La crisi, ovvero l’assenza di pensiero lungo

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La crisi, ovvero l’assenza di pensiero lungo
Editoriale per IL RIFORMISTA

Il celeberrimo discorso di Robert (Bob) Kennedy durante la campagna elettorale per le primarie democratiche del 1968 (all’università del Kansas), ricorda chiaramente quanto possa essere distorcente l’utilizzo di indicatori fallaci. Per Kennedy il “prodotto interno lordo” mistificava la realtà e rendeva le società aride e stupidamente competitive poiché misura(va) aspetti quantomeno controversi della produzione. Gli armamenti, il gas di scarico delle auto, i rifiuti atomici e gli inceneritori contribuivano a misurare la ricchezza di un Paese, senza vedere le diseguaglianze sociali, negli Stati e tra diverse aree del Pianeta.

I cambiamenti, probabilmente epocali, generati dalla pandemia-Covid/19 richiedono una capacità analitica di lungo periodo, prospettica, che rimetta in piedi i paradigmi della società liberale, aumentando il livello di giustizia sociale e diminuisca le diseguaglianze. Ragionare solo in termini di “crisi” è fuorviante, limitato e persino pericoloso. Molti Governi, certamente quelli europei e italiano, paiono orientati a misurare l’entità della crisi in chiave comparata con il proprio passato recente. La prospettiva diacronica dunque indica un valore di riferimento da recuperare, un dato da replicare tornando al livello pre-pandemia. Questa prospettiva segna lo scarto cognitivo, intellettuale ed euristico tra le vicende correnti, il sistema precedente e quello da costruire, che verrà in base a quello che le società decideranno che esso sia. In taluni ambiti è evidente che sia auspicabile replicare dati del passato, per altri l’analogia sembra reggere meno e mostra il nanismo analitico prevalente. La pandemia ha mostrato, ad esempio, che un altro mondo e un altro modo sono possibili per il lavoro, la gestione dei tempi della vita quotidiana, dell’interazione umana con la natura. È logico, dunque, interrogarsi se sia davvero necessario tornare a produrre beni materiali in quantità pre-crisi e con le stesse modalità di sfruttamento delle risorse della Terra. La crisi offre una grandissima occasione, quella di ripensare la società, il ruolo delle persone, dei lavoratori, il valore assegnato alle interazioni umane, al peso del welfare, al controllo esercitato dallo Stato, all’incidenza dei colossi economici e soprattutto di quelli finanziari. Per la prima volta nella storia documentata dell’umanità terrestre, tutti sono testimoni del medesimo evento, portatori di esperienze comuni e trasversali alle generazioni, legate dal comune vissuto contemporaneo e non dalla trasmissione tra generazioni veicolata dal racconto.

A causa dell’emergenza sanitaria sono state messe in campo azioni e prospettive di risposta innovative, persino rivoluzionarie rispetto all’ordinaria amministrazione precedente. Un fine analista come Mario Draghi ha immediatamente auspicato risposte e politiche economico-finanziarie che fossero degne della sfida posta dal contagio. Se, banalmente, invece, gli Stati pensassero di ritornarne allo status quo ante rincorrendo punti di PIL, produzione di beni e scenari macro-economici precedenti il 2020, la società umana avrà perso un’occasione mondiale, è il caso di dirlo. E con essa avrà smarrito la bussola illuminista che da secoli la distingue dalle altre società di esseri viventi.

L’ordine liberale internazionale è in grave difficoltà, per usare un eufemismo. Come ricorda l’economista Dani Rodrick, siamo di fronte all’«inevitabile trilemma dell’economia mondiale». È impossibile cioè che convivano contemporaneamente gli interessi degli stati nazione, la democrazia e l’integrazione economica. Se, dunque, perseguiamo una società liberale in economia e democratica, è evidente che non ci sia spazio per il nazionalismo. Pertanto, non è il tempo per misure di basso cabotaggio, non è la fase per uomini e donne di piccole vedute e scarse letture, non l’epoca di burocrazie. Il Covid è una straordinaria occasione per attuare quella società giusta, eguale, solidale, che il millenarismo religioso, politico, etico e filosofico ha declamato, invocato e imposto per secoli a ogni latitudine, senza tuttavia generare una società davvero “migliore”.  Il Virus ha offerto un momento, una finestra spazio-temporale, durante il quale intravedere prospettive di miglioramento e toccare con mano distorsioni e diseguaglianze sociali inaccettabili.

«C’è discriminazione in questo mondo. C’è schiavitù, fame e uccisioni. Vi sono governi che opprimono i loro popoli e ovunque la ricchezza viene sperperata negli armamenti. Questi sono mali diversi, ma sono opera comune dell’uomo. Essi riflettono l’imperfezione dell’umana giustizia, l’inadeguatezza dell’umana pietà, la nostra mancanza di sensibilità verso la sofferenza dei nostri simili», così Bob Kennedy. Il cui omicidio, di quello che fu il vero analista politico della famosa coppia di fratelli democratici di origini irlandesi, due mesi dopo quello di M. L. King, fu la fine di un sogno. Chi avesse visione e lungimiranza potrebbe riaccenderlo.

 

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