamica “introversa” e di chiusura che tanti danni ha generato nella società. Bologna serba risorse ampie e dense di partecipazione, espressa e potenziale, dai comitati, alle associazioni, ai sindacati, ai gruppi, ai movimenti, che apparirebbe davvero strano se il candidato a sindaco fosse selezionato da pochi intimi. I partiti, come dicevamo alcune settimane orsono su queste pagine, hanno il diritto di esercitare il ruolo di proponenti per evitare le derive populiste, ma al contempo devono leggere il contesto storico e sociale mutato. Un nome altro rispetto a quelli in circolazione, sebbene sempre possibile, appare difficile da far accettare al partito che con fatica rimane compatto, almeno formalmente. Né la strada del c.d. papa straniero – o briscolone che dir si voglia – sembra percorribile. Il “modello Cofferati” venne imposto da Roma, da Massimo D’Alema che voleva liquidare un personaggio scomodo per sé e per il partito e accettato per lavare l’onta del 1999; ma “non sono più qui tempi là” ché non c’è il Partitone e difficilmente l’intendenza seguirebbe. Ergo, saggezza suggerisce di coinvolgere the people. Gli elettori del PD e del centro-sinistra. La ritrovata “normalità”, principale lascito del decennio a guida Merola, come ha ricordato Olivio Romanini su queste colonne, dovrà essere affrontata con continuità, ma anche innescando rottura e innovazione per guardare alla città del 2050. Scelte eccezionali, coraggio, idee e proposte che andranno discusse con i cittadini e i corpi intermedi.

Se, dunque, la partita elettorale del 2021 non si giocherà solo a Bologna, ma avrà chiare ripercussioni anche sul piano nazionale, e in qualche misura l’intervento della cabina di regia del PD aiuterebbe a sbrogliare l’impasse locale, le primarie rimangono certamente la strada privilegiata.

Il Regolamento nazionale del PD indica nelle primarie la via maestra soprattutto allorché non ci sia un candidato uscente. Certamente le regole si possono cambiare, con il giusto consenso e le procedure adeguate, ma finché esistono non si puo’ derogare senza motivazione e spiegazione idonee. In assenza di accordo tra i quattro principali papabili espressione del PD, la soluzione va ritrovata nell’Assemblea cittadina del partito. Qualora ci fosse una maggioranza di delegati a favore di uno di essi formalmente si potrebbe non procedere alle primarie. Ma, temo, che senza un numero cospicuo di consensi (superiore ai due/terzi) il PD ne uscirebbe con gravi fratture organizzative e di tenuta politica. Per cui, si proceda all’organizzazione delle Primarie. Cui, dal punto di vista teorico, possono partecipare non più di 2 candidati del PD (la soglia minima di firme da raccogliere è pari infatti al 35% dei delegati): vista la forza potenziale dei tre attualmente in corsa, due potrebbero allearsi cont(r)o terzi ovvero si avrebbe una gara tra loro, cui aggiungere eventuali altri di partiti della coalizione.  Al netto della incertezza dovuta al COVID, che però non puo’ bloccare il pensiero e la lungimiranza nel progettare il futuro, il PD agisca iniziando a pianificare un percorso. Sarà importante decidere, e perciò discutere, su «Quando» svolgerle, su «Come» organizzarle, su «Chi» potrà accedere (quale candidato e quale elettore) nonché motivare adeguatamente il «Perché» e «Per cosa» il partito coinvolge i propri elettori. Se, come plausibile, e le elezioni si terranno in primavera – tra maggio e giugno – un periodo propizio potrebbe essere il mese di marzo, e perché no, proprio il 21, che sancisce la primavera oltre che la “giornata contro le mafie”. Due mesi prima del possibile voto sono esattamente il tempo necessario per “lanciare” la candidatura del prossimo aspirante sindaco, esattamente come avviene – mutatis mutandis – nel contesto americano. La crisi sanitaria, ed economica, potrebbero incidere negativamente sulla quantità dei partecipanti e su alcune categorie di cittadini. È possibile che ciò avvenga, ma non possiamo stabilire ex ante in che misura. C’è però il tempo sufficiente per mitigare queste conseguenze e, in ogni caso, una partecipazione per quanto limitata possa essere sarebbe meglio di un ristretto circolo di persone. Bologna, al solito, risponderebbe in maniera adeguata e il prescelto sarebbe più forte perché più legittimato. Inoltre, gli aspiranti sindaco mostrino ambizione e presentino il loro programma, ricordando altresì che dovranno parlare e governare per l’intera città – specialmente in caso di doppio turno – e non solo per e con il PD, e che quindi sarà richiesta una statura e una postura nazionale.

Il PD, gli uomini e i pesci

Editoriale per Corriere della Sera (Bo)

Le sconfitte possono fornire grandi insegnamenti. Mentre il successo, se non governato, può condurre fuori strada. La vittoria alle elezioni regionali per il centro-sinistra e il Partito Democratico comportava un rischio potenziale, maggiore per certi versi persino di quello derivante da una storica sconfitta. Il pericolo della perdita di memoria, della cancellazione, della rimozione, del superamento dell’ostacolo congiunturale rimanda gli individui, le organizzazioni, e quindi anche i partiti, ad una condizione di scampato pericolo, di soddisfazione e appagamento rispetto allo stato ansiogeno che precede la prova cruciale. Da una prostrazione raccontata, da proclami di modestia e autodafé nell’imminenza dell’esame elettorale si puo’ facilmente passare alla rimozione, all’arroganza, e quindi alla reiterazione di comportamenti consolidati.

Dopo oltre un anno non è giunta notizia di approfondimenti ragionati, lunghi, critici, profondi, indipendenti e conflittuali sulle ragioni della vittoria. Proprio i successi contengono, sempre, le cause profonde delle sconfitte. Per non continuare a “sorprendersi” delle avanzate della Lega (Nord), delle scarse prestazioni del centro-sinistra che in tre lustri almeno ha visto erodersi non solo il consenso elettorale, ma anche la penetrazione sociale dei suoi valori, la rete di connessioni civica ossia di quella sub-cultura “rossa” che non era affatto composta solo di voti.
Dunque, discutere in sedi pubbliche le cause della penetrazione sociale, culturale e infine, solo infine, elettorale della Lega (Nord). La quale continua a macinare consensi, anche se perde le elezioni. Nel 2019, alle celebrate consultazioni regionali, il partito guidato pro tempore dal Sen. Matteo Salvini ha prevalso in 4 province su 9 dell’Emilia-Romagna. La Lega è giunta prima in tutti i comuni della provincia di Ferrara, in quasi tutti (tranne uno) in quella di Piacenza, in quasi tutti (tranne due) in quella di Parma e in quasi tutti (tranne 4) in quella di Rimini. Inoltre, è stata primo partito in 21 comuni di Forlì-Cesena, 13 Reggio Emilia, 28 di Modena, 12 di Bologna e 2 di Ravenna. Ossia il partito di Salvini è giunto primo nei due terzi dei municipi (63% dei casi, se vi pare poco; erano il 33% nel 2018 e l’8% nel 1996). Infine, la coalizione progressista ha perso 3 seggi consiliari rispetto al 2014, mentre la Lega ormai ha fagocitato l’intera opposizione. Ma tutto questo è passato in cavalleria perché l’importante, come scrivono e dicono in privato in molti, in troppi, è vincere. Anche senza convincere. Basterà aspettare la prossima buriana per spaventarsi di nuovo, per additare il nemico alle porte, per invocare il sostegno dei cittadini contro la presunta presa della fortezza Bastiani da parte dei barbari. Che poi tali non sono. Si tratterebbe di alternanza, fisiologica in democrazia.
Vittoria elettorale quale viatico senza minimamente mettere a fuoco le distorsioni, senza porre al centro dell’analisi la società, le sue contraddizioni, i messaggi che invia – palesi o subliminali -, le reinterpretazioni necessarie alla luce dei cambiamenti strutturali del XXI secolo. Il PD sembra aver fatto tutto questo d’emblée, subito, senza remore. Avanti, verso la prossima battaglia con slancio ardito e fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del “buon governo locale”. Ma alla prossima sconfitta, inevitabile nella società delle appartenenze flebili, statene certi, emergerà di nuovo lo stupore e lo sconcerto, misto a sdegno per il comportamento elettorali di molti che proprio non avranno capito quanto il centro-sinistra sia “superiore”:
La paura di perdere pur contro un avversario modesto è stato il fattore scatenante della mobilitazione. Ma queste paure sono ricorrenti, e del resto la storia della Lega Nord e del centro-destra in Regione parlano chiaro. La Lega governa decine di comuni, è primo partito in molte aree specialmente “interne” e puo’ contare su alleati potenti quali le paure (i diversi, la globalizzazione, la città, etc.), i mutamenti sociali in un contesto da ridisegnare, la crisi economica e la disoccupazione. Che sono fenomeni relativamente inediti e recenti a queste latitudini, ma che proprio per questo tendono ad essere paradossalmente più incisivi.
La lettura della vittoria, effettivamente rapida e superficiale, è stata sagacemente agganciata alla prestazione extra-ordinaria del candidato Presidente del centro-sinistra e ad una non bene specificata centralità del movimento delle cosiddette “Sardine”. Se, dunque, Stefano Bonaccini è l’alfiere della vittoria del centro-sinistra, e se una parte rilevante della vittoria è da ascrivere alla capacità di amministratore e di campaigner del Presidente della Regione, non resta che confermare che i “Problemi” permangono. Si sarebbe trattato cioè di una vittoria “personale”, della capacità di un uomo solo di fare la differenza. Viceversa, taluni, come Nadia Urbinati, hanno fornito un’interpretazione della vittoria del centro-sinistra ascrivibile principalmente al contributo delle Sardine. In assenza di dati empirici approfonditi sul punto specifico, possiamo affermare che – vista la geografia del voto -, il peso di Bologna sia stato cruciale, ma che senza una leadership coerente la ri-mobilitazione di un elettorato già identificato e politicizzato non avrebbe generato surplus. Credo che in entrambi in casi si sottovaluti lo scollamento sociale, valoriale, culturale, e dunque elettorale tra le proposte del centro-sinistra e la società emiliano-romagnola. Il tempo e le energie per riflettere e porre rimedio esistono, viceversa, la débâcle è solo rimandata, e non ci saranno uomini o “pesci” a scongiurarla. Bologna non è l’Emilia-Romagna, certo. Ma l’Emilia-Romagna pesa su Bologna. E il comportamento degli aspiranti sindaco del PD a Bologna non lascia intravedere nulla di buono, se non fosse che il centrodestra è in eterno ritardo e perciò non competitivo, per ora. Lo schema è il solito: il PD lancerà i suoi peana prima del voto per fermare il “nemico”, ma all’uopo scatterebbero le prefiche. In assenza di riflessione, di studio, di introspezione sulle ragioni delle vittorie, il centro-sinistra si affida al caso, che è poi anagramma di caos. Per il proprio bene in futuro il PD dovrebbe augurarsi una sonora sconfitta ovvero una vittoria ragionata. Sarebbe salutare.