ELEZIONI e COVID.

Editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Manca un anno alla fine del mandato di sindaco di Virginio Merola. Sebbene il Covid abbia ibernato le relazioni umane per mesi, la politica non può rimanere inerme né tantomeno decidere solo attraverso riunioni virtuali. Il candidato alla successione di colui che ha ricoperto due mandati consecutivi a Palazzo d’Accursio – l’unico nella fase con sistema elettorale maggioritario – sarebbe meglio se fosse selezionato alla luce del sole, sia per il centro-destra che per il centro-sinistra. Quest’ultimo pare abbia abbandonato lo strumento delle primarie e si acconci a far registrare le fait accompli, a presentare ex post ai propri elettori e alla cittadinanza il candidato alla successione. Come insegna benissimo la storica vicenda del 1999 (si veda Baldini, Corbetta e Vassallo 1999, La sconfitta inattesa, Il Mulino) la trasmissione della carica per via dinastica non può più avvenire nemmeno nella città delle Due Torri. Gli elettori sono meno identificati con i partiti, più volatili nelle loro scelte che spesso avvengono nelle ultime ore, inclini a considerare fattori connessi alla gestione della città, e meno propensi verso un voto “ideologico” pre-espresso a prescindere dal contesto. Non è necessariamente un bene che questo avvenga, ma le condizioni di contesto e soprattutto le caratteristiche e il profilo del candidato sono sempre più al centro delle campagne elettorali.

Elezioni, procedure speciali per alcune categorie di elettori ...

Bologna in questa dinamica palesa talune peculiarità, in particolare accoglie una elevata quota di elettori che si identifica nei valori del centro-sinistra per cui non lesina consensi, a conferma di una tradizione civica, progressista e di intensa partecipazione politica. È però una città colta ed esigente che reclama di essere coinvolta, al fine di sostenere un progetto collettivo. Le primarie non sono la panacea, non sono il bene assoluto e per certi versi è fisiologico e persino “giusto” che un ristretto gruppo di politici decida chi debba rappresentare l’organizzazione partitica. Tuttavia, se il processo decisionale si riduce a una mera conventicola, all’inclusione di pochi notabili, prevalentemente uomini, riuniti in stanze fumose, il rischio è che si produca una frattura con (e dunque una reazione del)la società civile/politica. Che i gruppi di interesse, i giovani, i marginalizzati non si sentano parte di una dinamica che invece dovrebbe essere ampia e inclusiva. La ri-produzione del 1999 è sempre un memento. Del resto nel 2016 Merola, tra il primo e il secondo turno aumentò i propri consensi del 22%, mentre la candidata Borgonzoni crebbe al ballottaggio del 79%. La conferma che il secondo turno è una nuova partita, e che le appartenenze consolidate rischiano di essere non sufficienti se non inserite in una prospettiva politica inclusiva. Ovviamente molto dipenderà anche dalle scelte dell’enigmatico Movimento 5 stelle che nel 2016 – capeggiato da M. Bugani – non sostenne ufficialmente nessuno, ma de facto diede il là a molti elettori del Movimento per confermare Merola contro il “pericolo” leghista. La situazione potrebbe cambiare perché le comunali del 2021 saranno le prime elezioni comunali moderne a Bologna: nuova offerta politica, nuove coalizioni, nuovi candidati che plausibilmente non avranno nessun legame diretto con i partiti pre-1999. E in questo contesto la partecipazione diventa cruciale.

Il bagno di umiltà che il Partito Democratico ha fatto tra il 2019 e il 2020 per affrontare le elezioni europee e quelle regionali non dovrebbe rimanere un ricordo, un’azione strumentale dettata dalla paura per l’onda verde leghista.

Un percorso inclusivo diventa discriminante rispetto al passato: primarie aperte, rivolte solo agli iscritti, una consultazione diffusa, dei forum… Qualunque sia lo strumento, deve rompere gli schemi della scelta oligarchica. E se per un verso è legittimo, persino “giusto”, che sia il PD, primo azionista di maggioranza, ad esprimere il candidato a sindaco, è però altrettanto opportuno coinvolgere altri attori. Per cui, una volta individuati due o tre pretendenti, magari rispettando la parità di genere, è vitale estendere la partecipazione.

Gli strascichi della pandemia non rendono possibile ritrovarsi in sezioni, bar, comitati…, e quindi bisognerà ingegnarsi. Tuttavia, il processo decisionale non si può esaurire solo in incontri virtuali. Le risorse individuali sono scarse per definizione (tempo soprattutto), e quindi anche il web (soprattutto il web) rischia di escludere i molti che potrebbero essere coinvolti. Gli aspiranti sindaci dovrebbero esserne consapevoli.

Dunque, chi intenda partecipare alla competizione lanci il cappello sul ring, come disse T. Roosevelt, e dica qual è la sua idea di città, perché solo così i cittadini-elettori potranno farsi una idea più chiara e informata e i partiti potranno coinvolgerli nel processo decisionale e di selezione.

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LA TELA DEL PRESIDENTE

La tela del Presidente
editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Siamo l’Emilia-Romagna. Lo slogan della recente campagna elettorale di Stefano Bonaccini è divenuto un mantra, una sorta di inno al nazionalismo regionale, sino a condurlo alla conferma quale Presidente della Regione. L’azione di complessivo buon governo, la popolarità ritrovata, il consenso elettorale, la capacità politica di Bonaccini e la debolezza del Partito Democratico, hanno fatto emergere il ri-eletto Presidente della Giunta quale aspirante uomo politico di riferimento non sono in ambito locale, ma per il contesto nazionale.

Bonaccini ha assunto una nuova postura (anche fisica durante i suoi discorsi) che lo rende più sicuro, saldo nelle convinzioni di amministratore riformista, rinnovato nel tono oltre che nel look, con ambizioni che travalicano i confini emiliano-romagnoli. L’ex responsabile della campagna elettorale di P.L. Bersani ha le carte in regola per porsi legittimamente al centro del proscenio nazionale. In questi complicati mesi di pandemia sta esercitando la funzione di guida in una regione che ha complessivamente retto bene l’impatto tragico del COVID, a conferma che la struttura dei servizi e del welfare in Emilia-Romagna hanno solide e profonde basi con professionalità diffuse.

Bonaccini ha però ingaggiato una tenzone su tre fronti, che rischiano di trascinarlo in una vicenda difficile da gestire. Sin dalle prime settimane post-elettorali, il Presidente ha palesato intenzioni di scalata al PD nazionale, spinto dall’euforia popolare nel contesto di un partito diviso per bande. Ma questa azione andrebbe in realtà contenuta poiché, per ora, egli ha deciso di dedicarsi al (buon) governo della regione. È la condizione che spetta, quasi una cinica condanna, agli amministratori emiliano-romagnoli, anche a quelli più competenti, costretti a rimanere a presidio del forziere del partito nazionale senza però poterne controllare le gerarchie che contano oltre l’ambito regionale.

Proprio in Emilia-Romagna Bonaccini conferma la sua presa, la forte azione di controllo, anche in ragione dell’insipienza dell’opposizione (inutile infierire sulla candidata Borgonzoni, il problema del centro-destra viene da lontano). Voce autorevole nel consesso degli omologhi Presidenti di regione, Bonaccini ha più volte, e in vario modo, manifestato dissenso circa le posizioni del Governo e si differenziato dall’azione di A. Fontana in Lombardia e L. Zaia in Veneto quanto a governo del COVID. In questo senso il richiamo Siamo l’Emilia-Romagna rischia di suonare troppo etno-centrico, in una fase storica in cui le risposte devono essere di carattere nazionale. Tanto più in presenza di una Lega (Nord) a trazione Salvini-Fontana che tende a rinchiudersi nelle valli del regionalismo non solo differenziato, ma anzi identitario e settario, il cui carattere anti-nazionale sarebbe ri-emerso con i verdi a Palazzo Chigi. L’autonomia differenziata in ambito sanitario non può essere la risposta, e su questo Bonaccini ha palesato un certo nervosismo additando chi volesse sottolineare che la competenza sanitaria, almeno quella, va sì legata al territorio, ma dandole omogeneità patriottica. In questo Bonaccini farebbe bene a differenziarsi esso stesso ponendosi in una dimensione di regionalismo solidale e nazionale senza sconti per Zaia e Fontana, il cui modello di sanità regionale a traino privatistico non dovrebbe trovare emuli, nemmeno surrettiziamente, a Piazzale Aldo Moro.

Infine, nei confronti del Governo nazionale Bonaccini ha avuto un doppio atteggiamento: di ovvia lealtà istituzionale e sostegno politico (ché dopotutto il PD è socio di maggioranza) e al contempo di (legittima) critica per quanto proposto dall’esecutivo guidato da Conte. Le cui esecrabili oscillazioni non sono tanto diverse da quelle di tutti i sindaci e i presidenti di regione, troppo celeri nel proporre propri modelli locali che proprio non reggono alla prova della sfida epocale globale. Per cui i presidenti, tutti, farebbero bene a riscoprire la missione collettiva nazionale, senza misurarsi in competizioni individuali e collettive che rischiano di danneggiare il Paese. Infine, per favore, non chiamateli “Governatori”, ché non lo sono. Si tratta non solo di un errore grave, ma anche di una distorsione concettuale che può produrre atteggiamenti solipsisti.

Che “Siamo l’Emilia-Romagna” indichi una via, una politica pubblica, l’ambizione di un modello d’avanguardia e non solo l’impeto per voler tornare allo status quo ante, d’emblée, come nulla fosse accaduto. La sicurezza e la salute vengono prima anche della locomotiva economica del Paese; dunque, bene i 14 miliardi di investimenti futuri appena varati, ma il giusto orgoglio del Siamo … altro/i non si trasformi lentamente in egoismo, sebbene progressista.

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