LA TELA DEL PRESIDENTE

La tela del Presidente
editoriale per il Corriere della Sera (Bologna)

Siamo l’Emilia-Romagna. Lo slogan della recente campagna elettorale di Stefano Bonaccini è divenuto un mantra, una sorta di inno al nazionalismo regionale, sino a condurlo alla conferma quale Presidente della Regione. L’azione di complessivo buon governo, la popolarità ritrovata, il consenso elettorale, la capacità politica di Bonaccini e la debolezza del Partito Democratico, hanno fatto emergere il ri-eletto Presidente della Giunta quale aspirante uomo politico di riferimento non sono in ambito locale, ma per il contesto nazionale.

Bonaccini ha assunto una nuova postura (anche fisica durante i suoi discorsi) che lo rende più sicuro, saldo nelle convinzioni di amministratore riformista, rinnovato nel tono oltre che nel look, con ambizioni che travalicano i confini emiliano-romagnoli. L’ex responsabile della campagna elettorale di P.L. Bersani ha le carte in regola per porsi legittimamente al centro del proscenio nazionale. In questi complicati mesi di pandemia sta esercitando la funzione di guida in una regione che ha complessivamente retto bene l’impatto tragico del COVID, a conferma che la struttura dei servizi e del welfare in Emilia-Romagna hanno solide e profonde basi con professionalità diffuse.

Bonaccini ha però ingaggiato una tenzone su tre fronti, che rischiano di trascinarlo in una vicenda difficile da gestire. Sin dalle prime settimane post-elettorali, il Presidente ha palesato intenzioni di scalata al PD nazionale, spinto dall’euforia popolare nel contesto di un partito diviso per bande. Ma questa azione andrebbe in realtà contenuta poiché, per ora, egli ha deciso di dedicarsi al (buon) governo della regione. È la condizione che spetta, quasi una cinica condanna, agli amministratori emiliano-romagnoli, anche a quelli più competenti, costretti a rimanere a presidio del forziere del partito nazionale senza però poterne controllare le gerarchie che contano oltre l’ambito regionale.

Proprio in Emilia-Romagna Bonaccini conferma la sua presa, la forte azione di controllo, anche in ragione dell’insipienza dell’opposizione (inutile infierire sulla candidata Borgonzoni, il problema del centro-destra viene da lontano). Voce autorevole nel consesso degli omologhi Presidenti di regione, Bonaccini ha più volte, e in vario modo, manifestato dissenso circa le posizioni del Governo e si differenziato dall’azione di A. Fontana in Lombardia e L. Zaia in Veneto quanto a governo del COVID. In questo senso il richiamo Siamo l’Emilia-Romagna rischia di suonare troppo etno-centrico, in una fase storica in cui le risposte devono essere di carattere nazionale. Tanto più in presenza di una Lega (Nord) a trazione Salvini-Fontana che tende a rinchiudersi nelle valli del regionalismo non solo differenziato, ma anzi identitario e settario, il cui carattere anti-nazionale sarebbe ri-emerso con i verdi a Palazzo Chigi. L’autonomia differenziata in ambito sanitario non può essere la risposta, e su questo Bonaccini ha palesato un certo nervosismo additando chi volesse sottolineare che la competenza sanitaria, almeno quella, va sì legata al territorio, ma dandole omogeneità patriottica. In questo Bonaccini farebbe bene a differenziarsi esso stesso ponendosi in una dimensione di regionalismo solidale e nazionale senza sconti per Zaia e Fontana, il cui modello di sanità regionale a traino privatistico non dovrebbe trovare emuli, nemmeno surrettiziamente, a Piazzale Aldo Moro.

Infine, nei confronti del Governo nazionale Bonaccini ha avuto un doppio atteggiamento: di ovvia lealtà istituzionale e sostegno politico (ché dopotutto il PD è socio di maggioranza) e al contempo di (legittima) critica per quanto proposto dall’esecutivo guidato da Conte. Le cui esecrabili oscillazioni non sono tanto diverse da quelle di tutti i sindaci e i presidenti di regione, troppo celeri nel proporre propri modelli locali che proprio non reggono alla prova della sfida epocale globale. Per cui i presidenti, tutti, farebbero bene a riscoprire la missione collettiva nazionale, senza misurarsi in competizioni individuali e collettive che rischiano di danneggiare il Paese. Infine, per favore, non chiamateli “Governatori”, ché non lo sono. Si tratta non solo di un errore grave, ma anche di una distorsione concettuale che può produrre atteggiamenti solipsisti.

Che “Siamo l’Emilia-Romagna” indichi una via, una politica pubblica, l’ambizione di un modello d’avanguardia e non solo l’impeto per voler tornare allo status quo ante, d’emblée, come nulla fosse accaduto. La sicurezza e la salute vengono prima anche della locomotiva economica del Paese; dunque, bene i 14 miliardi di investimenti futuri appena varati, ma il giusto orgoglio del Siamo … altro/i non si trasformi lentamente in egoismo, sebbene progressista.

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Comunali, la partita da giocare nel 2021

mio editoriale per Corriere della Sera Bologna

Comunali, la partita da giocare nel 2021

Durante la campagna elettorale comunale del 1956, Giuseppe Dossetti insistette sulla sobrietà, quasi ascetica, sottolineando che avrebbe speso 300 lire a pasto. Giuseppe Dozza, invece, vantava l’appuntamento fisso con tagliatelle e tortellini, criticando l’avversario reo, secondo l’esponente comunista, di voler ridurre i bolognesi a uno stile «pane e acqua». Probabilmente non fu un passaggio decisivo per il risultato finale, ma questo episodio sottolinea quanto Dozza fosse in grado di entrare in sintonia con il carattere della città e dei suoi abitanti, il loro anelito di benessere economico e sociale da coniugare con la recente ritrovata, riconquistata, libertà.

Il confronto con le regionali 2020

Mutatis mutandis, le elezioni regionali del 2020 hanno dimostrato plasticamente che la città non accetta aggressioni, strumentalizzazioni o salti nel buio, non consente di essere invasa e stravolta nel suo stile di vita, nella cultura, nei valori. Bologna, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, simbolo di convivenza civile, diritti, Università millenaria, capitale sociale e brontolona bonomia, ha ribadito l’avversione per visioni manichee, per chi bussa a casa degli immigrati o ne riprende in video il cognome.

L’identità di Bologna

Attaccata nell’orgoglio, nella sua identità profonda, Bologna ha reagito e ha confermato di scegliere pragmaticamente, quasi come tra i tortellini di Dozza e gli spaghetti di Dossetti. La laboriosità della Terza Italia, le imprese che producono ed esportano innovando, la rete solidale, la cooperazione economica e l’efficienza amministrativa. È cristallino che Matteo Salvini e i suoi sedicenti esperti abbiano sbagliato totalmente la campagna elettorale, non entrando mai in sintonia con la magna pars della società emiliano-romagnola, e quasi per nulla con quella bolognese.

L’analisi, sbagliata, della Lega

Prima che politicamente Salvini e la destra hanno perso sul piano culturale, hanno sbagliato l’analisi. In questa prospettiva, le ormai prossime elezioni comunali del 2021 presentano il rischio opposto per il centro-sinistra, ossia che immagini, con la consueta spocchia, il voto delle regionali da replicare, sic et simpliciter, alle urne per la giunta di Palazzo d’Accursio.

Lepore candidato progressista?

Il candidato progressista — Matteo Lepore o altri — ragioni a fondo sulla peculiarità del voto di gennaio 2020. La città, patria del riformismo, sempre ostile al massimalismo, non si governa con il radicalismo, con proposte aleatorie o rivoluzioni promesse. La società è complessa ed articolata, non è fatta solo di certezze vocianti sul Crescentone, o di cartelli elettorali iper-liberal, il cui mercato elettorale, nonostante le suggestioni à la page, è molto circoscritto, nessuna illusione, nessun laboratorio da estendere a livello nazionale.

La paura dell’immigrazione

Bologna è anche molto anziana, sola, debole ed impaurita, specie dall’immigrazione. Temi cui la sinistra parla poco e male, e per cui dovrebbe avanzare proposte credibili e realizzabili. Partirei, invece da un dato significativo. Il Partito democratico a Bologna ha ottenuto il 39%, con una distribuzione e un insediamento rilevante anche nelle zone meno centrali; è un punto politico cruciale, al netto del traino dei campioni delle preferenze che gonfia un po’ il peso del Pd.

La voglia di una guida solida

Indica la voglia di ampia parte della città, e del suo elettorato di sinistra, di avere una solida guida riformista, che ne interpreti le passioni, certo, ma soprattutto le angosce, le speranze, lo stile, e che indichi un progetto per il 2040. L’indole di Bologna è chiara, del resto nemmeno il Pci osava presentare il proprio simbolo, ma offriva una declinazione «civica» con il simbolo «Due Torri». Per cui, per il 2021, nessun colpo di testa, calma e gesso. La partita è tutta da giocare.

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