La Lega di Salvini. Estrema destra di governo

Da tempo la Lega ha scelto di posizionarsi nell’area dell’estrema destra: una virata che ha consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione conservatrice, tanto da stravolgerne l’assetto indebolendo l’area moderata.

Nello scenario emerso con il voto del 2018 la Lega compete con l’altra formazione anti-establishment, il Movimento 5 Stelle, nel tentativo di monopolizzare il disagio economico e il disorientamento elettorale e di ricomporre, sul piano socio-territoriale, le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori. Uno scenario inedito in cui due frères-ennemis si disputano l’egemonia politica e culturale in Italia.

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La Lega oltre la protesta, quasi al governo

Gianluca Passarelli e Dario Tuorto (Mulino)

Era nelle cose che la Lega avanzasse e riempisse un vuoto: il responso elettorale del 4 marzo ha sancito il successo della strategia di Matteo Salvini. Il 17% su scala nazionale, che fa della Lega la terza forza politica del Paese a un solo punto di distanza dal Pd; è il risultato più alto nella sua storia, ormai trentennale. Ma il successo più importante è il sorpasso netto su Forza Italia, in un quadro di rapporti di forza interni alla coalizione rovesciati al punto da rischiare di destabilizzare un centrodestra senza i numeri per governare da solo. Siamo qui in presenza di un vero e proprio ribaltamento del forza-leghismo lucidamente delineato da Edmondo Berselli. Siamo al leghismo-forzista, ma la sostanza non cambia: è in quel magmatico mondo ostile al civismo repubblicano che Salvini ha fatto il pieno.

Francamente non c’è da sorprendersi, almeno tra chi studia il partito da tempo. Gli elementi sociali, politici ed elettorali per l’avanzata leghista c’erano tutti. L’exploit della Lega parte dal 2010 e continua nei due anni successivi, nonostante gli scandali e la successione a Bossi. In questa fase convulsa del partito Salvini inizia a costruirsi uno spazio politico autonomo sino alla scalata a segretario federale. La linea dirigista imposta dal nuovo leader lo porta a marginalizzare i rivali, a partire da Flavio Tosi per arrivare allo stesso Roberto Maroni che pure aveva legittimato la sua ascesa.

Dopo il 2012 la Lega si sposta definitivamente a destra. Se negli anni Novanta i voti provenivano soprattutto dal centro dello spettro politico-ideologico, nel periodo successivo si assiste a uno slittamento progressivo dell’elettorato su posizioni più estreme. Questo cambiamento investe anche i militanti, in particolare i nuovi iscritti; una componente meno interessata alle questioni del regionalismo e dell’economia e sempre più “estremista”, intollerante, autoritaria. Già da alcuni anni, dunque, la Lega si è andata configurando come una formazione xenofoba e politicamente violenta. Nonostante ciò, in Italia, la classe dirigente e la borghesia hanno faticato ad accorgersene trattando con indulgenza un fenomeno allarmante. In altri Paesi, più civili e meno ipocriti, chi occupa posizioni chiave nella società e nella politica prende le distanze dall’estrema destra. Uno per tutti: Jacques Chirac nel 1997 decise di non stare con Le Pen per disciplina repubblicana, al costo di perdere le elezioni.

Coerentemente con la strategia di riposizionamento ideologico, la Lega compie, sul piano programmatico, una torsione altrettanto netta, passando da movimento federalista e autonomista a partito nazionale. La metamorfosi imposta da Salvini comporta l’abbandono tattico della battaglia per la secessione della Padania. L’indipendentismo lascia spazio al sovranismo e ai temi classici della destra: lotta alla mondializzazione, all’immigrazione, all’Europa della moneta unica e dell’accoglienza. Queste battaglie contro il “buonismo democratico” erano già presenti da tempo, ma è solo nella stagione più recente che vengono inquadrate in una cornice nuova, in cui l’idea di partito del Nord e la stessa questione settentrionale si stemperano dentro un progetto di nazionalizzazione dei programmi, delle parole d’ordine e, soprattutto, dei consensi. Mai come nel 2018 la Lega appare vicina a realizzare tale obiettivo, soprattutto sul piano elettorale. I risultati del voto indicano come il partito si sia consolidato nelle aree tradizionali (oltre il 30% nel lombardo-veneto) e sia cresciuto nelle regioni rosse (lo aveva fatto anche in passato ma non in modo così generalizzato, con un avanzamento che lo porta a sfiorare il 20% e a sfidare il Pd). Il dato nuovo è lo sfondamento nelle regioni del Centro Italia. È in quest’area, mai leghista in passato, che si coglie la portata del cambiamento: la più netta ed esplicitata connotazione ideologica ha aiutato presumibilmente a rafforzare il legame con frange di elettorato ex o post-fascista, storicamente radicate in questi territori e alla ricerca di una nuova e più forte rappresentanza. Infine, la Lega arriva anche al Sud, sebbene riesca a insediarvisi solo parzialmente.

Quali sviluppi politici si profilano per la formazione di Salvini? Occorre distinguere il piano dell’attualità da una riflessione più ampia. Se ci si concentra sugli esiti del voto appare chiaro che la virata a destra abbia consentito al partito di legittimarsi come forza trainante della coalizione. Tuttavia, se si sposta lo sguardo in prospettiva, emergono alcuni dubbi sulle reali capacità della Lega di sfruttare appieno questa congiuntura favorevole. Oggi il partito domina il centrodestra: a centro assorbendo i voti di Forza Italia, a destra cannibalizzando l’area di Fratelli d’Italia e dei gruppi neo/post-fascisti. Questo piano egemonico ha prodotto un quasi scontro con Berlusconi. Per quanto nella storia della Lega le relazioni con l’uomo di Arcore siano state spesso ambigue, la legittimità di comando del leader di Forza Italia non era stata mai messa in discussione. Al contrario, Salvini ha surclassato l’alleato sino a condizionare il posizionamento politico del suo partito, che finisce sì per sposare la linea leghista, ma in uno scenario in cui il voto moderato diventa minoritario.

L’incognita più grande sul futuro della Lega, e più in generale del Paese, deriva però dagli esiti stessi del voto. A differenza del 2013, la spinta anti-establishment si è fatta maggioranza e ha premiato entrambe le anime della protesta: una post-ideologica del Movimento 5 Stelle e l’altra radicalmente schierata a destra della Lega. Queste due espressioni del disagio elettorale faranno fatica non solo a governare assieme, ma anche a ricomporre le istanze di cambiamento avanzate dagli elettori in una direzione unitaria sul piano sociale e territoriale. Se è vero che la Lega è riuscita a intercettare una parte dell’elettorato 5 Stelle al Nord, è anche vero che al Sud il M5s rappresenta un argine per ora invalicabile che impedisce al leghismo di farsi progetto realmente nazionale. A prescindere dalla comune critica all’Unione europea dei burocrati, all’immigrazione incontrollata o alle caste della vecchia politica, Lega e Movimento 5 Stelle ottengono successi separati. Le mappe dei collegi, nella loro nettezza cromatica, consegnano la fotografia di un Paese spaccato in due, secondo linee divisorie che di nuovo non hanno proprio nulla: il Nord aggrappato allo sciovinismo leghista per difendere posizioni di vantaggio relativo e il Sud che demanda al ribellismo a 5 Stelle la speranza di neo-mediazione politica. L’estrema destra è sull’uscio di Palazzo Chigi. Sull’altro Colle però sono vigili.

Electoral Systems in Context: Italy

My chapter in The Oxford Handbook of Electoral Systems
Edited by Erik S. Herron, Robert J. Pekkanen, and Matthew S. Shugart

9780190258658Italy stands out among advanced industrialized democracies because of its frequency of major electoral reforms. In the postwar period, Italy has experienced four major electoral systems: the proportional representation (PR) system of the First Republic (1948–1992), mixed-member majoritarian (MMM, 1993–2005), and two varieties of PR with majority bonus (2005–2015, 2015–2017), plus a MMM in 2017. In addition, there have been many failed attempts at electoral reform through legislation or referendum. The frequency of electoral reform makes Italy an important case for investigating the causes and effects of electoral system change. However, the path to each change has been somewhat idiosyncratic: the major reform of 1993 came against the backdrop of revelations of massive corruption, while the 2005 reform can be understood as an attempt to engineer divided government by an incumbent coalition expecting losses in the next election. The effects of the electoral reforms have also not always been as expected.

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Preferential Voting in Italy

article published on REPRESENTATION
Preferential Voting in Italy. General Lessons from a Crucial Case

unnamedThe Italian case can be considered one of the most seminal political systems that has adopted open-list proportional representation. We have tested the hypotheses related to the determinants of preference voting. In order to measure the consequences on the voting behaviour, different variables have been considered. Findings coherent with the literature on the topic have confirmed the effects of sociopolitical variables on electoral behaviour. A degree of counter-intuitive and innovative data is also presented, especially concerning the determinants of preference voting. Data vindicate some impressionistic interpretations of Italian political and electoral paths. Party size, social capital, and district magnitude among others predict a big share of variation in preference voting.

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The Five Star Movement: purely a matter of protest?

article on PARTY POLITICS (with D. Tuorto)

The success of the Italian party Five Star Movement (M5S) has been broadly attributed to its ability to occupy the space of radical protest against ‘‘old politics’’. Due to the party’s criticism, its charismatic leadership, and its aggressive electoral campaigns, the M5S has been labeled as a populist. The unexpected result of 2013 election raises crucial theoretical questions: To what extent does the M5S electorate reflect the characteristics of a protest vote? To what extent was it also a vote driven by values, by individual evaluations on a specific political issue?

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The first part of the article aims to investigate the extent of negative political feelings among M5S’ voters. To disentangle the meaning and impact of protest, we distinguish two dimensions: the ‘‘system discontent’’ and the ‘‘e´lite discontent,’’ referring to both general and focalized images, sentiments toward and the representation of political institutions, voter power, and government performances. In the second part, we bring to the analysis a further explanation based on the theory of issue voting. The goal is to measure whether voters have chosen M5S purely because of their political resentment or also given that they shared a similar position on a number of crucial policies emphasized in the electoral campaign (view the full paper).

Centre-left Prime Ministerial Primaries in Italy: the laboratory of the ‘open party’ model

CIP

The 2005 Prime Ministerial Primaries held by the coalition of the centre left were less important for their immediate outcome than they were important as crucial events for the institutionalization of primaries in the process of building the Democratic Party. Those held in 2012 were a second step in the same process. Since the two elections differed significantly and were both ‘exceptional’, we first propose a rational narrative of the political strategies leading up to each of them and of the political dynamics that followed. We also analyse indicators of the level of public interest in such a competition and the candidates’ abilities to mobilize support beyond the party’s traditional electoral constituency. Our central argument is that, since the centre-left Prime Ministerial Primaries achieved the strategic goals of some of their proponents, this particular type of primary should be less frequent in the future, at least on the left of the political spectrum. Even though they did so in very different ways, they both strengthened the project of creating the Democratic Party as an ‘open party’, whose leader is chosen by a broad base of electors in a primary-like competition and is the party’s natural candidate for the premiership (view the full paper).