La Lega di Salvini perde. Ma il leghismo è vivo

La Lega governa l’intero nord, dal confine con la Francia a quello con la Slovenia, dalle Alpi sino al Po. Sono leghisti i Presidenti delle regioni più ricche, popolose e industrializzate del Paese. La Lega di Salvini è primo partito in migliaia di comuni, ha sfidato a viso aperto, e fatto tribolare, il centro-sinistra in Emilia-Romagna e in Toscana, luoghi dove l’accerchiamento è rimandato, mentre Umbria e Marche hanno ceduto al vento populista. E ha contribuito a far vincere il centro-destra a Venezia, non proprio un feudo leghista. Difficile pertanto liquidare l’affaire Salvini pensando che il referendum grillino lavi ogni difficoltà politica.

Pare complicato, arduo, immaginare che il centro-sinistra/populista continui a guidare l’Italia senza porsi una domanda cruciale circa gli strumenti (legislativi, ma soprattutto culturali e politici) per recuperare i consensi del Nord. A meno di non volerli considerare contaminati e perciò indegni.

Il voto delle elezioni regionali di domenica scorsa consegna un risultato non troppo chiaro, e perciò da ciascuno ascrivibile al proprio campo in termini di “vittoria”. Il Partito democratico ha perso una regione, le Marche, ha abbandonato il Veneto al suo destino, eppure la leadership esulta per il pericolo scampato. È primo partito di una coalizione minoritaria nel Paese, governa un terzo delle regioni ed in difficoltà a sintonizzarsi con intere fasce della popolazione. Il Movimento 5 stelle è in dissoluzione, ma cela la frantumazione ricorrendo all’esito del voto referendario e rilanciando sui temi dell’anti-democrazia rappresentativa. La Lega Nord del sen. Matteo Salvini ringrazia gli “italiani” (e le italiane) per non si sa bene quali motivi. La Lega è, infatti, in rotta almeno sul piano dei consensi e della leadership. Ha perso in tutte le regioni ove presente (la Valle d’Aosta, in cui è primo partito ma non è detto riesca a governare, è storia a sé per molte ragioni storiche-sociali). Dei due candidati alla carica di Presidente uno solo è stato ri-eletto, mentre nel resto del Paese la lista “Salvini” ha subito una grave sconfitta.

Per dare la misura della débâcle è importante considerare i voti assoluti (tabella 1), sebbene alla comparazione con le precedenti elezioni politiche ed europee sarebbe preferibile quella con il 2015 che però rappresenta un’era politica diversa.  Nel complesso delle sei regioni principali, la Lista Salvini ha perso quasi due milioni di voti (-1.948.896) voti tra il 2020 e le elezioni europee dello scorso anno, con valori negativi ovunque, anche al netto della specificità veneta. La quale, semmai, segnala non un problema per il leghismo quanto per la leadership, ormai presunta, del senatore milanese eletto in Calabria. Zaia appunto non è un caso a parte, ma rappresenta per Salvini l’indicatore principale che la presa sul partito è ai minimi storici. Una vicenda di questo tipo non sarebbe mai successa con il vero leader della Lega Nord, ossia Umberto Bossi. L’acrimonia tra leghisti/lombardi e leghisti/veneti ha fatto il resto. Va altresì notato che in veneto la Lega si presentava con il simbolo della “Łiga veneta” proprio a sancire l’ammainare delle velleità nazionali. In percentuale la Lega Nord di Salvini perde tra 10 punti percentuali (Toscana) e -15 punti nelle altre regioni, in media. Anche la comparazione con il 2018 segnala in realtà un falso punto di tenuta poiché ad esclusione di pochi voti in più in Puglia e Campania, la Lega Nord perde 641.000 voti, che solo in parte sono spiegabili con la differenziazione lista Zaia/lista Salvini. Questo dato indica perciò che il partito “tiene” politicamente nel complesso rispetto all’impennata 2019 (sul 2015 aumenta di circa 10 unità il gruppo dei consiglieri regionali), ma si sta ritirando e rintanando nel Nord-Est, posto che anche alle comunali di Milano sarà difficile recuperare lo smalto di un tempo.

Se, dunque, la sfida alla guida di Matteo Salvini è ormai questione di qualche mese, la persistenza della questione leghista e della questione settentrionale invita ad andare oltre i facili proclami, ambo lati.

La parabola discendente della popolarità di Salvini, e di conseguenza il calo di intenzioni di voto (che sono diversi dai voti reali) nonché la battuta di arresto in elezioni “locali”, quattro delle quali in zone storicamente ostiche per il partito, non debbono essere confuse, sovrapposte e sostitute con la tenuta sociale, politica e culturale del leghismo. Che è vivo, vegeto e ben insediato nel tessuto profondo dell’Italia. E degli italiani. Negli ultimi anni sono cresciuti i sentimenti di ostilità per i diversi (immigrati, diritti civili), la richiesta di politiche di chiusura verso l’altro da sé, l’autoritarismo, il nazionalismo, l’antisemitismo, l’intolleranza, il favore per pene “esemplari”. Temi battuti direttamente, palesemente, ovvero in forma subdola dalla Lega salviniana da almeno un lustro. Ma che covano nel Paese da molto tempo. Per cui, non importa quanto abbia vinto/perso la Lega e il suo leader pro tempore, ma è rilevante avviare un’analisi profonda sulla pervasività e invasività del leghismo. Chi volesse affrontare la Lega e sconfiggerla sul piano elettorale, prima dovrebbe agire su quello politico-culturale con una proposta radicalmente diversa, efficace, riformista, basata su politiche inclusive e progressiste, ripartendo dalla diseguaglianza. Che è diffusa in tutto il Paese e investe i precari, i disoccupati, la classe media e i lavoratori dipendenti da Nord a Sud. Molti, stolti, pensarono che la Lega fosse finita già nel 2010 allorché Bossi si scontrò coi diamanti del cerchio magico. Il voto non è che UN indicatore dei valori e della cultura politica.

Sbaglierebbe chi considerasse oggi la parentesi chiusa, il Paese è ancora lontano dagli standard di civismo scandinavo.

Tabella. 1 – L’andamento del voto alla Lega di Salvini 2018-2020 (valori assoluti e differenza punti percentuali in parentesi)

Regione 2020-2019 2020-2018
Veneto -886.778 (-33) -572.536 (-15)
Campania -286.471 (-14) 3.720 (+1)
Puglia -242.917(-16) 25.382 (+3)
Toscana -236.751(-10) -19.420 (+4)
Marche -151.623(-15) -14.304 (+5)
Liguria -144.356 (-16) -64.012 (-3)
Totale -1.948.896 -641.170

Fonte: elaborazione dell’Autore da Ministero dell’Interno.

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Comunali, la partita da giocare nel 2021

mio editoriale per Corriere della Sera Bologna

Comunali, la partita da giocare nel 2021

Durante la campagna elettorale comunale del 1956, Giuseppe Dossetti insistette sulla sobrietà, quasi ascetica, sottolineando che avrebbe speso 300 lire a pasto. Giuseppe Dozza, invece, vantava l’appuntamento fisso con tagliatelle e tortellini, criticando l’avversario reo, secondo l’esponente comunista, di voler ridurre i bolognesi a uno stile «pane e acqua». Probabilmente non fu un passaggio decisivo per il risultato finale, ma questo episodio sottolinea quanto Dozza fosse in grado di entrare in sintonia con il carattere della città e dei suoi abitanti, il loro anelito di benessere economico e sociale da coniugare con la recente ritrovata, riconquistata, libertà.

Il confronto con le regionali 2020

Mutatis mutandis, le elezioni regionali del 2020 hanno dimostrato plasticamente che la città non accetta aggressioni, strumentalizzazioni o salti nel buio, non consente di essere invasa e stravolta nel suo stile di vita, nella cultura, nei valori. Bologna, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, simbolo di convivenza civile, diritti, Università millenaria, capitale sociale e brontolona bonomia, ha ribadito l’avversione per visioni manichee, per chi bussa a casa degli immigrati o ne riprende in video il cognome.

L’identità di Bologna

Attaccata nell’orgoglio, nella sua identità profonda, Bologna ha reagito e ha confermato di scegliere pragmaticamente, quasi come tra i tortellini di Dozza e gli spaghetti di Dossetti. La laboriosità della Terza Italia, le imprese che producono ed esportano innovando, la rete solidale, la cooperazione economica e l’efficienza amministrativa. È cristallino che Matteo Salvini e i suoi sedicenti esperti abbiano sbagliato totalmente la campagna elettorale, non entrando mai in sintonia con la magna pars della società emiliano-romagnola, e quasi per nulla con quella bolognese.

L’analisi, sbagliata, della Lega

Prima che politicamente Salvini e la destra hanno perso sul piano culturale, hanno sbagliato l’analisi. In questa prospettiva, le ormai prossime elezioni comunali del 2021 presentano il rischio opposto per il centro-sinistra, ossia che immagini, con la consueta spocchia, il voto delle regionali da replicare, sic et simpliciter, alle urne per la giunta di Palazzo d’Accursio.

Lepore candidato progressista?

Il candidato progressista — Matteo Lepore o altri — ragioni a fondo sulla peculiarità del voto di gennaio 2020. La città, patria del riformismo, sempre ostile al massimalismo, non si governa con il radicalismo, con proposte aleatorie o rivoluzioni promesse. La società è complessa ed articolata, non è fatta solo di certezze vocianti sul Crescentone, o di cartelli elettorali iper-liberal, il cui mercato elettorale, nonostante le suggestioni à la page, è molto circoscritto, nessuna illusione, nessun laboratorio da estendere a livello nazionale.

La paura dell’immigrazione

Bologna è anche molto anziana, sola, debole ed impaurita, specie dall’immigrazione. Temi cui la sinistra parla poco e male, e per cui dovrebbe avanzare proposte credibili e realizzabili. Partirei, invece da un dato significativo. Il Partito democratico a Bologna ha ottenuto il 39%, con una distribuzione e un insediamento rilevante anche nelle zone meno centrali; è un punto politico cruciale, al netto del traino dei campioni delle preferenze che gonfia un po’ il peso del Pd.

La voglia di una guida solida

Indica la voglia di ampia parte della città, e del suo elettorato di sinistra, di avere una solida guida riformista, che ne interpreti le passioni, certo, ma soprattutto le angosce, le speranze, lo stile, e che indichi un progetto per il 2040. L’indole di Bologna è chiara, del resto nemmeno il Pci osava presentare il proprio simbolo, ma offriva una declinazione «civica» con il simbolo «Due Torri». Per cui, per il 2021, nessun colpo di testa, calma e gesso. La partita è tutta da giocare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
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La Lega di Salvini. Estrema destra di governo

Da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra: una virata che ha consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione conservatrice, tanto da stravolgerne l’assetto indebolendo l’area moderata.

Nello scenario emerso con il voto del 2018 la Lega compete con l’altra formazione anti-establishment, il Movimento 5 Stelle, nel tentativo di monopolizzare il disagio economico e il disorientamento elettorale e di ricomporre, sul piano socio-territoriale, le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori. Uno scenario inedito in cui due frères-ennemis si disputano l’egemonia politica e culturale in Italia.

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La Lega oltre la protesta, quasi al governo

Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Mulino)

Era nelle cose che la Lega avanzasse e riempisse un vuoto: il responso elettorale del 4 marzo ha sancito il successo della strategia di Matteo Salvini. Il 17% su scala nazionale, che fa della Lega la terza forza politica del Paese a un solo punto di distanza dal Pd; è il risultato più alto nella sua storia, ormai trentennale. Ma il successo più importante è il sorpasso netto su Forza Italia, in un quadro di rapporti di forza interni alla coalizione rovesciati al punto da rischiare di destabilizzare un centrodestra senza i numeri per governare da solo. Siamo qui in presenza di un vero e proprio ribaltamento del forza-leghismo lucidamente delineato da Edmondo Berselli. Siamo al leghismo-forzista, ma la sostanza non cambia: è in quel magmatico mondo ostile al civismo repubblicano che Salvini ha fatto il pieno.

Francamente non c’è da sorprendersi, almeno tra chi studia il partito da tempo. Gli elementi sociali, politici ed elettorali per l’avanzata leghista c’erano tutti. L’exploit della Lega parte dal 2010 e continua nei due anni successivi, nonostante gli scandali e la successione a Bossi. In questa fase convulsa del partito Salvini inizia a costruirsi uno spazio politico autonomo sino alla scalata a segretario federale. La linea dirigista imposta dal nuovo leader lo porta a marginalizzare i rivali, a partire da Flavio Tosi per arrivare allo stesso Roberto Maroni che pure aveva legittimato la sua ascesa.

Dopo il 2012 la Lega si sposta definitivamente a destra. Se negli anni Novanta i voti provenivano soprattutto dal centro dello spettro politico-ideologico, nel periodo successivo si assiste a uno slittamento progressivo dell’elettorato su posizioni più estreme. Questo cambiamento investe anche i militanti, in particolare i nuovi iscritti; una componente meno interessata alle questioni del regionalismo e dell’economia e sempre più “estremista”, intollerante, autoritaria. Già da alcuni anni, dunque, la Lega si è andata configurando come una formazione xenofoba e politicamente violenta. Nonostante ciò, in Italia, la classe dirigente e la borghesia hanno faticato ad accorgersene trattando con indulgenza un fenomeno allarmante. In altri Paesi, più civili e meno ipocriti, chi occupa posizioni chiave nella società e nella politica prende le distanze dall’estrema destra. Uno per tutti: Jacques Chirac nel 1997 decise di non stare con Le Pen per disciplina repubblicana, al costo di perdere le elezioni.

Coerentemente con la strategia di riposizionamento ideologico, la Lega compie, sul piano programmatico, una torsione altrettanto netta, passando da movimento federalista e autonomista a partito nazionale. La metamorfosi imposta da Salvini comporta l’abbandono tattico della battaglia per la secessione della Padania. L’indipendentismo lascia spazio al sovranismo e ai temi classici della destra: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica e dell’accoglienza. Queste battaglie contro il “buonismo democratico” erano già presenti da tempo, ma è solo nella stagione più recente che vengono inquadrate in una cornice nuova, in cui l’idea di partito del Nord e la stessa questione settentrionale si stemperano dentro un progetto di nazionalizzazione dei programmi, delle parole d’ordine e, soprattutto, dei consensi. Mai come nel 2018 la Lega appare vicina a realizzare tale obiettivo, soprattutto sul piano elettorale. I risultati del voto indicano come il partito si sia consolidato nelle aree tradizionali (oltre il 30% nel lombardo-veneto) e sia cresciuto nelle regioni rosse (lo aveva fatto anche in passato ma non in modo così generalizzato, con un avanzamento che lo porta a sfiorare il 20% e a sfidare il Pd). Il dato nuovo è lo sfondamento nelle regioni del Centro Italia. È in quest’area, mai leghista in passato, che si coglie la portata del cambiamento: la più netta ed esplicitata connotazione ideologica ha aiutato presumibilmente a rafforzare il legame con frange di elettorato ex o post-fascista, storicamente radicate in questi territori e alla ricerca di una nuova e più forte rappresentanza. Infine, la Lega arriva anche al Sud, sebbene riesca a insediarvisi solo parzialmente.

Quali sviluppi politici si profilano per la formazione di Salvini? Occorre distinguere il piano dell’attualità da una riflessione più ampia. Se ci si concentra sugli esiti del voto appare chiaro che la virata a destra abbia consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione. Tuttavia, se si sposta lo sguardo in prospettiva, emergono alcuni dubbi sulle reali capacità della Lega di sfruttare appieno questa congiuntura favorevole. Oggi il partito domina il centrodestra: a centro assorbendo i voti di Forza Italia, a destra cannibalizzando l’area di Fratelli d’Italia e dei gruppi neo/post-fascisti. Questo piano egemonico ha prodotto un quasi scontro con Berlusconi. Per quanto nella storia della Lega le relazioni con l’uomo di Arcore siano state spesso ambigue, la legittimità di comando del leader di Forza Italia non era stata mai messa in discussione. Al contrario, Salvini ha surclassato l’alleato sino a condizionare il posizionamento politico del suo partito, che finisce sì per sposare la linea leghista, ma in uno scenario in cui il voto moderato diventa minoritario.

L’incognita più grande sul futuro della Lega, e più in generale del Paese, deriva però dagli esiti stessi del voto. A differenza del 2013, la spinta anti-establishment si è fatta maggioranza e ha premiato entrambe le anime della protesta: una post-ideologica del Movimento 5 Stelle e l’altra radicalmente schierata a destra della Lega. Queste due espressioni del disagio elettorale faranno fatica non solo a governare assieme, ma anche a ricomporre le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori in una direzione unitaria sul piano sociale e territoriale. Se è vero che la Lega è riuscita a intercettare una parte dell’elettorato 5 Stelle al Nord, è anche vero che al Sud il M5s rappresenta un argine per ora invalicabile che impedisce al leghismo di farsi progetto realmente nazionale. A prescindere dalla comune critica all’Unione europea dei burocrati, all’immigrazione incontrollata o alle caste della vecchia politica, Lega e Movimento 5 Stelle ottengono successi separati. Le mappe dei collegi, nella loro nettezza cromatica, consegnano la fotografia di un Paese spaccato in due, secondo linee divisorie che di nuovo non hanno proprio nulla: il Nord aggrappato allo sciovinismo leghista per difendere posizioni di vantaggio relativo e il Sud che demanda al ribellismo a 5 Stelle la speranza di neo-mediazione politica. L’estrema destra è sull’uscio di Palazzo Chigi. Sull’altro Colle però sono vigili.

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