Il mio editoriale per IL CORRIERE DI BOLOGNA
Ex malo bonum. Le primarie di coalizione tra i candidati del centro-sinistra possono rappresentare l’occasione per dirimere le frizioni e le conflittualità emerse nell’ultimo anno. Uno strumento utile, non sempre, non in assoluto, capace di mitigare le tensioni e soprattutto di legittimare la scelta dell’aspirante candidato alla carica elettiva, in questo caso di Sindaco. Il Corriere di Bologna è stato tra i primi a segnalare in varie occasioni l’opportunità delle primarie per procedere all’indicazione dell’aspirante successore di Virginio Merola. La decisione di Isabella Conti di competere rende l’esito della contesa incerto, e potenzialmente amplia l’interesse dei cittadini e degli elettori bolognesi per la campagna elettorale, anche a circuiti meno vicini ai partiti. I principali contendenti – in attesa delle determinazioni di A. Aitini – hanno presentato i rispettivi desiderata, fin’ora linee programmatiche generali, in due “dirette” sui social network entrambe abbastanza noiose e “tattiche”. Come ragionevole fosse al primo “appuntamento”. Possiamo però già trarre qualche elemento di riflessione. Il sindaco di San Lazzaro pare intenda giocare una partita all’insegna della rassicurazione, dell’appello alla “società” esterna al Partito democratico. I toni sono stati concilianti, a tratti troppo melensi, quasi da libro Cuore. La giusta reputazione di cui gode, data da popolarità, doti amministrative e coraggio, deve però trasformarsi in proposte di politiche pubbliche concrete, fattibili, misurabili e comparabili. Non si tratta solo evidentemente di una questione di scala (comparare San Lazzaro e Bologna non è un indicatore sensato, da non abusare ambo lati), ma di affrontare le questioni dirimenti e le prospettive di vita sociale e urbana dei prossimi trent’anni per la capitale felsinea. Per cui sarebbe più opportuno fare riferimento a proposte di miglioramento sempre necessari piuttosto che a presunte gravi deficienze cittadine, viste che tutto sommato Bologna non pare sia assediata dagli Unni. Essere candidati indipendenti può essere un plus, purché i partiti, e il PD non siano visti come un male.
Matteo Lepore, ha esperienza, visione, capacità amministrative e politiche. Per vincere dovrebbe evitare di rinchiudersi, di rimanere ancorato al gruppo di riferimento, ai soliti noti, e a volte non troppo disinteressati consiglieri. La reazione altèra sarebbe esiziale, tanto quanto considerare -come in parte ha fatto – la sfida di Conti come una lesa maestà. E nemmeno l’attacco a Matteo Renzi, accomunato a Salvini, appare ragionevole, almeno in questa fase, posto che Italia viva è composta di molti elettori di centro-sinistra. Tiri fuori, con umiltà, il coraggio di navigato amministratore, di giovane miliante e capace promotore della bellezza della Città, senza timore di lanciare il cuore e la mente nell’arena un pò affollata. Allarghi partendo dal PD, ma guardano oltre.
L’apertura della competizione ha innescato una normale, fisiologica, azione di ri-posizionamento e un confronto serrato tra sostenitori della lealtà coatta ed eroismi in favore della libertà di voto. Le primarie “aperte” coinvolgono gli elettori che si riconoscono nei valori (e nel manifesto) della coalizione, e che versano un obolo, si spera. Pertanto, le accuse di tradimento quanto gli strali contro il presunto liberticidio appaiono ampiamente sovrastimati. Una diatriba ristretta a pochi funzionari ed eletti. Che poco dovrebbe interessare il “popolo delle primarie”, stante la logica intrinsecamente “aperta” dei “gazebo”. La libertà va garantita, ovviamente, e non hanno senso i richiami alla disciplina, le minacce di espulsioni o i toni da anni Cinquanta. Tuttavia, è altresì bene essere consapevoli che i partiti politici non sono taxi o autobus, e nemmeno lo sono le istituzioni o le correnti, da cambiare a ogni mutar di Eolo. Pena la scarsa reputazione presso i cittadini.
Meglio sarebbe, invece, per Conti e Lepore, raccogliere la sfida, puntando sul confronto rispetto ai temi.
Il conflitto ideale è sempre foriero di avanzamento sociale e culturale, di progresso e civiltà. Confronto libero, serrato, argomentato e scevro da risentimenti, in una vera logica di competizione dove “prevalga il miglior candidato”. La nostra città ha raggiunto altissimi risultati in ambito sociale, economico, culturale, proprio grazie alla sinistra, al centro-sinistra. Ma non basta onorare il passato per conquistare il futuro. Bisogna reinventare un nuovo modello che affronti il post-Covid. Ma partendo dal patrimonio comune che è Bologna, con la sua vasta e solida ricchezza, economica e immateriale. Ne tengano conto i pretendenti per non rischiare di disperdere l’obiettivo primario nella temperie e nella polvere della tenzone elettorale.
Le primarie prossime anticipano la contesa elettorale autunnale e decideranno, de facto, il prossimo primo cittadino di Palazzo d’Accursio, come rilevato anche dal Presidente P.F. Casini. Lo dicono i numeri del centro-sinistra a Bologna e l’annoso ritardo programmatico della destra locale. Conti e Lepore, diano dunque fuoco alle polveri delle proposte, delle idee, dei numeri, dei sogni, delle visioni, e della partecipazione politica. In entrambi i casi prestando maggiore attenzione ai temi e meno alle paturnie personali.

Senza profonde revisioni intellettuali le organizzazioni politiche periscono. Navigano a vista, e rapidamente incontrano le secche del mero esercizio del potere, che è una missione nobile, ma sterile se diventa fine, e soprattutto senza prospettiva elettorale di lungo periodo, almeno nei regimi democratici. Per capire, e spiegare la crisi (di nervi, di intelletto, di idee) dei democratici è necessario astrarsi, e distrarsi, dalla cronaca. Dallo starnazzo e dai mutui improperi, dalle legittime ragioni di ciascuna fazione, di ciascun gruppo etnico impegnato in una guerra propugnata e propagata scientemente da signori della guerra terrorizzati dalla propria ombra, di notte e di giorno. In cerca di euristiche, di scorciatoie cognitive per capire il mondo, ma dopo le ideologie – non tutte totalitarie – ci sono solo le profferte à la mode di cartomanti mascherati da consiglieri del principe. Lo sbandamento, l’isolamento, le incertezze politiche e organizzative vengono da lontano. Le responsabilità non sono di “tutti”, ché altrimenti sarebbero di nessuno, ma sono distribuibili pro quota. Mancanze, dolo, colpe patenti e latenti, codardia, ignavia, pochezza, leggerezza, avidità… il carnet è vario e vasto. Ma non è il momento, non è opportuno disfarsi di una storia, che è poi la Storia di intere generazioni, di popoli, di operai, di lavoratori, di occhi, di lacrime di gioia e di dolore. Di fatica e speranza, di emancipazione e libertà, di lotta e diritti, di sogni e aspirazioni, di visione del mondo. Da cambiare. Di libri spezzati, di letture tradite e di filosofi dimenticati o abiurati. O semplicemente ignorati da giovani rampanti ripiegati sulle chat non in grado di capire nemmeno la sociologa del quartiere in cui vivono. Lo sgomento di una base ancora generosa, paziente, silente, e disposta nonostante tutto, e tutti, ad esserci. In prima fila, fiera e altera. La resipiscenza non è un processo indolore né facile. La reputazione e la credibilità si riconquistano ripartendo dai fondamentali, dal lavoro, dai diritti, dalle persone scelte per le cariche istituzionali, dai programmi, dalla visione di futuro, dalla lotta alla disuguaglianza. Un programma credibile si lega a persone credibili, con le loro storie e soprattutto con le loro idee, parlate e scritte. Senza scorciatoie, senza ricorrere a messia, ad enfant prodige, ad eccitazioni domenicali, a mobilitazioni da Internet, ma senza profondità alcuna. Ci vuole pesantezza! Il PD proceda dunque con una decisa tenzone ideale, fatta di proposte politiche e di visioni alternative. I democratici rimettano al centro la propria bandiera e la facciano agitare al vento, la facciano tornare cencio, straccio e la blandiscano come declamava Pasolini per “chi è coperto di piaghe […], per il bracciante, il calabrese africano […], l’analfabeta” affinché anche il più povero la sventoli.
Il risultato che indica Bologna in testa quanto a condizioni socio-economiche è la (ennesima) certificazione di quanto cittadini e ospiti (e persino turisti) possono immediatamente percepire visitandola, seppure per poche giornate o addirittura ore. Si tratta del compimento di un processo iniziato settant’anni fa, nei mesi della Resistenza che diede slancio alla passione civica, alla voglia di riscatto, di solidarietà, pace e progresso. Il disegno riformatore fu costruito dalle forze politiche progressiste e di sinistra, dal Partito comunista che fu intelligente a coinvolgere nel patto sociale tutte le forze vive della città, o meglio della regione. Non è un dono caduto dalla stratosfera, ma “frutto del lavoro” del popolo di Bologna, che con fatica ha compiuto un quasi miracolo portando la città da un cumulo di miseria ai fasti uguagliando le socialdemocrazie scandinave. Si tratta della lungimiranza di amministratori e politici (!), della capacità di elaborazione del Partito, della intelligente collaborazione con professionisti e intellettuali (si pensi a P. Cervellati su tutti). L’abilità nel fare sistema, coinvolgere gli interessi economici, sociali, cooperativi, sindacali e religiosi, con un approccio complessivamente pragmatico. Che del resto erano l’insegnamento e la linea dettate da Palmiro Togliatti nel suo “ceto medio e Emilia rossa”. Il tutto senza smarrire gli ideali di avanzamento sociale e civile, sebbene qualche scivolone ci sia stato come quando il Partito e l’Amministrazione risposero chiudendosi in modalità “burocrate automatico” nei confronti del Movimento nel 1977.
Al carattere nazionale della consultazione per il governo di Palazzo d’Accursio si somma inevitabilmente la congiuntura, la pandemia, e questa combinazione rende necessarie scelte politiche coraggiose e innovative. Il PD sta provando a delineare un percorso e talvolta le critiche sembrano un po’ ingenerose rispetto a una delle poche forze politiche organizzate in cui (si potrebbe fare di più e meglio!) ci sono un dibattito, un confronto e una partecipazione politica degne di nota. Le recenti consultazioni condotte tra i “dirigenti” di medio livello del partito sono certamente un passo nella giusta direzione, ma non possono per nulla essere esaustive per delineare il quadro nella definizione del candidato sindaco. Gli iscritti al PD, gli elettori democratici e del centro-sinistra e persino i cittadini “interessati” andrebbero coinvolti, in una logica “estroversa” del PD, evitando una dinamica “introversa” e di chiusura che tanti danni ha generato nella società. Bologna serba risorse ampie e dense di partecipazione, espressa e potenziale, dai comitati, alle associazioni, ai sindacati, ai gruppi, ai movimenti, che apparirebbe davvero strano se il candidato a sindaco fosse selezionato da pochi intimi. I partiti, come dicevamo alcune settimane orsono su queste pagine, hanno il diritto di esercitare il ruolo di proponenti per evitare le derive populiste, ma al contempo devono leggere il contesto storico e sociale mutato. Un nome altro rispetto a quelli in circolazione, sebbene sempre possibile, appare difficile da far accettare al partito che con fatica rimane compatto, almeno formalmente. Né la strada del c.d. papa straniero – o briscolone che dir si voglia – sembra percorribile. Il “modello Cofferati” venne imposto da Roma, da Massimo D’Alema che voleva liquidare un personaggio scomodo per sé e per il partito e accettato per lavare l’onta del 1999; ma “non sono più qui tempi là” ché non c’è il Partitone e difficilmente l’intendenza seguirebbe. Ergo, saggezza suggerisce di coinvolgere the people. Gli elettori del PD e del centro-sinistra. La ritrovata “normalità”, principale lascito del decennio a guida Merola, come ha ricordato Olivio Romanini su queste colonne, dovrà essere affrontata con continuità, ma anche innescando rottura e innovazione per guardare alla città del 2050. Scelte eccezionali, coraggio, idee e proposte che andranno discusse con i cittadini e i corpi intermedi.